“Ritorno a Villa Blu” di Gianni Verdoliva

Ritorno a Villa Blu (Robin Edizioni, 2020) è un viaggio temporale e generazionale attraverso i misteri e i dissapori di una famiglia che sembra non aver davvero mai fatto i conti con ciò che è stato. L’atmosfera oscura, percepibile sin dalle prime righe attraverso delle descrizioni decisamente perturbanti, avvolge il lettore in quella che, pagina dopo pagina, acquisirà sempre più le sembianze di una vera e propria maledizione di cui liberarsi. Ascanio, ormai consapevole dell’imminente fine della sua vita, decide che è arrivato il momento di «lasciare le cose in ordine» e di riscrivere – nei limiti del possibile – una storia personale fatta da troppe questioni insolute. Ad aiutarlo, inconsapevolmente, i suoi amatissimi nipoti Tommaso, Alessio e Francesco. Se modificare il passato è impossibile, l’unica cosa che resta da fare è non ripetere gli stessi errori. La sua dipartita, però, è tutt’altro che definitiva: come una presenza fantasmale, la sua figura si manifesta nei pensieri e nei flashback che, lentamente, dipanano una vicenda dai risvolti quasi inquietanti. Difficile stabilire chi o cosa si intrometta in continuazione in una trama fatta di colpi di scena e legami indissolubili; l’unica cosa certa è che i vecchi rancori del passato, come in uno stato di quiescenza, sono resistiti fino al presente.

“Chissà, forse le ombre stanno per arrivare anche per me” ragiona Ascanio mentre scende lentamente le scale dirigendosi verso la porta d’ingresso per fermarsi poi di colpo.

La comunicazione tra la storia di ieri e quella di oggi introduce una fitta ragnatela di elementi e di persone. La morte dell’anziano, quasi necessaria al fine di dare una svolta alla trama e far subentrare i tre ragazzi, è un evento che ha delle ripercussioni importanti anche sui personaggi secondari (introdotti sia con salti indietro nel passato che scorrimenti nel presente). Ma quali misteri avvolgono Villa Blu? Tutto è cominciato tempo fa, quando Ascanio era un bambino. Ciò che si sarebbe potuto evitare, con gli anni, si è trasformato in un segreto dal peso insostenibile: un’ombra che, come un’ossessione, “minaccia” l’uomo e chi gli sta intorno attraverso brutte azioni e sensi di colpa. Ad amplificare il tutto, la dicotomia tra bene e male, e l’eterna lotta su chi debba prevalere tra il primo e il secondo. 

Fuori il vento sta aumentando. A intervalli regolari si sentono sempre i lamenti provenienti dal pozzo e gli scampanellìi che paiono arrivare da una qualche parte del bosco. E ancora il gufo con il suo lugubre richiamo. Sempre lì, appollaiato su un ramo dell’alto faggio mentre guarda ossessivamente verso la villa, emettendo delicatamente il suo tetro richiamo.

A Villa Ludovisi – così è anche chiamata Villa Blu – succedono cose ai limiti della realtà. La perenne sensazione che abita il romanzo è che qualcosa di sinistro sia sempre in agguato per impedire la ricerca della serenità, e soprattutto per turbare gli animi su cui si posa l’attenzione dell’autore. A fare da sfondo a questa vera e propria “casa stregata”, un lago solo all’apparenza tranquillo e un pozzo dalle cui profondità si levano rumori terrificanti. Tommaso, Alessio e Francesco – che dal nonno, in eredità, hanno ricevuto proprio la Villa – sono chiamati a fare luce su una dinamica completamente avvolta dalle tenebre, complice anche un passato irrisolto che bussa continuamente alla porta.

Erano parole sibilline quelle del nonno, per quanto cariche di affetto e di stima.
Come una mattina autunnale quando il sole si alza e la nebbia comincia a diradarsi, i pensieri di Alessio cominciano a prendere forma.
C’era qualcosa a Villa Blu, qualcosa di irrisolto.

Il ritorno a Villa Blu dovrebbe essere un incontro memoriale e simbolico, eppure sopra le teste dei protagonisti – convinti solo superficialmente di condurre un’esistenza tranquilla – si addensano ombre tutt’altro che rassicuranti. Come già era accaduto in passato, certi fatti sembrano destinati a ripetersi. Tommaso, Alessio e Francesco mescolano le loro vite (e il loro vivere quotidiano) alla ricerca di una soluzione che ponga fine a ogni insidia. Ecco perché questo romanzo assume anche i toni del Bildungsroman, ossia del romanzo di formazione destinato a far evolvere in meglio i loro caratteri scolpendoli con le scelte e le responsabilità tipiche del mondo degli adulti. Ciò che non sanno (ma che possono immaginare vivendo in prima persona l’evolversi dei fatti e il verificarsi dell’inaspettato) è il ruolo sempre più preponderante che assume il “malvagio”, un concetto chiave che prova a insinuarsi nell’animo dell’uomo come un parassita difficile da debellare.

Nel giardino di Villa Blu dal pozzo, nel silenzio circostante, si odono dei lamenti, indistinti, ovattati, come delle richieste d’aiuto. In lontananza uno scampanellio, forte, come un suono  disperato.

Dopo l’antologia Come anime scelte che si ritrovano, Gianni Verdoliva ha voluto sperimentare la “lunga prosa” attraverso un romanzo che ha comunque mantenuto l’ossatura del racconto (soprattutto nella suddivisione in capitoli e nell’essenzialità delle frasi), ma con una storia decisamente più stratificata. Ogni frammento che compone il testo è un percorso che tocca temporalità diverse – ma sempre in qualche modo comunicanti – e le restituisce al lettore come una sorta di un’unica striscia cronologica composta da alti e bassi. Sebbene le ripetizioni smorzino un pochino i toni, le molteplici sfaccettature dei personaggi e le parentesi esoteriche rendono il libro una accattivante commistione di elementi leggeri e altri più foschi. 

Nel suo studio Nerina Eran predispone sul tavolo rotondo di legno pregiato una lunga tovaglia di raso rosso con gesti misurati e con un’eccitazione a malapena contenuta. Si guarda attorno Nerina, beata e tronfia, e pare cogliere gli influssi della discordia che tramuta in energia. Il calendario segna il 20 giugno. L’indomani sarebbe stato il Solstizio.

Il Solstizio d’estate non è solamente una data importante che sancisce l’arrivo dell’estate, ma anche un momento dall’estrema valenza magica che si carica di significati umanamente incomprensibili. In questo costante susseguirsi del tempo, si alternano simultaneamente i concetti di “buono” e “cattivo”, e con essi le figure di cui si fanno portatori. Amabile e Nerina sono molto più di due personaggi “simbolo”: incarnano l’eterna lotta che da sempre abita il mondo e plasma l’anima delle persone. Non è difficile immaginare chi personifichi l’uno e chi l’altro, soprattutto se ci si affida al concetto del momen omen. Tra i due, però, a svettare nella trama è certamente Nerina: una donna cupa e cattiva che ha fatto di colpi bassi e arti oscure un modo per assolvere a ogni suo desiderio.

L’aveva guardata ammirata Nerina: in fondo quella donna era anche un po’ simile a lei. Tuttavia non possedeva la nera profondità della sua perfidia e non era così malvagia da avvalersi anche di arti magiche per raggiungere i suoi scopi. Perché Nerina, a detta di voci appena sussurrate in paese era una specie di maga potente e pericolosa che conosceva i segreti della magia rossa e della magia nera. Fin da ragazzina una ricca coppia di villeggianti, dediti ai commerci e allo studio delle arti arcane, l’aveva presa come allieva avendo notato in lei il giusto potenziale.

Chi subisce il fascino dei temi gotici non può certo ignorare la sottile correlazione che si instaura tra alcune descrizioni presenti nel testo e gli elementi portati in auge dal genere dagli autori che ne hanno scritto pagine importanti. A partire dal primo capitolo e poi a seguire con tutti gli altri, l’attenzione del lettore è continuamente catturata da rumori striduli, odori pungenti e strane manifestazioni che conferiscono alla storia un tocco paranormale e “sublime” (quello burkiano, che descrive la potenza, la riverenza e, soprattutto, la maestosità della natura rispetto all’uomo che resta “a distanza” a osservarla). La narrazione “meccanica”, costituita prevalentemente da frasi brevi e decise, non fa altro che enfatizzare e donare pathos alla vicenda, rendendo più teso e carico di tensione ogni momento vissuto da Tommaso, Alessio e Francesco. 

Dalla lettura, a conclusione della storia, deriva quindi un messaggio di ottimismo, lontano dalla visione pessimistica di Leopardi, forse più vicino all’ineluttabile male di vivere di Montale; si tratta  però qui di un male a cui tante energie positive possono opporsi: sono quelle di anime che sentono allo stesso modo e che insieme possono e devono lottare contro i malefici che inevitabilmente giungono ad ingabbiare gli individui.

Ritorno a Villa Blu, pur avendo qualche difetto, è un testo che instaura con il lettore un feeling che attraversa diverse tematiche (alcune decisamente di nicchia). In questo «thriller dai contorni paranormali», l’esito della vicenda è affidato a una speranza – tutt’altro che flebile – capace di sfidare qualsiasi avversità.

3/5

PAROLE CHIAVE

Dolore: ognuno lo affronta nella maniera che vuole; la mamma e il papà di Mattia, Tommaso e Francesco rappresentano due modi opposti di approcciarsi alla perdita. Un aspetto per cui, pure i figli, li guardano in maniera diversa. Emblematica la telefonata Skype che preannuncia la morte di Ascanio: quella di lui sinceramente commossa dal lutto (senza immagine, solo con un sfondo nero), quella di lei per niente toccata da quanto accaduto (e per questo rappresentata con colori vivaci ed esagerati).
Doppio: bene e male, luce e buio, amore e odio, magia nera e magia bianca. Questo tema occupa sempre un ruolo in primo piano nella vicenda. Il momento più significativo è quello che riguarda Tommaso e Mattia, che a un certo punto fanno rivivere il passato di Massenzio e Donato («Nel cielo splende la luna e Tommaso e Mattia restano sdraiati per terra, alternando carezze e baci appassionati alla contemplazione pura, fissando il cerchio lunare tenendosi le dita intrecciate. Come avevano fatto Massenzio e Donato.»)
Stregoneria: uno degli elementi più affascinanti e ricorrenti di Ritorno a Villa Blu, personificato e portato alle estreme conseguenze da Nerina Eran.
Temporalità: a volte si mescolano e altre si confondono. Nel testo di Gianni Verdoliva non c’è una linearità standard, ma una continua sovrapposizione di passato, presente e futuro (quest’ultimo lasciato all’immaginazione).
Dettagli: le suggestioni gastronomiche (e di altre passioni, come la musica), oltre a donare al testo un velo di naturalezza, permettono alla lettori di alternare momenti leggeri a quelli più seri.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Ritorno a Villa Blu
Autore: Gianni Verdoliva
Editore: Robin
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: È giugno e come ogni anno tre fratelli, Alessio, Francesco e Tommaso, ritornano a Villa Blu, la dimora di famiglia dove hanno trascorso tante altre estati. Questa volta, però, saranno soli: non ci sarà più il nonno né i genitori e i tre protagonisti si troveranno a gestire la villa di famiglia avuta in eredità dal nonno Ascanio e a fronteggiare misteri, maledizioni ed eventi irrisolti che coinvolgono Villa Blu e il bosco limitrofo. Nel paese sulle sponde del lago, figure inquietanti e altre benevole si intrecceranno alle vicende dei tre fratelli, vittime di un maleficio che vedrà il suo culmine il giorno del solstizio.
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“Cercando Jonathan” di Davide Rossi

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.

Quando un libro comincia con una citazione – in questo caso di Oscar Wilde – ci si aspetta come minimo che sia motivata da una trama che le conferisca un senso. E così è, per fortuna. La differenza tra vivere ed esistere si trova nel coraggio di saper agire fuori dagli schemi, nel portare avanti con convinzione le proprie idee. E Therry lo sa bene. Fin da piccola, secondogenita in una famiglia per bene, si è sempre contraddistinta per la sua tenacia e per il suo orgoglio, dandosi da fare presto per costruire la vita che voleva. Almeno, fino a quando non è intervenuto il destino a farle cambiare rotta.

Cercando disperatamente una ragione per non deprimersi al punto da tornare indietro e umiliarsi dicendo che era stato un semplice sfogo, non si era resa conto che aveva già raggiunto la stazione di Liverpool Street, ma invece di prendere la Central Line in direzione Bond Street era salita su un treno della Metropolitan Line. Tempo dopo, ripensando a quel momento, avrebbe realizzato quanto quella circostanza le avesse cambiato la vita.

Parlare del caso sarebbe come cercare di dare un senso al caos; le cose da dire sarebbero tante, e tutte quante avrebbero come conclusione l’indicibilità dell’esistenza. E se Theresina, quella sera di aprile, non avesse preso la Metropolitan Line? Che ne sarebbe della sua vita, ora, senza quell’incontro fortuito con la Funny Feeling di Jonathan? Il romanzo di Davide Rossi è una lettura che alimenta tanti pensieri ipotetici e fa del passato un concetto retroattivo su cui imbastire un gran numero di contro-storie. Come Ulisse con le sirene, quel pezzo è una melodia difficile da allontanare, complice anche il fatto che rappresenta il motivo per cui lei e il suo boyfriend hanno deciso di darsi una seconda possibilità. La scintilla che alimenta la trama è un incontro fortuito con il destino, che ha bussato alla porta proprio quando i due protagonisti stentano a crederci più. Il talento del ragazzo che tanto li aveva affascinati quella sera in metropolitana viene messo in discussione da un problema di plagio: il colpevole è Rob Madison, una rockstar al capolinea della sua carriera e per questo alla affannosa necessità di qualcosa che lo faccia rimanere in sella lungo la carreggiata del successo. Quella che ha tutta l’aria di essere una semplice questione di principio, si trasforma presto in un’avventura alla ricerca di se stessi e di un senso di giustizia che riguarda profondamente Therry, coinvolta in prima linea nella ricerca di Jonathan anche fino “in capo al mondo”.

Ho sempre sognato un’avventura come questa, Gab. È vero, il nostro scopo principale è cercare quel ragazzo soprattutto a causa della mia testardaggine, lo ammetto, ma il viaggio che stiamo per affrontare voglio che rimanga nei nostri cuori per sempre. Attraverseremo l’Europa da ovest a est per più di duemila miglia. Viaggiando vedremo il Belgio, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e infine la Romania, dove dal porto di Costanza ci imbarcheremo per una crociera notturna sul Mar Nero. Poi raggiungeremo la Georgia e l’Azerbaigian, dalla cui meravigliosa capitale, Baku, navigheremo nuovamente per attraversare il Mar Caspio fino alle coste del Turkmenistan e di lì arriveremo a Tashkent, passando da Samarcanda. Hai presente la via della seta?

Lo zoom iniziale sulla Londra perennemente “in movimento” è un espediente che permette la presentazione dell’altro grande protagonista del libro: l’instancabile Jonathan, un ragazzo che a troppi giri di parole preferisce le note che escono da una chitarra. Jonathan non è un musicista come tanti, ma qualcuno che suona delle emozioni che gli fa scoprire la quotidianità. Lavora al KFC di Hackney Road, ma quella dietro al bancone è una vita che non lo entusiasma più, utile solamente a sbarcare il lunario; lui vuole vivere di musica, girare il mondo con la sua passione. Insomma: sogna di calcare i grandi palchi, ma per ora si accontenta di suonare per strada, in mezzo a quella gente che tutti i giorni lo ispira e che gli dimostra di apprezzare ciò che fa. La sua musica, però, si mescola anche a una storia personale piuttosto difficile, colpa di una guerra civile e religiosa che dal suo paese natio – Tashkent, in Uzbekistan – lo ha condotto lontano dagli affetti più cari.

Dopo i primi convenevoli, il giovane cominciò a raccontare della sfortunata esistenza del suo amico Jonathan Caldwell che in realtà, all’anagrafe di Tashkent, capitale uzbeka, rispondeva al nome di Andreij Beniskev.
Andreij aveva ventuno anni e dopo la morte dei suoi genitori per i primi focolai di quella che in seguito sarebbe diventata una guerra civile e religiosa tra l’Uzbekistan e il confinante stato del Kirghizistan, era stato letteralmente rapito dal coraggioso zio Nathan, anch’egli di origini uzbeke ma londinese di adozione da sempre. Nathan se lo era portato a Londra e lo aveva cresciuto a pane e musica, sua grande passione. A quanto pareva, lo stesso Jonathan aveva il rock nel sangue e lo zio era il suo primo fan, Purtroppo quest’ultimo era venuto a mancare l’anno precedente a causa di una brutta malattia, facendo sprofondare il giovane in una depressione figlia di incubi da cui non si era mai veramente liberato.

Nella caotica e luminosa capitale inglese (in cui ha fatto esperienza anche lo stesso autore) le vite di Therry e Gabriel si intrecciano a quelle di tanti altri ragazzi in cerca di un loro posto nel mondo, ma soprattutto a un susseguirsi di eventi al limite della normalità. Se il caso non sembra badare molto alle circostanze, la sfortuna invece fa lo strano scherzo di capitare quando meno la si vorrebbe. Basta una corrispondenza sbagliata, un tragitto diverso da quello di sempre, una parola non detta o, più semplicemente, una sensazione di sgomento che attraversa il corpo. Il destino, onnipresente in questa storia come un abile dirottatore dei fatti, si intromette continuamente tra i personaggi per manifestare la sua ineluttabile superiorità.

Le ombre si ritirarono e un sorriso dipinse il suo bellissimo volto, ma i conti col destino erano tutt’altro che saldati.

Sarebbe superficiale pensare al romanzo di Davide Rossi solamente come a un racconto d’amore e di ricerca personale. La miscellanea di elementi lo rendono un caleidoscopio narrativo fatto di eventi e voci del tutto imprevedibili (e, talvolta, addirittura spiazzanti). La storia – via via più diramata con lo scorrere delle pagine – carica il lettore di moltissime aspettative. Dal romance si passa al romanzo d’avventura, dal thriller si approda al drammatico, e ogni genere si mescola all’altro per creare un collage di sfaccettature che, tra alti e bassi, costruisce un mondo “altro” che viaggia a fianco della nostra realtà contemporanea e le restituisce gli accadimenti sotto un’altra prospettiva, un po’ più emozionale.

Sembrava tutto così perfetto: nel giro di pochi giorni sarebbe partita con Gabriel e Jonathan per una avventura che, a parer suo, sebbene avesse poche speranze di riuscita, avrebbe garantito a tutti loro delle emozioni e dei ricordi da condividere per sempre.
E allora perché si sentiva in quel modo?

“Funny Feeling” la canzone che fa da sfondo al libro, è un inno all’amore e alla vita, nonché palese manifestazione del talento di un ragazzo (Jonathan/Andreij) alla ricerca di un riscatto personale da un passato di cui vuole a tutti i costi rimettere insieme i pezzi. La sua musica ha il potere di unire le persone, di motivarle, ma anche di alimentare la loro voglia di correttezza. La stessa che convince Therry e Gabriel a intraprendere un viaggio ai limiti dell’impossibile.

Al telefono lei ne aveva solo accennato, sperando di convincerlo a seguirla in quella folle avventura, infondendo in lui l’entusiasmo che ora dopo ora lei stessa faticava a governare. Non si trattava soltanto di cercare Jonathan, il loro rapporto in primis avrebbe potuto trarre giovamento da un viaggio così fuori dagli schemi.

Il narratore onnisciente ci regala un’ampia prospettiva della storia. Eppure, la sensazione del lettore di avere sotto controllo ogni cosa è solo apparente: i colpi di scena sono costantemente dietro l’angolo, e la linearità degli eventi lascia ben presto spazio a una narrazione “irrequieta”. La musica, come la maggior parte delle grandi arti, diventa veicolo di emozioni e significati, trasformandosi anche in uno strumento in grado di descrivere storie che non sempre possono vantare un lieto fine. Di questo sono consapevoli anche i personaggi che si danno il cambio lungo la trama, alla perenne ricerca di un equilibrio lungo quel filo instabile che è la vita.

Meglio dare un calcio all’orgoglio che essere presi a calci dalla vita.

I colpi di scena non mancano, come anche l’attenzione per i dettagli (accuratamente studiati da Davide Rossi per conferire più realismo a una trama che, non bisogna affatto dimenticare, è comunque di pura immaginazione). È il caso dei “banditi fuorilegge” che sconvolgono i piani della coppia durante il viaggio in Uzbekistan: una disavventura che lascia il lettore con il fiato sospeso, ma anche con la curiosità di volerne sapere di più. Sebbene i passaggi siano rapidi, il cambio di voce dei protagonisti trasforma l’inconveniente in un accorgimento stimolante che contribuisce a mantenere vivo l’interesse. Il mistero è senza dubbio un ingrediente fondante del romanzo, e in quel frangente la sensazione di suspense è affidata al temerario Valentin (un altro dei tanti “angeli custodi” di Jonathan).

Risultava imperioso con il suo metro e novanta di statura racchiuso in un elegante doppiopetto di tweed. Chissà chi era Valentin, quante storie avrebbe potuto raccontare a quella giovane indomita che trasmetteva energia positiva a ogni sguardo che regalava.
Le disse unicamente di continuare a essere coraggiosa come aveva dimostrato, usando un vecchio proverbio di provenienza sconosciuta: “Osa fare ciò che non osi dire…”. Infine, se ne andò, dopo aver stretto la mano a Gab, a Jonathan e a una splendida, rinata Radmila.

L’estrema scorrevolezza è un altro dei motivi per cui questo testo si può definire una piacevole scoperta: i capitoli – composti da qualche pagina ciascuno – si leggono senza troppe pretese e con una scioltezza tale da alimentare la voglia di sapere cosa mai possa ancora succedere. Una lettura non si riduce solamente alla maniera in cui è scritta, ma anche alle sensazioni che è in grado di trasmettere e alle riflessioni che suscita; la creatura di Davide Rossi è un serbatoio di emozioni contrastanti che, pur collidenti, trovano comunque il modo di mantenere la loro integrità. Difficile dire chi tra Therry, Gabriel e Jonathan sia il protagonista preponderante della storia. Niente affatto un difetto, piuttosto una discreta costruzione narrativa che permette ai punti di vista di non essere mai gli stessi. Cercando Jonathan non è solo un buon romanzo (scritto da un autore emergente, ci tengo a specificarlo), ma anche un lavoro di documentazione che spazia dalle accurate informazioni geopolitiche ai fatti che sconvolgono il presente odierno. L’espediente che riporta in careggiata la storia, dirottata abilmente su altri fronti grazie a viaggi in territori lontani, è un colpo di scena ancora più incredibile dei precedenti, ma necessario per rimarcare ancora una volta la pericolosità delle ideologie estreme e umanamente dannose.

Adesso so che la ragione per cui Therry voleva aiutarmi a tutti i costi era figlia di un Karma che ha dell’incredibile.
La ragazza del bus, amico mio, era proprio lei.

Nonostante la vita sia sempre pronta a presentare il conto, quello che Theresina e Gab vogliono per Jonathan è un futuro carico di speranze e positività. La titanica impresa dei due, diventati ormai presenze necessarie nella vita del musicista, è sì fonte di gratitudine e affetto, ma anche una manifestazione del fatto che non è mai troppo tardi per sentirsi in famiglia, soprattutto non avendone mai avuta davvero una. Prima spettatori e poi amici, i due amanti sono per il ragazzo una sorta di guida motivazionale, la ragione per cui è necessario non rinunciare alla realizzazione dei propri sogni. Il finale – per certi aspetti un po’ “tirato” e sbrigativo – rimane comunque una grande celebrazione della vita in tutte le sue forme, da dedicare a quelle persone che hanno subito dei colpi bassi e vogliono a tutti i costi trovare un modo di rialzarsi.

4/5

PAROLE CHIAVE

Therry: una donna dall’immensa voglia di vivere e dal coraggio sorprendente, sempre pronta a guardare il lato migliore in ogni situazione (anche la più difficile). È sicuramente il simbolo di questo testo, la promotrice di ogni azione o avventura per cercare Jonathan e restituirgli il suo talento “rubato”.
Colpi di scena: in Cercando Jonathan sono tanti e inaspettati, alcuni davvero difficili da credere. Nonostante si tratti di una storia puramente immaginata, la sensazione è quella di trovarci in una (triste) realtà che può comunque capitare.
Destino: impossibile mettersi contro i suoi piani prestabiliti. Il testo di Davide Rossi non è solamente il racconto di una ricerca, ma anche una amara consapevolezza di quanto il caso, a volte, sia proprio beffardo.
Famiglia: L’esistenza di Jonathan non è stata semplice, ma nella musica ha trovato la maniera di esprimersi e di dare voce ai suoi sentimenti. Eppure manca qualcosa, una nota suona stonata: la mancanza della sua cara sorella Radmila.
Funny Feeling: la canzone che fa da colonna sonora a Cercando Jonathan, che sembra quasi di sentire durante tutta la lettura. La “piacevole sensazione” è quella di un incontro fortuito e ispiratore destinato a durare per tutta la vita.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Cercando Jonathan
Autore: Davide Rossi
Editore: Echos Edizioni
Lunghezza: 168 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Le vicende di Therry, ventiduenne guida turistica e il suo boyfriend Gabriel, di un anno più giovane, bello da far perdere la testa e spesso sfuggente prenderanno una strada assolutamente inaspettata. La situazione si trascinerà tale fin quando la tenace e orgogliosa ragazza pretenderà un incontro chiarificatore al termine del quale, delusa ma ormai rassegnata, lascerà il fidanzato. Nel tornare sconfitta verso casa, presso la stazione metro di King’s Cross, Therry rimarrà come ipnotizzata dalle magiche note di un brano inedito, cantato da un rocker di strada posizionato in un angolo del grande atrio centrale. Si fermerà ad ascoltare, irrimediabilmente rapita, senza accorgersi che Gabriel l’ha seguita fino a lì, convintosi di non volerla perdere, anch’egli catturato da quel pezzo bellissimo. Tra i due giovani, grazie alla magia del momento, si riaccenderà la scintilla. Con loro e la piccola folla di passeggeri che si è formata intorno a Jonathan Caldwell, autore e performer, si nasconde in incognito Rob Madison, rockstar americana in fase discendente della carriera. Madison registrerà il pezzo senza farsi notare e lo ruberà, portandolo presto in cima alle classifiche mondiali.
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“La svastica sul sole”: la Germania e il Giappone hanno vinto la guerra

Come sarebbe il mondo se la Seconda guerra mondiale fosse stata vinta dalla Germania e dal Giappone? Questo è l’interrogativo che sta alla base della realtà immaginata da Philip K. Dick nel suo romanzo, del 1962, La svastica sul sole (anche conosciuto con il nome The Man in the High Castle o ancora L’uomo nell’alto castello). Un testo che, oltre a rappresentare un caposaldo della letteratura fantascientifica, ha anche dei risvolti piuttosto moderni che non smettono mai di stimolare il dibattito che contrappone history e science fiction.

Bisognava prendersela con i tedeschi, per questa situazione. Per la loro tendenza ad azzannare bocconi più grossi di quanto potessero masticare. Dopo tutto erano riusciti a malapena a vincere la guerra, e tutt’a un tratto si erano lanciati alla conquista del sistema solare (..). E in definitiva avevano avuto successo con gli ebrei, con gli zingari e con gli studiosi della Bibbia. E gli slavi erano stati ricacciati indietro di duemila anni, fino alle loro terre d’origine in Asia. Fuori dall’Europa, con grande sollievo di tutti. (..) Ma l’Africa. Laggiù si erano semplicemente lasciati trascinare dall’entusiasmo, e c’era da ammirarli, anche se avrebbero fatto meglio ad avere un po’ più di pazienza e ad aspettare, per esempio, che fosse portato a termine il Progetto Terre da Coltivare. Ma laggiù i nazisti avevano mostrato dell’autentico genio, rivelando tutto il loro talento artistico. Il Mediterraneo chiuso, prosciugato, trasformato in terreno coltivabile per mezzo dell’energia atomica… che grande ardimento! (..) Per quanto riguarda la Soluzione Finale del Problema Africano, abbiamo quasi raggiunto i nostri obiettivi. Sfortunatamente, però… Eppure c’erano voluti duecento anni per liberarsi degli aborigeni americani, e la Germania, in Africa, ce l’aveva quasi fatta in quindici anni.

Hitler e l’Impero giapponese hanno vinto il secondo conflitto mondiale e ora gli Stati Uniti sono divisi in tre parti: la costa orientale comandata dai tedeschi, al centro gli stati neutrali delle Montagne Rocciose e la costa occidentale sotto il controllo del Giappone. Questa spartizione territoriale rispecchia anche i personaggi principali che compaiono nella storia, tutti quanti distinti per idee politiche e nazionalità. Ci sono il funzionario giapponese Tagomi, l’orafo ebreo Frank Frink (in origine Fink, ma modificato per sfuggire alle persecuzioni), lo svedese Baynes (il Rudolf Wagener della missione “Dente di Leone”), la seducente Juliana Frink che abita negli stati delle Montagne Rocciose ed ex moglie di Frank, il mercante di oggetti storici (segretamente filo-nazista) Robert Childan e l’italiano Joe Cinnandella (che si rivelerà essere, in realtà, un sicario svizzero). La svastica sul sole è il racconto di una storia fitta e subdola, decisamente diversa da quella che ci è stata tramandata, in cui i giochi di potere dei nazisti creano un mondo del tutto inaspettato. Nella prospettiva presentataci da Dick, il Reich non è capitolato sotto i colpi degli Alleati, piuttosto è diventato un territorio immenso e ultra avanzato in cui i nazisti non solo sono riusciti a eliminare tutti gli ebrei (proprio come nella peggiore delle ipotesi possibili), ma anche la popolazione nera dell’Africa, tramando allo stesso tempo un conflitto contro i giapponesi e la conquista dello spazio.

E’ una deformazione della mia percezione ottica, di natura particolarmente sinistra. Un disturbo che distorce il mio senso spaziale. L’orizzonte deformato. Come un micidiale astigmatismo che colpisce senza preavviso.

In questo contesto distorto, gli Stati Uniti sono presentati come invasi e sottomessi a delle potenze vincitrici che tengono in mano un mondo ucronico e paradossale in cui i razzi che si occupano del trasporto delle persone convivono comunque con dei retrogradi taxi a pedali. Queste “oscillazioni” avanti e indietro nel tempo riguardano diversi elementi nel testo: se da una parte abbiamo gli avanzamenti tecnologici e l’espansione verso Marte a proiettarci verso una realtà futuristica, dall’altra, l’ancoraggio a ciò che è stato, viene riproposto nella presenza di Robert Childan, un antiquario che possiede un negozio di Manufatti Artistici Americani precedenti alla Guerra. Ma non sempre le cose sono come sembrano: quegli oggetti che dovrebbero essere una testimonianza dell’originalità del passato, si rivelano essere piuttosto della paccottiglia rivenduta a dei collezionisti giapponesi ignari. P. K. Dick, con questi piccoli espedienti, non racconta solo il rapporto ambiguo tra realtà e illusione, ma prende come ispirazione il potere della scrittura di stravolgere ogni cosa, perfino la storia che sembra data per assodata. L’autore porta su carta degli eventi manipolati e riscritti che fanno parte di un universo alternativo e che non hanno delle coordinate storiche ben precise, come nel caso di La cavalletta non si alzerà più, il libro nel libro di Abendsen citato nella storia e che, nel romanzo originale, prende il nome di The Grasshopper Lies Heavy

«Lui sostiene che invece di un isolazionista come Bricker, nel 1940, dopo Roosevelt, sarebbe stato eletto Rexford Tugwell.» Il suo viso liscio rifletteva le luci del traffico e scintillava di animazione; i suoi occhi erano diventati più grandi e nel parlare gesticolava molto. «E sarebbe stato molto attivo nel continuare la politica anti-nazista di Roose-velt. Perciò la Germania avrebbe avuto paura di intervenire a favore del Giappone nel 1941. Non avrebbe rispettato gli accordi. Capisci?» Si voltò verso di lui, lo afferrò decisamente per la spalla e aggiunse, «E così la Germania e il Giappone avrebbero perso la guerra!»
Lui rise.
La ragazza lo fissò, cercando qualcosa sul suo volto – lui non riuscì a capire che cosa, anche perché doveva stare attento al traffico – e disse, «Non c’è niente da ridere. Sareb- be successo davvero così. Gli Stati Uniti avrebbero avuto la meglio sui giapponesi. E…»

Tutto questo non fa altro che spiazzare il lettore mettendolo nella condizione di pensare a un mondo “sottosopra” – o meglio, nascosto tra le righe – in cui, lui stesso, avrebbe potuto vivere se la fantascienza fosse stata realtà. I tedeschi/nazisti possiedono sicuramente l’autorità per comandare il territorio che la vittoria della Seconda guerra mondiale ha loro assegnato (con l’aiuto di un P. K. Dick che non manca di etichettarli come i cattivi della situazione), ma ciò che emerge è che essi manchino dell’autorevolezza necessaria per manifestare la loro vera supremazia come vincenti. Il loro Paese appare quasi come un corpo malato, come malato è anche l’Hitler descritto nel romanzo: l’ideologia nazista è mandata avanti dai suoi fedelissimi, tutto ciò in uno scenario in cui i tedeschi non hanno comunque il punto di vista privilegiato. Alla luce di questi aspetti, quello che si coglie dalla lettura de La svastica sul sole, oltre alla narrazione ucronica che prescinde dalla storicità, è anche il tentativo di P. K. Dick di compiere una sorta di miscellanea di temi, sia dal punto di vista contenutistico sia simbolico, che ripercorrono anche la storia dei generi. Ecco, quindi, che lo scrittore “immaginato” Hawthorne Abendsen compare per richiamare anche un altro autore altrettanto importante, ma ben più reale: Nathaniel Hawthorne.

«Devi essere un agente dell’SD» disse lei. «Che si spaccia per un camionista italiano. Non hai mai combattuto in Nord Africa, vero? Probabilmente sei venuto qui per uccidere Abendsen; non è così? So che è così. Credo di essere piuttosto stupida.» Si sentiva prosciugata, inaridita.

In questo collage storico rientra anche la “questione ebraica” e il modo in cui P. K. Dick la affronta. L’autore porta alla luce un mondo in cui, brutalmente, gli ebrei sono stati quasi completamente eliminati e il razzismo si è esteso anche alla cancellazione della popolazione nera dell’Africa. Frank Frink, in questo contesto, è sicuramente colui che incarna di più le problematiche dell’odio razziale che con Hitler ha avuto il suo culmine massimo con la deportazione. Ma le persecuzioni di cui parla Dick, alla fine, coinvolgono tutti, senza distinzioni. E probabilmente è questa la grande morale di The Man in the High Castle: qualunque siano le intenzioni e qualsiasi sia la posta in gioco, il male è sempre dietro l’angolo e, come tale, è costantemente pronto ad influenzare non solo gli eventi, ma anche le esistenze di tutti coloro che tocca. La svastica sul sole descrive uno scenario ipotetico, ma allo stesso tempo anche terribilmente reale in cui i protagonisti si muovono come delle marionette manovrate da dei giochi di potere molto più in alto di loro. L’ordine scricchiola continuamente e a tremare sono anche le fondamenta di una storia che assume i panni di una verità, a tratti scomoda e a tratti liberatoria, che muta a seconda del punto di vista con cui la si guarda.

Come una rana strappata al fondo di uno stagno, pensò. La stringi nel pugno, le ordini di riferire che cosa c’è in fondo all’acqua. Ma qui la rana non ti prende nemmeno in giro; soffoca in silenzio, diventa pietra o argilla o minerale. Inerte. Torna alla rigida sostanza familiare nel suo mondo-tomba.
Il metallo viene dalla terra, pensò mentre osservava. Da ciò che sta sotto: da quel regno che è il più basso e il più denso. Luogo di folletti e di caverne, umido, sempre buio. Il mondo yin, nel suo aspetto più malinconico. Il mondo dei cadaveri, del disfacimento, della rovina. Delle feci. Di tutto ciò che è morto, che è scivolato verso il basso e si è disintegra- to, strato dopo strato. Il mondo demoniaco dell’immutabile; il tempo-che-fu.

«La storia ci sfiora appena», scrive Dick in La svastica sul sole. Eppure, una volta ultimata la lettura, il suo tocco è pesante sulle esistenze dei personaggi che abitano il romanzo.

4/5

PAROLE CHIAVE

Autenticità/finzione: cosa è vero? E cosa, invece, è falso? La svastica sul sole inscena una trama che è la cancellazione della storia stessa, ma anche una possibile variante di come sarebbe potuta andare se certe cose non fossero accadute o si fossero verificate diversamente.
Metaromanzo: il “libro nel libro”, come accade con La cavalletta non si alzerà più di Abendsen. Quest’ultimo è un romanzo che circola clandestinamente negli Stati Uniti e che racconta un mondo in cui si immagina che la Germania e il Giappone abbiano perso la guerra, creando l’effetto di una ucronia nell’ucronia stessa. Quello di Abendsen non è il solo testo citato: fondamentale per i protagonisti di La svastica sul sole è anche l’I Ching, libro cinese degli oracoli che viene consultato molto spesso come aiuto nelle loro scelte.
Potere: quello che muove la storia e i personaggi. In La svastica sul sole, il potere è qualcosa di subdolo che si infiltra in qualunque parte, anche dove sembra non ci sia affatto oppure, addirittura, dove se ne trova già abbastanza.
Dente di leone: l’operazione di spionaggio tedesca ai danni dell’impero giapponese. L’equilibrio delle due superpotenze è come un castello di carta destinato inesorabilmente a crollare.
Hawthorne: il nome di battesimo dello scrittore “Abendsen”, autore di La cavalletta non si alzerà più, ma anche quello di “Nathaniel Hawthorne”, capostipite del romance ottocentesco. Probabilmente un finissimo riconoscimento da parte di P. K. Dick alla bravura dell’autore.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: La svastica sul sole
Autore: Philip K. Dick
Editore: Fanucci
Lunghezza: 320 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, e tutto sembra ruotare intorno a due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il bestseller del momento, vietato in tutti i Paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato in realtà sconfitto dagli Alleati. Introduzione di Carlo Pagetti. Postfazione di Luigi Bruti Liberati.
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Vuoi conoscere ulteriori dettagli riguardo La svastica sul sole (e altri romanzi simili)? Allora ti consiglio di leggere il mio saggio Quando Hitler ha vinto la Seconda guerra mondiale. Per maggiori informazioni, clicca qui.

L’impresa epica di “Smith & Wesson”

Guardi che le parole sono piccole macchine molto esatte, mi creda, se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi.

A prima vista, Smith & Wesson di Alessandro Baricco (Feltrinelli, 2014) sembra (solamente) un breve e semplice racconto incentrato su un’impresa a metà tra la sfida e il sogno. Leggendolo più a fondo, ci si accorge che è decisamente qualcosa di più: una pièce teatrale – una sceneggiatura, scritta con dialoghi ben definiti ed efficaci – in cui i personaggi, attraverso qualsiasi espediente, agiscono per rendere memorabili e degne di nota le loro esistenze, pur non mancando di vivere dei momenti leggeri e ironici. Questo legame con il teatro lo si coglie fin dalle prime pagine: oltre alla evidente struttura in atti che suddivide in capitoli il libro, tutti i “botta e risposta” tra i protagonisti sono inseriti in una sorta di copione dove le parole sono scandite da quelle che riconosciamo essere delle vere e proprie battute.

PRIMO MOVIMENTO, Allegro.
Non lontano dalle cascate del Niagara, anno 1902.
Interno di una baracca povera, incasinata ma dignitosa.
Un uomo sdraiato sul letto. Non sta necessariamente dormendo. È lì, tranquillo.
Bussano alla porta.
WESSON [l’uomo sdraiato sul letto] Chi è?
SMITH [da fuori] La signora Higgins, su all’albergo, mi ha parlato di lei.
Mi ha detto che potevo venirla a trovare.
WESSON La signora Higgins è una puttana!
Pausa.

Ci troviamo nel 1902 e il luogo sono le grandi Niagara Falls. I protagonisti di questo spettacolo scritto sono Tom Smith e Jerry Wesson, le cui vite si intrecciano nella loro affannosa ricerca di ribellione e adrenalina (a qualsiasi costo). Al lettore non deve affatto sfuggire l’accoppiata dei loro nomi: Tom e Jerry da una parte, come i più celebri gatto e topo del mondo dei cartoni animati, Smith e Wesson, in riferimento all’azienda statunitense di armi, dall’altra. Eppure qui non si tratta di un’avventura divertente o di una storia imprenditoriale pazzesca. Probabilmente l’intento di Baricco è quello di far incontrare due mondi apparentemente opposti, il tutto su un palcoscenico in cui prende vita uno show onirico che, a tratti, acquista anche delle sembianze tremendamente reali.  Wesson è un “pescatore”, ma non nel vero senso del termine: lui pesca i corpi di quelli che si suicidano buttandosi dalle Cascate del Niagara; Smith, invece, si è scoperto “metereologo” e ha deciso di affidarsi alle previsioni annotate su un taccuino sulla base di quanto gli ha riferito la gente. 

Abbiamo deciso che il 21 giugno, solstizio d’estate, il primo essere umano nella storia degli esseri umani salterà dalle cascate del Niagara non per farsi fuori, ma per vivere, una volta buona, e vivere davvero. Sarà una ragazzina di ventitré anni e contro ogni aspettativa non morirà in quel salto, e questo perché i signori Smith e Wesson, invece di progettare infallibili fucili a ripetizione, le troveranno il modo di sopravvivere alle cascate, sfidando la natura e le leggi della fisica, e vincendo, se dio lo vorrà e se avremo un culo bestiale.

Tra i due, come una boccata di aria fresca, si inserisce Rachel Green, un’aspirante giornalista – inviata del San Francisco Chronicle – alla disperata ricerca di uno scoop sensazionale che possa riscattarla dalla normalità in cui si sente intrappolata. Per farlo è disposta a tutto, perfino a mettere in gioco la sua vita per trasformarsi in una incredibile “notizia vivente”.

In fondo un bel destino, ma a lei manca qualcosa vero? Manca qualcosa di veramente suo, una storia memorabile, una prodezza, un miracolo tutto suo.

Il loro desiderio di evasione dall’ordinario non è rappresentato solamente dall’attuazione di una impresa epica, ma anche dalla volontà di conquistare un po’ di gloria a discapito di una vita trascorsa costantemente in maniera piatta e senza sfumature. Tutti e tre decidono di sfidare la grandezza incontrastata delle cascate, ma come spesso accade – e come insegna anche il pensiero burkiano di “Sublime” -, nulla possiamo contro una natura infinitamente più potente di noi, costantemente pronta a farci sentire piccoli e perituri. Da qui al fatto che raramente le cose vanno come si spera il passo è veramente breve, e come ciliegina sulla torta arriva anche il destino a rivendicare il suo ruolo da padrone assoluto.

Riepilogando. Disponiamo di tre strade. Prima: una palla di caucciù, perfettamente sferica, cava all’interno. La spariamo a grande velocità in modo che salti oltre i gorghi e cada direttamente nelle rapide, dove poi Wesson la va a pescare. Seconda: una sorta di cassaforte. La precipitiamo giù dalle cascate, quando tocca il fondo Rachel esce attaccata a un salvagente che la riporta velocemente a galla e poi la trasporta giù per le rapide. Wesson la raccoglie. Terza: una botte piena di aria compressa, perfettamente imbottita e a tenuta stagna. Rotola giù dalle cascate, finisce sott’acqua, torna su, e galleggia giù dalle rapide fino a quando Wesson non la prende al volo. Votazioni!

La vicenda è moderatamente focalizzata su una natura che appare ingestibile e ingovernabile nonostante il desiderio, prettamente umano, di tenerle testa. L’autore racconta l’avventura senza precedenti attraverso una maniera semplice e lineare, in cui le paure umane fanno da sfondo a un ritmo scandito come i colpi delle lancette di un orologio. Il tempo sembra fermarsi solo una volta, nel finale, quando tutti rimangono in sospeso in attesa che lo straordinario accada (e che da quella botte di legno lanciata ne esca un po’ di speranza). La storia è tanto precisa quanto dinamica: il desiderio di evadere da un destino che appare già scritto in tutti quei corpi senza vita recuperati ai piedi dell’enorme discesa d’acqua si frappone al timore di fallire, lasciando tutto intentato. Rachel è quella più motivata nell’impresa («Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita») e, con la sua giovane età, personifica una generazione che cerca di fare della voglia di emergere dalla folla, una via di fuga dalla routine e da una abitudinarietà tutt’altro che confortante. Quello che ne risulta è uno “spettacolo nello spettacolo”: rappresentato sì nel metodo di scrittura, ma soprattutto nella storia, quasi sulla scia di una notizia giornalistica che merita molto più di un semplice trafiletto. Quanto siamo disposti a rischiare per esistere.

4/5

PAROLE CHIAVE

Ironia: dall’inizio alla fine, il testo è inframezzato da uno humor che si inserisce nelle vicende vissute dai personaggi. Tom Smith e Jerry Wesson sono bizzarri e insoliti, ma non per questo poco profondi.
Destino: l’unico a uscire vincente dalla scena e, come sempre, incontrastabile. Non ci sono desideri di rivalsa o preparazioni preliminari che tengano se certi piani sono già stati scritti da qualcosa molto più grande.
Teatro: Smith & Wesson è una pièce teatrale. I tre protagonisti, come dei veri e propri attori, entrano ed escono dalla scena – o dalle pagine – attraverso gli “andamenti” o gli atti.
Natura: il contesto è quello delle Cascate del Niagara. La prova del superamento dei limiti è qualcosa di già conosciuto in letteratura (basti solo pensare alla storia di Ulisse, inserita nell’Inferno di Dante); un concetto che insegna quanto ogni azione conti anche delle conseguenze.
Multi-libro: questo testo è molte cose. È un articolo di giornale (o meglio, la ricerca di uno scoop), un copione teatrale, un breve romanzo e anche una storia di vita che ritrae l’animo umano nei suoi desideri e nelle sue debolezze.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Smith & Wesson
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 108 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green? E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?
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“Il giardino dei Finzi-Contini” e il viaggio nel ricordo

Il giardino dei Finzi-Contini è sicuramente l’opera più famosa di Giorgio Bassani, scrittore e poeta nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma (dopo una lunga malattia) nei primi mesi del 2000. Questo romanzo scritto nel 1962, oltre a essere stato inserito da diversi studiosi del genere nella corrente del “neorealismo”, è anche il racconto di un viaggio a ritroso nel passato in cui la voce narrante – che probabilmente va ricondotta allo stesso autore – prende per mano il lettore/spettatore accompagnandolo in un ricordo prevalentemente basato sulla nostalgia. La storia, infatti, incomincia proprio davanti alla tomba dei Finzi-Contini: lì il protagonista, oltre a rivivere attraverso dei flashback gli anni della sua giovinezza, si ritrova soprattutto a riflettere sul forte legame che lo ha avvicinato a quella famiglia.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco.

Il ricordo memoriale, poco a poco, introduce anche i personaggi di Micòl e Alberto, due fratelli che, come il protagonista, fanno parte della comunità ebraica ferrarese. I due sono dei Finzi-Contini e come tali hanno la “fortuna” di essere nati in una famiglia aristocratica che, però, vive quasi isolata dal resto della città ed è spesso vittima delle chiacchiere altrui per questa scelta. Micòl e Alberto, infatti, oltre a prendere delle lezioni private per proseguire gli studi e a fare parte di un circolo di tennis, abitano anche in una casa circondata da un giardino e da una cinta muraria che sono un po’ l’emblema di questo microcosmo in cui si trovano. Un isolamento che, vedendo gli anni in cui ci troviamo nella vicenda – ovvero il periodo che anticipa la Seconda guerra mondiale -, ha anche una forte eco con la ghettizzazione che da lì a poco, nel 1938, gli ebrei avrebbero vissuto tragicamente sulla loro pelle a opera delle “leggi razziali” (e poi con la deportazione). 

Il lungo periodo di tempo che seguì, fino ai fatali ultimi giorni dell’agosto del ’39, cioè fino alla vigilia dell’invasione nazista della Polonia della drôle de guerre, lo ricordo come una specie di lenta, progressiva discesa nell’imbuto senza fondo del Maelstrom.

Micòl, in particolare, esercita un fascino decisamente marcato sul protagonista, e questo appare chiaro fin dalle prime pagine del romanzo. Il primo incontro è avvenuto come una sorta di scena tra Romeo e Giulietta, quando la ragazza è affacciata al muro della sua casa e lui, in preda alla disperazione per la bocciatura in matematica, vaga per le vie della città alla ricerca di una scusa da poter raccontare ai suoi genitori. Questo sembra essere l’inizio di una amicizia che potrebbe diventare qualcosa di più, ma che una serie di imprevisti e di occasioni mancate prima, e la presenza di Malnate e l’inevitabile maturazione di lei poi, sembrano non far decollare nella direzione giusta.

Passai la notte successiva in grande agitazione. Mi addormentavo, mi svegliavo, mi riaddormentavo. E sempre riprendevo a sognare di lei. Sognavo per esempio di trovarmi, proprio come il primissimo giorno che avevo messo piede nel giardino, a guardarla mentre giocava a tennis con Alberto. Anche in sogno non l’abbandonavo con gli occhi un solo istante. Tornavo a dirmi che era splendida, così sudata e rossa, con quella ruga d’impegno e di decisione quasi feroce che le divideva verticalmente la fronte, tutta tesa come era nello sforzo di sconfiggere il sorridente, un po’ fiacco e annoiato fratello maggiore.

Il giardino dei Finzi-Contini, quindi, è anche la storia di un amore che nasce e si incrina piano piano, soprattutto dopo la partenza di Micòl per Venezia, avvenuta non a caso in inverno quasi come se il sopraggiungere di questa stagione significasse anche un definitivo raffreddamento dei loro sentimenti («Fu così a rinunciai a Micòl»). Sullo sfondo, però, rimane sempre il giardino, elemento centrale e imprescindibile di tutto il romanzo, luogo idilliaco in grado di vincere su tutto, perfino sui limiti temporali che vedono l’Italia sempre più vicina alla guerra. Ecco perché la storia d’amore che sembra nascere e non nascere tra il protagonista e la ragazza rappresenta anche ciò che arriva a sconvolgere, ma allo stesso tempo ad alimentare, questo piccolo mondo fatto di fantasie e desideri.

Fummo davvero molto fortunati, con la stagione. Per dieci o dodici giorni il tempo si mantenne perfetto, fermo in quella specie di magica sospensione, di immobilità dolcemente vitrea e luminosa che è particolare di certi nostri autunni.

L’epilogo del romanzo non è altro ciò che il lettore si immagina e di cui si fa consapevole andando avanti nella lettura, ovvero il triste destino della famiglia Finzi-Contini che non riesce a sopravvivere ai tragici eventi della deportazione e delle leggi razziali. La storia si conclude esattamente come era iniziata: con il ricordo di un passato che non può più tornare se non nella mente del protagonista, unico sopravvissuto alla vicenda e, come tale, colui che accompagna il lettore in questo lungo viaggio introspettivo. Quello che più mi è piaciuto di questo romanzo è stato il metodo di scrittura di Giorgio Bassani: così ricco e dettagliato da non lasciare nulla al caso, nemmeno la più semplice delle descrizioni. L’espediente del ricordo a partire da un “monumento memoriale” (come può essere una tomba) per imbastire l’intera storia è davvero evocativo, reso ancora più profondo dallo sfondo storico e simbolico in cui veniamo proiettati. L’io narrante è come se facesse una sorta di percorso di formazione, a partire dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta, in cui l’amore non ricambiato di Micòl (di cui ne è consapevole solamente alla fine del romanzo) lo fa vivere in un limbo che gli fa credere che qualcosa sia sempre possibile. Probabilmente l’idea che vuole darci l’autore è quella che il protagonista, in realtà, stia vivendo un dormiveglia in cui, il rifiuto sonoro della ragazza, rappresenta lo strattone che lo riporta alla realtà. Bassani dimostra una grande sensibilità e con Il giardino dei Finzi-Contini tocca il lettore trasportandolo non solo a Ferrara, ma anche in quel giardino che ha dato adito a tante immaginazioni. Il triste epilogo dell’amore (e delle vite dei protagonisti) è forse la nota più dolente della storia, ma il libro non avrebbe avuto lo stesso impatto emozionale senza questa costruzione narrativa. Questo è un romanzo molto particolare sotto tanti punti di vista, primo tra tutti il fatto di saper descrivere, sotto un’altra e più romanzata sfumatura, gli anni difficili dell’Italia prima della guerra. Un must read, senza alcun dubbio.

Voto: 4/5

PAROLE CHIAVE

Il giardino: lo scenario principale della vicenda, in cui avviene (e non avviene) tutto, ma anche il luogo che sembra non subire i cambiamenti spazio-temporali che, invece, attraversano inesorabilmente il mondo esterno. E’ proprio sulla soglia di quel “mondo” che il protagonista incontra per la prima volta Micòl, un mondo che però riesce a visitare solamente una decina di anni dopo da quel primo e furtivo approccio. 
Micòl: il principale oggetto dei desideri del narratore, ma anche la sua più grande illusione e delusione. La ragazza cresce e matura durante il romanzo, e di questo ne è amaramente consapevole anche il protagonista, il quale decide di rinunciare a lei e di mettersi il cuore in pace proprio quando intuisce la “freddezza” che la ragazza ha nei suoi confronti e anche il suo probabile legame con Malnate.
La comunità ebraica: lo sfondo attorno a cui si muove l’intera vicenda,  fondamentale soprattutto per capire le tragedie che vive la famiglia dei Finzi-Contini, vittima della deportazione, della guerra e anche del destino nefasto.
L’amore: per gran parte del romanzo è stato un sentimento quasi platonico e irreale che sembrava esistere solo nella mente del protagonista, complice anche il fatto che quest’ultimo ha peccato spesso di insicurezza nel non riuscire a cogliere certe occasioni. Solo verso la fine è la stessa Micòl a mettere in chiaro le cose: in realtà loro sono troppo simili per potersi trovare sotto quell’aspetto, ed ecco che il sogno di un amore per cui combattere si trasforma nella consapevolezza di ciò che non potrà mai essere.
Il passato: tutto il romanzo è impostato su questa condizione temporale, a partire dal flashback iniziale che ci proietta all’indietro verso una storia costruita sulla nostalgia. Quello de Il giardino dei Finzi-Contini, però, è un passato circolare che sembra continuamente tornare per riavvolgersi su se stesso, soprattutto nei ricordi, e questo lo dimostra anche la parte finale che, non a caso, ripete in un certo senso la scena iniziale.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Il giardino dei Finzi-Contini
Autore: Giorgio Bassani
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 214 pagine
Prezzo: 9,50 euro
Trama: Pochi romanzi italiani del Novecento sono entrati così profondamente nel cuore dei lettori come “Il giardino dei Finzi-Contini”, un libro che è riuscito a unire emozioni private e storia pubblica, convogliandole verso un assoluto coinvolgimento narrativo. Un narratore senza nome ci guida fra i suoi ricordi d’infanzia, nei suoi primi incontri con i figli dei Finzi-Contini, Alberto e Micòl, suoi coetanei resi irraggiungibili da un profondo divario sociale. Ma le leggi razziali, che calano sull’Italia come un nubifragio improvviso, avvicinano i tre giovani rendendo i loro incontri, col crescere dell’età, sempre più frequenti. Teatro di questi incontri, spesso e volentieri, è il vasto, magnifico giardino di casa Finzi-Contini, un luogo che si imbeve di sogni, attese e delusioni. Il protagonista, giorno dopo giorno, si trova sempre più coinvolto in un sentimento di tenero, contrastato amore per Micòl. Ma ormai la storia sta precipitando e un destino infausto sembra aprirsi come un baratro sotto i piedi della famiglia Finzi-Contini.
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Il mondo post apocalittico di “Dominant”

Dominant (Fanucci, 2017) è un libro scritto da Irene Grazzini che si aggiunge alla lunga lista dei testi dedicati al genere distopico. La storia si può definire una piacevole commistione tra i famosissimi Divergent e Hunger Games, eppure è capace di avere una propria personalità senza risultare solo una copia ben fatta. Abbiamo imparato che la distopia possiede diverse accezioni e si occupa di affiancare al “post apocalittico” un gran numero di cause e conseguenze: in questo caso, ci troviamo in un mondo (non più come lo conosciamo) che deve ripartire e rigenerarsi dopo che una terribile glaciazione ha messo quasi fine al genere umano. Da qui la necessità di costruire delle “strutture” che possano ospitare e proteggere tutti gli ultimi sopravvissuti. O quasi.

Claire seguì la professoressa Rania all’interno del Babylon. Era diviso in numerosi tubi, tutti identici tra loro, in cui potevano scorrere dal basso verso l’alto, e viceversa, i vagoni dei trenascensori. La torre era costituita da arcate di metallo e il soffitto del trenascensore decorato con Led multicolori per produrre l’effetto di un cielo. Claire non aveva mai visto il cielo, a essere sinceri, ne aveva soltanto sentito parlare. Da quando era nata, sopra la sua testa c’era sempre stata la Cupola a proteggerla.

La protagonista principale della storia è Claire, una ragazza Dominante che è nata e cresciuta sotto una Cupola controllata in maniera geotermica. Sempre sulla scia dei distopici più famosi, all’interno di questa costruzione di vetro e metallo sono sconsigliati rapporti umani e familiari, se non la devota fedeltà al presidente Gabriel Swan. La ragazza ha 16 anni e non ha la minima idea di come sia il mondo esterno, ma l’audace Eleanor sembra incappare nella sua vita proprio per mostrarglielo. Le due si conoscono quasi per caso, durante un’incursione non troppo pacifica scaturita dall’esterno e dovuta al necessario approvvigionamento di risorse. C’è solo un problema: Eleanor è una Recessiva e, in quanto tale, bollata come nemica giurata della City e allontanata da essa in maniera categorica. Il motivo di questo divario è dovuto all’epurazione che ha stabilito chi dovesse essere la “razza” da portare avanti. Dominanti e Recessivi sono facilmente distinguibili per caratteristiche comportamentali e fisiche agli antipodi; la loro “separazione” non è stata solo una questione di “ordine”, ma anche una infausta ingiustizia che ha diviso le persone in categorie privilegiate e non. Dopo l’incontro con Eleanor, per Claire niente è più lo stesso. La sua razionalità è messa a dura prova da una  semplice domanda: chi tra le due si trova sul lato giusto della verità?

Carnagione chiara come alabastro. Capelli color dell’oro. Occhi verdi e chiari che brillavano sotto le sopracciglia appena accennate. Quella ragazza era una Recessiva!

Denunciata per aver salvato una nemica, Claire è costretta a fuggire e a trovare un riparo proprio in quel “mondo” che, dai suoi compagni, è sempre stato etichettato come ostile. Ciò che l’aspetta all’esterno della Cupola è a tratti spaventoso quanto inquietante: «solo bianco», una distesa sterminata di gelo e neve in cui i Recessivi vivono e si sono saputi adattare per sopravvivere nelle difficoltà. Nonostante il freddo, la mancanza di un letto comodo e le risorse razionate, la ragazza non riesce a provare la mancanza di “casa”, in quella situazione (in apparenza) disagevole Claire si sente come mai prima di allora e comincia a maturare dei seri dubbi sulla autenticità perseguita da Swan.  

Sopra la sua testa, immenso e incombente, c’era il cielo. Il cielo vero. Nero come la pece, invaso da tanti piccoli occhi luminosi che la fissavano malevoli dall’alto. E poi quella gelida falce d’argento, che sembrava sul punto di tagliarle la testa.

Lontano dalla City – solo in apparenza calda e ospitale – Claire scopre che il vero senso di comunità si trova solamente in mezzo a Eleanor e ai Recessivi, in un mondo fatto di altruismo, gesti affettuosi e condivisione, qualcosa a cui lei non era affatto abituata circondata dai comfort e dalle tecnologie della Cupola.

Così erano nate le Cupole e ciò che rappresentavano: enormi impianti per l’estrazione e lo sfruttamento di una nuova forma di energia. L’energia geotermica.

Quello che più salta all’occhio leggendo il testo è il rapporto che si instaura tra Claire ed Eleanor, un aspetto che mette in secondo piano perfino le ipotetiche storie d’amore che potrebbero nascere tra la protagonista e il (dominante) Jordan o il (recessivo) Arthur. Dapprima appaiono come due scontrose nemiche, dal carattere inconciliabile, mentre poi, nel prosieguo della trama, il loro legame diventa così forte da portarle a sacrificarsi a vicenda pur di poter salvare l’una la vita dell’altra.

Claire chiuse gli occhi. Pensò a come era la sua vita prima di incontrare Eleanor. Semplice, ordinata, sicura, perché ogni giorno sapeva cosa fare, cosa dire e persino cosa pensare. Eppure, anche se era all’interno di una cupola termica, era una vita fredda e priva di affetti.

La storia non è altro che un alternarsi di segreti che emergono pian piano dagli indizi disseminati qua e là dalla stessa autrice, mentre le avventure coinvolgono prevalentemente una Claire che diventa sempre più consapevole del fatto che, in realtà, il nemico da combattere è sempre stato accanto a lei. Qualcuno che, non solo ha agito alle spalle di tutti creando due fazioni distinte e diverse, ma che ha portato anche a distinguere gli ultimi sopravvissuti sulla Terra in persone gradite e sgradite al sistema. Con i Dominanti da una parte (a cui è legata per appartenenza) e i Recessivi dall’altra (che ama come una famiglia), Claire riuscirà a portare alla luce i difetti di quella che credeva essere la casta perfetta? Questo è un romanzo da divorare letteralmente in pochissimi giorni, una lettura in grado di distinguersi dalle ispirazioni più famose non solo per la tematica affrontata – la questione delle risorse terrestri – ma anche per il linguaggio che viene utilizzato. Il legame tra Eleanor e Claire va ben oltre l’amicizia, rappresentando addirittura IL rapporto che manda avanti ogni possibile scenario. La scrittura della Grazzini è semplice e coinvolgente, e la presenza di termini e spiegazioni scientifiche donano alla storia un tono ancora più intrigante. Questo è assolutamente un libro-chicca per gli amanti del genere distopico: poche cose risultano prevedibili in questo romanzo, ecco perché i colpi di scena sono assicurati.

Voto: 4/5

Parole chiave

Eleanor/Claire: le protagoniste principali del testo. Le due hanno caratteri decisamente discordi e spesso inconciliabili, dovuto probabilmente al fatto che entrambe sono cresciute in due ambienti diversi. Claire è razionale, ponderata, diligente e studiosa, mentre Eleanor è istintiva, intrepida e all’apparenza dura e fredda, proprio come il ghiaccio in cui è costretta a vivere fuori dalla Cupola. È impossibile non pensare a quanto, nella differenza, si compensino. Il destino le unirà prima e le separerà poi, ma troverà comunque il mondo di legarle in una maniera indissolubile.
Energia: quella che si crea e si conserva nella Cupola, ma anche quella che i Recessivi tentano di rubare ed è all’origine di una vera e propria faida tra le due fazioni.
Amore/amicizia: i sentimenti che attraversano in modo coinvolgente tutto il romanzo e che appaiono costantemente uniti da un filo invisibile. Claire è prima legata a Jordan, poi ad Arthur, ma alla fine capisce cosa è importante davvero: la sua amicizia, speciale e profonda, con Eleanor.
Il sindaco Swan: il mostro invisibile che sembra tanto l’occhio del Grande Fratello in 1984 di Orwell, così meschino e subdolo da ingannare tutti (perfino se stesso).
Ispirazioni: quelle prese da Divergent e Hunger Games, ormai famose saghe post apocalittiche. Dominant, pur somigliando molto a queste letture, se ne distacca cercando una sua personale interpretazione al fattore distopico.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Dominant
Autore: Irene Grazzini
Editore: Fanucci
Lunghezza: 219 pagine
Prezzo: 14,90 euro
Trama: Claire ha trascorso i suoi primi sedici anni sotto la Cupola, l’enorme barriera alimentata a energia geotermica che protegge la City dall’esterno, il Mondo di Fuori, una landa inospitale e pericolosa sconvolta dalla più violenta glaciazione di cui si abbia memoria. Claire è una Dominante, appartiene cioè a quella razza eletta cui spetta il merito di aver liberato la città dalla minaccia dei Recessivi. Ora il destino ha deciso di sconvolgerle l’esistenza, presentando alla porta del suo Loculo una ragazza sconosciuta, ferita, che ha bisogno di aiuto. Da quel giorno, la vita di Claire si trasforma in una fuga disperata e rocambolesca dai Vigilanti e dai loro terribili robot, i Mastini, perché quella ragazza misteriosa è una Recessiva, e aiutarla significa commettere il più grave dei reati, quello di alto tradimento. Attraverso un mondo inospitale, reso sterile dal ghiaccio e dall’odio, tra bufere di neve che sferzano enormi città e maestose rovine, Claire scoprirà che il confine tra giusto e sbagliato è più labile di quanto abbia mai creduto.
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“La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”: causa ed effetto si confondono

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo (in lingua originale: The Time Traveler’s Wife) è un romanzo pubblicato nel 2003 e scritto da Audrey Niffeneger, già autrice delle graphic novel The Three Incestuos Sisters e The adventuress. Basta davvero qualche pagina per comprendere che Henry DeTamble, uno dei personaggi principali, ha un’irregolarità genetica davvero molto particolare: suo malgrado (e, tavolta, pure per dispiacere di chi gli sta attorno) si ritrova a viaggiare nel tempo e a ripercorrere alcune tappe del suo trascorso, quasi come se il suo corpo non foss’altro che un veicolo attraverso cui cambiare verso alla linearità (e alla normalità). Durante una di queste “perlustrazioni temporali”, l’uomo conosce anche colei che si rivelerà essere una parte fondamentale della sua vita: Clare Abshire, incontrata quando era una bambina e pertanto ancora inconsapevole delle reali condizioni di quella che, a tutti gli effetti, si è poi trasformata in una patologia debilitante.

Innanzitutto credo che c’entri il cervello. Credo che viaggiare somigli molto a un attacco epilettico, perché tende a succedere quando sono stressato, e ci sono elementi scatenanti che sono fisici, come le luci abbaglianti.

Punto cruciale della trama è il diciottesimo compleanno della ragazza, quando i due riescono a incontrarsi (finalmente) nel tempo presente per entrambi. C’è solo un problema: lei conosce ogni aspetto del ventottenne Henry – complice anche il suo interessamento e le domande di cui lo ricopre a ogni incontro -, ma lo stesso non si può dire del ragazzo, che piuttosto è costretto a fare i conti con i limiti della sua atipica situazione. La colpa, ancora una volta, è da attribuire a quei viaggi temporali che recano più svantaggi che vantaggi. Ma se c’è una cosa che questo libro insegna è proprio la perseveranza, soprattutto quella di un amore sincero che è in grado di sfidare tempo e distanze.

«Sarebbe buffo» dice. «Io avrei tutti questi ricordi di esperienze che tu non faresti mai. Sarebbe come.. Be’, è come stare con qualcuno che soffre di amnesia. Infatti è così che mi sento da quando siamo arrivati qui.»
Rido. «Allora nel futuro tu potrai guardarmi vacillare dentro ogni ricordo fino a quando non li avrò collezionati tutti. Fino a che non avrò la collezione completa.»

La rarissima malattia genetica di cui soffre Henry è senza dubbio il motore portante dell’intera storia. Viene chiamata in diversi modi, ma tutti quanti riconducono inevitabilmente a un grande deficit: si parla di “schizofrenia”, di “menomazione” (un termine che rievoca anche certi personaggi del teatro beckettiano), ma soprattutto porta a descrivere il protagonista come una «persona cronologicamente disorientata». Gli spostamenti di Henry sfuggono a qualsiasi controllo e capitano nella più pura casualità. L’inettitudine di conoscere le coordinate spazio temporali in cui sarà proiettato dal caso provocano anche una serie di situazioni inopportune e disagevoli, tant’è che molto spesso viene privato dei suoi vestiti e costretto a “muoversi” nella più completa nudità. Insomma, un vero e proprio peso più che un confortevole dono. L’unica certezza che possiede riguarda la causa scatenante di ogni traslazione: lo stress non è solamente un nemico da evitare, ma anche un problema da contrastare per cercare di rimanere ancorato al presente il più possibile («Le cose diventano un po’ circolari quando si è nei miei panni, causa ed effetto si confondono.»). Nel caso non si fosse già capito, ogni vicenda si muove attorno a Clare ed Henry. I due, oltre a conoscersi sin dall’infanzia – sebbene in una maniera un po’ singolare -, attraversano tutta la storia passandosi di volta in volta il ruolo di narratore in prima persona. Clare è essenzialmente un’artista che lavora sulla nostalgia: se da una parte crea sculture lavorando su diversi tipi materiali, dall’altra tenta di fermare il tempo che le sfugge con Henry proprio attraverso quell’arte a cui si sente legata. Entrambi portano sui loro corpi, sia esternamente che internamente, i segni dei traumi che hanno vissuto in passato, come se le rispettive difficoltà fossero una sorta di documento personale della loro esistenza. Henry invece è un bibliotecario: neanche a farlo apposta – caso mai il time travel non bastasse – ha a che fare con i libri e con gli archivi, i luoghi del “passato” per eccellenza.

Ho una cicatrice nel punto in cui mi ha sfiorato. (..) Un momento prima stavo guardando noi mentre entravamo nel camion e il momento dopo ero in ospedale. Quasi completamente illeso, in stato di shock. (..) Così, la mamma è morta e io no.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo molto originale che è in grado di rispecchiare la temporalità disordinata del protagonista. La storia non segue una linearità standard, piuttosto compie continui salti narrativi che ricreano nel lettore lo stesso stato di alienazione che è costretto a vivere Henry a causa della sua patologia. Le varie citazioni artistiche e letterarie, unitamente alle date e ai fatti storici, sono un’ottima cornice alla trama: oltre che a rappresentare una insindacabile certezza all’interno di racconto interamente bombardato dagli spiazzanti itinerari temporali, hanno il merito di dare un senso logico a una trama di per sé completamente irrazionale. Tralasciando l’eccessiva lunghezza (una questione meramente personale), il testo della Niffenegger è un enorme serbatoio di fatti accuratamente e delicatamente raccontati. La storia tra alti e bassi vissuta tra Henry e Clare è una dedica alla pazienza e il racconto di un amore che sfida ogni difficoltà mentale e materiale, una condizione che va ben oltre il romantico e arriva a sfiorare il pensiero che la fisicità non conti poi molto se al primo posto si collocano dei sentimenti profondi. Insomma, leggendo The Time Traveler’s Wife sarà inevitabile confrontarsi con un sentimento “a due voci”: una che parla di attesa e l’altra di imprevedibilità.

VOTO: 4/5

PAROLE CHIAVE

Tempo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo è un romanzo che fa del “tempo” un tema portante. Quest’ultimo non solo attraversa tutte le vicende, ma anche gli stessi protagonisti, come se l’intera storia non seguisse il normale senso lineare ma fosse intervallata da rimandi in avanti e indietro che fanno ritornare a ritroso nel passato e proiettano anche verso il futuro. A questo proposito, è davvero evocativa la parte finale del libro in cui c’è una citazione tratta dall’Odissea in cui Clare è paragonata a una Penelope che aspetta il suo Omero.
Trauma: quello che vivono Clare ed Henry sulla propria pelle, ma anche quello richiamato da fatti storici realmente accaduti (la nonna della protagonista che perde il fratello nella Seconda guerra mondiale; il riferimento alla tragedia delle Torri Gemelle: un grattacielo bianco in fiamme. Un aeroplano, come un giocattolo, che lentamente vola contro la seconda torre bianca”).
“Chiarezza”: una parola che rimanda al nome della stessa “Clare” e al nome della figlia che, dopo non poche difficoltà, riesce ad avere. La piccola viene chiamata “Alba” e il suo nome è stato scelto consultando sia il “Dizionario dei nomi”, sia l’Oxford English Dictionary («Nome di alcune città rase al suolo dell’antica Italia»; «Una bianca città. Una fortezza impenetrabile su una bianca collina»).
Arte: nel romanzo ci sono diversi riferimenti a questo argomento. Vengono citati artisti, quadri, scrittori, opere letterarie e anche la fotografia.
Testimonianza: compare ai protagonisti come un ricordo di quanto è stato, soprattutto attraverso lettere e disegni.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
Autore: Audrey Niffenegger
Editore: Mondadori
Lunghezza: 504 pagine
Prezzo: 11 euro
Trama: Clare incontra Henry per la prima volta quando ha sei anni e lui le appare come un adulto trentaseienne nel prato di casa. Lo incontra di nuovo quando lei ha vent’anni e lui ventotto. Sembra impossibile, ma è proprio così. Perché Henry DeTamble è il primo uomo affetto da cronoalterazione, uno strano disturbo per cui, a trentasei anni, comincia a viaggiare nel tempo. A volte sparisce per ritrovarsi catapultato nel suo passato o nel suo futuro. È così che incontra quella bambina destinata a diventare sua moglie quando di fatto l’ha già sposata, o sua figlia prima ancora che sia nata.
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“Non lasciarmi”: un destino già scritto

«Commovente e visionario». Così è stato descritto Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, un romanzo ucronico edito nel 2005 e meglio conosciuto con il titolo originale di Never let me go. La trama ci immerge fin da subito negli anni Novanta, in un mondo che sembra essersi proiettato completamente verso gli esperimenti genetici e il prolungamento della vita. Kathy, Ruth e Tommy, i protagonisti della storia, frequentano e crescono in un college di Hailsham, una scuola completamente isolata dagli stimoli esterni.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo.

C’è solo una particolarità: loro non sono affatto dei ragazzini “normali”, ma dei cloni che – proprio come il vento che indirizza i capelli e la chioma dell’albero nell’evocativa fotografia di Laurence Dutton raffigurata in copertina -, sono obbligati a seguire il destino che è stato riservato loro senza opporvisi: quello di diventare dei donatori di organi.

Voi siete… speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto lo sia per una come me.

La scuola, nel romanzo, svolge davvero un ruolo fondamentale: oltre a crescere e a educare gli studenti per lo “scopo” che devono assolvere, è anche il luogo in cui viene mostrata loro l’importanza della creatività. L’arte, in questo percorso di crescita che ricorda tanto un bildungsroman, è la sola cosa in grado di dimostrare la presenza di un’anima, ma rappresenta anche il biglietto da visita principale per poter essere accettati in quella sorta di società “panottica” dove i ragazzi vengono continuamente sorvegliati e ascoltati anche nelle loro più intime conversazioni.

La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di “creatività”.

Le tre parti in cui è strutturato Non lasciarmi rappresentano anche lo scorrere del tempo che attraversa le vite dei tre ragazzi, conducendoli dall’ingenuità dell’infanzia sino alla consapevolezza dell’età adulta. È proprio durante la fase intermedia – nel periodo in cui si trovano nei cottages, lontani dalla sorveglianza degli insegnanti – che scoprono i primi turbamenti emozionali e la rispettiva indole. La presenza del fattore empatico, ma anche di sentimenti quali la paura, la rabbia e la perdita, rappresenta forse l’aspetto più significativo dell’intero testo. L’interiorità non solo è affidata (in maniera paradossale) a dei cloni, ma il loro destino appare così inesorabilmente scritto da essere tragico: la voglia di poter vivere normalmente rappresenta un desiderio che non può essere esaudito e l’unica ambizione fattibile è quella di prolungare il periodo prima di incominciare il percorso di donazione degli organi che li condurrà a un lento deperimento fisico e psicologico. Kathy, Ruth e Tommy non sfuggono affatto alla loro condizione, e probabilmente è proprio questa “non ribellione” di fronte alla scadenza della vita che li rende più simili agli umani di quanto pensano. Non solo per quanto riguarda il corpo, ma anche per i dispiaceri che in un vissuto possono capitare. È il caso, per esempio, della storia d’amore che attraversa delicatamente tutta la storia e che riguarda Kathy e Tommy: separati inizialmente dalla mancanza di coraggio e dopo, quando finalmente possono lasciarsi andare ai sentimenti, da una fine ineluttabile. 

Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l’auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

Se dovessi trovare una definizione per questo romanzo, probabilmente sarebbe “tragicamente bello”. Ishiguro ha deciso di raccontare il vissuto (e le prime esperienze) di cloni umani, perennemente ostacolati dalle circostanze esterne e dal destino, in una maniera così delicata da essere quasi toccante. Ho sempre tifato per Tommy e Kathy fin dalle prime pagine, mentre ho detestato Ruth per il suo egoismo e per il suo carattere, a tratti decisamente lontano da quello che una amica dovrebbe avere. La storia incomincia come un grande diario («Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre») e in un certo senso, con questa scelta, sembra che l’autore voglia farci entrare nel mondo segreto e chiuso di Hailsham come se fossimo degli ospiti con un permesso “speciale”. Il finale probabilmente è quello che più mi ha lasciato con l’amaro in bocca: se da un lato non mi ha affatto stupito, dall’altro pensavo che il lieto fine sarebbe stata la cosa più giusta per una storia costellata continuamente da perdite e separazioni. Consiglio questo libro a chi voglia leggere una storia – non solo sentimentale – combattuta, ma anche a chi è alla ricerca di un romanzo che tocca temi eticamente e coralmente ricchi di stimoli. Sebbene l’inizio sia un po’ lento nella narrazione, l’autore riesce nel difficile compito di trascinare il lettore con sé in un mondo solo in apparenza ucronico, e che la scrittura articolata, ma non per questo confusa, fanno percepire come tremendamente reale. La trama è un susseguirsi di vicende che convergono tutte nella crescita dei protagonisti, sia nel bene che nel male; anche se la predestinazione della vita fa pensare che, malaugaratamente, sia decisamente il corpo a vincere sul sentimento.

Voto: 4/5

PAROLE CHIAVE

Cloni: quello che sono Kathy, Ruth e Tommy; il lettore non lo scopre subito, probabilmente perché Ishiguro compie la scelta di lasciare una sorta di “normalità” durante tutta la prima parte della storia. Sono prima tre bambini, poi tre adolescenti e alla fine tre adulti. La vita li avvicina, li accumuna, li separa e poi li riunisce ancora una volta, e il loro legame appare sempre centrale e profondo per tutta la trama, nonostante gli alti e bassi.
La “scuola”: Hailsham rappresenta fin dall’inizio di Non lasciarmi un meccanismo di controllo in cui tutti i ragazzi presenti hanno pochissimi momenti di libertà e vengono continuamente sorvegliati ed educati alle regole del luogo. Questo sistema è una sorta di micro-società in cui agli “alunni” viene offerto un surrogato di crescita e formazione, mentre il mondo esterno è dipinto come qualcosa di pericoloso da cui stare debitamente alla larga (basti pensare al “bosco”: «si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo»).
L’angolo dimenticato: si trova nel Norfolk ed è descritto come qualcosa di “fantastico” e importante per lo sviluppo della storia tra Kathy e Tommy. Non è altro che un negozio della nostalgia, della storia passata, poiché si dice che in quel luogo finiscano tutti gli oggetti smarriti del paese. E’ stato proprio durante il viaggio alla ricerca di una cassetta (a cui era molto affezionata Kathy) che i due ragazzi capiscono che tra loro c’è molto più di una semplice amicizia.
Varietà di generi: Non lasciarmi è, in primis, un romanzo, ma anche una distopia e una ucronia. Procedendo con la lettura si scopre essere pure molto altro: un diario, un flashback, un dramma, una ricerca di identità, un progetto scientifico, un romanzo di formazione, una storia d’amore delicatissima. Tutto questo in 291 pagine.
Amore: compare all’inizio in maniera leggera, quasi sfumata, per poi occupare gran parte della trama verso la fine del romanzo. 

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Lunghezza: 304 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
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Dylan Dog #400 – E ora, l’Apocalisse!

Non tutte le apocalissi vengono per nuocere.
Anzi, alcune si verificano – volutamente – proprio per stravolgere la “normalità” e scompaginare ogni certezza. Dylan Dog #400 si comporta un po’ così: affonda le sue radici in un mondo che già abbiamo conosciuto – riprendendo alcuni albi simbolo del paradigma sclaviano – e allo stesso tempo mette le basi per ciò che, di ancora imprecisato, deve venire. Per i nostalgici e gli aficionados è sicuramente un colpo al cuore: come ci si può preparare a leggere (e guardare) così tante sorprese? Semplice. Lasciandosi alle spalle i paragoni con ciò che è stato e godendosi, con altri occhi, quello che offrono le potenzialità. D’altronde, sarebbe un errore fossilizzarsi sui “vecchi miti” del passato.

Persi in un oceano ostile e senza nome, Dylan Dog e Groucho, a bordo del Galeone, dovranno fronteggiare tempeste, mostri e luoghi impossibili, in una spirale visionaria che condurrà l’Indagatore dell’Incubo al cospetto di un impensabile, gigantesco avversario, dalla cui morte dipende il destino del mondo intero, e la speranza per un nuovo futuro.

E ora, l’Apocalisse! – uscito nelle edicole e nelle fumetterie il 27 dicembre 2019 – non è solamente una “storia stratificata o ricca di riferimenti culturali”, ma anche la fine di un’epoca, un palinsesto su cui si deve fare tabula rasa per poter riscrivere altre avventure. Tutte nuove, sostanzialmente lontane da quelli che, nel tempo, sono diventati dei capisaldi riconoscibili e familiari. Dopo lo scenario distruttivo raccontato nel #399 – e il matrimonio per amore, in extremis, con il fedele compagno Groucho – l’Indagatore dell’incubo inaugura un’ulteriore fase della sua vita, quella della svolta e della sua ridefinizione sotto altri punti di vista. Il preludio del cambiamento si percepisce fin da subito: dalle celebrazioni a chi (e cosa) ha fatto grande il fumetto, come in una sorta di grande addio, all’intertestualità che si instaura tra una vignetta e l’altra (con Star Wars, Blade Runner, ma anche Caravaggio e Shakespeare).

Cuore di tenebra di Joseph Conrad è sicuramente il richiamo più lampante: viene evocato il male, il colonialismo (temi chiave del romanzo), ma soprattutto il viaggio dal noto all’ignoto; Dylan si auto-elegge portatore di tutti questi elementi e li fa propri, diventando un ricettacolo vivente in cui prendono vita una serie di “metastorie” tutte quante da decifrare e interpretare. Parafrasando una citazione famosa: pensare di cambiare le cose pur continuando a farle nello stesso modo è un po’ come pretendere di andare avanti guardandosi sempre indietro. Ecco, allora, il colpo di scena più grande di tutti: come in un Frankenstein dal finale alternativo, il rapporto ambivalente tra creatura e creatore si materializza nell’uccisione di Tiziano Sclavi ad opera del suo figlioccio, e quindi in una morte metaforica che proietta l’Indagatore verso “nuove mani” e altri orizzonti.

Ancora non si sa di preciso come sarà il nuovo volto di Dylan Dog – l’appuntamento è per il 30 gennaio, con una miniserie di sei albi tutti quanti corredati dalla sigla 666 -, ma in attesa di conoscerlo non resta altro che festeggiare il suo ritorno “in attività” con questa speciale uscita, in quattro copertine diverse come altrettanti sono stati gli autori a realizzarle (Corrado Roi, Gigi Cavenago, Claudio Villa e Angelo Stano). Se il termine apocalisse deriva dal greco apokalypsis e significa “gettare via ciò che copre, togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamento”, allora, sotto la maschera, ne vedremo delle belle.

Per approfondire la lettura: Dylan Dog #400

Moundshroud e “L’Albero di Halloween”

Quando Ray Bradbury ha scritto L’albero di Halloween era il 1972, e ormai da diversi anni il filone fantascientifico stava cominciando a far sentire la propria presenza sulle scene narrative mondiali. Inizialmente concepito come un progetto d’animazione volto a rendere consapevoli i giovani sul significato della “notte più paurosa dell’anno”, questo testo si è poi trasformato in una piacevole lettura rivolta anche a tutti quegli adulti intenzionati ad approcciarsi a una tradizione che è, solo in apparenza, distante dalla nostra cultura.

Era una piccola città, con un piccolo fiume e un piccolo lago, in una piccola regione dell’America del Nord. Il bosco non era così folto da non lasciar vedere la città e la città non era così grande da non poter vedere, sentire, toccare, odorare il bosco. La piccola città era piena di alberi, ma, ora che l’autunno era alle porte, anche di erba secca e di fiori appassiti. C’erano tanti steccati da scavalcare, tanti marciapiedi su cui pattinare e anche una grande cava dove si poteva ruzzolare e udire l’eco dei propri strilli. E la città era anche piena di… Ragazzi.
Ed era il pomeriggio della vigilia di Halloween.
E tutte le case erano serrate contro il vento freddo.
E un pallido sole illuminava la città.
Ma improvvisamente il giorno svanì.
La notte uscì dagli alberi e allargò il suo manto.
Dietro le porte delle case si udivano grida soffocate, uno scalpiccio leggero di passi e s’intravedeva un tremolare di luci.

La storia si apre su una piccola città dell’Illinois in cui, però, fervono dei grandi preparativi. È la vigilia di Halloween: nelle case e lungo le strade, tutti sono completamente immersi in un’atmosfera da brivido fatta di maschere, zucche intagliate e la classicissima filastrocca Trick or Treat. Dopo un incipit che raccoglie il meglio degli elementi tipici del genere horror, il lettore fa la conoscenza dei piccoli protagonisti che occuperanno, con le loro peripezie, l’intera trama. Per la notte più lunga dell’anno, i ragazzini hanno un solo programma: indossare un costume terrificante e raggiungere la cava, ossia «il lembo estremo della città dove la civiltà scompare nel buio».

Otto ragazzi si scontrarono fra di loro svoltando l’angolo.
«Eccomi: la Strega!»
«Il cavernicolo!»
«Lo scheletro!» Tom squassava le sue ossa per il gran ridere.
«La Grottesca!»
«L’Accattone!»
«La Morte!»
Bang! Rinvennero dallo sconquasso in un disordinato, felice groviglio alla luce del lampione. Il fanale ondeggiava nel vento come una campane. Il selciato divenne la tolda di una nave ubriaca che rullava e beccheggiava tra ombre e luce.
Dietro ogni maschera era un ragazzo.
«Chi sei?» Chiese Tom Skelton.
«Non te lo dico. Segreto!» gridò la Strega deformando la voce.
Tutti scoppiarono a ridere.
«Chi sei?»
«La mummia!» gridò il ragazzo fasciato i bende ingiallite dal tempo, che sembrava un grosso sigaro a passeggio.

Sulla scia di Stranger Things, un evento strano è in agguato per scompaginare i piani e sconvolgere la vita di uno di loro. Dove è finito «il più in gamba» dei componenti del gruppo? Dove si trova Joe Pipkin? La sua sparizione è solo l’inizio di una serie di stranezze. Il racconto creato da Bradbury possiede diversi riferimenti intertestuali, come pure molteplici immagini evocative. Quando gli adolescenti approdano nella dimora abitata dal “sepolcrale” Carapace Clavicle Moundshroud (il “sudario” Moundshroud, per gli amici), tutti quanti rimangono attoniti di fronte allo spettacolo che li circonda. Nelle descrizioni, sembrano paradossalmente incontrarsi Edgar Allan Poe e Charles Dickens: da una parte la casa resa umana attraverso le finestre somiglianti a «sguardi diabolici» (come ne Il crollo della casa Usher), dall’altra il battente con le fattezze di Marley (il fantasma che ne Il canto di Natale avvisa Scrooge della venuta dei tre spiriti). Ma è soprattutto il retro a riservare la più grande delle sorprese. Lì, quasi a valorizzare ancora di più quella notte, il gruppo scova un grandissimo albero completamente ricoperto di zucche intagliate con tantissimi volti diversi l’uno dall’altro. Lo spavento lascia spazio allo stupore, e quel luogo diventa la prima tappa di un percorso che si rivelerà essere l’avventura più entusiasmante della loro vita.

Il vento soffiava sulle cime dei rami e faceva dondolare dolcemente i frutti dai vivaci colori.
«È l’Albero di Halloween» disse Tom.
Aveva ragione.

Moundshroud è molto più di una presenza fantasmale: è la guida verso la Contrada dell’Ignoto, la voce rassicurante che aiuta i ragazzini nell’affannosa ricerca del loro amico e, soprattutto, il “maestro di vita” che li istruisce sul senso profondo di una Festa che non è solo un appuntamento con il terrificante, ma anche sinonimo di aggregazione e ricordo. Il mezzo di trasporto con cui traslano da una mirabolante avventura all’altra è singolare quanto il loro mentore: un rudimentale aquilone costruito con dei manifesti e dei pali recuperati da una staccionata. Come in un spaventoso cinematografo che proietta episodi storici e creature bizzarre, Tom Skelton e compagni si ritroveranno a viaggiare, tra paesi e civiltà lontane, fino all’origine di Halloween così come mai l’hanno conosciuta. Le loro soste nel tempo, neanche a farlo apposta, sono rappresentate proprio dai costumi che indossano, quasi come se ognuno di loro rappresentasse un pezzo di Storia che, tra errori e splendori, può funzionare solo se considerato nel suo insieme. L’Antico Egitto, i Druidi, il Medioevo delle Streghe, la Parigi di Notre Dame, gli Accattoni d’Irlanda, il Messico del Dia de los Muertos: ogni luogo è anche un viaggio di scoperta e consapevolezza su come gli uomini celebrano il giorno di Halloween e il ritorno dei morti nel regno dei vivi.

Indicò loro un immenso lucernario attraverso il quale si vedevano tutti i piani della casa. I ragazzi si affollarono attorno e osservarono una rampa di scale che si apriva ai vari piani, ciascuno dei quali raccontava una sua storia di antichi uomini e di scheletri.
«Eccolo lì, ragazzi. Date un’occhiata. Ecco il nostro volo di diecimila anni, il nostro viaggio dagli uomini delle caverne agli antichi Egizi, ai portici dei Romani, ai campi inglesi sino al cimitero messicano, tutto lì dentro.»
Moundshroud sollevò il vetro del lucernario.
«La balaustra delle scale, ragazzi. Scivolate giù. Ognuno di voi torni alla sua epoca. Saltate dalla balaustra al piano cui appartiene il vostro costume, la vostra maschera! Svelti!»
I ragazzi si affrettarono. Scivolarono giù per la balaustra, giù giù, per tutti i piani, tutte le epoche della storia contenute nell’incredibile dimora di Moundshroud. Giù per la liscia balaustra, in tondo, in tondo, rrrwhoom-thud!

In questo racconto horror dove la dimensione onirica abbraccia la realtà, trova spazio anche il genere della favola. Le morali sono tante e tutte egualmente importanti. Tra queste, s’inserisce sicuramente l’insegnamento sul valore attribuito all’amicizia. Il finale del testo è un bellissimo esempio di quanto ci si può adoperare per il prossimo; una “prova” di affetto e coraggio che allontana l’egoismo e si fa carico piuttosto dei valori (puri) che uniscono le persone. Come sarebbe la vita senza gli amici? Una questione che, poco dopo, si trasforma toccando un altro livello di consapevolezza: si può apprezzare la vita senza la presenza della morte?

«Notte e giorno. Estate e inverno, ragazzi. Tempo di semina e tempo di raccolto. La vita e la morte. Ecco cos’è Halloween. Il mezzogiorno e la mezzanotte. Si nasce, si cresce e si muore. Così per milioni di anni. Ogni notte e ogni giorno spaventati dal pensiero del buio, della morte, degli spettri. Una eterna Halloween. Sinché la civiltà condusse gli uomini alla vita nelle città, al riposo, alla riflessione. Gli uomini cominciarono a vivere più a lungo, ad avere più tempo per pensare, a non avere più paura della morte imminente. Alla fine gli uomini pensarono al giorno, alla notte, alla primavera e all’autunno, alla nascita e alla morte soltanto in alcuni giorni dell’anno.»

In un mondo sempre più legato alla materialità, lo svolgersi della storia può essere interpretato anche come una celebrazione del ricordo: nessuno è mai morto davvero finché esistono momenti che ne mantengono viva l’esistenza. Così come è importante salvaguardare le diversità. L’Albero di Halloween trovato dai ragazzi nel retro della casa abbandonata non è solo un fenomeno prodigioso, ma anche un’entità in cui confluiscono storia e culture lontane. Anche se la notte si è conclusa e il gruppo di amici ha raggiunto il suo scopo, le zucche intagliate saranno sempre lì ad illuminare il giusto cammino. Proprio come già è stato in passato.

Voto: 5/5

Parole chiave

Halloween: questa Festa si respira ad ogni pagina del romanzo di Bradbury, eppure la sua manifestazione non si ferma solamente al clima di terrore e alle zucche intagliate. Festeggiare Halloween significa anche allontanarsi dal macabro per concepire la morte in una maniera totalmente differente.
Costumi: inconsapevolmente, diventano il tramite con cui spiegare i viaggi intrapresi dai ragazzi insieme a Moundshroud. È bello pensare che, anche dietro al più semplice dei mascheramenti, si nasconda in realtà una storia fatta di secoli. Questo speciale riferimento serve anche da metafora per dare risalto a tradizioni altrimenti messe in secondo piano.
Il canto di Natale: suonerà strano, ma L’Albero di Halloween sembra quasi l’alter ego de A Christmas Carol (capolavoro natalizio per eccellenza nato dalla penna di Charles Dickens). A partire dai viaggi nelle temporalità, passando per il battente con la forma di Marley, fino ad arrivare a Moundshroud che ha tutta l’aria di essere uno “spirito” che conduce i ragazzi nella riscoperta del vero senso della festività, entrambi i testi hanno molto per cui dirsi “comunicanti”.
L’aquilone: l’immagine evocativa della sua costruzione sembra custodire una metafora. Strappare i manifesti per dare vita a questo mezzo di trasporto significa quasi svestire la Storia per arrivare alla “sostanza” degli eventi.
Tradizione: L’Albero di Halloween è un inno alla diversità, una commistione di usanze. Ogni traslazione spazio-temporale compiuta dai protagonisti ha un suo rituale. Insomma, non esiste mai solo un punto di vista.

Per saperne di più

Titolo: L’albero di Halloween
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 126 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Nella serata che precede Ognissanti qualcosa di stupefacente è accaduto: un enorme albero è apparso, e dai suoi rami pendono centinaia di zucche. Zucche in cui sono intagliati sorrisi inquietanti che fissano otto ragazzini. È la notte di Halloween e ognuno di essi indossa una maschera ma… dov’è finito Pipkin? Scortati da Sudario, una guida davvero particolare, i ragazzini partono alla ricerca dell’amico.
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