“La rovina della casa degli Usher”: una maledizione di famiglia

La rovina della casa Usher si inserisce sicuramente nell’elenco dei più apprezzati (e sconvolgenti) racconti di Edgar Allan Poe. Conosciuto anche coi titoli La caduta della casa Usher e Il crollo della casa Usher, questo breve testo è stato pubblicato per la prima volta nel 1839 su un periodico dell’epoca (il Burton’s Gentleman’s Magazine) e, solo successivamente, nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque. Il successo di pubblico è stato immediato: storia narra che anche l’editore di Poe volle approfittare dell’enorme riscontro, tant’è che gli negò i diritti d’autore e lo liquidò dal progetto lasciandogli solo alcune copie della sua opera. Lo “sgambetto”, però, non solamente contribuì a confermare la bravura dello scrittore americano, ma gli spianò la strada verso un riconoscimento tale che la sua influenza letteraria, tra imitazioni e valorizzazioni, continua ancora oggi.

Al centro della vicenda della “casa Usher” c’è un narratore che è solo una voce: di lui non si conoscono identità e caratteristiche fisiche, ma i suoi occhi ci descrivono perfettamente ogni cosa rendendoci spettatori consapevoli di quanto vive. Come spesso accade con Poe, sono proprio le ambientazioni a rappresentare il punto forte della storia. In questo caso, il protagonista è talmente sopraffatto dalla decadenza e dall’abbandono intorno a lui che le sensazioni si ripercuotono inevitabilmente anche sul suo animo.

Un terrore insormontabile penetrò grado a grado tutto il mio essere; e a lungo andare venne a posarmisi sul cuore un’angoscia senza motivo, un vero incubo.

Impossibile non rimanere esterrefatti di fronte a quel «sentimento di tristezza insopportabile» che si legge poco dopo l’inizio del testo. Il narratore, per fare visita a un suo vecchio amico d’infanzia, giunge davanti alla casa di Roderick e Madaline Usher – ultimi eredi di una antichissima famiglia che si è mantenuta solo in maniera diretta – e ciò che lo pervade non sono meraviglia o stupore, ma un’inquietudine che inspiegabilmente – proprio come una sorta di magnetismo macabro – lo attrae in quell’abitazione.

Tale e, lo sapevo da un pezzo, la legge paradossale di tutti i sentimenti che hanno per base il terrore. E fu quella forse l’unica ragione per cui, quando i miei occhi lasciando l’immagine nello stagno, si rialzarono verso la casa stessa, un’idea strana mi nacque nello spirito, un’idea sì ridicola, in verità, che, se la dico, è soltanto per mostrare la forza viva delle sensazioni che m’opprimevano.

La casa, che di per sé dovrebbe rappresentare un luogo di affetti e calore, viene qui dipinta da Poe come il peggiore degli incubi. Non solo appare fragile nel suo aspetto, ma «le finestre che parevano occhi distratti» la trasformano in una persona dal volto terrificante che si fa artefice di vicende misteriose ed inquietanti.

Guardavo il quadro che s’offriva ai miei occhi e, soltanto a veder la casa e la prospettiva caratteristica di quel dominio, i muri che avevano freddo, le finestre che parevano occhi distratti, alcuni gruppi di giunchi vigorosi, alcuni tronchi d’albero bianchi e deperiti, provavo quel completo abbattimento dell’animo che, fra le sensazioni terrestri, non si può meglio assomigliare che allo svegliarsi del mangiatore d’oppio -al suo angoscioso ritorno alla vita giornaliera, all’orribile e lento ritrarsi del velo.

In un climax ascendente che incomincia con l’agitazione e si conclude con il totale disfacimento, questo testo è anche l’emblema della perdita della razionalità. La malattia è senz’altro una condizione che influisce non poco sull’andamento perturbante della vicenda. Sia Roderick che Madaline sono entrambi cagionevoli di salute: il primo soffre di una ipersensibilità morbosa che gli provoca stati d’irrequietezza e ansia, la seconda lotta tra la vita e la morte a causa dei frequenti stati di catalessi. L’impressione è quella che non siano tanto le descrizioni a spaventare il lettore, piuttosto l’angoscia costruita attorno a un terrore soprattutto psicologico. Il delirio degli Usher viene visto dal narratore come un destino ineluttabile, una manifestazione sovrannaturale che – come si leggerà meglio nel finale – troverà il suo massimo compimento con il vero e proprio annullamento della famiglia.

Intanto che stavo guardando, quella fessura s’allargò rapidamente, sopravvenne una ripresa di vento, un turbine furioso: il disco intero del satellite rifulse d’un tratto ai miei occhi. Mi girò la testa al vedere le potenti muraglie spezzarsi in due. Successo un rumore prolungato, un fracasso tumultuoso come la voce di mille cateratte, e lo stagno putrido e profondo disteso ai miei piedi, si richiuse tristemente e silenziosamente sulle rovine della casa Usher.

Le note descrittive che riguardano Roderick introducono prepotentemente anche il tema della cultura. L’uomo è praticamente un dandy – dall’aspetto gradevole  e dalle maniere rispettose – che manifesta il suo essere attraverso spiccate doti artistiche, musicali e letterarie. Gli interessi trovano spazio anche nell’arredamento della sua casa, ma ciò non basta a conferirgli una parvenza di accoglienza:

Il mobilio generale era stravagante, incomodo, antico e deperito. Una quantità di libri e di strumenti di musica giaceva sparpagliata qua e là, ma non bastava a dare il quadro una qualunque vitalità. Sentivo respirare un’atmosfera d’affanno. Un’aria di melanconia crudele, profonda, incurabile, spaziava su tutto e penetrava tutto.

Eppure, come già verificatosi in precedenza, ci troviamo di fronte a delle qualità che sono molto più di quanto tratteggiato. L’estrema sensibilità dell’uomo non è solamente la “porta” che gli permette di entrare in contatto con un mondo allucinatorio in cui proietta la sua malattia, ma anche una predisposizione destabilizzante volta a sperimentare dinamiche decisamente singolari. Il narratore – non volente – è reso partecipe dei deliri dell’amico fino alla tragica scomparsa di Madeline. L’apice di questa trascendenza avviene durante «una notte terribile» e tempestosa, quando i due sono in vicendevole compagnia e occupati nella lettura di un libro: il mondo narrato nel romanzo si riversa, come una terribile profezia, nella realtà vissuta in quella stanza, mentre sgomento e sublime si incontrano per creare un vero e proprio incubo a occhi aperti.

Qui, di nuovo, m’interruppi bruscamente, e questa volta violentemente stupefatto, poiché, senza alcun dubbio, avevo realmente sentito  (in qual direzione m’era impossibile indovinarlo) un suono fievole e come lontano, ma aspro, prolungato, stranamente penetrante e stridente, il fac-simile esatto del grido sovrannaturale del drago descritto dal romanziere, e quale già se l’era figurato la mia immaginazione.

È la storia di uno dei più tormentati racconti di Edgar Alla Poe ed è apprezzata soprattutto per la sua capacità di unire, magistralmente, elementi reali e suggestioni immaginifiche. Insieme a Il ritratto Ovale e Ligeia, Il crollo della casa Usher ha ispirato anche un film (La Chute de la maison Usher) uscito nel 1928 e diretto da Jean Epstein con la collaborazione di Luis Buñuel. Anche in italiano, qui.

Voto: 5/5

Parole chiave

Fisionomia: il narratore – e quindi Poe – fa uso frequente di questa parola per indicare i tratti di un determinato personaggio. Accade con il medico di famiglia (che si incontra poco dopo l’inizio del testo), ma anche con lo stesso Roderick Usher, che viene valutato sinceramente proprio per la sua “fisionomia” («Ma però, al primo colpo d’occhio gettato sulla sua fisionomia, mi convinsi della sua perfetta sincerità.»). Il rimando viaggia inevitabilmente alla Fisiognomica (disciplina pseudo-scientifica portata in auge soprattutto da Lombroso negli studi sull’antropologia criminale) secondo cui le caratteristiche morali di una persona sono detraibili dai lineamenti e dalle espressioni del volto.
Sublime: altro concetto che trova molto spazio nel testo, soprattutto per indicare tutte le manifestazioni sovrannaturali – e inspiegabili – che accadono. Il narratore, appena varcata la soglia della casa Usher, entra in mondo (non solo fisico, ma anche psicologico) molto più grande di lui.
Metalibro: la questione del “libro nel libro” occupa la parte finale della storia e  permette a Poe di sviluppare una scena suggestiva in cui subentra anche il tema del “doppio”.
Superstizione: Il crollo della casa Usher è un serbatoio di collegamenti incredibili. Come capita anche in Dracula di Bram Stoker, le superstizioni inscrivono il testo all’interno di una dimensione altra in cui il tempo sembra essersi  condensato («Era dominato da certe impressioni superstiziose relative al maniero che abitava, e da cui non avea osato uscire da parecchi anni, relative ad un’influenza di cui egli traduceva la supposta forza con termini troppo tenebrosi per essere riportato qui, un’influenza che alcune particolarità nella forma stessa e nella materia del maniero ereditario, avevano, coll’eccesso della sofferenza, diceva, impressa sul suo spirito, un effetto creato a lungo andare, sul morale della sua esistenza dal fisico dei muri grigi, delle torricelle e dello stagno nerastro in cui si rifletteva tutta la casa.»).
Atmosfera: le descrizioni spettrali, pesanti e gotiche immaginate dall’autore americano sono, paradossalmente, anche dei fermo immagine in grado di dare una nota realistica a quanto si sta leggendo. Poe non è solo un abile scrittore, ma anche un grande “fotografo” del macabro.

Bonus “read”

È impossibile raggiungere i livelli narrativi di Poe, ma provare a mettersi nei suoi panni – da lettrice appassionata del genere – è una pratica che mi ha sempre fascinato molto. Se volete leggere il racconto che ho scritto ispirandomi proprio ad alcuni degli elementi a lui cari, potete scaricare il formato PDF a partire da questo link: Il segreto di Pumpkin Creek. Aspetto di conoscere i vostri pareri (siate clementi).

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Titolo: La rovina della casa degli Usher
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
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“Il cervo della Rivoluzione” di Zvan Matt

Il cervo della rivoluzione è un testo molto elaborato frutto della penna di Zvan Matt, autore emergente che ha deciso di intraprendere la sua carriera di scrittore sotto pseudonimo. Quello che conferisce anima a questo libro è sicuramente il suo carattere onirico. Avete presente il film Inception? Ecco, qui ci troviamo in una narrazione che funziona un po’ nello stesso modo: “a innesto”, quasi come se ogni capitolo rappresentasse un livello di lettura che compenetra continuamente con quello successivo. Sebbene il testo si ponga apparentemente alla stregua di un semplice romanzo, ben presto ci si rende conto che categorizzarlo in questo modo significherebbe solo ridurlo. Storia e Fantascienza viaggiano a pari passo: si toccano, si alternano e, soprattutto, rappresentano il legante che tiene insieme l’intera trama.

«Ehi, che guardi?»
«Le nuvole e i miei pensieri.»
«Pensieri foschi?»
«Anche.»
«Che ci vedi nelle nuvole?»
«Il cervo della rivoluzione.»
«Cervo?»
«Lo so, non ha senso. Ma dopo aver intravisto un cervo tra le nuvole e averlo collegato alla rivoluzione, mi è venuto il triste pensiero che questa è l’ultima occasione per scardinare il sistema. Non ce ne sarà un’altra… Dopo di noi, lasceremo il palco ai nani e alle ballerine.»

Al centro della vicenda c’è Giovanni, un uomo che non deve solamente tenere a bada gli accadimenti della sua vita, ma anche le “reminiscenze” che lo sballottano, qua e là, a spasso nel tempo. Se prima ho parlato di Inception, l’esempio più calzante per descrivere queste speciali traslazioni – anticipate da sintomi precisi e descritte quasi come un sipario che si apre su un altro palcoscenico – è quello con Donnie Darko (e, quindi, con l’ipotesi del Multiverso). Ebbene sì, Il cervo della rivoluzione non racconta solo la realtà presente, ma anche una dimensione altra e coesistente con quest’ultima. Lì scopriamo che Giovanni ha una sorta di alter ego: si chiama Roberto, ed è un ex agente segreto con la missione di costruire una società interamente basata su verità e giustizia. I due sembrano il prolungamento l’uno dell’altro, due entità – distinte e simultaneamente stesse – che si trovano in balia dei fatti e delle persone che incontrano sul loro cammino.

«Sì, un bivio. Abbiamo sbagliato direzione.»

Quello degli universi paralleli è un tema che ha trovato molta fortuna nella letteratura, e qui conferisce all’intero testo un tocco fantascientifico davvero molto interessante: la ramificazione di diverse (possibili) linee temporali non fa altro che trascinare il lettore in mondi che si incrociano continuamente in quel punto di riferimento che si presuppone essere la “realtà”. Eppure, a un certo punto, le dimensioni sono così tangenti l’una con l’altra da sembrare quasi una cosa sola. Se, nel testo, non si vedessero determinati accorgimenti – come ad esempio l’uso del corsivo – la lettura sembrerebbe una continua partita a rimpiattino giocata tra l’uno e l’altro protagonista.

Roberto fa la regia di quello che debbo vedere nel suo mondo, così, io vivo le storie che sceglie per me. E le storie sono sempre ampie, variegate e incredibilmente intrecciate le une dentro le altre.

La struttura stratificata de Il cervo della rivoluzione è sia un punto di forza che una debolezza: la lettura è di certo particolareggiata da insoliti intermezzi (fatti storici realmente accaduti intessuti da dei “fuori programma”), ma anche un po’ difficoltosa. Se da una parte la linea spazio-temporale è continuamente sollecitata da una serie di imprevedibili viaggi che non possiedono nessuna precisione (ma accadono e basta), dall’altra il lettore si trasforma in una “spugna” che assorbe ogni cosa capiti durante lo sbroglio della storia (dal trovarsi nel bel mezzo di una protesta al consultare documenti e fare ricerche in stile spy-story). Le contaminazioni sono così tante da provocare quasi un “mal di testa”: niente di doloroso, ma uno di quelli che scaturisce da un’attività cerebrale intensa frutto di macchinazioni e idee di ogni genere.

Un velo bluastro è calato sui miei occhi. Vedo solo il blu e qualche prima immagine che traspare oltre il velo. Ho chiuso gli occhi, seguimi, le immagini scorrono potenti…
Non so cosa stiano facendo adesso Sergio e gli altri amici. Probabilmente, mi stanno sdraiando nel letto, poi scendono giù. Sul portone del palazzo si salutano, si abbracciano e spariscono verso il proprio appartamento.
Per me è tutto diverso… Davanti a me, c’è un appartamento in via del Governo Vecchio… C’è Roma… C’è Simone che studia i dossier di Roberto… C’è Serge… Un Serge giovane, molto lontano dagli anni della Roma, porto delle nebbie…

I traumi – e gli eventi negativi in generale – sono soliti disorientare le persone: in questo caso, Giovanni è turbato dalla morte improvvisa del suo caro amico Luca. La dipartita è una delle cause delle sue diffuse “assenze”, e il riferimento al passato si erge a punto fondamentale per cercare di comprendere ciò che di incomprensibile sta accadendo. L’autore Zvan Matt, oltre a incastrare tra di loro diverse temporalità nel tentativo di farle combaciare tra loro (e in un certo senso richiamare anche Walter Benjamin con i suoi «sentieri al bivio»), non solo riesce nel tentativo di imbastire una trama contorta su dei fatti reali, ma anche nella creazione di mondi immaginifici che conferiscono al testo un senso ucronistico difficile da ignorare. Il risultato è un serbatoio di tematiche che scivolano e si disvelano proprio tra un capitolo e l’altro.

É la prima cosa che farò appena sveglio e sarà la prima cosa che troverai nella prossima puntata dove seppelliremo Luca con tutti gli onori… E lo ricorderemo, e scriveremo un libro su di lui..
Adesso, lasciami solo poche ore di sonno… Ci vediamo quando mi sveglio!

Il finale è l’ennesima dimostrazione che storia e fiction sono due concetti costretti in un loop senza fine. In un contesto in cui l’immaginazione è il potente motore trainante, una delle poche certezze in mano al lettore riguarda proprio Roberto e Giovanni: «la porta dell’intercapedine quantica» è destinata ad aprirsi continuamente, e chissà dove ancora condurrà.

Voto: 4/5

Parole chiave

Media: Il cervo della rivoluzione è un romanzo ricco di mezzi di comunicazione. A partire dalla scrittura, per poi passare alla tv e alla radio, questo testo può anche essere letto come un grande esempio di divulgazione mediale tra passato e presente.
Diversi narratori: l’alternanza tra Roberto e Giovanni (ma anche la presenza di numerosi altri personaggi) vivacizzano la lettura trasformandola in un coro di voci – quasi sempre – ben amalgamate tra di loro.
Millepiani: il soprannome di Roberto, perché con i suoi viaggi nel tempo «agisce su tanti livelli contemporaneamente».
Assenze: o anche “reminescenze”, sono i momenti in cui la storia si mescola all’immaginazione ed entrano in gioco quei percorsi paralleli che permettono di vedere scene, persone e contesti completamente avulsi dalla realtà.
Eventi: i fatti storici che attraversano il testo sono davvero moltissimi. Che si tratti di musica, politica, religione o altre tematiche, dietro il percorso narrativo c’è, indubbiamente, un grande lavoro di documentazione (e invenzione).

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Titolo: Il cervo della Rivoluzione
Autore: Zvan Matt
Editore: Independently published
Lunghezza: 281 pagine
Prezzo: 9,98 euro
Trama: Il romanzo è ambientato in Italia. All’apertura del volume, ci troviamo a Bologna nell’opaca penombra della stanza di Giovanni che si ridesta da una delle sue Reminiscenze. Giovanni torna dall’altrove della reminiscenza e recupera la memoria. Nel suo presente c’è un calice amaro da affrontare: la tragica fine del suo amico Luca. Assieme a Sergio, si reca dalla moglie di Luca, Franca, a fare le condoglianze. Proprio a casa di Franca, inizia il nuovo loop di un’altra lunghissima Reminiscenza. È così che scopriamo che le Reminiscenze sono le porte di un’intercapedine quantica che accede ad un universo parallelo che si sovrappone al nostro. Nell’universo parallelo che si sta muovendo col nostro, il protagonista è Roberto, un ex agente segreto impegnato nella costruzione un piano per una società parallela basata sulla verità. E scopriamo che in quello stesso momento, nella Bologna di Roberto, non in quella di Giovanni, Mogol e Vasco stanno preparando il “Convegno contro l’Oppressione del Futuro” ed il Megaconcerto, dove Vasco esploderà con il suo rock a dare senso e parole all’oppressione della gente. Al termine del concerto di Vasco, la Reminiscenza finisce e il loop ritorna al lato dell’universo di Giovanni. Dopo le condoglianze a Franca, ora, occorre affrontare i riti funebri per Luca e parlare con Franca e gli amici della visione orribile del futuro senza Luca. E di cosa significa perdere con Luca quella coraggiosa ingenuità che aveva sempre resa bella la vita. Ma, il loop quantico è destinato a ricominciare. Giovanni verrà assorbito nuovamente dall’universo di Roberto e tu sei pronto? “Sappi che in un mondo fatto di menzogne, le persone hanno il diritto di costruire una ‘società parallela fatta di verità.Perchè un altro mondo è possibile.
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“La ragazza che levita”: Alice nel Paese degli Orrori

John Polidori, Mary Shelley, Bram Stoker, Horace Walpole, Ann Radcliffe. Quando si pensa al romanzo gotico, i primi nomi a cui si fa riferimento per inquadrarlo dal punto di vista letterario sono soprattutto questi. Il passaggio successivo è sicuramente quello di identificarlo anche attraverso le sue caratteristiche generali: atmosfere cupe, edifici diroccati, sotterranei tenebrosi, come pure qualsiasi altro elemento che possa suscitare nel lettore un senso di sublime e perturbante. Nell’immaginario comune, la classica trama della gothic fiction vede un castello, un’ambientazione medievale che riprende quello che è stato – per eccellenza – il secolo oscuro e buio lontano dalla modernità illuminata, e un tiranno che dovrebbe personificare il terrore. Così accadeva tra il 1700 e il 1800, ossia nel periodo di massima fioritura del genere che poi ha continuato a esistere – e resistere -, tra revival ed evoluzioni successive (Robert Louis Stevenson, Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, solo per fare qualche nome), sino ai giorni nostri.

Barbara Comyns (1907-1992) raccoglie letteralmente tutti questi elementi e prova a conferirgli una nuova accezione. Per coloro che si staranno chiedendo chi sia questa autrice, la risposta va cercata nella sua opera più famosa (e straordinariamente pubblicata, per la prima volta in Italia, da Safarà Editore con la traduzione di Cristina Pascotto), La ragazza che levita. Della Comyns si sa relativamente poco, se non che ha vissuto un’esistenza burrascosa costantemente in bilico tra eclettismo e  riconoscimenti molto tardivi. Tuttavia, le sue abilità scrittorie affiorano molto presto: inizia a scrivere e a illustrare storie già all’età di dieci anni, ma paradossalmente le prime pubblicazioni arrivano solamente dopo il secondo matrimonio e quando è ormai quarantenne. 

The Vet’s Daughter (questo il titolo originale dell’opera) è una storia immaginaria che racconta le vicende di Alice Rowlands, una ragazza che vive in una zona povera – quasi malfamata – di Londra insieme al padre-padrone, sempre troppo impegnato per via del suo lavoro come “veterinario”, e alla sua fragile madre. Già solamente leggendo le prime pagine del romanzo, il lettore viene avvolto da un ambiente casalingo così cupo da scatenare un senso di profondo disagio: la mobilia scura e consunta, l’odore pungente del cavolo bollito, il rumore inquietante degli animali tutt’altro che curati. Le gioie familiari vengono abbandonate lasciando spazio alla pesantezza, mentre l’esistenza è più uno scorrere passivo anziché qualcosa da vivere attivamente giorno per giorno. Lo stesso accade con la città («Scesi a Fulham Road. Più mi allontanavo e più intensa si faceva la bellezza»). La differenza descrittiva tra centro e periferia – Nord e Sud, in questo caso – è così evidente che la percezione è quella di trovarsi in due mondi completamente diversi: il primo colorato e vitale, il secondo plumbeo e scialbo.

La giornata era quasi giunta al termine ed era stata come la maggior parte dei giorni che riuscivo a ricordare: tutti adombrati da mio padre e tutto un pulire gabbie di gatti e puzzo di cavolo, a fuggire le flatulenze e il profumo di mio padre. Cerano dei momenti di pace, e a volte il sole splendeva, là fuori. Così trascorrevano i giorni. Il mattino scendevo le scale di colore marrone scuro e trovavo mia madre che si muoveva frenetica, attenta a mantenersi sempre vicina ai muri. I suoi capelli spenti spuntavano fuori da una malconcia coda di cavallo, che assomigliava in realtà alla coda di un asino.

La ragazza che levita non è solo un romanzo gotico molto suggestivo, ma anche una favola macabra in cui tornano a galla – o si sollevano da terra, per stare in tema – un gran numero di concetti rilevanti. Prima di ogni altro, la questione femminile. Conoscere la protagonista è un po’ come approcciarsi alle donne del tempo e, di conseguenza, alla società a cui appartenevano: marginalizzate, ridotte all’effimero, sottovalutate, e (quasi) mai considerate nel loro potenziale. Così accadeva anche in famiglia: Alice – come prima era capitato alla madre – è costretta a subire le angherie del padre e della sua insopportabile matrigna, come pure a vedersi annullata qualsiasi forma di libertà (perfino quella basilare di vivere la sua giovane età come vorrebbe). Quella casa, oltre a trattenere un gran numero di ricordi dolorosi, prefigura per la ragazza l’incapacità di difendersi dal terrore e dalla violenza psicologica che costantemente la minacciano. Sono proprio la confusione e i sentimenti negativi a manifestare in lei – come una sorta di meccanismo di difesa – i suoi poteri occulti.

Talvolta la vita che conducevo mi sembrava talmente inutile e triste che immaginavo di vivere in un altro mondo. Allora tutti i tetri utensili marroni della cucina si trasformavano in grandiosi fiori esotici e mi ritrovavo in una sorta di giungla e, quando il pappagallo chiamava dalla sua prigione-gabinetto, non era più il pappagallo, ma un grande pavone bianco che gridava forte. E io vedevo enormi foglie, quasi nere, contro il cielo ardente, e i raggi del sole che vi brillavano attraverso erano simili a spade d’oro; e io potevo allungare le mani e sentirne il calore. Allora il profumo dei fiori, che assomigliava molto a quello delle peonie, arrivava alle mie narici, insieme a uno strano odore di terra umida.

Alice è una ragazza ingenua che cerca di guardare la vita sempre dal lato positivo: vorrebbe realizzare i suoi sogni, vivere la spensieratezza dei suoi anni, trovare un grande amore che le faccia mancare il respiro. A un certo punto sembra anche riuscirci: la sua nuova vita la conduce nell’Hampshire, ma i problemi, insieme a un baule pieno di vestiti nuovi, viaggiano insieme a lei. La realtà è un’altra, non è perfetta come la sua immaginazione, e la ributta a terra facendole incassare un brutto colpo. Alice ha un modo (troppo) innocente per rapportarsi con il mondo e con le persone, sembra non voglia credere che esista la cattiveria. Eppure, è proprio quest’ultima che la fa continuamente inciampare in persone che la sfruttano per ciò che sa fare (soprattutto dopo aver palesato il suo “dono”) anziché adorarla per chi è. Il suo ritorno nella casa di famiglia è, per il padre, l’ennesima occasione per denigrarla e farla sentire un’esclusa: chi mai riuscirebbe a sentirsi etichettare come uno sciagurato incidente senza prima o poi cedere?

«Ci sono cose che dobbiamo dirci, e io le dirò adesso. La cosa più importante è che tu domani lascerai questa casa. Spero di non vederti mai più. Questo giovane Peebles sembra averti presa e, perdio, può tenerti! Non sei mai stata mia figlia. Lo sai che non sei stata capace di camminare prima di compiere due anni? Mi dava il voltastomaco vederti battere le mani sul tuo sedere invece di camminare come un bambino perbene. Guardati adesso, pallida e malaticcia come un pezzo di stoffa sbiadito, senza un filo di carne attorno all’osso. Ma nonostante tu sia una creatura miserevole e in nessun modo posso dirti mia figlia, ti ho mai lesinato nulla? Dimmelo!»

Lo scenario immaginato dalla Comyns è sì lugubre, ma anche inesorabilmente pessimistico, senza una via d’uscita se non quella che Alice riesce a realizzare ogni volta che si solleva in aria, quando si mette in una “bolla” e si distacca – anche solo momentaneamente – dalle persone che le arrecano sofferenza. L’idea de La ragazza che levita è stata elaborata dall’autrice mentre era in luna di miele con il marito, in circostanze felici e decisamente agli antipodi rispetto a quelle raccontate nella storia; quando «il gotico suburbano incontra il realismo magico» – questo uno dei commenti dei critici al testo – il risultato è una lettura trascinante in grado di lasciare un unico e grande desiderio una volta conquistata l’ultima pagina: creare un varco che consenta ad Alice di fuggire da un mondo cattivo per raggiungere il “paese delle meraviglie” in cui tanto meriterebbe di abitare.

Voto: 5/5

Parole chiave

Favola nera: La ragazza che levita è un gotico familiare – molto diverso da quelli che si è abituati a leggere, perché molto più moderno e attuale – in cui si spera nel lieto fine. Molti lo hanno definito come un incrocio tra un testo di Flannery O’ Connor e Stephen King. 
Sogno: il “mondo” in cui Alice si rifugia per difendersi dalle ingiustizie che vive sulla propria pelle, lo stesso che però le fa scoprire di avere un potere straordinario e – purtroppo – scomodo. La sua levitazione la trasforma sciaguratamente in un freak (un fenomeno da baraccone) che può portare guadagno e popolarità.
Alice: come la protagonista dell’opera di Carroll. La Comyns, però, la distingue da quest’ultima creando un personaggio in negativo, non più in viaggio nel “Paese delle Meraviglie”, ma in una realtà fatta di disumanità e cattiveria.
Età Eduardiana: la scelta di ambientare il romanzo in questo periodo non è affatto casuale, piuttosto una mossa consapevole che, da un lato, vuole smascherare un’epoca fatta di soprusi, mentre dall’altra tenta di riproporre le ingiustizie che l’autrice ha vissuto personalmente su se stessa. 
Violenza: sia psicologica che fisica. È uno dei temi che compare più frequentemente nel testo.

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Titolo: La ragazza che levita
Autore: Barbara Comyns
Editore: Safarà Editore
Lunghezza: 149 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: Cresciuta nel sud di una Londra d’età edoardiana, Alice Rowlands desidera romanticismo e avventura, e la liberazione da una vita triste, restrittiva e solitaria. Suo padre, un sinistro veterinario, è brutale e sprezzante; la sua nuova ragazza sfacciata e lasciva; i pochi amici bizzarri e sfuggenti. Alice cerca rifugio nei ricordi di una madre perduta e nelle fantasie di un indistinto desiderio d’amore, e nella fioritura di ciò che lei percepisce come un potere occulto da nascondere a tutti i costi. Una serie di inesplicabili eventi la porterà a un epilogo di terribile trionfo, durante il quale sarà chiamata a svelare suo malgrado il suo eccezionale potere segreto.
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“L’agente segreto”: una storia distruttiva

L’agente segreto (1907) è uno dei romanzi più tardivi di Joseph Conrad (Cuore di tenebra era stato pubblicato cinque anni prima, nel 1902), ma non per questo poco riuscito. Oltre a essere un testo piuttosto profetico riguardo il rapporto tra Terrorismo e Stato, la storia prende ispirazione dall’attacco anarchico al Greenwich Park avvenuto nel 1894. Il dinamitardo di Stevenson e A Girl Among The Anarchists di Ellen e Lydia Rossetti rappresentano un chiaro esempio di quanto la letteratura di fine Ottocento fosse già piuttosto pregna di “testi terroristici”, ma con The Secret Agent si arriva all’apice della narrazione in cui si mescolano plot e complotto in una maniera completamente nuova e diversa.

«Ho paura tuttavia che dovrò sciuparvi la festa. È saltato in aria un uomo a Greenwich Park questa mattina.»

La natura innovativa della narrazione di Conrad è riassumibile nella sua rottura con il classico romanzo di spionaggio: nella letteratura precedente, il terrorista era solitamente il folle isolato che minava all’ordine stravolgendolo completamente nell’interno, il salto compiuto da L’agente segreto sta proprio nel rendere incerto il lato buono da quello cattivo, ponendo tutta la storia su un’indicibilità tra terrorismo e contro-terrorismo. L’autore non sta solo parodiando il punto di vista rivoluzionario, ma sta anche mostrando al lettore la simmetria tra i rappresentanti dell’ordine e quelli del disordine. Ne è un esempio l’Ambasciata sovietica, dove la legge – rappresentata dal vice ispettore Vladimir – è potentemente collusa con l’azione sovversiva e quindi scevra da qualsiasi forma di integrità. Lo sporco dei personaggi si confonde inesorabilmente con l’uggiosità e la lordura che abitano anche la città di Londra. Eppure, in questo scenario quasi nefasto, si inserisce anche uno spiraglio di denuncia politica e sociale: in che modo il potere può riscattarsi una volta che è stato toccato dall’amoralità?

«Non sarò mai arrestato. Il gioco non è all’altezza di nessuno di quei poliziotti. Affrontare un uomo come me, richiede del vero eroismo senza speranza di gloria alcuna.»

Conrad ha dato origine a un testo che è sia un precursore della letteratura moderna, sia un testo in grado di scandagliare le problematicità dell’uomo in rapporto con il pericoloso. Ne L’Agente segreto la trama ruota attorno a un grandissimo vuoto: l’assenza dell’attentato, che non è mai totalmente rappresentato, ma descritto attraverso narrazioni indirette quali notizie giornalistiche o testimonianze personali. Questa mancanza è anche il focus dell’intero testo, soprattutto perché l’autore, da bravo scrittore e studioso, coniuga il romanzo, oltreché nella Storia, anche all’interno di un periodo di avanguardia culturale: un decostruzionismo basato essenzialmente sul carattere distruttivo dell’opera d’arte, proprio come accade con il Dadaismo e il Futurismo, dove il linguaggio è reso al minimo e talvolta composto sul “nulla”. 

La vetrina conteneva fotografie di ballerine più o meno svestite; non ben identificati pacchetti di involucri che facevano pensare a confezioni medicinali; buste chiuse di carta gialla, molto sottili, e con il prezzo di due scellini e sei pence marcato in grosse cifre nere; qualche numero di vecchi fumetti francesi che penzolavano da una cordicella come fossero stati stesi ad asciugare; un bricco sbiadito di porcellana celeste, uno scrigno di legno nero, bottigliette di inchiostro e vecchi timbri; alcuni libri con titoli che alludevano indecenti; qualche copia di giornale sconosciuto stampato alla meglio, con titoli quali La Torcia, o Il Gong, titoli stimolanti.

Adolf Verloc, il protagonista della vicenda, ha una doppia vita: apparentemente gestisce un negozio di cianfrusaglie (perlopiù a sfondo erotico) a Londra, ma ufficialmente è una spia al servizio dell’Ambasciata russa e della polizia britannica. Dovrebbe essere un uomo spavaldo e sicuro di sé, eppure la sua natura da inetto non solo gli compromette il lavoro da agente segreto, ma anche la sua relazione con Winnie, una donna che si è unita in matrimonio a lui non per amore, ma semplicemente “per comodità”. Il fatto è che Winnie è più legata al fratello Stevie – affetto da un ritardo mentale – piuttosto che al marito, e la tensione che si instaura tra i due è un sentimento comprensibile sin dalle prime pagine del libro. Il rapporto tra i due coniugi non è la sola miccia pronta a saltare in aria da un momento all’altro, ma è certamente accompagnata anche dalla vicenda che ruota attorno al povero e ingenuo Stevie. Il suo ruolo marginale (e simultaneamente essenziale) descrive il carattere degenerativo dell’intera trama. I cerchi concentrici che disegna costantemente sui fogli di carta non simboleggiano solamente la confusione labirintica di Londra – a maggior ragione in quegli anni, in cui gli anarchici la occupavano realmente -, ma anche il turbinio psicologico in cui sono coinvolti i personaggi stessi a partire da quello che viene riconosciuto come l’attentato. In realtà, questi segni, rappresentano il modello dominante dell’intero romanzo: un vorticoso percorso in cui le situazioni sono destinate a ritornare e a ripetersi senza che ci sia un effettivo raggiungimento di una soluzione.

Mr. Verloc, alzandosi con pesante riluttanza dal divano, aprì la porta verso la cucina per lasciare entrare un po’ d’aria, rivelando così la presenza dell’innocente Stevie, seduto buono e tranquillo ad un tavolo di legno, intento a disegnare circoli, circoli, innumerevoli circoli, concentrici, eccentrici, un vortice impazzito di circoli, che attraverso una molteplicità intricata o curve ripetute, uniformità di forme, e una confusione di linee intersecatesi tra loro, suggeriva una riproduzione del caos cosmico, il simbolismo di un’arte folle che tenta l’inconcepibile.

I riferimenti a Lombroso («Se leggi Lombroso…») e a Freud sono la cartina di tornasole di un mondo destinato a deflagrare su se stesso. Se il romanzo può essere definito un capostipite del genere dello spionaggio, è certo anche che da quest’ultimo si differenzia soprattutto per la grande crisi a cui viene sottoposto il concetto di verità. Quella de L’agente segreto è una storia in cui la matassa dei misteri non si sbroglia affatto, anzi è destinata ad attorcigliarsi ancora di più, annodandosi addirittura su se stessa. Ciò che mette in scena Conrad è una tragedia pubblica che ha delle ripercussioni potenti anche sulla sfera privata: la dimensione personale e collettiva interagiscono tra di loro su un terreno comune che coinvolge e sconvolge soprattutto l’innocenza di Stevie, come anche l’intimità della casa dei Verloc. Quello che dovrebbe essere un luogo di protezione inviolabile da qualunque estraneo, si rivela essere in realtà immischiato con la morte e la corruzione. Succede con la vetrina costellata da fotografie di donne svestite o libri indecenti, e pure con il retro del negozio che si scopre essere null’altro che un ritrovo per gli anarchici locali. 

Chiuse la porta alle loro spalle con violenza trattenuta, girò la chiave, tirò il paletto. Non era soddisfatto dei suoi amici. Alla luce della filosofia dinamitarda di Mr. Vladimir apparivano disperatamente futili. Poiché la parte di Mr. Verloc nella politica rivoluzionaria era stata fino ad allora quella di osservare, non poteva tutto ad un tratto, che fosse in casa propria o in più vaste riunioni prendere l’iniziativa dell’azione. Doveva stare attento.

Quello che più colpisce di questo testo è sicuramente il modo in cui l’autore  racconta vicende, situazioni e personaggi. Urge una premessa fondamentale: per Joseph Conrad, l’inglese – lingua in cui è stato scritto L’agente segreto – era un idioma appreso, non ufficiale, che veniva sicuramente dopo il polacco – suo per appartenenza familiare – e il francese. Detto questo, è inverosimile pensare a come abilmente siano state rese sensazioni quali lo smarrimento, l’inquietudine, la degenerazione o, addirittura, la concitazione della metropoli britannica in relazione ai suoi abitanti. La suspense che si sente soprattutto nella centralità del romanzo è qualcosa che non può passare inosservata, a maggior ragione se si considera che è proprio quella a conferire il suo maggiore successo. Il personaggio cardine? Non me ne voglia il protagonista, ma Winnie Verloc è un brulicante serbatoio di melodramma e follia in cui si riflette la disperazione tipica di chi non riesce a trovare una via d’uscita. Eppure, la sua afflizione conserva sempre una punta di assoluta razionalità: la critica l’ha definita l’unica vera anarchica della storia, e come non condividere questa posizione se la sua compostezza collide fortemente con l’impreparazione di chi l’anarchia dovrebbe rappresentarla davvero. La radiografia della società ipotizzata da Conrad ha un esito catastrofista e ineluttabile: non è un caso che sia proprio la figura del Professore a comparire per ultima nel testo, quasi a dire “è così che deve andare a finire”.

È intanto l’incorruttibile Professore camminava a sua volta, distogliendo gli occhi dalla folla odiosa dell’umanità. Non aveva futuro. Nè lo volev. Egli era forte. Con il pensiero accarezzava immagini di rovina e distruzione. Camminava fragile, insignificante, trascurato e miserabile… e terribile nella semplicità della sua idea, che si appellava alla follia e alla disperazione per la rigenerazione del mondo. Nessuno lo guardava. Passava oltre, insospettato e malefico, come la peste nella strada affollata di esseri umani. 

Curiosità

1) Ellen e Lydia Rossetti, oltre ad aver scritto – con lo pseudonimo di Isabel Meredith – nel 1903 A Girl Among The Anarchists, sono anche state le editrici della rivista The Torch, “La Torcia”, non solo citata da Joseph Conrad nel primo capitolo de L’agente segreto, ma addirittura esposta nella vetrina del signor Verloc ed “eletta” a un punto riferimento totale per tutto il testo.

2) Il fallito attentato a Greenwich da parte di Martial Bourdin ha un grosso impatto sulla stampa dell’epoca: colpire quel luogo significava minare nel profondo il simbolo della scienza, ma soprattutto – a partire dal 1880, quando una conferenza a Washington ha deciso di fissare il meridiano 0 – anche l’emblema del tempo pubblico e uniforme. Ecco perché, con l’attacco alle Torri Gemelle, il romanzo di Conrad è stato visto da molti come incredibilmente profetico, ossia un grande anticipatore di quello che è stato un colpo basso al cuore del tempo del moderno.

3) Io ho scritto questa recensione basandomi sull’edizione integrale dei “Grandi Tascabili Economici Newton”. Non so che edizione abbiate in mano, ma evitate di leggere la prefazione – almeno fino a quando non avete ultimato la lettura – perché nel saggio critico di Walter Mauro viene rivelato lo svolgersi integrale dei fatti. Per di più, in questa versione ho riscontrato diversi refusi.

Voto: 4/5

Parole chiave

15 febbraio 1894: la storia che racconta Joseph Conrad prende le mosse proprio da questo giorno, quando Martial Bourdin muore accidentalmente in un fallito attentato all’osservatorio di Greenwich. L’evento storico e la storia familiare raccontata nel libro (Martial Bourdin come Stevie, la sorella dell’attentatore come Mrs. Verloc) si intrecciano profondamente producendo delle analogie davvero interessanti e che si sbrogliano nel corso delle pagine.
Il professore: personaggio inquietante e significativo, simbolo puro della morte, che gira tutto il tempo per Londra con una bomba addosso e senza mostrare il minimo timore per quello che potrebbe accadere. È un “detonatore vivente” che manifesta la sua potenza nell’ipotetica ed eventuale autodistruzione.
Psicologia: L’Agente segreto è prima di tutto un romanzo in cui genere spionistico e giallo si mescolano, ma anche una accurata analisi psicologica dei personaggi che lo compongono.
Luce e ombra: la dicotomia che si insinua nel romanzo, un contrasto che il lettore coglie negli eventi e nei personaggi, soprattutto nel nucleo famigliare degli stessi signori Verloc. In questa battaglia, però, solo uno degli elementi è destinato a vincere: un’ombra che annerisce l’intera Londra nella più totale indifferenza.
Terrorismo: Conrad coglie il carattere “prismatico” del terrorismo, descrivendolo come qualcosa che non ha solo una faccia ma più volti. Sceglie questo tema anche per una ragione storicamente concreta: verso la fine del XIX secolo in Europa, il terrorismo ha conosciuto una così forte impennata da diventare quasi fenomeno endemico (che da quegli anni si è prolungato fino ad oggi).

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Titolo: L’agente segreto
Autore: Joseph Conrad
Editore: Giunti 
Lunghezza: 384 pagine
Prezzo: 8 euro
Trama: Londra 1894: Verloc conduce una vita tranquilla insieme alla moglie Winnie con cui gestisce un piccolo negozio; con loro vive anche Stevie, fratello minore di Winnie. Solo una facciata di apparente normalità perché Verloc ha qualcosa da nascondere. Da anni lavora come agente segreto per il governo del suo paese che lo ha incaricato di infiltrarsi in un gruppo di anarchici e di organizzare un attentato. Costretto ad agire nel silenzio, convince Stevie ad aiutarlo, senza immaginare che questa scelta metterà in moto una serie di conseguenze drammatiche. Anarchici e terroristi, servizi segreti e ambasciate, storie misteriose e drammi umani si dipanano in una trama avvincente che trae ispirazione da un episodio realmente accaduto. Un capolavoro della spy story inglese che si trasforma in un fosco racconto psicologico.
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“Come il sole di mezzanotte” di Liliana Onori

Come il sole di mezzanotte (Librosì Edizioni, 2015) è un regency che però possiede una grande ventata di contemporaneità. Scritto da Liliana Onori e primo libro di una dualogia il cui seguito è Ci pensa il cielo, questo testo è sì ambientato nell’Irlanda di fine Ottocento, ma anche un po’ ai giorni nostri se si pensa ai dialoghi poco “pomposi” e a certi elementi contenuti nel testo. Protagonista della storia è Anna DeLarey, una ragazza diciassettenne che, dopo gli studi al Collegio delle suore del Sacro Cuore di Berna, ritorna stabilmente a casa dalla sua famiglia e nel suo mondo fatto di chiacchiere da salotto e balli. Anna è figlia di Conrad e Diana, ma con entrambi ha un rapporto diverso: il padre, molto affettuoso e comprensivo, è un punto di riferimento fondamentale nella sua vita; la madre invece, rigida e ligia alle consuetudini della classe sociale a cui appartiene, si pone spesso più come nemica che complice.

Anna non capiva perché sua madre fosse sempre così severa nei suoi confronti. Cercava di accontentarla in tutto: andava ai tè con le sue amiche noiose, indossava gli abiti che le faceva confezionare nonostante per i suoi gusti fossero troppo sfarzosi, faceva amicizia con tutti quelli che le suggeriva solo perché considerati dei buoni partiti. Avrebbe anche partecipato al ballo in maschera che si sarebbe tenuto di lì a un mese nella loro stessa casa e a cui avrebbero preso parte le famiglie più in vista della contea di Queenstown. Sua madre ci teneva tanto, stava organizzando tutto nei minimi dettagli e non voleva deluderla. Era un modo, lo sperava, per avvicinarsi un po’ a lei. Anna avrebbe tanto voluto che tra loro ci fosse complicità e non quel divario che non riusciva a colmare. Diana era sempre troppo scostante e tutte le volte che Anna tentava di avvicinarsi a lei, Diana irrimediabilmente si distaccava rimproverandola che certe confidenze tra madre e figlia non erano opportune.

L’atmosfera ricorda tanto quella letta in tanti altri romanzi storici in costume, e non a caso Cime tempestose è proprio uno dei classici a cui l’autrice attinge delicatamente sia nella stesura della storia che nelle descrizioni paesaggistiche che richiamano le fascinose brughiere. Come accade proprio tra Heathcliff e Catherine, la storia vissuta tra Anna e Julian è tormentata e intensa. I due ragazzi si conoscono sotto le fronde di una quercia secolare, si innamorano, e poi non vorrebbero lasciarsi più. Il condizionale è d’obbligo, perché la vita li mette di fronte a dei fatti che chiaramente sconvolgono i loro piani d’amore. Ma questi accadimenti, tanto inaspettati quanto forti, sono anche ciò che rendono la lettura di questo testo un vero e proprio saliscendi di emozioni: la convinzione che possa succedere un determinato fatto viene spazzato via dall’imprevedibilità, e la sensazione che ha il lettore è che ogni azione ne abbia in serbo inevitabilmente anche un’altra.

Quando Anna le ascoltava non poteva fare a meno di sentirsi diversa da loro. La sua vita era stata fin dall’infanzia ordinaria e tranquilla, aveva sempre fatto tutto quello che ci si aspettava da una lady come lei senza mai pensare realmente a cosa ci fosse al di là di quel mondo fatto di regole e pregiudizi. Presto avrebbe dovuto cominciare a pensare al suo futuro, trovare un buon marito e crearsi una famiglia, ma i ragazzi della sua età che potevano apparire dei buoni partiti agli occhi dei suoi genitori sembravano molto più interessati alla sua dote che non a lei. Meglio moglie di un povero diavolo!, pensava. Ma questo non poteva dirlo perché i legami tra persone appartenenti a ceti sociali diversi erano inaccettabili e nessuno voleva sentirsi dire il contrario e che alla base di un matrimonio ci sarebbe dovuto essere l’amore non il rango.

Come il sole di mezzanotte non è solo la storia di una passione che fa mancare il fiato, come accade con il primo amore, ma è anche il racconto di quanto i rapporti sociali si possano dividere tra l’effimero e il duraturo. Anna è sicuramente una ragazza diversa e molto più matura della sua età, i dettami imposti dal suo status sociale non le appartengono: lo dimostra nelle conversazioni con gli “altolocati” con cui ha a che fare abitualmente, lo evidenziano i suoi interessi per niente superficiali, lo manifesta apertamente innamorandosi del marinaio Julian. Ma l’appartenenza che Anna rinnega, come uno strano scherzo del destino, la lega indissolubilmente a una vita che non sente sua. Ha passato anni chiusa in un collegio e tra le mura di casa, eppure la sua mente è più aperta che mai; lei ama volare con fantasia, e di certo le storie già scritte la fanno sentire come un viaggiatore a cui vengono tarpate le ali.

«Di che parla?», domandò mentre si sdraiava sul letto mordendo una mela rossa.
«Di due giovani, cresciuti insieme come fratello e sorella, che si innamorano disperatamente. Heathcliff è un ragazzo sopra le righe, orgoglioso e ribelle. Mi ricorda molto te», gli disse sorridendo, «Catherine, invece, è in apparenza più posata, ma dentro di lei l’amore si divincola come una bestia in gabbia. Il sentimento tra i due è molto forte ma poi Catherine sposa un giovane del suo ambiente e questo la separa inevitabilmente da Heathcliff, che però non smette un solo giorno di amarla. È un romanzo ricco di passione, dolore, amore, odio. C’è un brano che voglio leggerti… anzi, no…», si sbrigò a dire, «voglio che sia tu a leggermelo. Eccolo qui!» gli porse il libro dopo aver trovato la pagina che le interessava. «Leggi da questa riga in poi» gliela indicò con il dito indice. 

Oltre a Cime tempestose, un altro testo che viene citato da Liliana Onori nel suo romanzo è anche l’Amleto di Shakespeare, non solo in riferimento alla difficile storia tra i due ragazzi, ma anche come preludio dei fatti che sconvolgeranno – forse irrimediabilmente – i loro desideri. La vita è una linea temporale che non prevede pause o riavvolgimenti, sebbene possieda momenti difficili, il suo compito è essenzialmente quello di andare avanti. L’unica cosa che sembra assicurare sono persone che leniscano i dolori e riportino il sorriso laddove si sia scomposto. Anna, da ragazza forte e combattiva, si trasforma anche in una piccola donna fragile che deve far fronte a delle insicurezze che la mettono duramente alla prova. Non da sola, ma insieme a qualcuno che abbia sofferto delle sue stesse mancanze: William.

Seduta davanti alla finestra della sua stanza, Anna osservava il tempo che passava attraverso lo scorrere delle stagioni. A Gennaio e a Febbraio, il giardino appariva bruciato dal gelo. Solo poche piante non si erano seccate, nonostante gli sforzi di Henry di salvarle tutte. Anna si sentiva come il giardino della sua casa, consumata da un freddo che non ne voleva sapere di andarsene, da un incancellabile lutto che non la lasciava più vivere. 

Come il mare dapprima calmo e poi in tempesta – lo stesso che sogna di solcare Julian su una nave tutta sua – Come il sole di mezzanotte regala al lettore momenti di placida tranquillità mista ad altri di acceso fermento. Una storia adatta prima di tutto ai romantici d’animo, ma anche a chi è curioso di leggere come dei Classici della letteratura possano avere delle declinazioni sulla scrittura degli autori di oggi. In alcuni stralci mi sono ritrovata a pensare che la vicenda dei due protagonisti-amanti potesse essere snocciolata meglio, magari accantonando gli sviluppi di altri personaggi che, talvolta, hanno solamente reso caotico il racconto. La mia personale e profonda stima per chi lavora sulla scrittura di una storia non cesserà mai, e questa ha molte potenzialità insite nelle sue parole. L’ambientazione nel passato le conferisce un’eleganza che è difficile non notare, come i colpi di scena che non abbandonano il lettore neppure all’ultima pagina.

Voto: 3/5

Parole chiave

Come il sole di mezzanotte: il significato di questa espressione si spiega attraverso la storia di Anna e Julian, un modo per esprimere a parole il loro profondo legame. «Vorrei un giorno fatto solo di pomeriggi in cui non ci fossero tramonti a separarci» le disse un giorno, mentre se ne stavano abbracciati sotto le fronde di Alfred. «Ci sono dei posti nel mondo in cui il sole non tramonta per metà dell’anno. Lo chiamano ‘il sole di mezzanotte’ perché splende anche di notte. Ci vorrebbe una cosa del genere per noi» sospirò. Julian sorrise e poi, guardandola negli occhi, le disse con amore «Tu sei il mio sole di mezzanotte, Anna… Illumini tutte le ore dei miei giorni.»
Opere letterarie: utilizzate non solo per impostare un filo logico da seguire nella vicenda, ma anche per poter far “parlare” i personaggi e metterli in contatto tra di loro. Ciò che succede nelle trame degli importanti romanzi citati riempie anche le vicende dei protagonisti come se rappresentassero una sorta di copione da seguire (ma anche da stravolgere completamente).
Aspettative: quelle della famiglia di Anna, soprattutto della madre, e del ceto sociale a cui appartiene. 
Ambientazione: prettamente ottocentesca, anche se nel modo di parlare un po’ meno. In Come il sole di mezzanotte avviene uno “svecchiamento” dei romanzi in costume che siamo abituati a leggere, un aspetto che può piacere e non piacere.
Bosco: spazio di confine che rappresenta il luogo, lontano da occhi indiscreti e “giudicanti”, in cui i due ragazzi possono essere se stessi e dimenticare le loro origini diverse.

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Titolo: Come il sole di mezzanotte
Autore: Liliana Onori
Editore: Librosì Edizioni
Lunghezza: 376 pagine
Prezzo: 15 euro
Trama: L’amore che si scopre, che è linfa, che riesce a illuminare come un sole a mezzanotte. È quello che vivono Anna e Julian, certi che il loro sentimento possa superare qualsiasi differenza e vincere su ogni forma d’odio. Ma non nell’Irlanda di fine ottocento dove le convenzioni sociali riescono a oscurare qualsiasi tipo di legame, persino quello tra una madre e sua figlia. Anna scoprirà, così, che l’amore ha molte forme: può essere estremo, tragico, può nascere dall’amicizia, dalle consuetudini, dall’indifferenza e può generare rancore e distacco; soprattutto può essere grande nella rinuncia e piccolo nell’accettazione e celarsi ovunque, magari dietro al tronco di un grande albero. Il secondo romanzo di Liliana Onori stupisce per la sua intensità ed è in grado di catapultare il lettore in un’epoca ed in un luogo lontani, eppure così vicini per la forza dei sentimenti, capaci di vincere anche il tempo.
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“La seta e l’uragano” di Emanuele Somma

«Tanta umanità attraversa ogni giorno il nostro campo visivo», scriveva Amos Oz in Contro il fanatismo, ma non sempre questa vita riesce a catturare la nostra attenzione. Cosa succederebbe, però, se mettessimo in pausa la frenesia giornaliera e provassimo a osservare i corpi con cui entriamo in contatto per imbastirci addosso delle storie? Sicuramente daremmo sfogo alla nostra più fervida immaginazione, vestiremmo i panni di uno scrittore, e sicuramente ci accorgeremmo che ogni cosa può diventare una narrazione, perfino una giornata passata nella più banale abitudinarietà. 

Durante quelle serate in strada parlavamo di tutto: di Dio e della scrittura, della vita, la morte, e di donne, le droghe, le sue esperienze – aveva vissuto in Jamaica quando era un trafficante – mi parlava della gente del Dalai Lama che lo aveva incontrato e dei tre segreti di cui lui era custode, di uno di essi almeno, riguardo il Gesù nero, e di un Tesoro nascosto in California dietro un muro in una biblioteca. Mi disse di aver ucciso. E poi arte: era stato uno sculture promettente un tempo. Dei lavori, oppure dei tempi senza nessun lavoro. Di soldi che non avevamo. [Jean Baptiste senza gambe]

La seta e l’uragano di Emanuele Somma lavora un po’ in questa direzione: non è solamente una raccolta di racconti ambientati a Miami Beach, ma anche un interessante fermo immagine delle persone che abitano la realtà quotidiana. I luoghi in cui veniamo catapultati attraverso questi testi sono lontani e allo stesso tempo incredibilmente vicini, ed è proprio questo raccontare un “distacco” con il cuore di chi sembra essere ancora a casa ciò che conferisce a queste storie di grande curiosità. In tale spaccato – a metà tra il familiare e lo straniante – ci troviamo in un’America che è sia sogno che incertezza: nella Florida colpita assiduamente da forti catastrofi naturali, si scoprono anche le catastrofiche (o quasi) vite delle persone che incontra l’autore, scrittore e anche abile fotografo che impressiona su carta ciò che vede e incontra sul proprio cammino. Le radici del testo crescono insieme alla necessità di raccontare la vera esistenza: niente di inventato o fittizio, piuttosto qualcosa di nudo e crudo come solo può essere la vita reale, nelle sue gioie e anche nei suoi dolori.

La televisione e i giornali avevano riempito in fretta le prime pagine e le notizie in anteprima al riguardo. In Florida la stagione degli uragani è accompagnata da spot pubblicitari, notizie meteo non-stop con gli inviati in poncho direttamente esposti alle intemperie delle tempeste tropicali o uragani. Quasi sempre vicino la riva per mostrare la rabbia delle onde del mare, o quelle palme piegate nella bufera come tante immagini di Cristo sofferente a testa bassa. Acqua e ancora acqua. E subito spots per generatori, provviste, supermercati e articoli vari per le emergenze. Il business dei disastri naturali non chiude mai bottega in Florida. [Scene di blackout a Miami]

Nella normalità (sottosopra) descritta da Somma, trovano spazio i vizi e le virtù delle persone, ma anche i loro traguardi e le loro difficoltà. In qualsiasi zona di buio è possibile scorgere un po’ di quella luminosità in grado di spingere in avanti, ecco perché in ogni testo si possono leggere anche la necessità di ripartire altrove e di raccontare tutte le sfaccettature emozionali che derivano da una decisione così netta. In un certo senso, è piuttosto strano il lavoro di immaginazione che compie l’autore: scrive dei racconti ambientati oltre oceano, eppure annulla completamente la distanza che si frappone tra il suo paese natio e quello che lo sta “ospitando” (insieme alle sue storie) attraverso una serie di elementi familiari. 

Ma il sogno americano era così chiamato perché devi essere addormentato per crederci davvero, come scoprivi solo dopo averci vissuto qualche anno. E così ti ritrovavi come me, in una forma perversa di duplice esilio, in una inconsistenza che non era solo geografica ma anche esistenziale, emozionale e folle. In un appiccicoso limbo, e sospeso come sulla tela di un ragno tra due continenti distanti. Di giorno vivevo in America, da anni, ma nei miei sogni ero quasi sempre in Italia. Se solo si potesse proiettare: milioni di immigrati in ogni angolo del mondo, ogni notte, si addormentano sognando la propria terra di appartenenza e le persone lasciate indietro. [Da Tre re]

Non esiste solamente la realtà ovattata che crediamo, ma anche quella che rimane nascosta tra le righe, quella che si vive solamente viaggiando insieme a ciò che ha in serbo il destino per noi. Per questo, La seta e l’uragano è un titolo che che va pari passo anche con l’esistenza: serena e bella nei suoi momenti più facili, disastrosa e difficile in quelli un po’ meno. Il lettore viene immerso nelle storie contenute in questo testo con delicatezza, quasi come se lo scrittore volesse prima farlo abituare a quello strano “sradicamento” che si ritroverà poi a leggere tra le pagine. In apparenza i racconti sembrano non avere nulla in comune, ma considerandoli nell’insieme si instaura tra di loro un legame che li fa apparire come tante voci di uno stesso punto di vista. Nonostante emerga costantemente la difficoltà di inserirsi in un paese lontano, ciò che fa dialogare tutti i testi è anche quel legame stabilitosi tra un italiano in America e la lingua madre con cui cerca di mantenere le sue origini.

«Ah sei italiano… Che bella l’Italia, io parlo un poco italiano!»
«Di dove sei?» Mi chiese poi il padre con due soffici e intelligenti occhi azzurri.
«Roma città.»
«La santa Roma…» Disse lui con nostalgia.
[Il padre]

Probabilmente non è nemmeno un caso che questa raccolta abbia come sottotitolo “Racconti di uno scrittore maledetto italiano a Miami”: Emanuele Somma non si fa portavoce solo di quella realtà che fatica solitamente a entrare in un libro, ma anche di una nostalgia provata nei confronti di qualcosa che non gli appartiene più (ma che comunque fa rivivere attraverso i personaggi delle sue storie).

Eravamo tutti vittime di una nostalgia malsana, una saudade, di una mancanza viscerale della terra d’origine che non guariva mai del tutto. Eravamo stati amputati in qualche parte dell’anima, e la stessa non poteva più adattarsi a vivere in un luogo e lasciare andare completamente l’altro nella dimensione dei ricordi. Quando ero in USA mi mancava l’Italia, ma dopo poco tempo passato a casa mi rendevo subito contro che dovevo tornare in America. Ormai non potevo più vivere in entrambi. [Tre re]

Durante la lettura de La seta e l’uragano faremo la conoscenza di tante persone, ognuna con un suo bagaglio di vita; eppure in mezzo a tutte queste voci estranee riusciremo comunque a trovare il modo di sentirci a casa.

Voto: 3/5

Parole chiave

Racconti: questo testo è un collage eterogeneo di storie che possono anche essere lette in ordine sparso. Il loro iniziare e finire improvvisamente può indurre in lettore a non affezionarsi profondamente a quello che legge, ma l’essere così effimere è anche ciò che le rende facili da affrontare.
Linguaggio: il metodo di scrittura di Emanuele Somma è semplice e scorrevole; a volte affianca delle parole italiane con altre straniere, ma questo non ha un effetto straniante, piuttosto rimarca ancora una volta il carattere “italo-americano” dei suoi testi.
Sfumature: ne La seta e l’uragano non c’è solo un lato della vita, ma tanti. È impossibile non immedesimarsi, almeno una volta, con i sentimenti con cui si entra  in contatto.
Viaggio: quello che ha condotto l’autore lontano da casa, ma anche quello che si fa mentre si legge questo libro. Quante volte ci siamo chiesti come potrebbe essere la nostra vita altrove? 
Amore: il filo conduttore – e sotterraneo – che unisce i racconti. L’amore per la scrittura, l’amore per la vita, l’amore per una persona, l’amore per un luogo, l’amore per qualcosa che è stato. Questo sentimento è onnipresente proprio per ricordarci che le difficoltà non sono mai troppo dure se alla fine riusciamo a credere che qualcosa di bello sia sempre possibile.

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Titolo: La seta e l’uragano
Autore: Emanuele Somma
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 76 pagine
Prezzo: 5,19 euro
Trama: Queste storie costituiscono una sorta di collage di improbabili “selfies” dei personaggi veri della realtà di Miami Beach. L’ autore offre uno sguardo su una città decisamente diversa da come viene dipinta nelle riviste e in TV, o dai calciatori e le modelle. Dopo aver messo piede per la prima volta a Miami durante una delle peggiori stagioni cicloniche nella storia della Florida, una serie di vicende personali e amorose si mescolano alle catastrofi naturali vissute durante l’alternarsi delle tempeste. Ma forse alla fine nel rendersi conto che la vita è un susseguirsi di stagioni degli uragani si impara ad amare anche la pioggia battente e il forte vento contrario.
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Ma “Dentro la maschera”, cosa si nasconde?

Leggere Dentro la maschera (ABEditore, 2018) significa fare un viaggio letterario all’interno dell’orrore, dell’incubo e del grottesco. Protagonisti di questo raffinato libricino sono quattro brevi opere scritte da Marcel Schwob, Gustav Meyrink, Guy De Maupassant ed Edgar Allan Poe, autori e anche attori di quel palcoscenico che ha visto la narrativa gotica al centro della scena tra Settecento e Ottocento. La maschera è presente nel titolo, ma rappresenta anche l’oggetto preponderante attorno a cui ruotano le storie e quindi il fil rouge – così come viene riportato nella prefazione scritta da Sara Elisa Riva – comune a tutte quante. Solitamente affiancata al teatro o al periodo carnevalesco, in questo frangente si pone invece alla stregua di un elemento di contraffazione che cela un orrorifico “io”. Ma comico e deforme sembrano due mondi destinati a incontrarsi, e questi racconti rappresentano proprio quella terra di confine in cui questi due spazi – all’apparenza distanti – si toccano.

Alla base di questo progetto editoriale si collocano due punti fissi imprescindibili per far sì che che la raccolta risulti al tempo stesso funzionale e omogenea, nella sua pur innata eterogeneità. Il primo risiede nel tema prescelto: la maschera, da sempre linea di confine tra realtà e finzione, tra possibile e impossibile, tra orrore e divertimento. Il secondo, invece, si situa nel periodo storico in cui vengono scritti i racconti, ovvero – a esclusione di Poe, il cui racconto, irrinunciabile per fama e bellezza, è datato 1842 – in quella quindicina d’anni che dal crepuscolo dell’Ottocento ci traghetta sino agli albori novecenteschi.

La scelta di racconti cronologicamente legati tra loro può essere vista anche come una sorta di percorso per tappe. Il primo testo con cui entriamo in contatto è Il re dalla maschera d’oro di Marcel Schwob, scritto dal romanziere francese sul finire dell’Ottocento (1892) e incentrato sulle lugubri vicende di un monarca a capo di una città in cui tutti gli abitanti sono mascherati. Che Schwob fosse grande amico di Wilde forse ne è manifestazione la sua grande attenzione per l’estetica (e anche l’esteriorità) che assurge da certi elementi, primi tra tutti i dettagli che accompagnano il sovrano. L’autore ha cura di informarci della sua maschera forgiata con dell’oro, ma soprattutto ci fa capire fin da subito l’enorme importanza che è attribuita all’apparenza. Quell’oggetto prezioso che copre il volto non è solamente un tradizionale simbolo di appartenenza sociale: rappresenta anche il limite oltre cui al re non è dato sapere e farsi conoscere. Qual è il suo vero io? Il re dalla maschera d’oro ragiona in un certo senso anche sul tema del doppio, e nel racconto a instillare questo dubbio nella mente del sovrano è un mendicante cieco che lo accusa di ignorare come stiano le cose in realtà. In questo contesto, vero e falso costituiscono due facce della stessa medaglia. Entrambi questi concetti, però, sembrano giungere a un’unica conclusione: non è tutto oro ciò che luccica, ecco perché quello che aspetta il re una volta trovato il coraggio di scoprire se stesso è un’amara – e anche tragica – sorpresa.

E il vecchio mendicante le rispose: «Senza dubbio il sangue del suo cuore, che gli era sgorgato attraverso gli occhi, lo aveva guarito dalla sua malattia. Ed è morto, pensando di indossare una maschera disgraziata. Eppure, a quest’ora, egli ha deposto tutte le maschere: d’oro di lebbra e di carne.»

Con il secondo racconto ci addentriamo, invece, all’interno di un’atmosfera decisamente più macabra ed esoterica. L’uomo sulla bottiglia (1904) di Gustav Meyrink – già autore del Golem – compie un passo in avanti rispetto al testo precedente: si avvicina all’oscuro e al subconscio, quasi come se le parole contenute al suo interno non fossero altro che delle immagini affioranti dai meandri più reconditi della mente. Il protagonista principale della storia è Darasche-Koh, un ricco principe che organizza un ballo in maschera nel suo palazzo non tanto per divertimento, piuttosto per una losca vendetta nei confronti della moglie e dell’amante. In realtà, veniamo a conoscenza dei fatti che accadono non attraverso le sue parole, ma grazie a un “personaggio-mediatore” che fa un resoconto di quanto accade e guida il lettore all’interno di un vero e proprio spettacolo sadico in cui, sullo sfondo, imperano le minacciose fauci di una tigre. L’ambiente (e ciò che si incontra) è degno di ogni altro romanzo del terrore, ma in questo caso la ricca reggia in stile Mille e una notte – e anche gli elementi insoliti al limite del possibile – ci proiettano quasi verso una storia esotica dai risvolti macabri. La terrificante “mascherata” non è altro che l’espediente simbolico in cui si riversano vizi e debolezze degli uomini: L’uomo sulla bottiglia è la manifestazione di un’alterità che opprime, e quel battito di ali nere che incalza ritmicamente la lettura non è solamente un presagio che pende sulle teste dei personaggi, ma anche un’ombra che insegue il lettore fino all’ultima pagina.

A intervalli brevi e regolari, senza alcun nesso logico e riconoscibile, le figure venivano scosse da uno spettrale e fugace anelito di vita e ritornavano subito dopo al precedente stato di mostruosa rigidità cadaverica. Pareva che l’immagine zampettasse sugli interstizi morti passando da uno stato all’altro come la lancetta di una torre d’orologio saltella da un minuto all’altro in un sogno rarefatto.

Dall’esoterico-esotico di Meyrink si passa poi alla maschera raccontata da Guy De Maupassant, scrittore francese padre del celebre Bel Ami. Pubblicata per la prima volta su L’Echo de Paris nel 1889 e parte di una collezione intitolata La bellezza inutile, la storia di Le Masque fa del potere della fascinazione un punto decisamente cardine. Da una parte veniamo proiettati all’interno di una sorta di ballo in costume nel prestigioso Élysée-Montmartre di Parigi, dall’altro facciamo la conoscenza di un “ballerino” – all’apparenza un giovane dandy – che durante le danze si accascia improvvisamente al suolo cogliendo di stupore tutti i presenti. Nonostante la relativa brevità, Guy De Maupassant riesce comunque a imbastire una storia efficace fatta di negazione – un po’ sulla scia delle tematiche già espresse in precedenza con Marcel Schwob – in cui il travestimento cela dei sentimenti di macabra nostalgia. Dietro la maschera ci sono le fattezze di un povero vecchio intenzionato, a tutti i costi, ad adottare qualsiasi stratagemma pur di nascondere il suo deperimento fisico (quest’ultimo, però, inevitabile). Il suo celarsi è il simbolo di un rifiuto, ma anche l’emblema del malcontento che abita la sua esistenza. In questa circostanza in cui centrali sono il tempo e il suo scorrere, significativo appare anche il nome “Madeleine” scelto proprio per il personaggio femminile: una donna costretta a convivere con un uomo legato al ricordo del passato, e con la nostalgia di quello che è stato.

Il vecchio ballerino sembrò cercare nella sua memoria, per poi ricordare, e disse il nome di una strada che nessuno conosceva. Fu quindi necessario chiedergli qualche dettaglio in più sul suo quartiere. L’uomo li fornì con infinita pena e una lentezza e un’indecisione tali da rivelare a tutti il disordine del suo pensiero.

Edgar Allan Poe è di certo uno scrittore che tutti conoscono: maestro di quella letteratura dell’orrore che dall’Ottocento si è prolungata fino ai giorni nostri, rifondatore – in chiave più moderna – del genere gotico, esplicatore di certe tematiche culturali altrimenti dimenticate dal passato (come ad esempio le superstizioni). Queste sono anche le basi da cui nasce La mascherata della morte rossa, un racconto del 1842 – quindi il più longevo tra i quattro proposti nella raccolta – in cui è descritta la “carnevalizzazione” di una festa del potere. Il contesto in cui viene ambientata la storia è una terribile pestilenza che sta decimando la popolazione del principe Prospero, mentre la cornice che muove i personaggi è rappresentata dall’abbazia in cui si tiene una festa in maschera. L’edificio non è solamente il simbolo del microcosmo borghese, ma anche dello spazio interiore della mente (in questo caso, quella disturbata del protagonista Prospero).

Sul finire del quinto o sesto mese di reclusione, mentre la pestilenza imperversava furiosamente all’esterno, il principe Prospero decise di intrattenere i suoi mille amici con un ballo in maschera, della più straordinaria magnificenza. Che scena voluttuosa quel ballo.

Le sette stanze che la compongono si può dire siano cromaticamente e cronologicamente collegate tra loro: da una parte ci sono i colori dall’azzurro al nero che rappresentano l’arco di una giornata, mentre dall’altra un percorso che prende in riferimento le età dell’uomo (un particolare riferimento a Shakespeare – così come il nome del protagonista – e al suo Come vi piace). I significati nascosti dietro The Masque of the Red Death sono veramente tanti, e tra i più singolari c’è sicuramente il valore estetizzante che Poe decide di attribuire alla morte. Metaforicamente parlando, la maschera non serve affatto a trasgredire l’identità, piuttosto per affermare un potere fine a se stesso: nonostante fuori si scateni la morte rossa, dentro l’abbazia la bellezza sembra sottrarsi al logoramento. E questo rapporto tra esterno e interno è scandito dai rintocchi dell’orologio che arresta ogni cosa. 

Voto: 5/5

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Maschera: l’impostura e il camuffamento rappresentano il terreno comune su cui camminano tutti e quattro i testi; l’identità diventa un enigma e un particolare sopra il quale si possono costruire delle interessanti “macchinazioni”, ma anche una porta che apre su un mondo in cui convivono buffonesco e orrore. 
Illustrazioni: Dentro la maschera, oltre a vantare delle accurate traduzioni, è corredato anche da bellissimi disegni che rendono la lettura ancora più profonda e significativa. Un particolare non da poco, ma sintomo di una ricercata cura del dettaglio.
Perturbante: questi quattro racconti (Il re dalla maschera d’oro, L’uomo sulla bottiglia, La maschera, La mascherata della morte rossa) hanno il merito di creare nel lettore un senso di spiazzante impotenza. Il mondo reale e quello della mente umana si mescolano quasi a confondere le due dimensioni, ma questo effetto sconcertante è quello che rende questo libricino un vero e proprio must read.
Riferimenti: il testo muove attorno al mascheramento dell’esistenza, eppure le parole portano a galla moltissime altre tematiche, quasi come se i racconti rappresentassero un tronco da cui poi si diramano diversi altri concetti letterari, gotici e non.
Percorso cronologico (o quasi): l’antologia si compone di racconti che mirano ad essere un viaggio temporale – oltre che letterario – all’interno dell’orrore; il testo di Edgar Allan Poe è quello scritto prima di tutti (nel 1842), mentre i primi tre attraversano un periodo che va dal 1889 al 1904.

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Titolo: Dentro la maschera
Autore: AA. VV.
Editore: ABEditore
Lunghezza: 104 pagine
Prezzo: 6,90 euro
Trama: “Se la maschera crea da un lato il comico e il buffonesco e dall’altro il deforme e l’orribile, è altrettanto vero che talvolta questi mondi, in apparenza distanti, convergono intrecciandosi in quelli che si potrebbero definire a tutti gli effetti labirinti dell’orrore. Ed è questa la chiave di lettura necessaria per penetrare nell’oscurità dei racconti scelti, in un crescendo di incubi, allucinazioni e disperazione che dilatano il tempo e lo spazio innescando un dubbio strisciante: qual è il vero io? Le sovrastrutture dell’io date dalla società e da valori non condivisi conducono, più o meno consapevolmente, a mostrare parti frammentate e non necessariamente veritiere di se stessi. Ma cosa si cela realmente negli abissi dell’uomo? La domanda resta senza risposta certa, nella vita così come nella letteratura che la rispecchia.” (Dalla prefazione di Sara Elisa Riva)
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“Dracula”: un moderno romanzo del terrore

Dracula è un ricettacolo di temi che aspettano solamente di essere scoperti e portati in superficie. Pubblicato nel 1897, il capolavoro di Bram Stoker è senza dubbio considerato il primo romanzo moderno della letteratura inglese, e un testo in cui il tema del gotico compare prepotentemente per poter dare una diversa chiave di lettura al terrore. Non è un caso che la prima edizione del libro avesse in copertina proprio un castello: l’autore, probabilmente, non voleva solo riprendere l’abitazione in cui aveva ambientato la sua storia, ma anche rendere omaggio a quella che è stata la nascita della gothic fiction, ovvero Horace Walpole con il suo Il castello di Otranto.

La popolazione della Transilvania è composta di quattro diverse etnie: i Sassoni al sud, e mescolati a loro i Valacchi, discendenti dei Daci; i Magiari ad ovest; ad est e a nord gli Szekely. È tra questi ultimi che mi sto dirigendo, un popolo che vanta discendenza da Attila e dagli Unni. Può ben essere, giacché quando i Magiari conquistarono il paese nell’XI secolo vi trovarono gli Unni già stanziati. Da quanto ho letto, ogni superstizione è annidata lì, racchiusa nel ferro di cavallo dei Carpazi, quasi fosse il centro d’un vortice dell’immaginazione. Se così fosse, il mio soggiorno promette d’esser molto interessante. (Ricordarsi di chiedere al Conte ogni possibile informazione in merito.) 

Il romanzo si apre con il viaggio del protagonista Jonathan Harker verso la Transilvania, una zona dell’Europa dell’Est che non è nemmeno individuabile nelle mappe. Il suo superiore lo ha spedito lì per incontrare il conte Dracula, un uomo dalle sembianze vampiresche (fisico pallido e longilineo, denti aguzzi, alito maleodorante) che è interessato ad acquistare casa a Londra. Ma questo viaggio, molto presto, sembra trasformarsi in qualcosa in più: è un trasferimento nel passato, è un contatto con delle superstizioni arcaiche, è un ritorno al Medioevo, è un incontro con il sublime. Sarebbe banale ridurre Dracula a una storia in cui si scontrano bene e male, perché Stoker cerca di concentrare al suo interno tutto quello che è il suo bagaglio personale e immaginario. Tra le varie interpretazioni del romanzo c’è quella dell’imperial gothic, un tema molto caro allo stesso autore vista la sua origine irlandese. Il viaggio di Harker rappresenta un po’ l’uomo occidentale che si muove verso le colonie, ma inscrive la reazione di uno scrittore che realmente si ritrova a essere colonizzato dall’Impero inglese e per questo elabora una storia in cui – sovvertendo questa posizione – il vampiro vuole invadere Londra. Da qui anche l’opinione di molti studiosi nel considerare Dracula un forte emblema della razza: il vampiro non solo si nutre di sangue, ma quel sangue è come se rappresentasse nello stesso tempo anche tutte le vittime di cui si è cibato, facendosi portatore, di conseguenza, anche della contaminazione tra un corpo e l’altro.

Volgendomi indietro ho scorto, stagliata contro il cielo, la sagoma irta di Castel Dracula; eravamo infatti ai piedi del colle, così erto sopra di noi, che la cerchia dei Carpazi sembrava assai più bassa di esso. Vedevamo l’edificio in tutta la sua grandiosità, appollaiato in cima a un rapidissimo precipizio di trecento metri, e un’enorme distanza sembrava dividerlo dai versanti dei monti adiacenti da ogni lato. C’era qualcosa di selvaggio e inquietante in quel luogo. Ci giungeva all’orecchio il remoto ululare dei lupi. Erano lontani, ma quel suono, sebbene giungesse attutito dalla neve, era foriero di terrori.

Il romanzo è strutturato come se fosse una grande raccolta espitolare, ma le lettere non sono l’unico linguaggio comunicativo che viene citato: scrittura stenografica e dattilografica, contratti, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni fonografiche, infatti, costellano tutta la storia proiettandola nell’età moderna e rendendola, nello stesso tempo, enormemente polifonica. Questo contesto riguarda anche i personaggi, tutti in qualche modo legati al positivismo e al sapere scientifico. Se da una parte, infatti, Jonathan Harker e John Seward rappresentano rispettivamente la legge e la scienza medica (e che uniti a Mina e Lucy formano quella che è stata definita “squadra della luce”, nonché i protagonisti principali della storia), dall’altra l’universo iper tecnologico con cui si entra in contatto ci proietta all’interno di libro che sembra quasi ossessionato dai media in generale.

Quando saremo sposati potrò essere utile a Jonathan, e se sarò abbastanza brava potrò stenografare tutto quello che dice e poi batterlo a macchina; sto facendo anche molta pratica di dattilografia.

Il vampiro è il personaggio clou del romanzo, eppure ne è allo stesso tempo grande assente. Il conte Dracula è più un pensiero che si insinua nei corpi e nelle menti delle persone piuttosto che una presenza in carne ed ossa, e questo lo si capisce soprattutto quando nella storia fanno il loro ingresso il dottor John Seward, il suo paziente Renfield e (più avanti) il professore Abraham Van Helsing. Con loro non entra in gioco solamente la medicina, ma anche la follia. Seward è uno psichiatra e il manicomio in cui presta lavoro, in questo contesto, è un luogo simbolico che fa soprattutto riferimento al disagio mentale che abita la mente di Renfield. Tra quest’ultimo e il conte Dracula, infatti, c’è un legame che va ben oltre il contatto fisico: è un rapporto di sudditanza dove Renfield è totalmente soggiogato al vampiro, come se tra i due ci fosse una sorta di comunicazione telepatica.

Improvvisamente si è spalancata la porta, e il mio paziente si è precipitato dentro, col viso sconvolto dall’agitazione. Sono rimasto allibito, perché il fatto che un paziente entri di sua iniziativa nello studio del direttore è cosa mai accaduta prima. Senza esitare un attimo si è diretto verso di me. Aveva in mano un coltello e, rendendomi conto che era pericoloso, ho cercato di frapporre il tavolo tra di noi. Ma era troppo svelto e troppo forte per me; prima che riuscissi a recuperare il controllo già mi aveva colpito tagliandomi seriamente il polso sinistro. Prima che colpisse di nuovo, tuttavia, gli ho sferrato un pugno col destro, ed è caduto steso a terra. […] Quando gli infermieri sono accorsi, e abbiamo rivolto a lui la nostra attenzione, quel che stava facendo mi ha dato la nausea: bocconi sul pavimento, leccava, come un cane, il sangue gocciolato dalla ferita del mio polso.

La minaccia del conte Dracula non riguarda solo il tentativo di “vampirizzare” e condurre il male, ma anche nell’estrema attenzione – se così si può definire – per il genere femminile. Prima nel sogno – quello in cui a essere concupito da delle fanciulle è Jonathan Harker – e poi con Lucy e Mary, le donne si dividono tra l’essere l’anello debole al diventare, invece, delle vere e proprie cacciatrici sessuali. Effettivamente, l’aspetto onirico è molto importante in Dracula, complice anche il fatto che il romanzo è contemporaneo alla nascita della psicanalisi (e quindi all’aspetto notturno dell’inconscio e della mente umana).

Di notte mi sono di nuovo svegliata, e ho trovato Lucy seduta sul letto, addormentata, che indicava la finestra. Mi sono alzata in silenzio, ho scostato la pensa e guardato fuori. C’era un chiaro di luna splendente, e mare e cielo erano soffusi di luce – immersi in un unico grande mistero – uno splendore al di là di ogni parola. Tra me e la luna svolazzava un grosso pipistrello, avanti e indietro, descrivendo grandi cerchi concentrici.

Stoker pubblica questo libro quando il gotico ha già più di un secolo, però riesce comunque a riprodurne tutti gli stereotipi, insistendo maggiormente sull’aspetto “terrificante”. A terrorizzare però, in questo caso, non è qualcosa che si prefigura in una persona, ma in un insieme di idee che trovano realizzazione negli effetti psicologici, culturali e politici che l’autore è stato in grado di portare in vita attraverso le parole.

Che razza di uomo è questi, o che specie di creatura è sotto sembianze umane? Il terrore di questo luogo orribile mi sovrasta; sono in preda alla paura, a una paura schiacciante, e per me non c’è scampo; sono accerchiato da terrori ai quali non oso neppure pensare.

Anche se il vampiro non c’è (o meglio, si manifesta nella sua assenza), l’autore ha comunque l’accortezza di renderlo costantemente presente nelle storie – scritte o raccontate – dei suoi personaggi. Ed è probabilmente questo l’aspetto che rende singolare questo romanzo: la “paranoia” di non sapere cosa o chi il vampiro stia cercando.

Voto: 5/5

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Vampiro: il protagonista assente del romanzo, ma riuscito a diventare comunque un mito. Il primo è stato quello elaborato da John William Polidori; Stoker, invece, prende ispirazione dal principe Vlad Tepes, un crociato realmente esistito in epoca medievale e soprannominato proprio Dracula per via della sua appartenenza all’ordine del dragone.
Quincey: è un personaggio “prolungamento”. La sua perdita segna un nuovo inizio attraverso la nascita del figlio di Mina e Jonathan, quasi come se il tutto fosse un passaggio di testimone.
Bram Stoker: autore e scrittore, probabilmente una delle figure più interessanti del suo secolo. E’ stato anche direttore artistico del più grande teatro della Londra del tempo e impresario di Henry Irving, famoso attore shakespeariano (e l’ombra di Shakespeare, con le sue inquietudini, è presente anche in Dracula: «e anche con la storia dello spettro del padre di Amleto»).
Scrittura: la forma del diario e delle lettere sostituisce la voce e proietta la storia su un piano in cui la necessità sembra quella di non perdere proprio nessun dettaglio.
Magia: all’interno del romanzo è presente anche un certa terminologia “magica”, come gli elementi irrazionali e le usanze citate all’inizio del libro.

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Titolo: Dracula
Autore: Bram Stoker
Editore: Mondadori
Lunghezza: 569 pagine
Prezzo: 10,50 euro
Trama: Mi stava vicino, lo vedevo da sopra la spalla, ma nello specchio non si rifletteva! In Transilvania per concludere la vendita di una casa londinese al Conte Dracula, discendente di un’antichissima casata locale, il giovane agente immobiliare Jonathan Harker scopre che il suo cliente è una creatura di mistero e orrore… Dracula, archetipo delle infinite storie di vampiri narrate dalla letteratura e dal cinema, mette in scena l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma anche tra la ragione e l’istinto, tra le pulsioni più inconfessabili e il perbenismo non solo vittoriano. Una storia scaturita dall’inconscio ed entrata in tutti i nostri incubi.
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“Disturbi di luminosità”: storia di “una qualunque chiunque”

Tempo fa ho visitato una mostra con un percorso tematico incentrato sulla follia. All’interno di questa esposizione – oltre a dipinti, sculture e oggetti di vario genere – si trovava anche una stanza completamente buia che, improvvisamente, veniva illuminata dai volti di decine di malati psichiatrici che abbagliavano letteralmente il visitatore con le loro espressioni stranite e fuori luogo. Le sensazioni provate in quella sala, nella luce abbagliante, sono ritornate proprio durante la lettura di Disturbi di luminosità (Gaffi Editore, 2018): stranezza e disagio, dalla prima all’ultima pagina. Mai avrei pensato che, a distanza di tempo, quell’esperienza potesse servirmi per immergermi meglio all’interno di questo libro che, della follia e di ciò che le orbita intorno, ha molto da raccontare. Come primo punto mi preme di dire una cosa: leggere Disturbi di luminosità non è stato semplice. L’autrice Ilaria Palomba sembra dare libero sfogo alla casualità: di parole, di ricordi, di voci. Eppure, all’interno di questo caos, tutto pare avere comunque una logica. Del resto, anche la pazzia ha le sue regole.

I corridoi si allungano. I led sfavillano. Si accendono e spengono. Le porte si aprono e chiudono. Un miliardo di palline rosse si dividono in due e ancora in due e ancora e ancora e ancora.

Il romanzo è come un grande interruttore che si accende e si spegne sopra una storia complicata, quella di una ragazza (senza nome e senza identità) che ha subito una violenza carnale e del suo disturbo borderline che non le pone un freno. Come bene fa intendere il titolo, la luminosità è un concetto chiave che veste come un abito su misura tutto il percorso del lettore: che sia per mezzo di flash(back), di abbagli improvvisi o di chiarori persistenti, non c’è un momento in cui la luce – e anche il suo opposto – non compare come sintomo di una follia in grado di scavare nel profondo della psiche umana. Probabilmente, questo è l’aspetto più significativo di tutto il romanzo, e la dicotomia che lo accompagna non fa altro che rinforzarne il messaggio. Solitamente la pazzia è ricondotta all’allucinazione, una condizione di disagio mentale che ha nella radice la particella “lux”, ma tutti – compresa la letteratura – ci insegnano che a intimorire di più sono soprattutto il buio e l’oscurità. Eppure, qui, è proprio la luce a spaventare: non tanto per la sua intensità accecante, ma per la sua capacità di mettere “in chiaro” pezzi di vita destinati altrimenti a rimanere nell’ombra.

Li conosci, i mostri? Ecco, vieni, te li presento: i loro nomi sono Insonnia, Avidità e Paranoia. I mostri, amico mio, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. Stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant.

La follia è vista come uno spettacolo teatrale in cui a entrare in scena sono dei mostri: si mescola alla finzione, ma anche alle presenze fantasmali e alla morte, ponendo questa storia sul piano del racconto del terrore capace di risvegliare delle strane e terribili creature interiori («Quando entro in una cattedrale gotica sento di entrare in un corpo. Le crepe si spalancano alla luce. Le vetrate innondano la pelle. Sento la possibilità del perdono. Ho voglia di inginocchiarmi e fare ammenda. Ma lei mi trascina via.»). Il lettore, con Disturbi di luminosità, diventa letteralmente “spettatore” di una seduta psicoanalitica in cui la paziente è accompagnata nel suo viaggio a ritroso nei ricordi da quello che nel testo viene chiamato l’Oracolo. Ciò che dovrebbe aiutare a fare ordine, però, paradossalmente crea ancora più confusione: la scrittura riproduce questo stato d’animo, ricreando in un certo senso la destabilità tipica di un insufficiente mentale (così come viene scritto nel romanzo).

I tagli, gli abusi di sostanze, le relazioni tormentate, i tentativi di suicidio, dipendono da quella cosa successa a dodici anni. Non è tanto il fatto che ti abbia presa con la forza, quanto l’abbandono. Il giorno dopo faceva lo stesso con un’altra, dice l’Oracolo.

L’obiettivo di questo testo sembra anche quello di scardinare ogni categoria e ordine prestabilito, proprio come racconta l’immagine raffigurata in copertina: la gabbia aperta non sta solo a indicare le restrizioni che vengono abolite, ma anche il fiume di parole che annega il lettore una volta che quest’ultimo entra in contatto con il flusso di coscienza della protagonista. La prigionia mentale si lascia andare a un grande monologo pieno di ricordi, violenze ed episodi oltre al limite; mentre il cigolio insistente delle altalene che si sente di continuo è solo l’inizio di un viaggio verso l’inferno delle esperienze vissute dalla ragazza. Ad ascoltarla però c’è un fedele psichiatra, ma anche noi. 

Li dimensioni si smembravano in un frantumo di specchi. Ogni cosa era me e io ero in tutto. Uno squarcio di muro era una stanza. Ogni stanza era un lacerto di me. E gli altri, ricordavano una Morte sconosciuta. Ogni Morte la mia morte. La sua morte. La nostra. Non finiva mai questo morire e non morire mai. Forse era questo la giovinezza, un finire infinitamente. Mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre, dimenticare il tempo, i prometeici studi, i volti famigliari. Perdermi agognavo, tra le fauci del sottomondo.

Disturbi di luminosità è un grande serbatoio di rimandi: Joyce, McGrath, Pasolini, Dostoevskij, Orwell e Bauman sono solo alcuni dei riferimenti intertestuali che costellano il romanzo e lo rendono unico nel suo genere. Come singolari sono anche le citazioni che aprono la storia, tematicamente collegate tra loro ed esplicative non solo per concepire, ancora una volta, quel rapporto fondante tra luce/buio, ma anche la genealogia di un disagio mentale che coinvolge, come in un rapporto simbiotico, l’intera esistenza.

Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può

dissipare che già non si sia sfiaccato. Dissipa
tu se tu vuoi questa mia debole vita che
s’incanta ad ogni passaggio di debole
bellezza; dissipa tu se tu vuoi questo mio
incantarsi, – dissipa tu se tu vuoi la mia
eterna ricerca del bello e del buono e dei
parassiti.
[Amelia Rosselli, La libellula]

Una coscienza antica abita dentro una
buia sala da banchetti accanto al soffitto
di una mente il cui pavimento si muove
in diecimila scarafaggi quando entra
un raggio di sole.
[Sarah Kane, Psicosi delle 4 e 48]

Da una parte Amelia Rosselli, che con la sua “libellula” esprime tutte le fragilità di una persona depressa (anche attraverso la ripetizione di quel Dissipa tu che ritorna ritmicamente come il battito d’ali dell’insetto); dall’altra Sarah Kane, i cui versi privi di speranza suonano quasi come un testamento pre-mortem: le parole di entrambe sono depositarie di un seme di follia che sembra crescere a dismisura e prendere ancora più forza non appena si entra nel vortice onirico delle storie narrate all’interno del diario-romanzo. Nonostante tutto esiste la bellezza, viene scritto, però anche quella ha un prezzo: diventare una qualunque chiunque e perdere così lo status di unicità che dava la malattia. Ma questo è abbastanza per essere salvati?

Voto: 4/5

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Capitolo “zero”: inizio sui generis, quasi come se la “terapia” dell’Oracolo fosse una tabula rasa da cui ripartire da capo.
Pomeriggio al cinema di Anna Corsini: racconto presente alla fine di Disturbi di luminosità e probabilmente omaggio a Franco Basaglia, celebre psichiatra che ha dato un nuovo volto ai trattamenti delle malattie mentali e alla concezione dei pazienti stessi: non più considerati alla stregua di cavie a cui sottoporre cure debilitanti e invasive (come l’elettroshock), ma esseri umani.
Lui, Lei, Narciso: i personaggi che, insieme all’Oracolo, abitano il romanzo e accompagnano la ragazza nel suo viaggio di ricordi luminosi e non. “Lui” rappresenta la salvezza, la redenzione; “Lei” è l’alter ego crudele; mentre “Narciso” dovrebbe manifestare quella superficialità che non fa rendere conto di cosa si ha tra le mani.
Dostoevskij: tra tutti i riferimenti intertestuali, quello che più mi è piaciuto è stato il collegamento al sottomondo-sottosuolo dostoevskijano, un luogo buio e profondo proprio come la psiche umana.
Non luogo: l’ambientazione di questo romanzo è ovunque ma anche da nessuna parte. La libertà che offre un viaggio e la possibilità di vedere diverse città, in questo caso, si scontra con i limiti di una mente che relega l’individuo entro i confini del suo disagio (anche in questo caso c’è un’altra significativa citazione, quella a George Orwell: «La libertà è schiavitù»).

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Titolo: Disturbi di luminosità
Autore: Ilaria Palomba
Editore: Gaffi Editore
Lunghezza: 130 pagine
Prezzo: 15 euro
Trama: “Disturbi di luminosità” è un’autofiction scritta con la tecnica del flusso di coscienza, ogni cosa si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità scaturito da uno stupro. È spesso accompagnata da Lui, un personaggio amato e tanto odiato, proprio quanto tutto ciò la circonda; L’Oracolo, un terapeuta mistico che la segue durante il suo vaneggiare nell’incubo tra vita e morte; e Lei, una doppelgänger malefica, una sua doppia e simile; per poi arrivare a Narciso, un narcisista manipolatore, anch’esso vacillante tra amore e odio. La narrazione avviene tra una città e l’altra: Roma, Dublino, Parigi, Berlino, Bari, in un susseguirsi di fughe. Fughe dai luoghi ma anche da sé stessa, rapita in un baratro di eterni ritorni e incurabili voragini. Ma le ferite sono anche feritoie. La scrittura stessa presenta tale ambivalenza, un fiume che muta forma tra le mani – si piega – mi piega. Un fiume che straripa dagli argini per ritornare alla siccità, all’aridità di un cuore assediato da ripetute violenze e abbandoni. La tortura, la droga, i rapporti promiscui, l’autolesionismo, i tentativi di suicidio sono solo un grido che lamenta l’assenza d’amore, di certezze, di futuro, in un sociale che implode. Le ragioni sono scritte nell’ultima pagina e nessuno può conoscere la fine se non legge il libro per intero, dice L’Oracolo. Con un racconto di Anna Corsini.
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“Fatherland”: buon 75esimo compleanno, Adolf Hitler!

Non erano ancora le sette, e Berlino era animata dalle possibilità che la giornata doveva ancora spegnere.

Fatherland è la storia di un’ucronia che ha come protagonista la Germania nazista del Reich, ma anche il racconto di un potere che si insinua nella mente di chi crediamo insospettabile e intoccabile. Se non sapete cosa sia l’ucronia, vi basti solo pensare a questo: Hitler non ha affatto perso la Seconda guerra mondiale come la storia ci ha insegnato, ma l’ha così vinta da essere diventato addirittura il capo dell’intera Europa. Questo romanzo del 1992 scritto da Robert Harris, oltre a essere stato definito da molti come un capolavoro del thriller fantapolitico, si pone anche come un enorme gioco di potere in cui l’aspetto più spiazzante è la presenza di un passato alternativo che ha reso “apparentemente” invincibile la Germania nazista dopo il secondo conflitto mondiale.

In quel periodo dell’anno era impossibile attraversare Berlino senza imbattersi in una prova del genere. Fra sei giorni sarebbe stato il compleanno di Hitler, il Führertag, festa nazionale, e tutte le bande musicali del Reich avrebbero partecipato alla parata.

Siamo nel 1964 e a Berlino si stanno organizzando i festeggiamenti per il 75° compleanno di Hitler, ancora in vita e a capo del suo Reich. Ma non solo: oltre a questa importante celebrazione sono anche in atto i preparativi per l’arrivo del presidente americano Joseph Kennedy (padre di John Fitzgerald), in città per la stipula di rapporti diplomatici con i tedeschi per porre fine alla temutissima “Guerra fredda” (descritta in questo romanzo come una tensione tra Germania e Giappone). Un avvenimento turpe, però, sconvolge il clima di distensione e di “festa” che sta vivendo Berlino in quei giorni, ovvero il ritrovamento, sulla riva di un lago, del corpo di un gerarca nazista morto in circostanze molto ambigue. Il protagonista del racconto, Xavier March, è anche colui che è chiamato a svolgere le indagini che riguardano l’assassinio: l’uomo ha un passato militare molto complesso – membro delle SS e anche investigatore – e un carattere piuttosto rigido e spigoloso. Il suo modo d’essere sembra un po’ mutare non appena fa la conoscenza della giornalista americana Charlotte Mcguire, sua alleata nel tortuoso percorso atto a scoprire la verità che si trova dietro al delitto di quello che, poi, verrà identificato come Buhler (ma anche a tutto ciò che esso nasconde).

Com’è strano, pensò più tardi March, vivere la tua vita nell’ignoranza del passato, del tuo mondo, di te stesso. Eppure era così facile! Tiravi avanti giorno per giorno, seguendo il percorso che altri avevano tracciato per te, senza alzare mai la testa… sempre avvolto nella loro logica… dalla culla alla tomba. Era una sorta di paura. Bene, addio a tutto. Era una bella cosa lasciarselo alle spalle.

Nel mondo ipotizzato da Robert Harris, l’assetto politico vede gran parte dei territori europei occupati dal Reich e i temuti gerarchi si impegnano per mandarlo avanti: se Himmler e Göring sono morti, Goebbels, Hitler ed Heydrich, invece, fanno ancora parte del governo nazista. La particolarità di Fatherland non sta solo nell’aver inserito nel romanzo dei personaggi realmente esistiti (oltre ai nomi già citati si aggiungono anche quelli di Nebe, Kennedy e Globočnik), ma anche nel fatto di averne immaginato la prosecuzione della vita, soprattutto nel campo politico-militare (un aspetto a cui l’autore dedica delle spiegazioni nelle ultime due pagine del libro, al termine del romanzo). Questi personaggi non sono altro che un’intricata tela di corruzione e segreti, e quello più grande – come si può ben immaginare – riguarda proprio l’esistenza di un grandissimo e sterminato campo di concentramento, secretato perfino all’opinione pubblica, in cui è disseminata morte e distruzione. In questo contesto, Xavier March e Charlotte Mcguire, rappresentano la faccia pulita di un corpo completamente corrotto e degenerato in giochi di potere che minano qualsiasi rapporto di fiducia, sia nel contesto lavorativo che in quello familiare.

Quando leggeva il giornale, March seguiva un’abitudine precisa. Cominciava dalle ultime pagine, dalla verità. Se c’era scritto che Lipsia aveva battuto Colonia per quattro a zero in una partita di calcio, molto probabilmente era esatto; neppure il Partito aveva ancora inventato un sistema per riscrivere i risultati sportivi.

La trama di Fatherland sembra voler cancellare i carnefici e, allo stesso tempo, cerca di far sparire per sempre le vittime, perfino da quella memoria che per prima dovrebbe ricordarle. Tutti i tedeschi si chiedono dove siano finiti gli ebrei, come mai siano scomparsi così, ma nel farlo cercano di non farsi troppo sentire da coloro che muovono i fili di quella che è la grande macchina della distruzione nazista. I documenti che, pian piano, Xavier e Charlotte portano alla luce attraverso le loro pericolose indagini non fanno altro che dimostrare una paradossale razionalità dietro alla follia della deportazione: orari dei treni, stazioni ferroviarie, città, ogni cosa sembra essere organizzata nel minimo dettaglio, ma senza destare troppo clamore e nella massima segretezza.

Nel corso della soluzione finale, gli ebrei dovranno essere portati, sotto una direzione appropriata e in modo appropriato, all’Est, per essere utilizzati come manodopera. Separati per sesso, gli ebrei in grado di lavorare saranno condotti in contingenti numerosi a costruire strade, e senza dubbio il loro numero diminuirà attraverso un processo di riduzione naturale.
Coloro che inevitabilmente resteranno e che senza dubbio costituiscono l’elemento più resistente dovranno essere trattati in modo appropriato, poiché rappresentano il risultato di una selezione naturale che, all’atto della liberazione, dovrà essere considerato come una cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico (Si vedano le lezioni della storia.)
Nel corso della realizzazione pratica della soluzione finale, l’Europa sarà rastrellata da ovest a est.

Come si può raggiungere la verità se le prove sono corrotte? Ma soprattutto: qual è il valore di questa verità se tutto il percorso fatto per possederla si è rivelato essere un mero gioco pilotato dall’alto? Questi sono i principali interrogativi a cui Fatherland cerca di trovare una soluzione. Una risposta però che, sulla scia di 1984 di Orwell, lascia la porta aperta a molti altri possibili scenari, soprattutto per quanto riguarda il finale:

March si tolse il berretto, lo lanciò sull’erba nello stesso modo in cui suo padre aveva avuto l’abitudine di lanciare pietre piatte sull’acqua del mare. Poi estrasse la pistola dalla cintura, si assicurò che fosse carica, e si avviò verso gli alberi silenziosi.

Persino l’episodio in cui March si immerge in una vasca sembra offrire l’immagine di una persona, sola e sopravvissuta, che tenta di togliersi di dosso lo “sporco” di un mondo troppo difficile da risanare.

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. March era sott’acqua, tratteneva il respiro e contava. Ascoltava i suoni soffocati, vedeva sagome simili ad alghe che fluttuavano accanto a lui nell’oscurità. Quattordici. Quindici. Sedici… Risalì in superficie con un grido, inspirando aria e grondando acqua. Si riempì i polmoni diverse volte, prese un’enorme boccata di ossigeno, si immerse di nuovo. Questa volta arrivò fino a venticinque prima che il suo respiro esplodesse e risalì, facendo traboccare l’acqua sul pavimento. Sarebbe mai riuscito a sentirsi pulito? Poi restò immobile, le braccia penzolanti dai bordi della vasca, la testa rovesciata all’indietro e gli occhi fissi al soffitto, come un annegato.

Robert Harris, probabilmente in maniera ponderata, ha scelto di affiancare questa scena suggestiva a una citazione proveniente da I sommersi e i salvati di Primo Levi, quasi nel tentativo di “personificare”, attraverso dei gesti, le sue parole a proposito di un atto reso ancora più disumano dal tentativo di cancellarlo dalla memoria storica. La presenza di Levi non riecheggia solamente in questo frammento, ma sembra fare capolino anche durante le descrizioni dei Lager presenti nei documenti ritrovati dai protagonisti. La mente razionale del chimico e scrittore italiano si mescola inesorabilmente agli appunti sui “campi” scritti dai burocrati nazionalsocialisti all’interno di Fatherland, ma anche ai disegni e agli schemi che ne dovrebbero mostrare l’organizzazione:

Il campo. La prima cosa che mi colpisce è la grandezza dell’installazione che, secondo Hoess, misura quasi due chilometri per quattro. Il terreno è argilla gialliccia, simile a quello della Slesia orientale… un paesaggio desertico interrotto a tratti da verdi boschetti di alberi. Nel campo, a perdita d’occhio, vi sono centinaia di baracche di legno con i tetti coperti di carta catramata verde. In lontananza vedo piccoli gruppi di prigionieri in uniforme a strisce bianche e blu: alcuni trasportano assi, altri badili e picconi, e alcuni caricano grosse casse sui camion.

E’ impossibile non concordare con chi ha definito Fatherland un capolavoro: questo romanzo è a dir poco geniale, un giallo fantapolitico che lascia con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. L’ho letto per necessità (a causa di una ricerca) e l’ho adorato per scelta, sebbene come genere non rientri affatto nelle mie abituali letture. Coinvolgente, frustrante e attualissimo (grazie anche all’ucronia). Xavier March rappresenta il tipico “eroe” dalla morale immensa che lotta contro ogni corruzione per poter cambiare le cose, anche se questo lo porta a possedere quell’ingenuità tipica delle persone che si fidano troppo di chi non dovrebbero. Come già era accaduto con La svastica sul sole di P. K. Dick, consiglio Fatherland a coloro che sono affascinati dagli sviluppi storici del passato alternativo, ma anche a quelli che stanno cercando una lettura non scontata e adrenalinica: se siete amanti dei colpi di scena, di percorsi storici “al bivio”, di trame fitte e segreti che compaiono qua e là per scompaginare una storia che viene continuamente riscritta, non fatevi sfuggire questo romanzo. La storia che pensavate di conoscere non sarà più la stessa.

Voto: 5/5

Parole chiave

Germania/USA: rappresentati fisicamente da Hitler (compresi tutti i suoi “fedelissimi” di Partito) e Kennedy, ma anche da Xavier March e Charlotte Mcguire, le antitesi di un mondo completamente alla rovescia.
Doppio gioco: il filo che lega tutta la trama dall’inizio alla fine e che crea degli scenari che il lettore non si aspetta, primo tra tutti la ragnatela di rapporti che coinvolgono lo stesso March, ma anche il “vaso di Pandora” che, inconsapevolmente, scoperchia non appena si ritrova tra le mani le carte che riguardano l’assassinio di Buhler.
Kripo: la “Kriminalpolizei” a cui appartiene il protagonista, l’organo che tutti si aspettano faccia rispettare leggi e giustizia, ma che invece si ritrova coinvolto in ogni sorta di affare “losco”.
Globus/Globočnik: uno dei personaggi più significativi del libro, forte e prepotente, il nemico che non è il vero nemico perché si rivela essere lui stesso una pedina nelle mani di un gioco di potere più grande di lui. 
Tradimento: il vero protagonista di questo romanzo, il motore che muove ogni tipo di relazione e dinamica. In Fatherland appare come qualcosa di inevitabile e che, apparentemente, riguarda proprio tutti: la famiglia, le amicizie e l’amore.

Per saperne di più

Titolo: Fatherland
Autore: Robert Harris
Editore: Oscar Mondadori
Lunghezza: 347 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: 1964, la Germania ha vinto la guerra, l’Impero tedesco si estende dal Reno agli Urali, Hitler sta per compiere 75 anni, e il presidente americano Joseph Kennedy annuncia una visita a Berlino per negoziare la distensione. Ma l’Impero scricchiola. Il corpo di un gerarca nazista affiora da un lago. Xavier March è incaricato delle indagini.
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