Peschiera del Garda: “la città fiorita”

Le anguille vivono per otto anni. Resistono anche senz’acqua, cinque o sei giorni quando soffia l’aquilone, meno con l’austro in inverno, non resistono nella stessa acqua esigua e nella torbida. Perciò sono catturate soprattutto verso le Pleiadi con i fiumi particolarmente torbidi. Si nutrono di notte. Uniche dei pesci che non galleggiano da morte. C’è un lago in Italia, il Benaco, nel territorio veronese che attraversa il fiume Mincio, alla cui uscita nel periodo annuale, circa nel mese di ottobre, con la costellazione autunnale, come è chiaro, con il lago a temperatura invernale, aggrovigliate sono travolte dai flutti in così straordinaria quantità, che nei recipienti di quel fiume fabbricati per questo stesso motivo sono trovati ammassi di migliaia.

Così ha scritto Plinio il Vecchio nel nono libro del suo Naturalis Historiae (23 – 79 d.C.): non solo per descrivere l’abbondanza e la bellezza di Peschiera del Garda (e delle zone lacustri limitrofe), ma anche per rimarcarne la simbologia, quella che poi si è tradotta sul suo stemma con la raffigurazione di una stella e delle due anguille dorate.

Se il vostro desiderio è una gita fuori porta con andata e ritorno in giornata, Peschiera è proprio la destinazione che fa al caso vostro (ovviamente parlo a chi, per ragioni logistiche, si trova già nei pressi o ha l’occasione di andarci). La sua posizione è molto particolare: si trova nella parte sud orientale del lago di Garda, in quella più occidentale del Veneto e al confine con le province di Brescia e Mantova. “La città fiorita” – chiamata in questo modo per via dei fiori che la ricoprono – vanta la presenza di siti palafitticoli preistorici e di una fortezza che sono stati riconosciuti, nel 2011, Patrimonio dell’Umanità e dell’UNESCO. Del resto, è impossibile non notare queste costruzioni storiche anche solo varcando la volta di pietra posta all’ingresso della cittadina: la cinta muraria che la avvolge in un possente abbraccio, ma anche i bastioni e i fossati che le conferiscono un aspetto medievale da cui è difficile non essere ammaliati.

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Valentina Zanotto

La storia di Peschiera, come quella di altri comuni della Pianura Padana, ha origini antichissime che risalgono sino alla Preistoria. Il paesello lacustre ha conosciuto i suoi primi insediamenti già a partire dall’Età del Bronzo, ma è soprattutto in epoca romana – quando esisteva con il nome di Arilica – che ha raggiunto la sua maggiore espansione economica e territoriale (basti solo pensare alla presenza di una scuola per navigatori e alle numerose attività dedite alla pesca). La sua posizione strategica, la presenza di un porto e di un importante sbocco sull’acqua, nei secoli, hanno portato la città a diventare un intenso centro di scambi commerciali ambito da molti, soprattutto da Veneziani e Veronesi che ne hanno rivendicato spesso l’appartenenza. Diverse testimonianze storiche attestano anche la sua importanza culturale: da Caio Mario a Carlo V, da Napoleone a Alessandro I di Russia, sono tante le personalità che sono passate da qui per un insediamento politico o anche solo per un breve soggiorno. Finita in mano austriaca nel corso dell’Ottocento, un fatto storicamente da ricordare è sicuramente quello avvenuto durante la Prima guerra mondiale, quando – l’8 novembre del 1917 – nella fortezza di Peschiera si assistette alla resistenza dall’invasione nemica sulla linea del Piave. Il comune è stato denominato fino al 1930 Peschiera sul Lago di Garda, ma oggi è conosciuto come Peschiera del Garda o semplicemente Peschiera.

Cosa vedere

Il Santuario della Madonna del Frassino. Collocata nell’entroterra, a pochi chilometri dal centro di Peschiera, questa costruzione religiosa non solo ospita delle opere d’arte sacra (come una tavola di Zeno da Verona e la pala d’altare del Farinati), ma anche la statua della Madonna che nel 1510 fu protagonista di un fatto inspiegabile testimoniato dal contadino Bartolomeo Broglia (e riportato poi dallo storico Antonio Fappani):

Il Broglia stava lavorando in una vigna in contrada Pigna, quando rimase atterrito alla vista di una grossa biscia. Subito rivolse un pensiero supplichevole alla Madonna ed ecco comparirgli davanti agli occhi, fra le foglie di un frassino, una statua della Vergine, circonfusa di luce. Estasiato s’inginocchiò, ringraziò, e dopo aver baciato la statua la portò a casa, chiudendola in una cassa. Al momento di riprenderla non la ritrovò. La statua era miracolosamente tornata al frassino del prodigio.

Il lungolago. A Peschiera, Garda e Mincio si incontrano dando vita a degli scorci caratteristici e bellissimi. La costruzione delle mura che circondano la città ha modificato il percorso naturale del fiume e, nello stesso tempo, ha portato alla creazione di tre rami che contengono il lago in uscita. L’acqua (con i suoi riflessi) è certamente l’elemento predominante.

La doppia cinta muraria (che si estende per circa 2250 metri) e le costruzioni militari (la Fortezza, Porta Brescia, Porta Verona e Forte Ardietti).

La chiesa di San Martino, rilevante soprattutto per la sua storia: costruita per sostituirne un’altra confiscata da Napoleone, è stata un magazzino militare e un ospedale, per poi essere abbattuta e ricostruita nel suo assetto attuale.

Dove mangiare

L’Osteria in strada è un posticino carino che si distingue certamente da tutti i locali tipicamente turistici che si trovano sul lago di Garda. Qui, nello specifico, siamo in centro a Peschiera, e il nome non è lasciato al caso: “in strada”, non solo perché ci si può prendere un take away con cui continuare a camminare per le vie della città, ma anche perché ci si può gustare un panino o una sfiziosità seduti comodamente al tavolo tra le chiacchiere dei passanti e le “coccole” che offre il menù: dai panini (i punti di forza), alle patatine dolci, dal tagliere con salumi e formaggi, alle cervella fritte (una proposta che non si vede spesso in giro). Cosa dirvi di più? Il rapporto qualità/prezzo è ottimo, come anche la cordialità del personale. Non preoccupatevi se la carne non rientra nei vostri gusti, vi aspettano anche degli appetitosi panini con polpo o salmone.

Burger con tartare di scottona, rucola, burrata affumicata e senape piccante (10€)

Warhol & Friends: un mondo fatto a Pop art

«In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti».
Tutti tranne Andy Warhol, perché la sua fama sembra destinata ad andare ben oltre qualsiasi limite temporale, persino a bypassare quel periodo del boom economico che ha aperto ufficialmente le porte all’effimero e alla cultura di massa. A Bologna, nella sede di Palazzo Albergati e fino al 24 febbraio, i riflettori sono puntati proprio su quel mondo Pop che ha consacrato non solo Warhol ma anche chi ha “orbitato” attorno a lui e alla sua arte. Tra le circa 150 opere, spiccano i nomi di Jean-Michel Basquiat, Francesco Clemente, Keith Haring, Julian Schnabel e Jeff Koons, ma anche i riferimenti al mondo letterario, cinematografico e musicale che hanno reso indimenticabili – e mitizzato – gli eighties.

Questa è ben più di una mostra. È una narrazione temporale che proietta il visitatore all’interno di una generazione che ha fatto dell’immagine un veicolo per esprimere la propria personalità. È un viaggio lungo le tendenze e gli stimoli che hanno abitato l’America degli anni Ottanta, tra eccessi e conquiste. Ed è un’esperienza in cui il fare artistico va ben oltre la sua concezione classica e spazia tra installazioni elettroniche, fotografie e murales.

Oggi New York è un carnevale che non delude mai, e lo alimenta il denaro: il denaro che in questa città è una febbre come non era mai stato negli anni ’60 e ’70, quando era considerato volgare per una persona colta far sfoggio di ricchezza. Oggi non si è mai abbastanza volgari.

L’esposizione prende avvio con un salto indietro alle opere di Andy Warhol nella Factory: la zuppa Campbell del 1962, il ritratto di Marylin del 1967, la serie su Jacqueline Kennedy del 1963. In questo contesto, protagonista è il lavoro di un “personaggio” che ha colto nel suo viaggio a New York – la città che in quegli anni stava diventando la nuova capitale dell’arte – un modo per adeguarsi e allo stesso tempo stravolgere il mondo culturale a cui si stava rapportando: non solo cambiando e americanizzando il suo nome (in origine Andrew Warhola), ma anche portando all’attenzione del pubblico degli elementi che, fino ad allora, non erano mai entrati in un quadro.

La vera “New York negli anni ’80” incomincia dopo il passaggio attraverso delle strisce d’alluminio riflettenti e un pannello cronologico che riassume i fatti più salienti di quegli anni. Da lì in poi, il percorso si dirama seguendo diverse correnti espressive: la street art, la new wave, la Transavanguardia Internazionale, ma anche la fotografia in cui trovano spazio, oltre alle polaroid di Warhol, gli scatti di Nan Goldin, Robert Mapplethorp, Maripol ed Edo Bertoglio. A tutto ciò si affianca l’innovativa arte al femminile: un coro di voci rosa – Barbara Kruger, Jenny Holzer, Cindy Sherman, solo per fare qualche nome – che lavora sui testi e sulle immagini della cultura di massa per creare un nuovo modo per guardare la realtà quotidiana.

Nessun luogo al mondo è stato caratterizzato in egual misura dall’energia e dal senso di opportunità come New York.

L’atmosfera di questa esposizione è a dir poco vibrante: l’allestimento avvolge il visitatore attraverso un vortice di immagini e suoni (ricreati anche attraverso delle vecchie televisioni a tubo catodico e dei video) che trasporta simultaneamente nel clima e nell’energia tipici della Grande Mela di quegli anni. Sensazioni che è difficile non sentire sulla propria pelle, soprattutto se a fine mostra – e grazie ad una cabina fotografica – si ha la possibilità di diventare in prima persona un quadro pop di Andy Warhol. Peccato non aver vissuto quella rivoluzione creativa sembra dire la nostra mente prima di uscire.

Una lettura “a tema”: Pop art. Interviste di Raphaël Sorin

Il Museo del Novecento: un percorso cronologico e artistico nel XX secolo

Il Museo del Novecento è una esposizione d’arte permanente sita nella centralissima Piazza del Duomo e ospitata nell’Arengario, l’edificio proprio a fianco di Palazzo Reale. L’eccezionalità di questo museo non sta solamente nella sua suggestiva collocazione (resa ancora più affascinante dalle vetrate che giocano su una completa visibilità), ma soprattutto nell’enorme ricchezza artistica di cui si fa vanto e che consta circa 400 opere tra sculture, dipinti ed esperienze concettuali. La sua inquadratura temporale permette al Museo del Novecento di ospitare alcune delle opere più rappresentative di questo secolo. Il percorso incomincia con “Il Quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un’opera del 1901 che per la sua grandezza (560x283cm) occupa tutta una sala e accoglie il visitatore con i suoi marcati riferimenti storici. Forse non è un caso che la visita prenda avvio proprio a partire da questo dipinto: emblema del “divisionismo scientifico”, ma anche simbolo di una frattura (così come è definita nel cartello esplicativo) tra museo e fruizione e, soprattutto, tra chiarezza visiva e ricerca di senso. Questo salto artistico lo si coglie ancora di più percorrendo la rampa elicoidale che porta verso il vero e proprio nucleo museale, diviso in sale e periodi artistici che diventano sempre più “astratti” a ogni piano in cui si sale. 

Kandinskij, Matisse, Picasso, Braque e Modigliani introducono la sala dedicata all’avanguardia internazionale. I loro nomi si fanno carico del movimento espressionista, cubista e astrattista, ossia di quelle forme artistiche sviluppatesi in prevalenza all’inizio del XX – il 1907, anno in cui Georges Braque realizza “Port Miou”, può essere considerato il punto di partenza – e che hanno cominciato a lavorare sulla scomposizione della forma in una direzione sempre più anti-naturalistica. L’allestimento prende una piega “ribelle” non appena si entra in contatto con il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti e compagni. Qui, le opere di Giacomo Balla, Fortunato Depero, Gino Severini, Carlo Carrà e Ardengo Soffici circondano – letteralmente – quello che è il simbolo delle ideologie del movimento e delle tematiche di cui si fa portatore: “Forme uniche della continuità nello spazio”. Questa scultura di Umberto Boccioni, oltre a rappresentare il senso di fluidità e di movimento di un corpo, è anche posizionata al centro della sala per garantire allo spettatore una fruizione a 360°, quasi come se a muoversi insieme all’opera ci fosse anche lui. 

Alberto Burri, Emilio Vedova, Giuseppe Capogrossi, Gastone Novelli, Tancredi, Carla Accardi e Osvaldo Licini sono gli altri autorevoli nomi che compaiono lungo il viaggio espositivo. Mentre per gli anni Cinquanta e Sessanta spiccano senz’altro Piero Manzoni – con la sua celebre “Merda d’artista” -, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, protagonisti anche nel 1959 quando insieme hanno deciso di fondare la rivista d’arte Azimuth. 

Alberto Burri, Emilio Vedova, Giuseppe Capogrossi, Gastone Novelli, Tancredi, Carla Accardi e Osvaldo Licini sono gli altri autorevoli nomi che compaiono lungo il viaggio espositivo. Mentre per gli anni Cinquanta e Sessanta spiccano senz’altro Piero Manzoni – con la sua celebre “Merda d’artista” -, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, protagonisti anche nel 1959 quando insieme hanno deciso di fondare la rivista d’arte Azimuth. 

Il percorso cronologico si accompagna all’alternanza tra sale monografiche e collettive. Tra le prime si possono citare quelle dedicate a Giorgio de Chirico, Giorgio Morandi, Arturo Martini e Fausto Melotti, in cui gli spazi sono interamente organizzati per mettere al centro della scena proprio le loro opere in una sorta di biografia artistica. La più significativa rimane sicuramente quella in cui il protagonista è Lucio Fontana, situata all’ ultimo piano del Palazzo dell’Arengario e introdotta da un simbolico Neon che si affaccia sul Duomo sovrastando lo spettatore nel suo sguardo sulla piazza. Questo gioco di visibilità sembra ritornare anche nelle sue tele tagliate e bucate: non solo “ferite” attraverso un gesto istintivo – eppure tanto meditato -, ma soprattutto emblema di uno squarcio di luce nel buio e viceversa.

Una nota di merito va anche alla parte del museo che ospita l’Arte Cinetica e Programmata, la pittura analitica e la Pop Art italiana. In queste sale spiccano sicuramente le installazioni ambientali che stimolano gli occhi e anche il senso di “stabilità”. Una volta arrivati alla conclusione di questo percorso appare chiara una cosa: camminare lungo le sale e salire i diversi piani che compongono Il Museo del Novecento è sinonimo di viaggiare lungo una linea temporale in grado di offrire un panorama artistico complessivo del XX secolo, un compito non semplice sia dal punto di vista concettuale che organizzativo. Le vetrate che si vedono da fuori, ma poi anche la rampa circolare all’interno che ricorda tanto un vortice, offrono al visitatore un senso di visibilità e avvolgimento che poi si estende anche in tutta la collezione.  

Un giorno al Vittoriale

La prima volta che ho visitato il Vittoriale degli Italiani ero alle superiori, ma poco mi ricordo di quell’uscita, se non che fosse una di quelle gite obbligate dal programma scolastico e quindi una noia mortale mista all’opportunità di non stare sui libri per un giorno. La seconda, invece, è stata poco tempo fa, durante un giro sul lago per far fronte alla calura estiva (ma non proprio andato a buon fine). In questa occasione ho realizzato una riflessione: è proprio vero che certe cose le si apprezza di più quando non si è costretti a capirle, o meglio, quando si ha la giusta maturità per comprenderle. In pratica: ogni cosa ha il suo tempo. Questo per dire che mai avrei pensato che dare una seconda possibilità al Vittoriale si potesse rivelare una nuova occasione per entrare in contatto con un mondo – quello Dannunziano – davvero interessante e appariscente. 

Valentina Zanotto

Molti pensano che il Vittoriale descriva solamente la “casa” di Gabriele D’Annunzio, quella che viene chiamata anche “Prioria”. Invece no: Vittoriale è tutto, cioè l’intero complesso (di circa 9 ettari) formato da edifici, giardini, piazze e monumenti edificati proprio dal Vate in un periodo compreso tra il 1921 e il 1938. La particolarità di questo luogo sta certamente nel suo sembrare una piccola città situata sulle colline bresciane di Gardone Riviera. La presenza di alcuni elementi non fa altro che spettacolarizzarne l’insieme: accade con la nave militare Puglia, una vera e propria imbarcazione situata nei giardini del Vittoriale e con la prua rivolta “simbolicamente” verso l’adriatico, il Mausoleo degli Eroi con la tomba del poeta, un parco adornato da statue e piccole cascate che costeggiano la limonaia e il frutteto, e la raccolte di cimeli e percorsi che rendono la visita di quello spazio ancora più suggestiva. Ciò che aveva tutta l’aria di essere la sua personalissima dimora, oggi si è trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto visitato ogni anno da migliaia di persone. A dirla tutta, D’Annunzio inizialmente aveva concepito questo luogo come una sorta di “casa vacanze”: le sue intenzioni erano quelle di rimanere a Gardone solo per un breve periodo, giusto il tempo di trovare l’ispirazione e la tranquillità adeguate per terminare il componimento poetico del Notturno. Ciò viene spiegato anche da lui stesso in un frammento di lettera destinato alla moglie Maria Hardouin:

Ho trovato qui sul Garda una vecchia villa appartenuta al defunto dottor Thode. È piena di bei libri. Il giardino è dolce, con le sue pergole e le sue terrazze in declivio. E la luce calda mi fa sospirare verso quella di Roma. Rimarrò qui qualche mese, per licenziare finalmente il Notturno.

Prima di ospitare D’Annunzio, questa villa era appartenuta a Henry Thode, un critico d’arte tedesco a cui lo stato italiano aveva confiscato la residenza come risarcimento dei danni causati dalla Germania durante la Prima guerra mondiale. Le influenze del vecchio proprietario risultano visibili ancora oggi: non solo negli oggetti artistici di arredamento, ma soprattutto nella collezione di circa 30.000 libri che occupano quasi tutte le stanze della casa. Del complesso del Vittoriale, la Prioria è sicuramente lo spazio più simbolico ed evocativo, e questo lo dimostrano anche tutte le sale che la compongono. Più che una semplice visita a un importante monumento della storia e della letteratura italiane, entrare in questa casa è un vero e proprio viaggio iniziatico nel mondo e nella mente di Gabriele D’Annunzio. La sua personalità eclettica è manifesta già a partire dall’ingresso, diviso in due entrate a seconda che alla porta vi fossero ospiti graditi o meno (amici o visite ufficiali): la Stanza del mascheraio da una parte e l’Oratorio Dalmata dall’altra.

Valentina Zanotto

La Stanza del mascheraio è così chiamata per via dei versi scritti sopra una delle pareti: Al visitatore / Teco porti lo specchio di Narciso? / Questo è piombato vetro. O Mascheraio. / Aggiusta la tue maschere / Al tuo viso ma pensa che / sei vetro contro acciaio. Che fossero delle parole destinate a delle persone invise al poeta è cosa certa, ma che tra queste ultime si potesse annoverare anche Benito Mussolini è una curiosità che pochi sanno. Questo fu il messaggio che lo accolse, nel 1925, al suo ingresso al Vittoriale, una visita che non solo gli costò due ore di attesa, ma che sembrò anche mostrare quanto fosse “piccola” la sua personalità al confronto di quella del Vate.

Altre due stanze interessanti sono lo Scrittoio del Monco e l’Officina, entrambe ancora ricchissime di elementi simbolici. La prima era una sorta di saletta adibita al disbrigo della corrispondenza e che deve il suo nome alla scultura di una mano tagliata collocata sull’architrave della porta d’ingresso, accompagnata dalla citazione latina Recisa quiescit (“Tagliata riposa”). D’Annunzio non lasciava nulla al caso e queste due immagini accostate insieme dovevano significare solo una cosa: il poeta non poteva rispondere alle lettere di tutti quanti – soprattutto a quelle scomode -, perciò si era inventato di essere senza una mano e impossibilitato a scrivere. L’Officina, invece, era lo studio del poeta, un luogo solenne a cui si accedeva per mezzo di tre gradini che obbligavano il visitatore ad abbassarsi come a inchinarsi al cospetto del suo genio. All’interno, oltre a dei calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri, si trova anche un busto della celebre musa del Vate, l’attrice Eleonora Duse; il velo che le copre dolcemente il capo disegnando le sue forme doveva servire a non distrarre troppo lo scrittore durante la sua attività.

Completano la Prioria: La Stanza del Lebbroso, quella del Giglio, il Corridoio della Via Crucis, la Sala della reliquie e della Cheli (la zona da pranzo sul cui tavolo si trova il carapace di una tartaruga morta per indigestione nei giardini del Vittoriale e, in quel contesto, usata come monito per i commensali), la Veranda dell’Apollino, il Bagno Blu, la Zambracca, la Stanza della Musica e la Sala del mappamondo, quest’ultima una vera e propria biblioteca con circa 6.000 volumi dei circa 33.000 complessivi.

Valentina Zanotto

Gabriele D’Annunzio aveva certamente una mente eclettica, ma anche piuttosto paranoica. Entrare nella sua abitazione non significava solo prestare attenzione a ogni minimo dettaglio, ma soprattutto accostarsi a una personalità che non mancava di registrare qualche nota problematica, come ad esempio il suo essere ipocondriaco e fotofobico (una condizione, quest’ultima, spiegata anche dall’oscurità generale che avvolge la Prioria). Il carattere – diviso tra sacro e profano – del poeta lo si coglie in ogni oggetto che occupa la sua casa un po’ sopra le righe. Anche se indebitato fino al collo, D’Annunzio è riuscito a creare un luogo in cui nessun elemento è lasciato al caso e le sue passioni (in primis Dante e Michelangelo) sono continuamente riproposte e riportate in vita. Ma non solo: aveva progettato un’esistenza che sarebbe dovuta andare ben oltre la sua Prioria attraverso lo Schifamondo, un edificio affiancato a quello “ufficiale” che sarebbe dovuto diventare la nuova residenza del Vate, ma mai ultimato perché interrotto dalla sua morte (avvenuta il 1° marzo del 1938, quando il poeta venne ritrovato dai suoi domestici riverso sullo scrittoio che anticipava la sua stanza da letto). Oltre al Vittoriale, non bisogna affatto dimenticare il suo enorme lascito culturale. D’Annunzio è stato uno dei maggiori esponenti del decadentismo italiano ed europeo: sulle ceneri della crisi sociale e umana in atto, lo scrittore ha fatto del “mito dell’estetismo” una cifra importante del suo essere, nonché un aspetto caratterizzante della sua produzione letteraria. Dotato di una personalità smisurata e poliedrica, quello dannunziano è stato uno stile in grado di toccare diverse forme espressive (anche il giornalismo mondano). Tra tutte, però, lo scrittore ha sempre preferito la poesia lirica, probabilmente l’unica in grado di rendere giustizia al suo desiderio di meditazione ed eleganza. Attorno a quest’ultima si può dire ruoti la maggior parte delle sue opere letterarie, un tripudio di emulazione, classicismo, ma anche di forte innovazione. Impossibile non cogliere nelle sue opere la vastità dei suoi interessi culturali, soprattutto la singolare capacità di farsi carico – e quindi di rielaborare – le tendenze letterarie e filosofiche con cui entra in contatto. Si può dire tutto di D’Annunzio, ma non che non fosse una personalità in grado di unire l’eccentricità con la continua esplorazione. 

Il Museo della Follia: un viaggio nell’arte e non solo

Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento.

Con questa frase scritta su una parete completamente nera incomincia il viaggio all’interno del Museo della Follia, un itinerario perturbante fatto di voci, parole, video, dipinti, sculture e testimonianze materiali che non fanno altro che “avvolgere” il visitatore portandolo in una dimensione completamente altra rispetto alla normalità a cui è abituato e in cui si sente al sicuro.

Alda Merini apre la mostra: la sua voce riecheggia nell’aria dando un tono ai suoi versi, mentre il cassetto del suo comodino è disordinatamente riproposto come una protesi della sua mente da poetessa “maledetta e folle”. Da lì, l’esposizione prosegue diramandosi come una macchia di Rorschach attraverso un itinerario che va ben oltre la storia dell’arte e che prende in considerazione anche chi i manicomi li ha vissuti sul serio sulla propria pelle. È il caso delle fotografie all’ospedale psichiatrico di Mombello – in cui svettano i dipinti di Gino Sandri, internato proprio in quest’ultimo – oppure quelle fatte ai manicomi di Teramo e Palermo, accompagnate invece dalle lettere disperate dei pazienti sul loro stato di salute o sulla loro voglia di andarsene. Ma non solo: ci sono anche video installazioni dedicate a Franco Basaglia e agli OPG (gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) oppure l’evocativa stanza della griglia, con i volti dei pazienti recuperati da alcune vecchie cartelle cliniche e che rivedono la luce attraverso un’interruttore che si può premere rimanendo quasi accecati.

Museo della Follia 2

La particolarità della mostra sta anche nelle sue esperienze multi-sensoriali. Questo accade, ad esempio, nella piccola stanza che racchiude le parole di un paziente colto nel suo totale sconforto, e in cui il visitatore è invitato a lasciarsi coinvolgere appieno. Occhi e orecchie sono impegnati nella lettura e nell’ascolto, mentre il corpo, racchiuso nello spazio angusto, sembra rivivere il caos dei discorsi soffocati e riproposti alla rinfusa nella mente.

In questo percorso nell’eterogeneità della follia, le opere si trasformano in modi e mondi diversi in cui gli artisti tentano di dare a quest’ultima una forma: Antonio Ligabue in primis, ma anche Telemaco Signorini, Lorenzo Alessandri, Enrico Robusti, Francisco Goya, Francis Bacon, Van Gogh e, soprattutto, il discusso quadro di Adolf Hitler. A queste si aggiungono anche le sculture di Cesare Inzerillo e gli oggetti appartenuti a dei reali pazienti che – incastonati nel muro come fermati nel tempo e nello spazio – sembrano riprodurre il loro senso di alienazione all’interno dei manicomi.

Museo della Follia 1

Il museo della Follia sa affrontare un tema vasto e delicato, sicuramente difficile da raccontare, dando spazio a diversi punti di vista e prendendo in considerazione tutte quelle forme in cui la diversità mentale si è manifestata e per cui certi individui sono stati giudicati. Visitare questa mostra significa, in un certo senso, abbandonare ogni logica e smarrirsi, proprio come invita la frase iniziale, nello stesso modo in cui smarrite e turbate sono le menti di cui si parla al suo interno. Muoversi tra le sale è un po’ come brancolare nel buio, nella stessa oscurità che occupa le pareti e la mente dei folli.

Immagini, documenti, oggetti raccontano le condizioni umili e dolenti dell’alienazione, le prescrizioni e le cure, i letti di contenzione e gli strumenti di costrizione. È un repertorio non dissimile da quello, doloroso, dei reperti dei profughi nei campi di concentramento. Frammenti che evocano infinite tristezze, isolati, anche nella loro innocua costituzione, come un cucchiaio, una fialetta odontalgica del Dott. Knapp, un pacchetto di Alfa, una chiave. Nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso. È l’introduzione al Museo della Follia. Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Poi si entra nella Stanza della Griglia. E si incontrano le persone. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui. Inzerillo dà la traccia, evoca inevitabilmente Sigmund Freud e Michel Foucault, e apre la strada a un inedito riconoscimento, a una poesia della follia che muove i giovani in questa impresa. Sara Pallavicini, Giovanni Lettini e Stefano Morelli. Determinati, liberi, folli. Ed ecco il loro museo.