“Pellegrinaggio d’autunno” insieme a Hermann Hesse

Pellegrinaggio d’autunno non è solamente una raccolta di tre racconti – ricchi e prolissi, estremamente accurati – incentrati prevalentemente sulla natura e il vivere quotidiano, ma anche una dedica attenta a quei temi considerati “minori” e a cui Hesse riesce a conferire una carica descrittiva sorprendentemente suggestiva. Quando l’autore si è dato alla scrittura di questi brevi testi, i suoi capolavori più famosi come Siddharta o Narciso e Boccadoro erano ancora un pensiero lontano. Ciononostante, in essi si sono manifestati molti degli elementi che verranno ripresi e ampliati meglio in seguito. Pellegrinaggio d’autunno, Hans Amstein e La casa dei sogni sono molto più di frammenti di vita conditi con una buona dose di sana minuziosità; a renderli speciali è senz’altro la potenza espositiva e (quasi) “fiabesca” che avvolge il lettore in un’atmosfera ovattata che si avvicina all’irrealtà. 

Hesse è un indagatore dell’animo umano e delle bellezze – soprattutto naturali – che lo circondano. La sensazione è quella di essere sospesi in un altro mondo, disegnato con tratti netti e nitidi, dove l’abilità scrittoria dell’autore si manifesta soprattutto nella raffinatissima attenzione per il dettaglio, come se la sua penna non foss’altro che un microscopio in grado di portare in primo piano tutti gli elementi che riempiono gli occhi e il cuore.

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, e adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

C’è un non so che di incantevole nel leggere d’autunno (è il caso del primo racconto) proprio mentre fuori dalla finestra gli alberi si tingono di caldo o perdono le foglie; la magia di Hesse sta nel richiamare ulteriormente questa atmosfera aggiungendoci anche una caratterizzazione umana, con personaggi che possiedono rimembranze, rimpianti e stati d’animo che si legano all’ambiente circostante “in decadenza”.

Man mano che salivo, il vento aumentava. Cantava una melodia autunnale, con gemiti e risa, accennando a passioni favolose accanto alle quali le nostre non erano altro che bambinate. Mi gridava all’orecchio parole mai udite, di un mondo primigenio, come nomi di dèi antichi. Dipingeva su tutto il cielo, coi rimasugli delle nuvole erranti, strisce parallele che contenevano qualcosa di dominato a stento e sotto le quali i monti parevano incurvarsi.

Pellegrinaggio d’autunno è un viaggio nella vita del protagonista, un percorso di ricordo e nei ricordi; i titoli “preparatori” che inframezzano ogni porzione di testo hanno quasi il compito di introdurre il lettore in un grande esercizio di immedesimazione che ha come obiettivo il rifiuto delle imposizioni e il rammarico per ciò che non è stato. Il secondo racconto è sicuramente il più incisivo dei tre. Se con Hans Amstein si è toccato il tema, saldamente ancorato a terra, dell’amore goliardico e tragico, tutto viene riportato oniricamente in alto con l’ultima lettura, molto più contemplativa e ammaliante. La casa dei sogni ha la stessa delicatezza di un quadro impressionista, complici anche le ricche pagine ampiamente dedicate ai colori che ricordano quelle di un dipinto en plein air

La campagna verde era delimitata da una invisibile valle fluviale, al di là della quale si vedeva una lunga catena di verdi montagne coperte di boschi e, dietro, un’altra catena di cime verdi, già velate di azzurrognolo; un po’ più in là, turchina, una ripida catena pedemontana, dalle pareti rocciose nude e scintillanti. E soltanto al di là di quella terza catena azzurra, infinitamente lontane e alte tra l’alternarsi delle nubi, fluttuavano le montagne innevate, dai colori di sogno, trasfigurate in una realtà molteplice, attutita ed esaltata: un mondo pallido e spettrale, privo di memoria, ma più vero e reale di tutto ciò che era vicino.

In questo tris di letture, fatte di vivi personaggi e povere vicende quotidiane, Hesse si affida alla semplicità (solo apparente) della vita per creare storie che si intrecciano con la psicologia umana e le sfumature dell’ambiente che ci circonda. Un piccolo libro dal grande impatto, come profondo è il significato di cui si fa portatore, da leggere non solo se si è grandi amanti dello scrittore tedesco (e per approcciarsi ai suoi inizi), ma anche delle potenzialità di una natura sempre in continua metamorfosi. 

Per approfondire la lettura: Pellegrinaggio d’autunno

“La città smarrita nella neve”: un racconto di Italo Calvino

Marcovaldo è una raccolta di racconti – alcuni usciti sulle pagine dell’Unità – scritti da Italo Calvino e pubblicati per la prima volta nel 1963 in una collana di libri per ragazzi dell’editore Einaudi. Le stagioni in città, nonché sottotitolo delll’opera,  si riferisce alla struttura delle novelle che la compongono: ognuna associata a primavera, estate, autunno o inverno, e quindi al mutare della natura in relazione al contesto in cui abita il protagonista (Marcovaldo, appunto). In queste storie – che diversi critici hanno definito come delle vere e proprie favole contemporanee – non trova spazio solamente la bellezza delle cose semplici, ma anche la nostalgia nei confronti di un paesaggio che è difficile scoprire se si è inglobati nel grigiore del centro abitato. La città smarrita nella neve, breve testo sulla stagione invernale, è la storia di una fantastica trasformazione: da serbatoio di frenesia, caos e freddezza, la città – probabilmente quella di Torino – diventa un «foglio bianco», quasi una tabula rasa, in cui immaginare nuove prospettive. È una sensazione effimera, che dura giusto il tempo di una lettura, ma in grado di donare alla vita di Marcovaldo un po’ di magia e spensieratezza. Le «cose di tutti i giorni spigolose e ostili», la ditta Sbav e le malinconie quotidiane sono destinate a tornare, proprio come la coltre di neve che si scioglie e sparisce per lasciare posto, di nuovo, alla realtà.

Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte.

– La neve! – gridò Marcovaldo alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita. Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano.

Andò al lavoro a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig–zag.

Le vie e i corsi s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei monticeli! bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni, il solito magazzino, e, varcata la soglia, il manovale stupì di ritrovarsi tra quelle mura sempre uguali, come se il cambiamento che aveva annullato il mondo di fuori avesse risparmiato solo la sua ditta.

Lì ad aspettarlo, c’era una pala, alta più di lui. Il magazziniere–capo signor Viligelmo, porgendogliela, gli disse: – Davanti alla ditta la spalatura del marciapiede spetta a noi, cioè a te –. Marcovaldo imbracciò la pala e tornò a uscire.

Spalar neve non è un gioco, specie per chi si trova a stomaco leggero, ma Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita. E di gran lena si diede al lavoro, facendo volare gran palate di neve dal marciapiede al centro della via.

Anche il disoccupato Sigismondo era pieno di riconoscenza per la neve, perché essendosi arruolato quel mattino tra gli spalatori del Comune, aveva davanti finalmente qualche giorno di lavoro assicurato. Ma questo suo sentimento, anziché a vaghe fantasie come Marcovaldo, lo portava a calcoli ben precisi su quanti metri cubi di neve doveva spostare per sgomberare tanti metri quadrati; mirava insomma a mettersi in buona luce con il caposquadra; e – segreta sua ambizione – a far carriera.

Sigismondo si volta e cosa vede? Il tratto di carreggiata appena sgomberata tornava a ricoprirsi di neve sotto i disordinati colpi di pala d’un tizio che si affannava lì sul marciapiede. Gli prese quasi un accidente. Corse ad affrontarlo, puntandogli la sua pala colma di neve contro il petto.

– Ehi, tu! Sei tu che tiri quella neve lì?

– Eh? Cosa? – trasalì Marcovaldo, ma ammise: – Ah, forse sì.

– Be’, o te la riprendi subito con la tua paletta o te la faccio mangiare fino all’ultimo fiocco.

– Ma io devo spalare il marciapiede.

– E io la strada. E be’?

– Dove la metto?

– Sei del Comune?

– No. Della ditta Sbav.

Sigismondo gli insegnò ad ammucchiare la neve sul bordo e Marcovaldo gli ripulì tutto il suo tratto. Soddisfatti, a pale piantate nella neve, stettero a contemplare l’opera compiuta.

– Hai una cicca? – chiese Sigismondo.

Si stavano accendendo mezza sigaretta per uno, quando un’autospazzaneve percorse la via sollevando due grandi onde bianche che ricadevano ai lati. Ogni rumore quel mattino era solo un fruscio: quando i due alzarono lo sguardo, tutto il tratto che avevano pulito era di nuovo ricoperto di neve. –Che cos’è successo? È tornato a nevicare? – e levarono gli occhi al cielo. La macchina, ruotando i suoi spazzoloni, già girava alla svolta.

Marcovaldo imparò ad ammucchiare la neve in un muretto compatto. Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo.

Al bordo del marciapiede a un certo punto c’era un mucchio di neve ragguardevole. Marcovaldo già stava per livellarlo all’altezza dei suoi muretti, quando s’accorse che era un’automobile: la lussuosa macchina del presidente del consiglio d’amministrazione commendator Alboino, tutta ricoperta di neve. Visto che la differenza tra un’auto e un mucchio di neve era così poca, Marcovaldo con la pala si mise a modellare la forma d’una macchina. Venne bene: davvero tra le due non si riconosceva più qual era la vera. Per dare gli ultimi tocchi all’opera Marcovaldo si servì di qualche rottame che gli era capitato sotto la pala: un barattolo arrugginito capitava a proposito per modellare la forma d’un fanale; con un pezzo di rubinetto la portiera ebbe la sua maniglia.

Ci fu un gran sberrettamento di portieri, uscieri e fattorini, e il presidente commendator Alboino uscì dal portone. Miope ed efficiente, marciò deciso a raggiungere in fretta la sua macchina, afferrò il rubinetto che sporgeva, tirò, abbassò la testa e s’infilò nel mucchio di neve fino al collo.

Marcovaldo aveva già svoltato l’angolo e spalava nel cortile.

I ragazzi del cortile avevano fatto un uomo di neve. – Gli manca il naso! – disse uno di loro. – Cosa ci mettiamo? Una carota! – e corsero nelle rispettive cucine a cercare tra gli ortaggi.

Marcovaldo contemplava l’uomo di neve. «Ecco, sotto la neve non si distingue cosa è di neve e cosa è soltanto ricoperto. Tranne in un caso: l’uomo, perché si sa che io sono io e non questo qui».

Assorto nelle sue meditazioni, non s’accorse che dal tetto due uomini gridavano: – Ehi, monsù, si tolga un po’ di lì! – Erano quelli che fanno scendere la neve dalle tegole. E tutt’a un tratto, un carico di neve di tre quintali gli piombò proprio addosso.

I bambini tornarono col loro bottino di carote. – Oh! Hanno fatto un altro uomo di neve! – In mezzo al cortile c’erano due pupazzi identici, vicini.

– Mettiamogli il naso a tutti e due! – e affondarono due carote nelle teste dei due uomini di 13 neve.

Marcovaldo, più morto che vivo, sentì, attraverso l’involucro in cui era sepolto e congelato, arrivargli del cibo. E masticò.

– Mammamia! La carota è sparita! – I bambini erano molto spaventati.

II più coraggioso non si perse d’animo. Aveva un naso di ricambio: un peperone; e lo applicò all’uomo di neve. L’uomo di neve ingoiò anche quello.

Allora provarono a mettergli per naso un pezzo di carbone, di quelli a bacchettina. Marcovaldo lo sputò via con tutte le sue forze. – Aiuto! È vivo! È vivo! – I ragazzi scapparono.

In un angolo del cortile c’era una grata da cui usciva una nube di calore. Marcovaldo, con pesante passo d’uomo di neve, si andò a mettere lì. La neve gli si sciolse addosso, colò in rivoli sui vestiti: ne ricomparve un Marcovaldo tutto gonfio e intasato dal raffreddore.

Prese la pala, soprattutto per scaldarsi, e si mise al lavoro nel cortile. Aveva uno starnuto che s’era fermato in cima al naso, stava lì lì, e non si decideva a saltar fuori. Marcovaldo spalava, con gli occhi semichiusi, e lo starnuto restava sempre appollaiato in cima al suo naso. Tutt’a un tratto: l’« Aaaaah… » fu quasi un boato, e il: «.. Ciù! » fu più forte che lo scoppio d’una mina. Per lo spostamento d’aria, Marcovaldo fu sbatacchiato contro il muro.

Altro che spostamento: era una vera tromba d’aria che lo starnuto aveva provocato. Tutta la neve del cortile si sollevò, vortice come in una tormenta, e fu risucchiata in su, polverizzandosi nel cielo.

Quando Marcovaldo riaperse gli occhi dal suo tramortimento, il cortile era completamente sgombro, senza neppure un fiocco di neve. E agli occhi di Marcovaldo si ripresentò il cortile di sempre, i grigi muri, le casse del magazzino, le cose di tutti i giorni spigolose e ostili.

UNA BREVE BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Italo Calvino

Italo Calvino nasce a Cuba il 15 ottobre del 1923 e a due anni si trasferisce in Italia stabilendosi a Torino. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, si unisce ai partigiani della Resistenza trovando nell’espressione anarchica e libertaria un punto di partenza per poter costruire il suo impegno politico e sociale. L’esperienza lo renderà un protagonista attivo anche nel primo dopoguerra: non solo attraverso la scrittura di quelle che saranno le sue prime pubblicazioni (Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo), ma anche dedicandosi al giornalismo con interventi su quotidiani e periodici culturali (primo tra tutti l’Unità, il quotidiano del PCI).

La mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie […] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più.

Dopo la laurea in Lettere nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad, Calvino comincia la sua collaborazione – dapprima nell’ufficio stampa – con la casa editrice Einaudi. Grazie alla frequentazione dell’Osteria Fratelli Menghi di Roma, noto punto di ritrovo culturale, e all’intensificazione delle sue attività letterarie, fa la conoscenza di importanti personalità dell’epoca: Cesare Pavese (che sarà suo grande amico e mastro), Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Delio Cantimori, Franco Venturi, Norberto Bobbio e Felice Balbo.

Nel 1964 si sposa con Esther Judith Singer e si trasferisce a Roma; in questo periodo si concentra soprattutto sui brevi racconti, quelli che poi sarebbero confluiti nelle Cosmicomiche (una raccolta di novelle fantastiche riferite all’universo, all’evoluzione al tempo e allo spazio). A Parigi, città dove Calvino decide di portare la famiglia nel 1968, diventa membro attivo del gruppo OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle). Qui, collabora con artisti come Roland Barthes, Claude Lévi-Strauss e  Raymond Queneau, del quale traduce I fiori blu. Tra viaggi, premi e conferenze, l’autore continua a dedicarsi instancabilmente anche alle pubblicazioni: non solamente racconti, ma anche romanzi come Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983).

La maggior parte dei libri che ho scritto […] hanno origine dall’idea che sarebbe stato impossibile per me scrivere un libro di quel tipo.

Italo Calvino muore a Roma il 19 settembre del 1985 a causa di un’emorragia cerebrale causata da un’ictus; le Lezioni americane (ispirate a un ciclo di sei incontri che l’autore avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard) escono postume insieme a Sotto il sole del giaguaro, La strada di San Giovanni e Prima che tu dica pronto.

Per approfondire la lettura: Marcovaldo

“La rovina della casa degli Usher”: una maledizione di famiglia

La rovina della casa Usher si inserisce sicuramente nell’elenco dei più apprezzati (e sconvolgenti) racconti di Edgar Allan Poe. Conosciuto anche coi titoli La caduta della casa Usher e Il crollo della casa Usher, questo breve testo è stato pubblicato per la prima volta nel 1839 su un periodico dell’epoca (il Burton’s Gentleman’s Magazine) e, solo successivamente, nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque. Il successo di pubblico è stato immediato: storia narra che anche l’editore di Poe volle approfittare dell’enorme riscontro, tant’è che gli negò i diritti d’autore e lo liquidò dal progetto lasciandogli solo alcune copie della sua opera. Lo “sgambetto”, però, non solamente contribuì a confermare la bravura dello scrittore americano, ma gli spianò la strada verso un riconoscimento tale che la sua influenza letteraria, tra imitazioni e valorizzazioni, continua ancora oggi.

Al centro della vicenda della “casa Usher” c’è un narratore che è solo una voce: di lui non si conoscono identità e caratteristiche fisiche, ma i suoi occhi ci descrivono perfettamente ogni cosa rendendoci spettatori consapevoli di quanto vive. Come spesso accade con Poe, sono proprio le ambientazioni a rappresentare il punto forte della storia. In questo caso, il protagonista è talmente sopraffatto dalla decadenza e dall’abbandono intorno a lui che le sensazioni si ripercuotono inevitabilmente anche sul suo animo.

Un terrore insormontabile penetrò grado a grado tutto il mio essere; e a lungo andare venne a posarmisi sul cuore un’angoscia senza motivo, un vero incubo.

Impossibile non rimanere esterrefatti di fronte a quel «sentimento di tristezza insopportabile» che si legge poco dopo l’inizio del testo. Il narratore, per fare visita a un suo vecchio amico d’infanzia, giunge davanti alla casa di Roderick e Madaline Usher – ultimi eredi di una antichissima famiglia che si è mantenuta solo in maniera diretta – e ciò che lo pervade non sono meraviglia o stupore, ma un’inquietudine che inspiegabilmente – proprio come una sorta di magnetismo macabro – lo attrae in quell’abitazione.

Tale e, lo sapevo da un pezzo, la legge paradossale di tutti i sentimenti che hanno per base il terrore. E fu quella forse l’unica ragione per cui, quando i miei occhi lasciando l’immagine nello stagno, si rialzarono verso la casa stessa, un’idea strana mi nacque nello spirito, un’idea sì ridicola, in verità, che, se la dico, è soltanto per mostrare la forza viva delle sensazioni che m’opprimevano.

La casa, che di per sé dovrebbe rappresentare un luogo di affetti e calore, viene qui dipinta da Poe come il peggiore degli incubi. Non solo appare fragile nel suo aspetto, ma «le finestre che parevano occhi distratti» la trasformano in una persona dal volto terrificante che si fa artefice di vicende misteriose ed inquietanti.

Guardavo il quadro che s’offriva ai miei occhi e, soltanto a veder la casa e la prospettiva caratteristica di quel dominio, i muri che avevano freddo, le finestre che parevano occhi distratti, alcuni gruppi di giunchi vigorosi, alcuni tronchi d’albero bianchi e deperiti, provavo quel completo abbattimento dell’animo che, fra le sensazioni terrestri, non si può meglio assomigliare che allo svegliarsi del mangiatore d’oppio -al suo angoscioso ritorno alla vita giornaliera, all’orribile e lento ritrarsi del velo.

In un climax ascendente che incomincia con l’agitazione e si conclude con il totale disfacimento, questo testo è anche l’emblema della perdita della razionalità. La malattia è senz’altro una condizione che influisce non poco sull’andamento perturbante della vicenda. Sia Roderick che Madaline sono entrambi cagionevoli di salute: il primo soffre di una ipersensibilità morbosa che gli provoca stati d’irrequietezza e ansia, la seconda lotta tra la vita e la morte a causa dei frequenti stati di catalessi. L’impressione è quella che non siano tanto le descrizioni a spaventare il lettore, piuttosto l’angoscia costruita attorno a un terrore soprattutto psicologico. Il delirio degli Usher viene visto dal narratore come un destino ineluttabile, una manifestazione sovrannaturale che – come si leggerà meglio nel finale – troverà il suo massimo compimento con il vero e proprio annullamento della famiglia.

Intanto che stavo guardando, quella fessura s’allargò rapidamente, sopravvenne una ripresa di vento, un turbine furioso: il disco intero del satellite rifulse d’un tratto ai miei occhi. Mi girò la testa al vedere le potenti muraglie spezzarsi in due. Successo un rumore prolungato, un fracasso tumultuoso come la voce di mille cateratte, e lo stagno putrido e profondo disteso ai miei piedi, si richiuse tristemente e silenziosamente sulle rovine della casa Usher.

Le note descrittive che riguardano Roderick introducono prepotentemente anche il tema della cultura. L’uomo è praticamente un dandy – dall’aspetto gradevole  e dalle maniere rispettose – che manifesta il suo essere attraverso spiccate doti artistiche, musicali e letterarie. Gli interessi trovano spazio anche nell’arredamento della sua casa, ma ciò non basta a conferirgli una parvenza di accoglienza:

Il mobilio generale era stravagante, incomodo, antico e deperito. Una quantità di libri e di strumenti di musica giaceva sparpagliata qua e là, ma non bastava a dare il quadro una qualunque vitalità. Sentivo respirare un’atmosfera d’affanno. Un’aria di melanconia crudele, profonda, incurabile, spaziava su tutto e penetrava tutto.

Eppure, come già verificatosi in precedenza, ci troviamo di fronte a delle qualità che sono molto più di quanto tratteggiato. L’estrema sensibilità dell’uomo non è solamente la “porta” che gli permette di entrare in contatto con un mondo allucinatorio in cui proietta la sua malattia, ma anche una predisposizione destabilizzante volta a sperimentare dinamiche decisamente singolari. Il narratore – non volente – è reso partecipe dei deliri dell’amico fino alla tragica scomparsa di Madeline. L’apice di questa trascendenza avviene durante «una notte terribile» e tempestosa, quando i due sono in vicendevole compagnia e occupati nella lettura di un libro: il mondo narrato nel romanzo si riversa, come una terribile profezia, nella realtà vissuta in quella stanza, mentre sgomento e sublime si incontrano per creare un vero e proprio incubo a occhi aperti.

Qui, di nuovo, m’interruppi bruscamente, e questa volta violentemente stupefatto, poiché, senza alcun dubbio, avevo realmente sentito  (in qual direzione m’era impossibile indovinarlo) un suono fievole e come lontano, ma aspro, prolungato, stranamente penetrante e stridente, il fac-simile esatto del grido sovrannaturale del drago descritto dal romanziere, e quale già se l’era figurato la mia immaginazione.

È la storia di uno dei più tormentati racconti di Edgar Alla Poe ed è apprezzata soprattutto per la sua capacità di unire, magistralmente, elementi reali e suggestioni immaginifiche. Insieme a Il ritratto Ovale e Ligeia, Il crollo della casa Usher ha ispirato anche un film (La Chute de la maison Usher) uscito nel 1928 e diretto da Jean Epstein con la collaborazione di Luis Buñuel. Anche in italiano, qui.

Voto: 5/5

Parole chiave

Fisionomia: il narratore – e quindi Poe – fa uso frequente di questa parola per indicare i tratti di un determinato personaggio. Accade con il medico di famiglia (che si incontra poco dopo l’inizio del testo), ma anche con lo stesso Roderick Usher, che viene valutato sinceramente proprio per la sua “fisionomia” («Ma però, al primo colpo d’occhio gettato sulla sua fisionomia, mi convinsi della sua perfetta sincerità.»). Il rimando viaggia inevitabilmente alla Fisiognomica (disciplina pseudo-scientifica portata in auge soprattutto da Lombroso negli studi sull’antropologia criminale) secondo cui le caratteristiche morali di una persona sono detraibili dai lineamenti e dalle espressioni del volto.
Sublime: altro concetto che trova molto spazio nel testo, soprattutto per indicare tutte le manifestazioni sovrannaturali – e inspiegabili – che accadono. Il narratore, appena varcata la soglia della casa Usher, entra in mondo (non solo fisico, ma anche psicologico) molto più grande di lui.
Metalibro: la questione del “libro nel libro” occupa la parte finale della storia e  permette a Poe di sviluppare una scena suggestiva in cui subentra anche il tema del “doppio”.
Superstizione: Il crollo della casa Usher è un serbatoio di collegamenti incredibili. Come capita anche in Dracula di Bram Stoker, le superstizioni inscrivono il testo all’interno di una dimensione altra in cui il tempo sembra essersi  condensato («Era dominato da certe impressioni superstiziose relative al maniero che abitava, e da cui non avea osato uscire da parecchi anni, relative ad un’influenza di cui egli traduceva la supposta forza con termini troppo tenebrosi per essere riportato qui, un’influenza che alcune particolarità nella forma stessa e nella materia del maniero ereditario, avevano, coll’eccesso della sofferenza, diceva, impressa sul suo spirito, un effetto creato a lungo andare, sul morale della sua esistenza dal fisico dei muri grigi, delle torricelle e dello stagno nerastro in cui si rifletteva tutta la casa.»).
Atmosfera: le descrizioni spettrali, pesanti e gotiche immaginate dall’autore americano sono, paradossalmente, anche dei fermo immagine in grado di dare una nota realistica a quanto si sta leggendo. Poe non è solo un abile scrittore, ma anche un grande “fotografo” del macabro.

Bonus “read”

È impossibile raggiungere i livelli narrativi di Poe, ma provare a mettersi nei suoi panni – da lettrice appassionata del genere – è una pratica che mi ha sempre fascinato molto. Se volete leggere il racconto che ho scritto ispirandomi proprio ad alcuni degli elementi a lui cari, potete scaricare il formato PDF a partire da questo link: Il segreto di Pumpkin Creek. Aspetto di conoscere i vostri pareri (siate clementi).

Per saperne di più

Titolo: La rovina della casa degli Usher
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
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Racconti d’ottobre con Ray Bradbury

Paese d’ottobre è una raccolta di 19 macabri racconti scritti da Ray Bradbury e pubblicati, per la prima volta, nel 1955 da Ballantine Books. Qualcuno, per riprendere le ben più famose Cronache marziane (scritte, sembrerebbe, in contemporanea proprio con The October Country) ha soprannominato quest’opera “Cronache terrestri”. Effettivamente, qui di fantastico c’è ben poco, se non alcuni riferimenti all’inspiegabile. La composizione dell’antologia consta quindici testi appartenenti a una precedente pubblicazione (Dark Carnival, 1947) e altre quattro storie edite invece altrove.

– Il nano
– In coda
– L’oculato gettone da poker di H. Matisse
– Scheletro
– Il barattolo
– Il lago
– L’emissario
– Il sacro fuoco
– Il piccolo assassino
– La folla
– Saltamartino
– La falce
– Zio Einar
– Il vento
– L’uomo del primo piano
– C’era una volta una vecchia
– Il condotto sotterraneo
– Il raduno
– La bella morte di Dudley Stone

La “datazione” dei testi (percepibile nella terminologia) è solo una questione marginale, soprattutto se si considera il mistero totalizzante del loro contenuto. Ovunque, dai momenti di vita quotidiana agli accadimenti più assurdi, si respira un’atmosfera cupa che fa ben intendere l’obiettivo di ciascun racconto: non solo quello di accompagnare il lettore in un mondo “di mezzo” abitato da creature e storie perfettamente amalgamate tra di loro, ma anche di colpirlo con il connubio (riuscitissimo) tra immaginazione e realtà.

La porta d’ingresso era aperta, la pioggia entrava come una nebbiolina sottile.
«È uscita un momentino» disse Juliet, stando lì a scrutare nelle tenebre bagnate. «Tornerà subito. Non tornerai subito, Anna cara? Rispondimi, Anna, tornerai subito, vero, sorella?»
Fuori, il chiusino del condotto sotterraneo si alzò e ricadde con un colpo.
La pioggia sussurrava nella strada e cadde sul chiusino per tutto il resto della notte.

L’autunno che dà ispirazione al titolo non è solamente una stagione – quella che riveste di un’aurea rarefatta ogni cosa -, ma anche un vero e proprio stato d’animo: protagonisti e oggetti acquisiscono una strana forma di inquietudine e si ergono a rappresentanti degli incubi che abitano la mente dell’essere umano.

Vita, morte, come pure amore e speranze disattese, si incontrano all’interno di racconti tutt’altro che semplici. Il turbinio di sensazioni che imprigiona il lettore diventa una giostra – giusto per stare in tema con il Luna Park descritto ne Il nano – da cui è difficile scendere; del resto, se si è letto anche solo Fahrenheit 451, risulta impossibile non rimanere affascinati dalla scrittura di Ray Bradbury: romanziere abilissimo e, con The October Country, “domatore” di storie (brevi) incredibili.

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Dodici racconti “Sotto la cenere”

Ugo Mancini – docente di Storia e Filosofia, oltreché studioso appassionato del periodo fascista – ha pubblicato per Infinito Edizioni Sotto la cenere, una raccolta di racconti che ripercorre quella che è stata l’esperienza del Ventennio e, di conseguenza, degli anni difficili della Seconda guerra mondiale. Non è mai facile tradurre in trama un libro composto da soli racconti, tantomeno stabilire il filo conduttore comune a tutti quanti. Eppure, il punto d’incontro di questi brevi testi è anche ciò che li descrive nella loro totalità: si tratta di una storia latente, quella che passa attraverso le persone e i loro sentimenti, e quindi per un mondo personale che ci è dato soltanto immaginare perché non riportato sui libri di storia che siamo stati abituati a consultare.

I nomi sono nomi reali. I fatti sono realmente accaduti. Ciò che è di fantasia, ma relativamente, è l’universo interiore dei personaggi. Uomini e donne che per un ventennio si sono visti negare la dignità di essere persone; subordinati a indefinibili e fumosi interessi superiori per i quali hanno pagato spesso un costo esorbitante; ammaliati, a volte, da prospettive mirabolanti, solo per il bisogno di sfuggire alla miseria morale e materiale determinata dalla guerra e alimentata da un’ideologia fondata sull’odio e sulla sopraffazione dell’”altro”.

Paolo Cognetti ha definito i racconti come «una finestra sulla casa di qualcun altro». Sotto la cenere, reinterpretando tale definizione, rappresenta una sorta di doppio sguardo al periodo del Fascismo: il primo attraverso uno specchietto retrovisore che ci trasporta nel passato, il secondo con una lente di ingrandimento puntata a valorizzare l’essenza – altrimenti dimenticata – delle persone che hanno vissuto quegli anni. Romanzare i fatti della storia – per loro natura veri e insindacabili – e mescolarli con l’immaginazione ha anche il merito di dare risalto a quelle voci non solo declassate come “ultime”, ma addirittura ignorate. Il risultato che ne consegue sono dodici racconti, solo in apparenza diversi l’uno dall’altro, in cui i personaggi danno vita a un universo interiore composto da solidi fatti storici (come il delitto Matteotti, le lotte antifasciste e le restrizioni politico-sociali) e da una prospettiva più sentimentale che smette di marginalizzare e tende piuttosto a includere.

Quello che si dimentica spesso, inoltre, è che la storia è storia di persone, più che di fatti, di bandiere o di simboli. Se è storia di governi o di tiranni, apparentemente può svolgersi inseguendo o chiudendosi nella cristallizzazione di atti formali, ma, nella sostanza, continua a essere storia di persone, di una molteplicità di singoli individui che hanno pagato o che sono stati premiati dalle scelte di quei governi o di quei tiranni, una storia che spesso più di qualcuno tende a omettere o a considerare in parte, non di rado per convenienza.

L’idea che questo testo ha della storia è sia un punto di forza che un monito: non ridotta a uno scorrere meramente rettilineo, in cui gli eventi rappresentano picchi e abissi del percorso cronologico, bensì immaginata attraverso un percorso circolare, dove ogni aspetto o errore – soprattutto se non attenzionato – è destinato a ripresentarsi. D’altronde, anche il titolo è un’esplicazione in questo verso: Sotto la cenere non come un fuoco che si è definitivamente spento, ma come una brace che ancora continua ad ardere e sta aspettando il momento giusto per ritornare a bruciare. E ancora: la questione dell’oblio. Testi come 1984 o Fahrenheit 451 ci hanno egregiamente rappresentato le conseguenze di un mondo in cui falsificazione e distruzione sono all’ordine del giorno. Ma, in fondo, cosa sarebbe un paese senza la sua storia, anche quella più cupa? Il testo di Ugo Mancini è un’immersione, costante e graduale, in un passato che si riaffaccia continuamente al presente, e che sceglie la strada emozionale per indagare un vissuto composto da voci e soggetti che non vogliono (e non devono) essere dimenticati. Ma Sotto la cenere si trova anche una Storia vera che racconta la quotidianità: quella vissuta all’ombra del nemico fascista – e che all’occorrenza si trasforma in qualsiasi altro totalitarismo -, quella che passa attraverso una forma di tenace di Resistenza, e quella che trova che forma e sostanza in questi dodici, significativi, racconti.

Per approfondire la lettura: Sotto la cenere

“La seta e l’uragano” di Emanuele Somma

«Tanta umanità attraversa ogni giorno il nostro campo visivo», scriveva Amos Oz in Contro il fanatismo, ma non sempre questa vita riesce a catturare la nostra attenzione. Cosa succederebbe, però, se mettessimo in pausa la frenesia giornaliera e provassimo a osservare i corpi con cui entriamo in contatto per imbastirci addosso delle storie? Sicuramente daremmo sfogo alla nostra più fervida immaginazione, vestiremmo i panni di uno scrittore, e sicuramente ci accorgeremmo che ogni cosa può diventare una narrazione, perfino una giornata passata nella più banale abitudinarietà. 

Durante quelle serate in strada parlavamo di tutto: di Dio e della scrittura, della vita, la morte, e di donne, le droghe, le sue esperienze – aveva vissuto in Jamaica quando era un trafficante – mi parlava della gente del Dalai Lama che lo aveva incontrato e dei tre segreti di cui lui era custode, di uno di essi almeno, riguardo il Gesù nero, e di un Tesoro nascosto in California dietro un muro in una biblioteca. Mi disse di aver ucciso. E poi arte: era stato uno sculture promettente un tempo. Dei lavori, oppure dei tempi senza nessun lavoro. Di soldi che non avevamo. [Jean Baptiste senza gambe]

La seta e l’uragano di Emanuele Somma lavora un po’ in questa direzione: non è solamente una raccolta di racconti ambientati a Miami Beach, ma anche un interessante fermo immagine delle persone che abitano la realtà quotidiana. I luoghi in cui veniamo catapultati attraverso questi testi sono lontani e allo stesso tempo incredibilmente vicini, ed è proprio questo raccontare un “distacco” con il cuore di chi sembra essere ancora a casa ciò che conferisce a queste storie di grande curiosità. In tale spaccato – a metà tra il familiare e lo straniante – ci troviamo in un’America che è sia sogno che incertezza: nella Florida colpita assiduamente da forti catastrofi naturali, si scoprono anche le catastrofiche (o quasi) vite delle persone che incontra l’autore, scrittore e anche abile fotografo che impressiona su carta ciò che vede e incontra sul proprio cammino. Le radici del testo crescono insieme alla necessità di raccontare la vera esistenza: niente di inventato o fittizio, piuttosto qualcosa di nudo e crudo come solo può essere la vita reale, nelle sue gioie e anche nei suoi dolori.

La televisione e i giornali avevano riempito in fretta le prime pagine e le notizie in anteprima al riguardo. In Florida la stagione degli uragani è accompagnata da spot pubblicitari, notizie meteo non-stop con gli inviati in poncho direttamente esposti alle intemperie delle tempeste tropicali o uragani. Quasi sempre vicino la riva per mostrare la rabbia delle onde del mare, o quelle palme piegate nella bufera come tante immagini di Cristo sofferente a testa bassa. Acqua e ancora acqua. E subito spots per generatori, provviste, supermercati e articoli vari per le emergenze. Il business dei disastri naturali non chiude mai bottega in Florida. [Scene di blackout a Miami]

Nella normalità (sottosopra) descritta da Somma, trovano spazio i vizi e le virtù delle persone, ma anche i loro traguardi e le loro difficoltà. In qualsiasi zona di buio è possibile scorgere un po’ di quella luminosità in grado di spingere in avanti, ecco perché in ogni testo si possono leggere anche la necessità di ripartire altrove e di raccontare tutte le sfaccettature emozionali che derivano da una decisione così netta. In un certo senso, è piuttosto strano il lavoro di immaginazione che compie l’autore: scrive dei racconti ambientati oltre oceano, eppure annulla completamente la distanza che si frappone tra il suo paese natio e quello che lo sta “ospitando” (insieme alle sue storie) attraverso una serie di elementi familiari. 

Ma il sogno americano era così chiamato perché devi essere addormentato per crederci davvero, come scoprivi solo dopo averci vissuto qualche anno. E così ti ritrovavi come me, in una forma perversa di duplice esilio, in una inconsistenza che non era solo geografica ma anche esistenziale, emozionale e folle. In un appiccicoso limbo, e sospeso come sulla tela di un ragno tra due continenti distanti. Di giorno vivevo in America, da anni, ma nei miei sogni ero quasi sempre in Italia. Se solo si potesse proiettare: milioni di immigrati in ogni angolo del mondo, ogni notte, si addormentano sognando la propria terra di appartenenza e le persone lasciate indietro. [Da Tre re]

Non esiste solamente la realtà ovattata che crediamo, ma anche quella che rimane nascosta tra le righe, quella che si vive solamente viaggiando insieme a ciò che ha in serbo il destino per noi. Per questo, La seta e l’uragano è un titolo che che va pari passo anche con l’esistenza: serena e bella nei suoi momenti più facili, disastrosa e difficile in quelli un po’ meno. Il lettore viene immerso nelle storie contenute in questo testo con delicatezza, quasi come se lo scrittore volesse prima farlo abituare a quello strano “sradicamento” che si ritroverà poi a leggere tra le pagine. In apparenza i racconti sembrano non avere nulla in comune, ma considerandoli nell’insieme si instaura tra di loro un legame che li fa apparire come tante voci di uno stesso punto di vista. Nonostante emerga costantemente la difficoltà di inserirsi in un paese lontano, ciò che fa dialogare tutti i testi è anche quel legame stabilitosi tra un italiano in America e la lingua madre con cui cerca di mantenere le sue origini.

«Ah sei italiano… Che bella l’Italia, io parlo un poco italiano!»
«Di dove sei?» Mi chiese poi il padre con due soffici e intelligenti occhi azzurri.
«Roma città.»
«La santa Roma…» Disse lui con nostalgia.
[Il padre]

Probabilmente non è nemmeno un caso che questa raccolta abbia come sottotitolo “Racconti di uno scrittore maledetto italiano a Miami”: Emanuele Somma non si fa portavoce solo di quella realtà che fatica solitamente a entrare in un libro, ma anche di una nostalgia provata nei confronti di qualcosa che non gli appartiene più (ma che comunque fa rivivere attraverso i personaggi delle sue storie).

Eravamo tutti vittime di una nostalgia malsana, una saudade, di una mancanza viscerale della terra d’origine che non guariva mai del tutto. Eravamo stati amputati in qualche parte dell’anima, e la stessa non poteva più adattarsi a vivere in un luogo e lasciare andare completamente l’altro nella dimensione dei ricordi. Quando ero in USA mi mancava l’Italia, ma dopo poco tempo passato a casa mi rendevo subito contro che dovevo tornare in America. Ormai non potevo più vivere in entrambi. [Tre re]

Durante la lettura de La seta e l’uragano faremo la conoscenza di tante persone, ognuna con un suo bagaglio di vita; eppure in mezzo a tutte queste voci estranee riusciremo comunque a trovare il modo di sentirci a casa.

Voto: 3/5

Parole chiave

Racconti: questo testo è un collage eterogeneo di storie che possono anche essere lette in ordine sparso. Il loro iniziare e finire improvvisamente può indurre in lettore a non affezionarsi profondamente a quello che legge, ma l’essere così effimere è anche ciò che le rende facili da affrontare.
Linguaggio: il metodo di scrittura di Emanuele Somma è semplice e scorrevole; a volte affianca delle parole italiane con altre straniere, ma questo non ha un effetto straniante, piuttosto rimarca ancora una volta il carattere “italo-americano” dei suoi testi.
Sfumature: ne La seta e l’uragano non c’è solo un lato della vita, ma tanti. È impossibile non immedesimarsi, almeno una volta, con i sentimenti con cui si entra  in contatto.
Viaggio: quello che ha condotto l’autore lontano da casa, ma anche quello che si fa mentre si legge questo libro. Quante volte ci siamo chiesti come potrebbe essere la nostra vita altrove? 
Amore: il filo conduttore – e sotterraneo – che unisce i racconti. L’amore per la scrittura, l’amore per la vita, l’amore per una persona, l’amore per un luogo, l’amore per qualcosa che è stato. Questo sentimento è onnipresente proprio per ricordarci che le difficoltà non sono mai troppo dure se alla fine riusciamo a credere che qualcosa di bello sia sempre possibile.

Per saperne di più

Titolo: La seta e l’uragano
Autore: Emanuele Somma
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 76 pagine
Prezzo: 5,19 euro
Trama: Queste storie costituiscono una sorta di collage di improbabili “selfies” dei personaggi veri della realtà di Miami Beach. L’ autore offre uno sguardo su una città decisamente diversa da come viene dipinta nelle riviste e in TV, o dai calciatori e le modelle. Dopo aver messo piede per la prima volta a Miami durante una delle peggiori stagioni cicloniche nella storia della Florida, una serie di vicende personali e amorose si mescolano alle catastrofi naturali vissute durante l’alternarsi delle tempeste. Ma forse alla fine nel rendersi conto che la vita è un susseguirsi di stagioni degli uragani si impara ad amare anche la pioggia battente e il forte vento contrario.
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