“Quando scrivo è come se dipingessi e facessi musica allo stesso tempo”: intervista a Lucrezia Monti

Lucrezia Monti è un’autrice esordiente nata e cresciuta a Milano. Ama leggere, scrivere e tingere il mondo di “rosa”. All’attivo, ha una serie di romance davvero molto apprezzati e promettenti: Come lampo (2017); Vendetta sottobanco (2017); La principessa e l’Orso (2019) e Yulara magia australiana (2020). In questo articolo vi propongo una “chiacchierata” – in dieci tappe – avuta con lei.

Vorrei cominciare da qualcosa che ti sta a cuore, giusto per rompere il ghiaccio. Perché hai cominciato a scrivere? C’è stato un evento scatenante oppure è nato tutto per caso?

Eh, bella domanda! In realtà, fin da quando mi ricordo, sono stata una grande appassionata di libri: ne leggevo tantissimi, fin da bambina, prima insieme ai miei genitori e poi da sola, tanto che quando iniziai ad andare a scuola sapevo già leggere speditamente. È stato proprio sui banchi di scuola, imparando a maneggiare la “materia lingua”, che mi sono innamorata dell’italiano e un giorno, un po’ per gioco, ho scritto la mia prima storia, quel racconto che se fosse esistito mi sarebbe piaciuto leggere. Da quel momento non mi sono più fermata. Credo che non ci sia stato un vero e proprio “evento scatenante”, però non credo nemmeno nel caso: la scrittura è cresciuta con me e, essendo piuttosto negata in disegno, tutta la fantasia che i miei compagni sprigionavano con matite e pennarelli io la facevo vivere con le parole. Per me le parole hanno un colore e un’intensità, oltre che un timbro, un suono, una metrica… Quando scrivo è come se dipingessi e facessi musica allo stesso tempo, è il modo in cui esprimo ciò che sono e sento.

Una curiosità: quanto della tua vita c’è nei romanzi che scrivi?

C’è molto di me in ciò che scrivo, ma, eccezion fatta per “Come lampo” che è in parte autobiografico, negli altri romanzi ci sono soprattutto le mie impressioni, le mie sensazioni e le mie emozioni riguardo a ciò che mi circonda. Nei miei romanzi c’è la segretaria del mio dentista col suo corpo tutto spigoli, il paio di scarpe della ragazza scesa di corsa dal tram, il sorriso sporco di gelato di un bambino al parco, le lacrime di un addio, le lamentele per un lavoro odiato ma indispensabile… Ciò che vedo, sento, provo, scrivo.

Che rapporto hai con le critiche e le recensioni negative?

Ottimo! Dico sul serio: se una critica è ben argomentata può essere molto interessante, offrirmi spunti per pensare e migliorare. Invito spesso i miei lettori a farmi sapere che ne pensano dei miei romanzi, dicendo loro che i complimenti fanno piacere e le critiche aiutano a crescere. È chiaro che le critiche “un tanto al chilo”, magari da parte di chi nemmeno si è preso la briga di leggere un mio lavoro, non le prendo neppure in considerazione.

Ritorniamo alla tua scrittura. Come definiresti il tuo modo di scrivere? C’è qualche autore a cui ti ispiri?

Direi che il mio rapporto con la scrittura è un grande amore e, come tale, assoluto e disperato. Non potrei vivere senza, ma a volte mi fa dannare.
Per quanto riguarda gli autori e i generi, sono una lettrice onnivora e non c’è un autore particolare cui mi ispiri, ma, in generale, direi che amo molto i classici della narrativa. In fatto di storie d’amore, Jane Austen credo sia un faro per chiunque scriva romance, ma mi piacciono molto lo stile di Virginia Woolf, la cruda schiettezza di Charles Bukowski, di Italo Calvino credo che potrei leggere con venerazione anche la lista della spesa… E poi le descrizioni di Haruki Murakami, le ambientazioni delle Brontë, l’inventiva di Tolkien, i virtuosismi lessicali di Nabokov… Potrei continuare per ore!

Da autrice, a quale tuo testo sei più affezionata?

Impossibile sceglierne uno solo: sarebbe come chiedere a una mamma a quale dei figli vuole più bene. Tutti i miei romanzi sono stati pensati, voluti, scritti, letti, corretti, modificati, tutti mi hanno fatto penare e dato gioie: davvero, non potrei scegliere.

Una domanda che è un po’ anche una provocazione. Che opinione ti sei fatta riguardo il mondo editoriale di oggi? Pensi che venga sempre premiato il merito?

Più che di premio parlerei di riconoscimento: credo che, alla lunga, nell’editoria come in ogni altro campo, la qualità emerga. Certo, può essere difficile riconoscere al primo sguardo un diamante in un oceano di fondi di bottiglia sapientemente sagomati, ma chi ha la pazienza di cercare, non accontentandosi del banale a basso costo, alla fine trova ciò che davvero ha valore.

È meglio leggere un libro oppure scriverlo?

Se vuoi esplorare altri mondi, meglio leggerlo; se vuoi esplorare te stessa, meglio scriverlo.

Cosa vorresti trasmettere ai lettori che leggono le tue parole?

Vorrei che i miei lettori trovassero nei miei romanzi ciò di cui hanno bisogno, che sia un momento di svago o una frase che possa accompagnarli e tornare loro in mente quando serve. Mi ritengo un’artigiana delle parole: quello che cerco di fare, con il mio lavoro, è dare ai lettori qualche ora di svago e di piacere, tutto qui. Credo che il tempo sia un bene prezioso: oggi sembra che ne abbiamo sempre troppo poco a nostra disposizione; un po’ ovunque (ma, forse, a Milano soprattutto) si corre come dei forsennati tutto il giorno, tutti i giorni, fino ad arrivare stremati al fine settimana che si è comunque già riempito di impegni, perché bisogna fare cose, vedere gente, dimostrare al mondo che si è attivi e pieni di vita… Se no, cosa postiamo sui social? [Ride]. Ecco, il tempo è prezioso e se, con il mio lavoro, riesco a rendere piacevole qualche ora di chi mi sta leggendo, sono felice. Davvero felice. Perché significa che per quella persona il tempo è stato ben speso. Significa che ha potuto rilassarsi, fantasticare, ritagliarsi un momento solo per sé. E, di conseguenza, sono state ben investite anche tutte le mie ore di impegno per realizzare quel romanzo che ora stringe tra le dita.

Che progetti hai per il futuro? Altri libri in cantiere?

Al momento sto lavorando alla stesura del mio quinto romanzo. Non sono un’autrice particolarmente prolifica, amo documentarmi a fondo e revisiono in modo quasi maniacale, perciò di certo non verrà pubblicato tanto presto, ma farò il possibile per accontentare chi mi chiede un regalo sotto l’albero di Natale.

Per finire, ti propongo un “gioco”. Se dovessi scegliere tre libri da consigliare a dei lettori, quali sarebbero?

Escluso il tuo su Hitler, intendi? Ti dico i primi tre, recenti, che mi vengono in mente, perché ce ne sarebbero a bizzeffe da consigliare e se andiamo sui classici non sono meno di una cinquantina. Grida sempre, primavera di Michele Vaccari (NNEditore): il romanzo più sorprendente che abbia letto negli ultimi anni. Storia di due anime di Alex Landragin (Editrice Nord), per il costrutto narrativo del tutto particolare, che porta il lettore in una specie di caccia al tesoro. Nonostante tutto di Jordi Lafebre (Bao publishing): un graphic novel che racconta una storia d’amore al contrario e “nonostante tutto”, come dice il titolo.

Ringrazio sentitamente Lucrezia Monti per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande. Se l’intervista vi è piaciuta, vi invito a scoprire i suoi testi.

“Ritorno a Villa Blu” di Gianni Verdoliva

Ritorno a Villa Blu (Robin Edizioni, 2020) è un viaggio temporale e generazionale attraverso i misteri e i dissapori di una famiglia che sembra non aver davvero mai fatto i conti con ciò che è stato. L’atmosfera oscura, percepibile sin dalle prime righe attraverso delle descrizioni decisamente perturbanti, avvolge il lettore in quella che, pagina dopo pagina, acquisirà sempre più le sembianze di una vera e propria maledizione di cui liberarsi. Ascanio, ormai consapevole dell’imminente fine della sua vita, decide che è arrivato il momento di «lasciare le cose in ordine» e di riscrivere – nei limiti del possibile – una storia personale fatta da troppe questioni insolute. Ad aiutarlo, inconsapevolmente, i suoi amatissimi nipoti Tommaso, Alessio e Francesco. Se modificare il passato è impossibile, l’unica cosa che resta da fare è non ripetere gli stessi errori. La sua dipartita, però, è tutt’altro che definitiva: come una presenza fantasmale, la sua figura si manifesta nei pensieri e nei flashback che, lentamente, dipanano una vicenda dai risvolti quasi inquietanti. Difficile stabilire chi o cosa si intrometta in continuazione in una trama fatta di colpi di scena e legami indissolubili; l’unica cosa certa è che i vecchi rancori del passato, come in uno stato di quiescenza, sono resistiti fino al presente.

“Chissà, forse le ombre stanno per arrivare anche per me” ragiona Ascanio mentre scende lentamente le scale dirigendosi verso la porta d’ingresso per fermarsi poi di colpo.

La comunicazione tra la storia di ieri e quella di oggi introduce una fitta ragnatela di elementi e di persone. La morte dell’anziano, quasi necessaria al fine di dare una svolta alla trama e far subentrare i tre ragazzi, è un evento che ha delle ripercussioni importanti anche sui personaggi secondari (introdotti sia con salti indietro nel passato che scorrimenti nel presente). Ma quali misteri avvolgono Villa Blu? Tutto è cominciato tempo fa, quando Ascanio era un bambino. Ciò che si sarebbe potuto evitare, con gli anni, si è trasformato in un segreto dal peso insostenibile: un’ombra che, come un’ossessione, “minaccia” l’uomo e chi gli sta intorno attraverso brutte azioni e sensi di colpa. Ad amplificare il tutto, la dicotomia tra bene e male, e l’eterna lotta su chi debba prevalere tra il primo e il secondo. 

Fuori il vento sta aumentando. A intervalli regolari si sentono sempre i lamenti provenienti dal pozzo e gli scampanellìi che paiono arrivare da una qualche parte del bosco. E ancora il gufo con il suo lugubre richiamo. Sempre lì, appollaiato su un ramo dell’alto faggio mentre guarda ossessivamente verso la villa, emettendo delicatamente il suo tetro richiamo.

A Villa Ludovisi – così è anche chiamata Villa Blu – succedono cose ai limiti della realtà. La perenne sensazione che abita il romanzo è che qualcosa di sinistro sia sempre in agguato per impedire la ricerca della serenità, e soprattutto per turbare gli animi su cui si posa l’attenzione dell’autore. A fare da sfondo a questa vera e propria “casa stregata”, un lago solo all’apparenza tranquillo e un pozzo dalle cui profondità si levano rumori terrificanti. Tommaso, Alessio e Francesco – che dal nonno, in eredità, hanno ricevuto proprio la Villa – sono chiamati a fare luce su una dinamica completamente avvolta dalle tenebre, complice anche un passato irrisolto che bussa continuamente alla porta.

Erano parole sibilline quelle del nonno, per quanto cariche di affetto e di stima.
Come una mattina autunnale quando il sole si alza e la nebbia comincia a diradarsi, i pensieri di Alessio cominciano a prendere forma.
C’era qualcosa a Villa Blu, qualcosa di irrisolto.

Il ritorno a Villa Blu dovrebbe essere un incontro memoriale e simbolico, eppure sopra le teste dei protagonisti – convinti solo superficialmente di condurre un’esistenza tranquilla – si addensano ombre tutt’altro che rassicuranti. Come già era accaduto in passato, certi fatti sembrano destinati a ripetersi. Tommaso, Alessio e Francesco mescolano le loro vite (e il loro vivere quotidiano) alla ricerca di una soluzione che ponga fine a ogni insidia. Ecco perché questo romanzo assume anche i toni del Bildungsroman, ossia del romanzo di formazione destinato a far evolvere in meglio i loro caratteri scolpendoli con le scelte e le responsabilità tipiche del mondo degli adulti. Ciò che non sanno (ma che possono immaginare vivendo in prima persona l’evolversi dei fatti e il verificarsi dell’inaspettato) è il ruolo sempre più preponderante che assume il “malvagio”, un concetto chiave che prova a insinuarsi nell’animo dell’uomo come un parassita difficile da debellare.

Nel giardino di Villa Blu dal pozzo, nel silenzio circostante, si odono dei lamenti, indistinti, ovattati, come delle richieste d’aiuto. In lontananza uno scampanellio, forte, come un suono  disperato.

Dopo l’antologia Come anime scelte che si ritrovano, Gianni Verdoliva ha voluto sperimentare la “lunga prosa” attraverso un romanzo che ha comunque mantenuto l’ossatura del racconto (soprattutto nella suddivisione in capitoli e nell’essenzialità delle frasi), ma con una storia decisamente più stratificata. Ogni frammento che compone il testo è un percorso che tocca temporalità diverse – ma sempre in qualche modo comunicanti – e le restituisce al lettore come una sorta di un’unica striscia cronologica composta da alti e bassi. Sebbene le ripetizioni smorzino un pochino i toni, le molteplici sfaccettature dei personaggi e le parentesi esoteriche rendono il libro una accattivante commistione di elementi leggeri e altri più foschi. 

Nel suo studio Nerina Eran predispone sul tavolo rotondo di legno pregiato una lunga tovaglia di raso rosso con gesti misurati e con un’eccitazione a malapena contenuta. Si guarda attorno Nerina, beata e tronfia, e pare cogliere gli influssi della discordia che tramuta in energia. Il calendario segna il 20 giugno. L’indomani sarebbe stato il Solstizio.

Il Solstizio d’estate non è solamente una data importante che sancisce l’arrivo dell’estate, ma anche un momento dall’estrema valenza magica che si carica di significati umanamente incomprensibili. In questo costante susseguirsi del tempo, si alternano simultaneamente i concetti di “buono” e “cattivo”, e con essi le figure di cui si fanno portatori. Amabile e Nerina sono molto più di due personaggi “simbolo”: incarnano l’eterna lotta che da sempre abita il mondo e plasma l’anima delle persone. Non è difficile immaginare chi personifichi l’uno e chi l’altro, soprattutto se ci si affida al concetto del momen omen. Tra i due, però, a svettare nella trama è certamente Nerina: una donna cupa e cattiva che ha fatto di colpi bassi e arti oscure un modo per assolvere a ogni suo desiderio.

L’aveva guardata ammirata Nerina: in fondo quella donna era anche un po’ simile a lei. Tuttavia non possedeva la nera profondità della sua perfidia e non era così malvagia da avvalersi anche di arti magiche per raggiungere i suoi scopi. Perché Nerina, a detta di voci appena sussurrate in paese era una specie di maga potente e pericolosa che conosceva i segreti della magia rossa e della magia nera. Fin da ragazzina una ricca coppia di villeggianti, dediti ai commerci e allo studio delle arti arcane, l’aveva presa come allieva avendo notato in lei il giusto potenziale.

Chi subisce il fascino dei temi gotici non può certo ignorare la sottile correlazione che si instaura tra alcune descrizioni presenti nel testo e gli elementi portati in auge dal genere dagli autori che ne hanno scritto pagine importanti. A partire dal primo capitolo e poi a seguire con tutti gli altri, l’attenzione del lettore è continuamente catturata da rumori striduli, odori pungenti e strane manifestazioni che conferiscono alla storia un tocco paranormale e “sublime” (quello burkiano, che descrive la potenza, la riverenza e, soprattutto, la maestosità della natura rispetto all’uomo che resta “a distanza” a osservarla). La narrazione “meccanica”, costituita prevalentemente da frasi brevi e decise, non fa altro che enfatizzare e donare pathos alla vicenda, rendendo più teso e carico di tensione ogni momento vissuto da Tommaso, Alessio e Francesco. 

Dalla lettura, a conclusione della storia, deriva quindi un messaggio di ottimismo, lontano dalla visione pessimistica di Leopardi, forse più vicino all’ineluttabile male di vivere di Montale; si tratta  però qui di un male a cui tante energie positive possono opporsi: sono quelle di anime che sentono allo stesso modo e che insieme possono e devono lottare contro i malefici che inevitabilmente giungono ad ingabbiare gli individui.

Ritorno a Villa Blu, pur avendo qualche difetto, è un testo che instaura con il lettore un feeling che attraversa diverse tematiche (alcune decisamente di nicchia). In questo «thriller dai contorni paranormali», l’esito della vicenda è affidato a una speranza – tutt’altro che flebile – capace di sfidare qualsiasi avversità.

3/5

PAROLE CHIAVE

Dolore: ognuno lo affronta nella maniera che vuole; la mamma e il papà di Mattia, Tommaso e Francesco rappresentano due modi opposti di approcciarsi alla perdita. Un aspetto per cui, pure i figli, li guardano in maniera diversa. Emblematica la telefonata Skype che preannuncia la morte di Ascanio: quella di lui sinceramente commossa dal lutto (senza immagine, solo con un sfondo nero), quella di lei per niente toccata da quanto accaduto (e per questo rappresentata con colori vivaci ed esagerati).
Doppio: bene e male, luce e buio, amore e odio, magia nera e magia bianca. Questo tema occupa sempre un ruolo in primo piano nella vicenda. Il momento più significativo è quello che riguarda Tommaso e Mattia, che a un certo punto fanno rivivere il passato di Massenzio e Donato («Nel cielo splende la luna e Tommaso e Mattia restano sdraiati per terra, alternando carezze e baci appassionati alla contemplazione pura, fissando il cerchio lunare tenendosi le dita intrecciate. Come avevano fatto Massenzio e Donato.»)
Stregoneria: uno degli elementi più affascinanti e ricorrenti di Ritorno a Villa Blu, personificato e portato alle estreme conseguenze da Nerina Eran.
Temporalità: a volte si mescolano e altre si confondono. Nel testo di Gianni Verdoliva non c’è una linearità standard, ma una continua sovrapposizione di passato, presente e futuro (quest’ultimo lasciato all’immaginazione).
Dettagli: le suggestioni gastronomiche (e di altre passioni, come la musica), oltre a donare al testo un velo di naturalezza, permettono alla lettori di alternare momenti leggeri a quelli più seri.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Ritorno a Villa Blu
Autore: Gianni Verdoliva
Editore: Robin
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: È giugno e come ogni anno tre fratelli, Alessio, Francesco e Tommaso, ritornano a Villa Blu, la dimora di famiglia dove hanno trascorso tante altre estati. Questa volta, però, saranno soli: non ci sarà più il nonno né i genitori e i tre protagonisti si troveranno a gestire la villa di famiglia avuta in eredità dal nonno Ascanio e a fronteggiare misteri, maledizioni ed eventi irrisolti che coinvolgono Villa Blu e il bosco limitrofo. Nel paese sulle sponde del lago, figure inquietanti e altre benevole si intrecceranno alle vicende dei tre fratelli, vittime di un maleficio che vedrà il suo culmine il giorno del solstizio.
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“Cercando Jonathan” di Davide Rossi

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.

Quando un libro comincia con una citazione – in questo caso di Oscar Wilde – ci si aspetta come minimo che sia motivata da una trama che le conferisca un senso. E così è, per fortuna. La differenza tra vivere ed esistere si trova nel coraggio di saper agire fuori dagli schemi, nel portare avanti con convinzione le proprie idee. Therry lo sa bene: fin da piccola, secondogenita in una famiglia per bene, si è sempre contraddistinta per la sua tenacia e per il suo orgoglio, dandosi da fare presto per costruire la vita che voleva. Almeno fino a quando non è intervenuto il destino a farle cambiare rotta.

Cercando disperatamente una ragione per non deprimersi al punto da tornare indietro e umiliarsi dicendo che era stato un semplice sfogo, non si era resa conto che aveva già raggiunto la stazione di Liverpool Street, ma invece di prendere la Central Line in direzione Bond Street era salita su un treno della Metropolitan Line. Tempo dopo, ripensando a quel momento, avrebbe realizzato quanto quella circostanza le avesse cambiato la vita.

Parlare del caso sarebbe come cercare di dare un senso al caos; le cose da dire sarebbero tante, e tutte quante avrebbero come conclusione l’indicibilità dell’esistenza. E se Theresina, quella sera di aprile, non avesse preso la Metropolitan Line? Che ne sarebbe della sua vita, ora, senza quell’incontro fortuito con la Funny Feeling di Jonathan? Il romanzo di Davide Rossi è una lettura che alimenta tanti pensieri ipotetici e fa del passato un concetto retroattivo su cui imbastire un gran numero di contro-storie. Come Ulisse con le sirene, quel pezzo è una melodia difficile da allontanare, complice anche il fatto che rappresenta il motivo per cui lei e il suo boyfriend hanno deciso di darsi una seconda possibilità. La scintilla che alimenta la trama è un incontro fortuito con il destino, che ha bussato alla porta proprio quando i due protagonisti stentano a crederci più. Il talento del ragazzo che tanto li aveva affascinati quella sera in metropolitana viene messo in discussione da un problema di plagio: il colpevole è Rob Madison, una rockstar al capolinea della sua carriera e per questo alla affannosa necessità di qualcosa che lo faccia rimanere in sella lungo la carreggiata del successo. Quella che ha tutta l’aria di essere una semplice questione di principio, si trasforma presto in un’avventura alla ricerca di se stessi e di un senso di giustizia che riguarda profondamente Therry, coinvolta in prima linea nella ricerca di Jonathan anche fino “in capo al mondo”.

Ho sempre sognato un’avventura come questa, Gab. È vero, il nostro scopo principale è cercare quel ragazzo soprattutto a causa della mia testardaggine, lo ammetto, ma il viaggio che stiamo per affrontare voglio che rimanga nei nostri cuori per sempre. Attraverseremo l’Europa da ovest a est per più di duemila miglia. Viaggiando vedremo il Belgio, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e infine la Romania, dove dal porto di Costanza ci imbarcheremo per una crociera notturna sul Mar Nero. Poi raggiungeremo la Georgia e l’Azerbaigian, dalla cui meravigliosa capitale, Baku, navigheremo nuovamente per attraversare il Mar Caspio fino alle coste del Turkmenistan e di lì arriveremo a Tashkent, passando da Samarcanda. Hai presente la via della seta?

Lo zoom iniziale sulla Londra perennemente “in movimento” è un espediente che permette la presentazione dell’altro grande protagonista del libro: l’instancabile Jonathan, un ragazzo che a troppi giri di parole preferisce le note che escono da una chitarra. Jonathan non è un musicista come tanti, ma qualcuno che suona delle emozioni che gli fa scoprire la quotidianità. Lavora al KFC di Hackney Road, ma quella dietro al bancone è una vita che non lo entusiasma più, utile solamente a sbarcare il lunario; lui vuole vivere di musica, girare il mondo con la sua passione. Insomma: sogna di calcare i grandi palchi, ma per ora si accontenta di suonare per strada, in mezzo a quella gente che tutti i giorni lo ispira e che gli dimostra di apprezzare ciò che fa. La sua musica, però, si mescola anche a una storia personale piuttosto difficile, colpa di una guerra civile e religiosa che dal suo paese natio – Tashkent, in Uzbekistan – lo ha condotto lontano dagli affetti più cari.

Dopo i primi convenevoli, il giovane cominciò a raccontare della sfortunata esistenza del suo amico Jonathan Caldwell che in realtà, all’anagrafe di Tashkent, capitale uzbeka, rispondeva al nome di Andreij Beniskev.
Andreij aveva ventuno anni e dopo la morte dei suoi genitori per i primi focolai di quella che in seguito sarebbe diventata una guerra civile e religiosa tra l’Uzbekistan e il confinante stato del Kirghizistan, era stato letteralmente rapito dal coraggioso zio Nathan, anch’egli di origini uzbeke ma londinese di adozione da sempre. Nathan se lo era portato a Londra e lo aveva cresciuto a pane e musica, sua grande passione. A quanto pareva, lo stesso Jonathan aveva il rock nel sangue e lo zio era il suo primo fan, Purtroppo quest’ultimo era venuto a mancare l’anno precedente a causa di una brutta malattia, facendo sprofondare il giovane in una depressione figlia di incubi da cui non si era mai veramente liberato.

Nella caotica e luminosa capitale inglese (in cui ha fatto esperienza anche lo stesso autore) le vite di Therry e Gabriel si intrecciano a quelle di tanti altri ragazzi in cerca di un loro posto nel mondo, ma soprattutto a un susseguirsi di eventi al limite della normalità. Se il caso non sembra badare molto alle circostanze, la sfortuna invece fa lo strano scherzo di capitare quando meno la si vorrebbe. Basta una corrispondenza sbagliata, un tragitto diverso da quello di sempre, una parola non detta o, più semplicemente, una sensazione di sgomento che attraversa il corpo. Il destino, onnipresente in questa storia come un abile dirottatore dei fatti, si intromette continuamente tra i personaggi per manifestare la sua ineluttabile superiorità.

Le ombre si ritirarono e un sorriso dipinse il suo bellissimo volto, ma i conti col destino erano tutt’altro che saldati.

Sarebbe superficiale pensare al romanzo di Davide Rossi solamente come a un racconto d’amore e di ricerca personale. La miscellanea di elementi lo rendono un caleidoscopio narrativo fatto di eventi e voci del tutto imprevedibili (e, talvolta, addirittura spiazzanti). La storia – via via più diramata con lo scorrere delle pagine – carica il lettore di moltissime aspettative. Dal romance si passa al romanzo d’avventura, dal thriller si approda al drammatico, e ogni genere si mescola all’altro per creare un collage di sfaccettature che, tra alti e bassi, costruisce un mondo “altro” che viaggia a fianco della nostra realtà contemporanea e le restituisce gli accadimenti sotto un’altra prospettiva, un po’ più emozionale.

Sembrava tutto così perfetto: nel giro di pochi giorni sarebbe partita con Gabriel e Jonathan per una avventura che, a parer suo, sebbene avesse poche speranze di riuscita, avrebbe garantito a tutti loro delle emozioni e dei ricordi da condividere per sempre.
E allora perché si sentiva in quel modo?

“Funny Feeling” la canzone che fa da sfondo al libro, è un inno all’amore e alla vita, nonché palese manifestazione del talento di un ragazzo (Jonathan/Andreij) alla ricerca di un riscatto personale da un passato di cui vuole a tutti i costi rimettere insieme i pezzi. La sua musica ha il potere di unire le persone, di motivarle, ma anche di alimentare la loro voglia di correttezza. La stessa che convince Therry e Gabriel a intraprendere un viaggio ai limiti dell’impossibile.

Al telefono lei ne aveva solo accennato, sperando di convincerlo a seguirla in quella folle avventura, infondendo in lui l’entusiasmo che ora dopo ora lei stessa faticava a governare. Non si trattava soltanto di cercare Jonathan, il loro rapporto in primis avrebbe potuto trarre giovamento da un viaggio così fuori dagli schemi.

Il narratore onnisciente ci regala un’ampia prospettiva della storia. Eppure, la sensazione del lettore di avere sotto controllo ogni cosa è solo apparente: i colpi di scena sono costantemente dietro l’angolo, e la linearità degli eventi lascia ben presto spazio a una narrazione “irrequieta”. La musica, come la maggior parte delle grandi arti, diventa veicolo di emozioni e significati, trasformandosi anche in uno strumento in grado di descrivere storie che non sempre possono vantare un lieto fine. Di questo sono consapevoli anche i personaggi che si danno il cambio lungo la trama, alla perenne ricerca di un equilibrio lungo quel filo instabile che è la vita.

Meglio dare un calcio all’orgoglio che essere presi a calci dalla vita.

I colpi di scena non mancano, come anche l’attenzione per i dettagli (accuratamente studiati da Davide Rossi per conferire più realismo a una trama che, non bisogna affatto dimenticare, è comunque di pura immaginazione). È il caso dei “banditi fuorilegge” che sconvolgono i piani della coppia durante il viaggio in Uzbekistan: una disavventura che lascia il lettore con il fiato sospeso, ma anche con la curiosità di volerne sapere di più. Sebbene i passaggi siano rapidi, il cambio di voce dei protagonisti trasforma l’inconveniente in un accorgimento stimolante che contribuisce a mantenere vivo l’interesse. Il mistero è senza dubbio un ingrediente fondante del romanzo, e in quel frangente la sensazione di suspense è affidata al temerario Valentin (un altro dei tanti “angeli custodi” di Jonathan).

Risultava imperioso con il suo metro e novanta di statura racchiuso in un elegante doppiopetto di tweed. Chissà chi era Valentin, quante storie avrebbe potuto raccontare a quella giovane indomita che trasmetteva energia positiva a ogni sguardo che regalava.
Le disse unicamente di continuare a essere coraggiosa come aveva dimostrato, usando un vecchio proverbio di provenienza sconosciuta: “Osa fare ciò che non osi dire…”. Infine, se ne andò, dopo aver stretto la mano a Gab, a Jonathan e a una splendida, rinata Radmila.

L’estrema scorrevolezza è un altro dei motivi per cui questo testo si può definire una piacevole scoperta: i capitoli – composti da qualche pagina ciascuno – si leggono senza troppe pretese e con una scioltezza tale da alimentare la voglia di sapere cosa mai possa ancora succedere. Una lettura non si riduce solamente alla maniera in cui è scritta, ma anche alle sensazioni che è in grado di trasmettere e alle riflessioni che suscita; la creatura di Davide Rossi è un serbatoio di emozioni contrastanti che, pur collidenti, trovano comunque il modo di mantenere la loro integrità. Difficile dire chi tra Therry, Gabriel e Jonathan sia il protagonista preponderante della storia. Niente affatto un difetto, piuttosto una discreta costruzione narrativa che permette ai punti di vista di non essere mai gli stessi. Cercando Jonathan non è solo un buon romanzo (scritto da un autore emergente, ci tengo a specificarlo), ma anche un lavoro di documentazione che spazia dalle accurate informazioni geopolitiche ai fatti che sconvolgono il presente odierno. L’espediente che riporta in careggiata la storia, dirottata abilmente su altri fronti grazie a viaggi in territori lontani, è un colpo di scena ancora più incredibile dei precedenti, ma necessario per rimarcare ancora una volta la pericolosità delle ideologie estreme e umanamente dannose.

Adesso so che la ragione per cui Therry voleva aiutarmi a tutti i costi era figlia di un Karma che ha dell’incredibile.
La ragazza del bus, amico mio, era proprio lei.

Nonostante la vita sia sempre pronta a presentare il conto, quello che Theresina e Gab vogliono per Jonathan è un futuro carico di speranze e positività. La titanica impresa dei due, diventati ormai presenze necessarie nella vita del musicista, è sì fonte di gratitudine e affetto, ma anche una manifestazione del fatto che non è mai troppo tardi per sentirsi in famiglia, soprattutto non avendone mai avuta davvero una. Prima spettatori e poi amici, i due amanti sono per il ragazzo una sorta di guida motivazionale, la ragione per cui è necessario non rinunciare alla realizzazione dei propri sogni. Il finale – per certi aspetti un po’ “tirato” e sbrigativo – rimane comunque una grande celebrazione della vita in tutte le sue forme, da dedicare a quelle persone che hanno subito dei colpi bassi e vogliono a tutti i costi trovare un modo di rialzarsi.

4/5

PAROLE CHIAVE

Therry: una donna dall’immensa voglia di vivere e dal coraggio sorprendente, sempre pronta a guardare il lato migliore in ogni situazione (anche la più difficile). È sicuramente il simbolo di questo testo, la promotrice di ogni azione o avventura per cercare Jonathan e restituirgli il suo talento “rubato”.
Colpi di scena: in Cercando Jonathan sono tanti e inaspettati, alcuni davvero difficili da credere. Nonostante si tratti di una storia puramente immaginata, la sensazione è quella di trovarci in una (triste) realtà che può comunque capitare.
Destino: impossibile mettersi contro i suoi piani prestabiliti. Il testo di Davide Rossi non è solamente il racconto di una ricerca, ma anche una amara consapevolezza di quanto il caso, a volte, sia proprio beffardo.
Famiglia: L’esistenza di Jonathan non è stata semplice, ma nella musica ha trovato la maniera di esprimersi e di dare voce ai suoi sentimenti. Eppure manca qualcosa, una nota suona stonata: la mancanza della sua cara sorella Radmila.
Funny Feeling: la canzone che fa da colonna sonora a Cercando Jonathan, che sembra quasi di sentire durante tutta la lettura. La “piacevole sensazione” è quella di un incontro fortuito e ispiratore destinato a durare per tutta la vita.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Cercando Jonathan
Autore: Davide Rossi
Editore: Echos Edizioni
Lunghezza: 168 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: Le vicende di Therry, ventiduenne guida turistica e il suo boyfriend Gabriel, di un anno più giovane, bello da far perdere la testa e spesso sfuggente prenderanno una strada assolutamente inaspettata. La situazione si trascinerà tale fin quando la tenace e orgogliosa ragazza pretenderà un incontro chiarificatore al termine del quale, delusa ma ormai rassegnata, lascerà il fidanzato. Nel tornare sconfitta verso casa, presso la stazione metro di King’s Cross, Therry rimarrà come ipnotizzata dalle magiche note di un brano inedito, cantato da un rocker di strada posizionato in un angolo del grande atrio centrale. Si fermerà ad ascoltare, irrimediabilmente rapita, senza accorgersi che Gabriel l’ha seguita fino a lì, convintosi di non volerla perdere, anch’egli catturato da quel pezzo bellissimo. Tra i due giovani, grazie alla magia del momento, si riaccenderà la scintilla. Con loro e la piccola folla di passeggeri che si è formata intorno a Jonathan Caldwell, autore e performer, si nasconde in incognito Rob Madison, rockstar americana in fase discendente della carriera. Madison registrerà il pezzo senza farsi notare e lo ruberà, portandolo presto in cima alle classifiche mondiali.
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“Il cervo della Rivoluzione” di Zvan Matt

Il cervo della rivoluzione è un testo molto elaborato frutto della penna di Zvan Matt, autore emergente che ha deciso di intraprendere la sua carriera di scrittore sotto pseudonimo. Quello che conferisce anima a questo libro è sicuramente il suo carattere onirico. Avete presente il film Inception? Ecco, qui ci troviamo in una narrazione che funziona un po’ nello stesso modo: “a innesto”, quasi come se ogni capitolo rappresentasse un livello di lettura che compenetra continuamente con quello successivo. Sebbene il testo si ponga apparentemente alla stregua di un semplice romanzo, ben presto ci si rende conto che categorizzarlo in questo modo significherebbe solo ridurlo. Storia e Fantascienza viaggiano a pari passo: si toccano, si alternano e, soprattutto, rappresentano il legante che tiene insieme l’intera trama.

«Ehi, che guardi?»
«Le nuvole e i miei pensieri.»
«Pensieri foschi?»
«Anche.»
«Che ci vedi nelle nuvole?»
«Il cervo della rivoluzione.»
«Cervo?»
«Lo so, non ha senso. Ma dopo aver intravisto un cervo tra le nuvole e averlo collegato alla rivoluzione, mi è venuto il triste pensiero che questa è l’ultima occasione per scardinare il sistema. Non ce ne sarà un’altra… Dopo di noi, lasceremo il palco ai nani e alle ballerine.»

Al centro della vicenda c’è Giovanni, un uomo che non deve solamente tenere a bada gli accadimenti della sua vita, ma anche le “reminiscenze” che lo sballottano, qua e là, a spasso nel tempo. Se prima ho parlato di Inception, l’esempio più calzante per descrivere queste speciali traslazioni – anticipate da sintomi precisi e descritte quasi come un sipario che si apre su un altro palcoscenico – è quello con Donnie Darko (e, quindi, con l’ipotesi del Multiverso). Ebbene sì, Il cervo della rivoluzione non racconta solo la realtà presente, ma anche una dimensione altra e coesistente con quest’ultima. Lì scopriamo che Giovanni ha una sorta di alter ego: si chiama Roberto, ed è un ex agente segreto con la missione di costruire una società interamente basata su verità e giustizia. I due sembrano il prolungamento l’uno dell’altro, due entità – distinte e simultaneamente stesse – che si trovano in balia dei fatti e delle persone che incontrano sul loro cammino.

«Sì, un bivio. Abbiamo sbagliato direzione.»

Quello degli universi paralleli è un tema che ha trovato molta fortuna nella letteratura, e qui conferisce all’intero testo un tocco fantascientifico davvero molto interessante: la ramificazione di diverse (possibili) linee temporali non fa altro che trascinare il lettore in mondi che si incrociano continuamente in quel punto di riferimento che si presuppone essere la “realtà”. Eppure, a un certo punto, le dimensioni sono così tangenti l’una con l’altra da sembrare quasi una cosa sola. Se, nel testo, non si vedessero determinati accorgimenti – come ad esempio l’uso del corsivo – la lettura sembrerebbe una continua partita a rimpiattino giocata tra l’uno e l’altro protagonista.

Roberto fa la regia di quello che debbo vedere nel suo mondo, così, io vivo le storie che sceglie per me. E le storie sono sempre ampie, variegate e incredibilmente intrecciate le une dentro le altre.

La struttura stratificata de Il cervo della rivoluzione è sia un punto di forza che una debolezza: la lettura è di certo particolareggiata da insoliti intermezzi (fatti storici realmente accaduti intessuti da dei “fuori programma”), ma anche un po’ difficoltosa. Se da una parte la linea spazio-temporale è continuamente sollecitata da una serie di imprevedibili viaggi che non possiedono nessuna precisione (ma accadono e basta), dall’altra il lettore si trasforma in una “spugna” che assorbe ogni cosa capiti durante lo sbroglio della storia (dal trovarsi nel bel mezzo di una protesta al consultare documenti e fare ricerche in stile spy-story). Le contaminazioni sono così tante da provocare quasi un “mal di testa”: niente di doloroso, ma uno di quelli che scaturisce da un’attività cerebrale intensa frutto di macchinazioni e idee di ogni genere.

Un velo bluastro è calato sui miei occhi. Vedo solo il blu e qualche prima immagine che traspare oltre il velo. Ho chiuso gli occhi, seguimi, le immagini scorrono potenti…
Non so cosa stiano facendo adesso Sergio e gli altri amici. Probabilmente, mi stanno sdraiando nel letto, poi scendono giù. Sul portone del palazzo si salutano, si abbracciano e spariscono verso il proprio appartamento.
Per me è tutto diverso… Davanti a me, c’è un appartamento in via del Governo Vecchio… C’è Roma… C’è Simone che studia i dossier di Roberto… C’è Serge… Un Serge giovane, molto lontano dagli anni della Roma, porto delle nebbie…

I traumi – e gli eventi negativi in generale – sono soliti disorientare le persone: in questo caso, Giovanni è turbato dalla morte improvvisa del suo caro amico Luca. La dipartita è una delle cause delle sue diffuse “assenze”, e il riferimento al passato si erge a punto fondamentale per cercare di comprendere ciò che di incomprensibile sta accadendo. L’autore Zvan Matt, oltre a incastrare tra di loro diverse temporalità nel tentativo di farle combaciare tra loro (e in un certo senso richiamare anche Walter Benjamin con i suoi «sentieri al bivio»), non solo riesce nel tentativo di imbastire una trama contorta su dei fatti reali, ma anche nella creazione di mondi immaginifici che conferiscono al testo un senso ucronistico difficile da ignorare. Il risultato è un serbatoio di tematiche che scivolano e si disvelano proprio tra un capitolo e l’altro.

É la prima cosa che farò appena sveglio e sarà la prima cosa che troverai nella prossima puntata dove seppelliremo Luca con tutti gli onori… E lo ricorderemo, e scriveremo un libro su di lui..
Adesso, lasciami solo poche ore di sonno… Ci vediamo quando mi sveglio!

Il finale è l’ennesima dimostrazione che storia e fiction sono due concetti costretti in un loop senza fine. In un contesto in cui l’immaginazione è il potente motore trainante, una delle poche certezze in mano al lettore riguarda proprio Roberto e Giovanni: «la porta dell’intercapedine quantica» è destinata ad aprirsi continuamente, e chissà dove ancora condurrà.

Voto: 4/5

Parole chiave

Media: Il cervo della rivoluzione è un romanzo ricco di mezzi di comunicazione. A partire dalla scrittura, per poi passare alla tv e alla radio, questo testo può anche essere letto come un grande esempio di divulgazione mediale tra passato e presente.
Diversi narratori: l’alternanza tra Roberto e Giovanni (ma anche la presenza di numerosi altri personaggi) vivacizzano la lettura trasformandola in un coro di voci – quasi sempre – ben amalgamate tra di loro.
Millepiani: il soprannome di Roberto, perché con i suoi viaggi nel tempo «agisce su tanti livelli contemporaneamente».
Assenze: o anche “reminescenze”, sono i momenti in cui la storia si mescola all’immaginazione ed entrano in gioco quei percorsi paralleli che permettono di vedere scene, persone e contesti completamente avulsi dalla realtà.
Eventi: i fatti storici che attraversano il testo sono davvero moltissimi. Che si tratti di musica, politica, religione o altre tematiche, dietro il percorso narrativo c’è, indubbiamente, un grande lavoro di documentazione (e invenzione).

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Titolo: Il cervo della Rivoluzione
Autore: Zvan Matt
Editore: Independently published
Lunghezza: 281 pagine
Prezzo: 9,98 euro
Trama: Il romanzo è ambientato in Italia. All’apertura del volume, ci troviamo a Bologna nell’opaca penombra della stanza di Giovanni che si ridesta da una delle sue Reminiscenze. Giovanni torna dall’altrove della reminiscenza e recupera la memoria. Nel suo presente c’è un calice amaro da affrontare: la tragica fine del suo amico Luca. Assieme a Sergio, si reca dalla moglie di Luca, Franca, a fare le condoglianze. Proprio a casa di Franca, inizia il nuovo loop di un’altra lunghissima Reminiscenza. È così che scopriamo che le Reminiscenze sono le porte di un’intercapedine quantica che accede ad un universo parallelo che si sovrappone al nostro. Nell’universo parallelo che si sta muovendo col nostro, il protagonista è Roberto, un ex agente segreto impegnato nella costruzione un piano per una società parallela basata sulla verità. E scopriamo che in quello stesso momento, nella Bologna di Roberto, non in quella di Giovanni, Mogol e Vasco stanno preparando il “Convegno contro l’Oppressione del Futuro” ed il Megaconcerto, dove Vasco esploderà con il suo rock a dare senso e parole all’oppressione della gente. Al termine del concerto di Vasco, la Reminiscenza finisce e il loop ritorna al lato dell’universo di Giovanni. Dopo le condoglianze a Franca, ora, occorre affrontare i riti funebri per Luca e parlare con Franca e gli amici della visione orribile del futuro senza Luca. E di cosa significa perdere con Luca quella coraggiosa ingenuità che aveva sempre resa bella la vita. Ma, il loop quantico è destinato a ricominciare. Giovanni verrà assorbito nuovamente dall’universo di Roberto e tu sei pronto? “Sappi che in un mondo fatto di menzogne, le persone hanno il diritto di costruire una ‘società parallela fatta di verità.Perchè un altro mondo è possibile.
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“Come il sole di mezzanotte” di Liliana Onori

Come il sole di mezzanotte (Librosì Edizioni, 2015) è un regency che però possiede una grande ventata di contemporaneità. Scritto da Liliana Onori e primo libro di una dualogia il cui seguito è Ci pensa il cielo, questo testo è sì ambientato nell’Irlanda di fine Ottocento, ma anche un po’ ai giorni nostri se si pensa ai dialoghi poco “pomposi” e ad altri – piccoli – elementi contenuti nel testo. Protagonista della storia è Anna DeLarey, una ragazza diciassettenne che, dopo gli studi al Collegio delle suore del Sacro Cuore di Berna, ritorna stabilmente a casa dalla sua famiglia e nel suo mondo fatto di chiacchiere da salotto e balli. Anna è figlia di Conrad e Diana, ma con entrambi ha un rapporto diverso: il padre, molto affettuoso e comprensivo, è un punto di riferimento fondamentale nella sua vita; la madre invece, rigida e ligia alle consuetudini della classe sociale a cui appartiene, si pone spesso più come nemica che complice.

Anna non capiva perché sua madre fosse sempre così severa nei suoi confronti. Cercava di accontentarla in tutto: andava ai tè con le sue amiche noiose, indossava gli abiti che le faceva confezionare nonostante per i suoi gusti fossero troppo sfarzosi, faceva amicizia con tutti quelli che le suggeriva solo perché considerati dei buoni partiti. Avrebbe anche partecipato al ballo in maschera che si sarebbe tenuto di lì a un mese nella loro stessa casa e a cui avrebbero preso parte le famiglie più in vista della contea di Queenstown. Sua madre ci teneva tanto, stava organizzando tutto nei minimi dettagli e non voleva deluderla. Era un modo, lo sperava, per avvicinarsi un po’ a lei. Anna avrebbe tanto voluto che tra loro ci fosse complicità e non quel divario che non riusciva a colmare. Diana era sempre troppo scostante e tutte le volte che Anna tentava di avvicinarsi a lei, Diana irrimediabilmente si distaccava rimproverandola che certe confidenze tra madre e figlia non erano opportune.

L’atmosfera ricorda tanto quella letta in tanti altri romanzi storici in costume, e non a caso Cime tempestose è proprio uno dei classici a cui l’autrice attinge delicatamente sia nella stesura della storia che nelle descrizioni paesaggistiche che richiamano le fascinose brughiere. Come accade proprio tra Heathcliff e Catherine, la storia vissuta tra Anna e Julian è tormentata e intensa. I due ragazzi si conoscono sotto le fronde di una quercia secolare, si innamorano, e poi non vorrebbero lasciarsi più. Il condizionale è d’obbligo, perché la vita li mette di fronte a dei fatti che chiaramente sconvolgono i loro piani d’amore. Ma questi accadimenti, tanto inaspettati quanto forti, sono anche ciò che rendono la lettura di questo testo un vero e proprio saliscendi di emozioni: la convinzione che possa succedere un determinato fatto viene spazzato via dall’imprevedibilità, e la sensazione che ha il lettore è che ogni azione ne abbia in serbo inevitabilmente anche un’altra.

Quando Anna le ascoltava non poteva fare a meno di sentirsi diversa da loro. La sua vita era stata fin dall’infanzia ordinaria e tranquilla, aveva sempre fatto tutto quello che ci si aspettava da una lady come lei senza mai pensare realmente a cosa ci fosse al di là di quel mondo fatto di regole e pregiudizi. Presto avrebbe dovuto cominciare a pensare al suo futuro, trovare un buon marito e crearsi una famiglia, ma i ragazzi della sua età che potevano apparire dei buoni partiti agli occhi dei suoi genitori sembravano molto più interessati alla sua dote che non a lei. Meglio moglie di un povero diavolo!, pensava. Ma questo non poteva dirlo perché i legami tra persone appartenenti a ceti sociali diversi erano inaccettabili e nessuno voleva sentirsi dire il contrario e che alla base di un matrimonio ci sarebbe dovuto essere l’amore non il rango.

Come il sole di mezzanotte non è solo la storia di una passione che fa mancare il fiato, come accade con il primo amore, ma è anche il racconto di quanto i rapporti sociali si possano dividere tra l’effimero e il duraturo. Anna è sicuramente una ragazza diversa e molto più matura della sua età, i dettami imposti dal suo status sociale non le appartengono: lo dimostra nelle conversazioni con gli “altolocati” con cui ha a che fare abitualmente, lo evidenziano i suoi interessi per niente superficiali, lo manifesta apertamente innamorandosi del marinaio Julian. Ma l’appartenenza che Anna rinnega, come uno strano scherzo del destino, la lega indissolubilmente a una vita che non sente sua. Ha passato anni chiusa in un collegio e tra le mura di casa, eppure la sua mente è più aperta che mai; lei ama volare con fantasia, e di certo le storie già scritte la fanno sentire come un viaggiatore a cui vengono tarpate le ali.

«Di che parla?», domandò mentre si sdraiava sul letto mordendo una mela rossa.
«Di due giovani, cresciuti insieme come fratello e sorella, che si innamorano disperatamente. Heathcliff è un ragazzo sopra le righe, orgoglioso e ribelle. Mi ricorda molto te», gli disse sorridendo, «Catherine, invece, è in apparenza più posata, ma dentro di lei l’amore si divincola come una bestia in gabbia. Il sentimento tra i due è molto forte ma poi Catherine sposa un giovane del suo ambiente e questo la separa inevitabilmente da Heathcliff, che però non smette un solo giorno di amarla. È un romanzo ricco di passione, dolore, amore, odio. C’è un brano che voglio leggerti… anzi, no…», si sbrigò a dire, «voglio che sia tu a leggermelo. Eccolo qui!» gli porse il libro dopo aver trovato la pagina che le interessava. «Leggi da questa riga in poi» gliela indicò con il dito indice. 

Oltre a Cime tempestose, un altro testo che viene citato da Liliana Onori nel suo romanzo è anche l’Amleto di Shakespeare, non solo in riferimento alla difficile storia tra i due ragazzi, ma anche come preludio dei fatti che sconvolgeranno – forse irrimediabilmente – i loro desideri. La vita è una linea temporale che non prevede pause o riavvolgimenti, sebbene possieda momenti difficili, il suo compito è essenzialmente quello di andare avanti. L’unica cosa che sembra assicurare sono persone che leniscano i dolori e riportino il sorriso laddove si sia scomposto. Anna, da ragazza forte e combattiva, si trasforma anche in una piccola donna fragile che deve far fronte a delle insicurezze che la mettono duramente alla prova. Non da sola, ma insieme a qualcuno che abbia sofferto delle sue stesse mancanze: William.

Seduta davanti alla finestra della sua stanza, Anna osservava il tempo che passava attraverso lo scorrere delle stagioni. A Gennaio e a Febbraio, il giardino appariva bruciato dal gelo. Solo poche piante non si erano seccate, nonostante gli sforzi di Henry di salvarle tutte. Anna si sentiva come il giardino della sua casa, consumata da un freddo che non ne voleva sapere di andarsene, da un incancellabile lutto che non la lasciava più vivere. 

Come il mare dapprima calmo e poi in tempesta – lo stesso che sogna di solcare Julian su una nave tutta sua – Come il sole di mezzanotte regala al lettore momenti di placida tranquillità mista ad altri di acceso fermento. Una storia adatta prima di tutto ai romantici d’animo, ma anche a chi è curioso di leggere come dei Classici della letteratura possano avere delle declinazioni sulla scrittura degli autori di oggi. In alcuni stralci mi sono ritrovata a pensare che la vicenda dei due protagonisti-amanti potesse essere snocciolata meglio, magari accantonando gli sviluppi di altri personaggi che, talvolta, hanno solamente reso caotico il racconto. La mia personale e profonda stima per chi lavora sulla scrittura di una storia non cesserà mai, e questa ha molte potenzialità insite nelle sue parole. L’ambientazione nel passato le conferisce un’eleganza che è difficile non notare, come i colpi di scena che non abbandonano il lettore neppure all’ultima pagina.

Voto: 3/5

Parole chiave

Come il sole di mezzanotte: il significato di questa espressione si spiega attraverso la storia di Anna e Julian, un modo per esprimere a parole il loro profondo legame. «Vorrei un giorno fatto solo di pomeriggi in cui non ci fossero tramonti a separarci» le disse un giorno, mentre se ne stavano abbracciati sotto le fronde di Alfred. «Ci sono dei posti nel mondo in cui il sole non tramonta per metà dell’anno. Lo chiamano ‘il sole di mezzanotte’ perché splende anche di notte. Ci vorrebbe una cosa del genere per noi» sospirò. Julian sorrise e poi, guardandola negli occhi, le disse con amore «Tu sei il mio sole di mezzanotte, Anna… Illumini tutte le ore dei miei giorni.»
Opere letterarie: utilizzate non solo per impostare un filo logico da seguire nella vicenda, ma anche per poter far “parlare” i personaggi e metterli in contatto tra di loro. Ciò che succede nelle trame degli importanti romanzi citati riempie anche le vicende dei protagonisti come se rappresentassero una sorta di copione da seguire (ma anche da stravolgere completamente).
Aspettative: quelle della famiglia di Anna, soprattutto della madre, e del ceto sociale a cui appartiene. 
Ambientazione: prettamente ottocentesca, anche se nel modo di parlare un po’ meno. In Come il sole di mezzanotte avviene uno “svecchiamento” dei romanzi in costume che siamo abituati a leggere, un aspetto che può piacere e non piacere.
Bosco: spazio di confine che rappresenta il luogo, lontano da occhi indiscreti e “giudicanti”, in cui i due ragazzi possono essere se stessi e dimenticare le loro origini diverse.

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Titolo: Come il sole di mezzanotte
Autore: Liliana Onori
Editore: Librosì Edizioni
Lunghezza: 376 pagine
Prezzo: 15 euro
Trama: L’amore che si scopre, che è linfa, che riesce a illuminare come un sole a mezzanotte. È quello che vivono Anna e Julian, certi che il loro sentimento possa superare qualsiasi differenza e vincere su ogni forma d’odio. Ma non nell’Irlanda di fine ottocento dove le convenzioni sociali riescono a oscurare qualsiasi tipo di legame, persino quello tra una madre e sua figlia. Anna scoprirà, così, che l’amore ha molte forme: può essere estremo, tragico, può nascere dall’amicizia, dalle consuetudini, dall’indifferenza e può generare rancore e distacco; soprattutto può essere grande nella rinuncia e piccolo nell’accettazione e celarsi ovunque, magari dietro al tronco di un grande albero. Il secondo romanzo di Liliana Onori stupisce per la sua intensità ed è in grado di catapultare il lettore in un’epoca ed in un luogo lontani, eppure così vicini per la forza dei sentimenti, capaci di vincere anche il tempo.
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“La seta e l’uragano” di Emanuele Somma

«Tanta umanità attraversa ogni giorno il nostro campo visivo», scriveva Amos Oz in Contro il fanatismo, ma non sempre questa vita riesce a catturare la nostra attenzione. Cosa succederebbe, però, se mettessimo in pausa la frenesia giornaliera e provassimo a osservare i corpi con cui entriamo in contatto per imbastirci addosso delle storie? Sicuramente daremmo sfogo alla nostra più fervida immaginazione, vestiremmo i panni di uno scrittore, e sicuramente ci accorgeremmo che ogni cosa può diventare una narrazione, perfino una giornata passata nella più banale abitudinarietà. 

Durante quelle serate in strada parlavamo di tutto: di Dio e della scrittura, della vita, la morte, e di donne, le droghe, le sue esperienze – aveva vissuto in Jamaica quando era un trafficante – mi parlava della gente del Dalai Lama che lo aveva incontrato e dei tre segreti di cui lui era custode, di uno di essi almeno, riguardo il Gesù nero, e di un Tesoro nascosto in California dietro un muro in una biblioteca. Mi disse di aver ucciso. E poi arte: era stato uno sculture promettente un tempo. Dei lavori, oppure dei tempi senza nessun lavoro. Di soldi che non avevamo. [Jean Baptiste senza gambe]

La seta e l’uragano di Emanuele Somma lavora un po’ in questa direzione: non è solamente una raccolta di racconti ambientati a Miami Beach, ma anche un interessante fermo immagine delle persone che abitano la realtà quotidiana. I luoghi in cui veniamo catapultati attraverso questi testi sono lontani e allo stesso tempo incredibilmente vicini, ed è proprio questo raccontare un “distacco” con il cuore di chi sembra essere ancora a casa ciò che conferisce a queste storie di grande curiosità. In tale spaccato – a metà tra il familiare e lo straniante – ci troviamo in un’America che è sia sogno che incertezza: nella Florida colpita assiduamente da forti catastrofi naturali, si scoprono anche le catastrofiche (o quasi) vite delle persone che incontra l’autore, scrittore e anche abile fotografo che impressiona su carta ciò che vede e incontra sul proprio cammino. Le radici del testo crescono insieme alla necessità di raccontare la vera esistenza: niente di inventato o fittizio, piuttosto qualcosa di nudo e crudo come solo può essere la vita reale, nelle sue gioie e anche nei suoi dolori.

La televisione e i giornali avevano riempito in fretta le prime pagine e le notizie in anteprima al riguardo. In Florida la stagione degli uragani è accompagnata da spot pubblicitari, notizie meteo non-stop con gli inviati in poncho direttamente esposti alle intemperie delle tempeste tropicali o uragani. Quasi sempre vicino la riva per mostrare la rabbia delle onde del mare, o quelle palme piegate nella bufera come tante immagini di Cristo sofferente a testa bassa. Acqua e ancora acqua. E subito spots per generatori, provviste, supermercati e articoli vari per le emergenze. Il business dei disastri naturali non chiude mai bottega in Florida. [Scene di blackout a Miami]

Nella normalità (sottosopra) descritta da Somma, trovano spazio i vizi e le virtù delle persone, ma anche i loro traguardi e le loro difficoltà. In qualsiasi zona di buio è possibile scorgere un po’ di quella luminosità in grado di spingere in avanti, ecco perché in ogni testo si possono leggere anche la necessità di ripartire altrove e di raccontare tutte le sfaccettature emozionali che derivano da una decisione così netta. In un certo senso, è piuttosto strano il lavoro di immaginazione che compie l’autore: scrive dei racconti ambientati oltre oceano, eppure annulla completamente la distanza che si frappone tra il suo paese natio e quello che lo sta “ospitando” (insieme alle sue storie) attraverso una serie di elementi familiari. 

Ma il sogno americano era così chiamato perché devi essere addormentato per crederci davvero, come scoprivi solo dopo averci vissuto qualche anno. E così ti ritrovavi come me, in una forma perversa di duplice esilio, in una inconsistenza che non era solo geografica ma anche esistenziale, emozionale e folle. In un appiccicoso limbo, e sospeso come sulla tela di un ragno tra due continenti distanti. Di giorno vivevo in America, da anni, ma nei miei sogni ero quasi sempre in Italia. Se solo si potesse proiettare: milioni di immigrati in ogni angolo del mondo, ogni notte, si addormentano sognando la propria terra di appartenenza e le persone lasciate indietro. [Da Tre re]

Non esiste solamente la realtà ovattata che crediamo, ma anche quella che rimane nascosta tra le righe, quella che si vive solamente viaggiando insieme a ciò che ha in serbo il destino per noi. Per questo, La seta e l’uragano è un titolo che che va pari passo anche con l’esistenza: serena e bella nei suoi momenti più facili, disastrosa e difficile in quelli un po’ meno. Il lettore viene immerso nelle storie contenute in questo testo con delicatezza, quasi come se lo scrittore volesse prima farlo abituare a quello strano “sradicamento” che si ritroverà poi a leggere tra le pagine. In apparenza i racconti sembrano non avere nulla in comune, ma considerandoli nell’insieme si instaura tra di loro un legame che li fa apparire come tante voci di uno stesso punto di vista. Nonostante emerga costantemente la difficoltà di inserirsi in un paese lontano, ciò che fa dialogare tutti i testi è anche quel legame stabilitosi tra un italiano in America e la lingua madre con cui cerca di mantenere le sue origini.

«Ah sei italiano… Che bella l’Italia, io parlo un poco italiano!»
«Di dove sei?» Mi chiese poi il padre con due soffici e intelligenti occhi azzurri.
«Roma città.»
«La santa Roma…» Disse lui con nostalgia.
[Il padre]

Probabilmente non è nemmeno un caso che questa raccolta abbia come sottotitolo “Racconti di uno scrittore maledetto italiano a Miami”: Emanuele Somma non si fa portavoce solo di quella realtà che fatica solitamente a entrare in un libro, ma anche di una nostalgia provata nei confronti di qualcosa che non gli appartiene più (ma che comunque fa rivivere attraverso i personaggi delle sue storie).

Eravamo tutti vittime di una nostalgia malsana, una saudade, di una mancanza viscerale della terra d’origine che non guariva mai del tutto. Eravamo stati amputati in qualche parte dell’anima, e la stessa non poteva più adattarsi a vivere in un luogo e lasciare andare completamente l’altro nella dimensione dei ricordi. Quando ero in USA mi mancava l’Italia, ma dopo poco tempo passato a casa mi rendevo subito contro che dovevo tornare in America. Ormai non potevo più vivere in entrambi. [Tre re]

Durante la lettura de La seta e l’uragano faremo la conoscenza di tante persone, ognuna con un suo bagaglio di vita; eppure in mezzo a tutte queste voci estranee riusciremo comunque a trovare il modo di sentirci a casa.

Voto: 3/5

Parole chiave

Racconti: questo testo è un collage eterogeneo di storie che possono anche essere lette in ordine sparso. Il loro iniziare e finire improvvisamente può indurre in lettore a non affezionarsi profondamente a quello che legge, ma l’essere così effimere è anche ciò che le rende facili da affrontare.
Linguaggio: il metodo di scrittura di Emanuele Somma è semplice e scorrevole; a volte affianca delle parole italiane con altre straniere, ma questo non ha un effetto straniante, piuttosto rimarca ancora una volta il carattere “italo-americano” dei suoi testi.
Sfumature: ne La seta e l’uragano non c’è solo un lato della vita, ma tanti. È impossibile non immedesimarsi, almeno una volta, con i sentimenti con cui si entra  in contatto.
Viaggio: quello che ha condotto l’autore lontano da casa, ma anche quello che si fa mentre si legge questo libro. Quante volte ci siamo chiesti come potrebbe essere la nostra vita altrove? 
Amore: il filo conduttore – e sotterraneo – che unisce i racconti. L’amore per la scrittura, l’amore per la vita, l’amore per una persona, l’amore per un luogo, l’amore per qualcosa che è stato. Questo sentimento è onnipresente proprio per ricordarci che le difficoltà non sono mai troppo dure se alla fine riusciamo a credere che qualcosa di bello sia sempre possibile.

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Titolo: La seta e l’uragano
Autore: Emanuele Somma
Editore: Createspace Independent Pub
Lunghezza: 76 pagine
Prezzo: 5,19 euro
Trama: Queste storie costituiscono una sorta di collage di improbabili “selfies” dei personaggi veri della realtà di Miami Beach. L’ autore offre uno sguardo su una città decisamente diversa da come viene dipinta nelle riviste e in TV, o dai calciatori e le modelle. Dopo aver messo piede per la prima volta a Miami durante una delle peggiori stagioni cicloniche nella storia della Florida, una serie di vicende personali e amorose si mescolano alle catastrofi naturali vissute durante l’alternarsi delle tempeste. Ma forse alla fine nel rendersi conto che la vita è un susseguirsi di stagioni degli uragani si impara ad amare anche la pioggia battente e il forte vento contrario.
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“Veronica, il musicista e l’introvabile nota” di Francesca E. Bianchi

“Un’intrigante sfida alla morale”: se dovessi descrivere in breve Veronica, il musicista e l’introvabile nota di Francesca E. Bianchi (edito nel 2017 da “Robin Edizioni”), userei proprio queste parole. Sin dall’inizio veniamo proiettati in un mondo in cui le vite dei giovani protagonisti si mescolano con il suono creato dal pianoforte. Tommaso ha sei anni, ma la sua tenera età non gli impedisce affatto di rimanere affascinato – e letteralmente catturato – da una musica che sente al di là delle mura di casa sua. Lui ancora non lo sa (o forse può solo cominciare ad immaginarlo), ma quella melodia, e soprattutto chi la suona, lo accompagneranno nel bene e nel male per tutta la vita, proprio come un sottofondo alla sua esistenza. Ma chi c’è dietro quel pianoforte che riesce ad arrivare fino a casa Roverni? La risposta è Veronica, una ragazzina di quattordici anni che ama i sandali di corda, i vestiti di colore bianco e la musica, tant’è che sarà proprio lei a dare le prime lezioni di piano al piccolo Tommaso, facendolo entrare in un mondo che alla fine non riuscirà più ad abbandonare.

Il mio reale obiettivo era solo quello di arrivare all’estate, andare in vacanza nella casa di campagna e trovare il coraggio di sedermi vicino a Veronica e suonare per lei. Volevo che fosse orgogliosa di me. Volevo che si innamorasse della mia musica e che provasse per me quello che io provavo per lei. Tutte le esibizioni e tutti i premi vinti durante quegli anni erano per me solo un motivo di conversazione, qualcosa di poco conto che mi doveva avvicinare al traguardo finale.

Galeotto fu il pianoforte e chi gli fece imparare a suonarlo, si potrebbe dire. E Veronica è quasi come un’incantatrice che, lezione dopo lezione, rende consapevole Tommaso della bravura che sta crescendo dentro di lui, sebbene inizialmente fatichi a rendersene conto. Il bambino diventa un ragazzo e il ragazzo si trasforma ben presto in un piccolo uomo: per questo in lui, oltre alla musica, si alimentano anche rabbia e impotenza, simbolo probabilmente del fatto che gli eventi cambiano e si evolvono, ma non come lui vorrebbe: soffre quando vede la “sua” Veronica con qualcun altro e la distanza appare come l’unica soluzione per dare tregua al suo stato d’animo. Ma questa scelta “suona” più come un arrivederci piuttosto che come un addio.

Fino a quel momento non avevo mai pensato seriamente alla sua età, ma quell’estate fui obbligato ad accorgermi che toccava i vent’anni e che non avrebbe mai badato ad un marmocchio come me.
Per tutta risposta, il giorno dopo, a lezione, iniziai a suonare. Suonavo per dimostrarle che io avevo qualcosa che quel ragazzo non aveva e non le avrebbe mai potuto dare: la musica. Lei fu piacevolmente sorpresa e mi ricoprì di complimenti non sapendo che quello che esprimevo con le mie note era solo rabbia. Rabbia e impotenza verso quel ragazzo che aveva qualcosa che io non potevo ricevere: il suo amore.

Tommaso abbandona presto la casa di campagna per la città e per le lezioni private con il maestro Luigi Bossola, ma nonostante questa lontananza fisica continua a essere acceso prepotentemente in lui l’affetto per una Veronica che non riesce affatto a dimenticare. Ogni scusa, però, è buona per ritornare al passato, soprattutto se quest’ultimo gli permette di vedere la ragazza e di ritrovare quel “contatto” che colma ogni sua mancanza. I protagonisti crescono e si evolvono insieme alla lettura: Tommaso si è sempre sentito più grande della sua età, ma questo non basta per trasformare i sentimenti di Veronica in qualcosa di caldo e autentico. Sembrano inafferrabili, quasi quanto quella nota di cui è alla ricerca ma che appare introvabile, e che non per niente è il titolo del romanzo.

Calpestavo l’erba cercando di convincermi che lui ormai era il passato e che i miei piedi avevano preso il posto dei suoi piedi, ma mi illudevo. Era diverso. Nessun passo mi avvicinava. Lei mi teneva sempre alla stessa distanza, oltre quella barriera che aveva alzato, e nonostante perseverassi nelle mie convinzioni non potevo non domandarmi cosa fosse stata per lei quella notte di Capodanno e se non la ritenesse solo un errore da cancellare dalla sua memoria.

Tommaso è nato per suonare e di questo ne è consapevole anche la sua prima maestra. Roverni diventa un nome importante nell’ambiente, un pianista di successo che esporta la sua arte e la sua malinconia in giro per le tournée. La sua fama, però, non riesce a far uscire Veronica dalla sua vita. Quasi come un’ossessione, infatti, nella testa di Tommaso non esiste altro volto che il suo: cerca il suo corpo e i suoi gesti nelle ragazze che incontra, ma tutte si rivelano essere solamente una brutta copia dell’originale. I due si attraggono e nello stesso tempo si respingono in un rapporto costantemente in bilico tra l’essere una calamita e una calamità, mentre ogni azione e gesto appare stonato o fuori tempo, come se i due non riuscissero affatto ad accordarsi l’uno all’altra. Le cose, però, sono destinate a cambiare, ed è proprio il destino che gioca con i protagonisti a mutare i loro ruoli: c’è una nuova nota che sembra suonare tra di loro.

Mi chiesi se non fosse una strega, capace con non so quale sortilegio, di farmi impazzire, cambiare la mia personalità, rendermi estraneo perfino a me stesso. Mi faceva vibrare l’anima, il cuore, la pelle, le mani.

Leggere Veronica, il musicista e l’introvabile nota è come guardare uno spartito: tra parole più o meno forti che rappresentano altrettante note gravi e acute, infatti, si sviluppano le storie e le esistenze dei protagonisti, coinvolti in alti e bassi che sfidano il concetto di normalità. Ma alla fine, cosa vuol dire la parola “normale”? La sfida di questo libro sta proprio nel tentativo di spiegare quanto non esistano concetti dati per assodati. Le cose non sono mai come sembrano e la storia che scrive Francesca E. Bianchi permette di comprendere prima di tutto che non ci sia niente di scontato, perfino nelle nostre convinzioni. Il protagonista Tommaso cresce e matura insieme alla lettura, e non è un caso che sia proprio un viaggio alla ricerca di se stesso (e al contempo di fuga) a gettargli luce su ogni cosa, ma anche a dargli la forza necessaria per affrontare un segreto che solo una scelta dettata dall’egoismo non ha voluto rivelargli. Questo è sicuramente un libro fuori dal comune, una lettura spiazzante che è in grado di far leva sulle nostre opinioni e di smantellarle una a una: tra citazioni sentite e una trama ponderata anche nel suo essere inaspettata, Veronica, il musicista e l’introvabile nota si inserisce sicuramente in quei romanzi che bisogna necessariamente leggere se si vuole aprire un confronto con noi stessi e i nostri princìpi, e da ultimo (ma non ultimo) rispondere alla domanda: si può soffrire per qualcuno che non è mai stato effettivamente nostro? 

Voto: 5/5

PAROLE CHIAVE

Musica: Tommaso è un musicista e il pianoforte rappresenta una cartina di tornasole dei suoi stati d’animo. “L’arte nasce dalla sofferenza” si dice, e il protagonista sembra proprio farsi carico di questa frase attraverso la sua vita quasi sempre al limite, tra giusto e sbagliato.
Veronica: è un personaggio anomalo, quasi “disturbante”. Il lettore non sa se capirla o detestarla, ed i suoi comportamenti non aiutano affatto a prendere una scelta.
Segreti: punzecchiano il romanzo quasi a risvegliare il lettore dal torpore di una trama che sembra seguire la normalità. Una volta ultimata la lettura ci si chiede: anche io avrei fatto la stessa cosa?
Tematiche: questa non è solo la storia della vita di Tommaso e delle persone che la toccano, ma è anche una trama abitata da spunti di riflessione che ci fanno chiedere costantemente il nostro punto di vista. Che si tratti di semplici opinioni o di scelte di vita, è impossibile non lasciarsi trascinare all’interno della mente dei protagonisti.
Amore: ultimo, ma non per importanza. In Veronica, il musicista e l’introvabile nota è una componente importante, quasi fondamentale, soprattutto perché compare in tutte le sue sfumature: reale, familiare, puro, malato, amicale, profondo. Quanti tipi di amore esistono in una sola esistenza?

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Veronica, il musicista e l’introvabile nota
Autore: Francesca E. Bianchi
Editore: Robin Edizioni
Lunghezza: 250 pagine
Prezzo: 14 euro
Trama: All’età di sei anni, dal dondolo nella casa di campagna dei suoi genitori, Tommaso scorge per la prima volta Veronica. L’incontro con questa giovane donna e la sua musica cambierà per sempre la sua vita e lo porterà a diventare precocemente un pianista di grande successo, capace di esibirsi in breve tempo sui più prestigiosi palchi nazionali e internazionali. La musica, i concerti e le tournée iniziano così a scorrere nella vita di Tommaso senza soluzione di continuità. Tuttavia nessuna nota, nessuna città e nessuna donna sembrano capaci di cancellare il ricordo indelebile di Veronica, dei suoi sandali di corda e dell’unica notte passata insieme. Inseguito da tale ricordo, Tommaso si troverà costretto a ritornare nella casa di campagna dei suoi genitori per affrontare una volta per tutte il suo passato e i suoi tormenti.
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“Edmund Brown” di Simone Toscano

Edmund Brown non è solamente il titolo del romanzo scritto da Simone Toscano – un autore emergente romano che ha deciso di buttarsi in questa avventura durante una giornata di maggio del 2014 -, ma è anche il nome del protagonista che prende vita attraverso la sua penna. Quest’ultimo, fin dalle prime righe, viene presentato come un ragazzo semplice, responsabile e legato a una normalità che lo fa vivere e lavorare come qualsiasi altra persona farebbe. Insomma, nulla da obiettare, almeno fino a quando non si legge questa frase:

Mi chiamo Edmund, ho trent’anni e ho un segreto.

Edmund sembra condurre una vita tranquilla: le sue giornate si dividono tra il lavoro come barista al BJ Restaurant Bar di Castrol e i pranzi dalla tenera nonna Margaret a cui è molto legato. Ma l’apparenza inganna, e il lettore sembra accorgersene man mano che la trama evolve nel suo crescendo. Edmund – per gli amici soltanto Ed – nasconde qualcosa: fin da quando era un ragazzino, deve convivere con delle incontrollabili visioni di morte che coinvolgono le persone che gli stanno accanto o coloro che sfiora semplicemente con un tocco.

A volte ho dei lampi, vedo delle cose. Passo vicino a una persona, e ricevo dei flash dal futuro. Non è sempre chiaro, quello che so per certo è che posso vedere come morirà una persona.

L’interrogativo che Simone Toscano ci propone è evidente: come sarebbe la nostra vita se un bel giorno scoprissimo di avere un potere simile a quello del suo protagonista? Riusciremmo a gestirlo senza esserne sopraffatti? Anche Edmund Brown se lo chiede: ci prova, sembra demordere, ma poi alla fine ci crede, comincia a convincersi che tutto questo possa essere in qualche modo utile. Passa dal percepirlo una maledizione a considerarlo un dono, qualcosa per aiutare le persone come una sorta di missione. Ma prima di arrivare a questo, vive un travaglio personale che lo fa dubitare di ogni cosa, perfino di se stesso. Il suo tormento parte da lontano, da un fatto che non può e non potrà mai lasciarsi alle spalle, ossia la morte prematura dei genitori quando aveva solo dieci anni. Nella tragedia, Edmund trova il modo di sorridere ancora: se da una parte, infatti, l’affetto della nonna lo ha sempre spronato a credere che le difficoltà fortifichino anziché abbattere, dall’altra la conoscenza dell’incredibile Lisa gli farà capire quanto importante sia anche una vita contornata da un po’ di amore.

Se in qualche strano modo, fossi a conoscenza dell’esatto momento in cui quel dato disastro avverrà e fossi l’unica a poter tentare di intervenire anche se questo potrebbe esporti a dei rischi e farti fare delle cose… diciamo così… delle cose che non credevi di poter mai fare… interverresti?

Tutto ha origine quando Ed era ancora piccolo, tra i banchi di scuola, con la visione di morte che coinvolge un suo amichetto. Da lì, il potere che possiede cresce e si sviluppa insieme a lui portandolo in stati di trance che lo fanno entrare in contatto con situazioni che non vorrebbe affatto vedere. È giovane, ma non per questo non incontra malattie, incidenti e vecchiaia. All’inizio è così spaventato da voler evitare di parlarne, consapevole probabilmente del fatto che la sua incapacità di gestire tutto quanto è strettamente collegata a ciò che potrebbero dire le persone che lo circondano. Vorrebbe tanto uscire allo scoperto, ma la paura di sembrare un folle è troppo grande. Cosa fare, però, se la morte riguarda proprio chi non dovrebbe affatto toccare? Il romanzo, d’un tratto, cambia risvolto e la maledizione che da sempre lo ha accompagnato come un ospite indesiderato si trasforma in qualcosa in grado di poter salvare la vita di chi gli sta a cuore.

Il mio era un dono, e non usarlo solamente per paura di quello che poteva mostrarmi era puro egoismo.

Le persone che assistono il protagonista nel suo percorso, insieme alla nonna, sono Big Jym Rodd e Lisa, rispettivamente padre e figlia. Il primo, oltre a essere il titolare del BJ Restaurant Bar, è un uomo piuttosto burbero che non manca di mostrare anche il suo lato più tenero. Come Edmund, ha subito delle perdite importanti. La scomparsa improvvisa del figlio Carl è stata una tragedia così grande da avergli fatto pensare commettere un gesto estremo. Sarà la stessa Lisa a offrire un’ancora di salvezza a entrambi: la sua presenza è come un segno a matita prima leggero e poi sempre più marcato, non solo acquisirà uno spazio sempre più importante nella trama, ma riuscirà a farsi largo perfino nel cuore tormentato di Ed.

Sappiamo che dobbiamo morire dal momento in cui veniamo al mondo; sappiamo che le persone intorno a noi, quelle che fanno parte della nostra routine quotidiana, un giorno usciranno di scena. Ogni voce a noi nota un giorno smetterà di parlare. Ogni cuore smetterà di battere. Sappiamo tutto questo da sempre, eppure quando la morte arriva realmente restiamo stupiti, colpiti e sorpresi; abbiamo l’espressione di chi dice “Così non vale! Non era nei patti!” ma è nei patti da sempre.

Edmund Brown rappresenta il perfetto connubio tra fantascienza, thriller, bildungsroman e legami solidi che non riguardano solamente il protagonista, ma anche le persone che ruotano attorno a lui. Non è un caso che sia un prete fuori dalle righe, il Pastore Richard, a comprenderlo più di tutti, addirittura prima ancora che si capisca lui stesso: in un certo senso, è proprio l’aspetto anormale a mettersi nella condizione di accogliere quel potere fuori dal comune.

Quel prete strano, amato e odiato dalla comunità, che usava un gergo esageratamente strambo, che sembrava un incrocio tra un moschettiere, uno squilibrato e Martin Lutero e che aveva quasi sempre gli occhi arrossati dall’alcool. Era come se quello sguardo potesse entrare dentro di me e finire per illuminare quello spazio della mia mente e della mia anima dove custodivo tutta la verità sul mio dono.

Simone Toscano inserisce tutto questo (e altre tematiche) in una trama che è raccontata in maniera incalzante e decisa, senza troppi fronzoli, attraverso uno stile di scrittura semplice che non manca di dividersi tra serietà e battute di spirito. Sicuramente è il finale quello che sorprende di più, quando subentra anche l’azione e il tutto si colora di consapevolezza, redenzione e coraggio. Mi piace pensare a questo romanzo come a una sorta di traguardo personale: pur non conoscendo l’autore di persona, ho percepito nel suo modo di scrivere un po’ della sua vita, quasi come se quel Edmund Brown: Capitolo 1 contenuto nella storia fosse anche un po’ il risultato della sua volontà, non solamente quella del protagonista.

Lisa si voltò verso di me e mi chiese “Ed, ma il libro che stavi scrivendo? È…” “Uscirà il 10 gennaio, tesoro” la interruppi dolcemente. “E di cosa parlerà?” mi chiese curiosa. “Di me, del mio dono. E’ la storia della mia vita. E ci sei pure tu, biondina”.

L’autore probabilmente non avrà lo stesso dono della sua “creatura” Ed, ma quello che sicuramente possiede è la capacità di aver dato origine a una storia in cui è impossibile non sentirsi coinvolti. L’ambientazione straniera di Castrol non crea un effetto di spaesamento, piuttosto di fascinazione. Se avete bisogno di leggere un romanzo che non vi aspettate e che vi fa chiedere di continuo “adesso chissà cosa succede”, Edmund Brown vi sta decisamente aspettando. 

Voto: 5/5

PAROLE CHIAVE

Destino: entra in gioco per rendere Edmund sempre più consapevole di quello che può fare con il suo “dono”, soprattutto in relazione agli altri. Ma anche per il fatto che, nel dipanarsi della storia, è il caso a muovere gli accadimenti dei personaggi.
Punizione/dono: il grande interrogativo che abita la mente di Edmund Brown. Fino a che punto una visione può essere considerata qualcosa di positivo? Nei suoi panni, avremmo reagito nella stessa maniera? Questa storia è in grado di far riflettere il lettore sul suo livello di versatilità a certi problemi. Ma come spesso accade anche oggi, sono proprio quelle difficoltà che tendiamo a classificare come “punizioni” a renderci speciali.
Divisione: la trama sembra quasi divisa in due. Nella prima parte, il protagonista Ed si trova a fare i conti con qualcosa che sembra non volere, mentre nella seconda, complice anche l’appoggio delle persone che ha accanto, il suo “dono” diventa il motore che muove ogni suo gesto.
Temi: questo libro è in grado di convogliare su di sé un gran numero di tematiche, dalla morte alla malattia, dagli abusi agli inganni, dalla giustizia all’amore (in tutte le sue sfumature).
Metalibro: anche in questo caso, la presenza di un libro nel libro non fa altro che rendere la trama ancora più interessante. Simone Toscano scrive di Edmund Brown nello stesso modo in cui anche Ed sente il bisogno di scrivere di se stesso con quel libro che prende vita una notte aprendo Word.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Edmund Brown
Autore: Simone Toscano
Editore: Youcanprint Self-Publishing
Lunghezza: 160 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Come vive un uomo costretto a sapere, a volte anche con decenni di anticipo, come e quando moriranno le altre persone? Com’è stare in ufficio, passare un documento al collega di fianco, e di colpo cadere in trance e vedere la morte futura di quell’uomo? Assistervi impotente, come in un orribile incubo. Prevedere come morirà il prossimo; se di una morte violenta, se di una malattia. Se ancora giovane, se molto vecchio. Come si può vivere con un oscuro segreto del genere senza impazzire? Senza cercare aiuto? Tutti cercano di non pensare alla morte, di ingannare le proprie esistenze con un giusto mix di impegni e felicità, cercando il più possibile di non pensare all’inevitabile momento in cui la fine arriverà per loro stessi o per le persone a loro care. Tutti, tranne Edmund Brown. Edmund Brown vive nella piccola comunità di Castrol, dove lavora come barista/barman alle dipendenze del burbero Jym Rodd. Ha 30 anni e convive con le agghiaccianti “visioni di morte” da quando era bambino. Ma la fragile barriera di normalità che ha costruito attorno al suo segreto sta per crollare.
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