La “tragica” estate di Cesare Pavese

La bella estate è valso a Cesare Pavese il Premio Strega nel 1949, pochi mesi prima dell’amaro suicidio; il “libricino”, che contiene un trittico di brevi romanzi scritti dall’autore a partire dal 1940, è stato pubblicato dalla casa editrice Einaudi per la collezione «Supercoralli»

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline. [da La bella estate]

Oltre al racconto che dà il nome alla raccolta, sono inclusi anche “Il diavolo tra le colline” e “Tra donne sole”. Ciò che li accomuna è un tema tanto caro a Pavese: il passaggio dall’adolescenza alla maturità tramite la scoperta e il vivere nell’attesa, un’esplorazione che però non manca di raggiungere apici e abissi (come la delusione, la sconfitta e il “disagio” della consapevolezza).

Il racconto La bella estate, scritto da Pavese tra marzo e maggio del 1940, era inizialmente intitolato “La tenda”; la sua prima pubblicazione risale al 1949. Nell’opera ritorna il caratteristico rapporto tra la campagna e la città (anche se qui, diversamente da quanto accade in altri casi, l’azione è prettamente “urbana”). Altre tematiche ricorrenti sono quelle della tentazione (che i giovani, prima o poi, sono tutti condannati a subire) e il bisogno spasmodico di varcare le norme e trascendere i limiti imposti.

La bella estate non può definirsi un vero e proprio classico dell’autore (sicuramente più conosciuto per altre pubblicazioni, come “La casa in collina” o “La luna e i falò”), ma è comunque considerato una lettura imprescindibile e di formazione, da fare soprattutto per comprendere la disillusione e l’approdo nella vita reale. Nella presentazione del libro, Pavese stesso afferma: «Un volume, tre romanzi. Ciascuno di essi potrebbe da solo far libro. Perché La bella estate, Il diavolo sulle colline e Tra donne sole escono insieme? Non è quel che si chiama trilogia. Si tratta di un clima morale, un incontro di temi, una temperie ricorrente in un libero gioco di fantasia.»

L’estate a cui fa riferimento il titolo non è solamente un periodo temporale ma anche uno stato d’animo destinato a fare i conti con la “concretezza” della realtà (non sempre – a dire il vero, quasi mai per Pavese – tutta rose e fiori).

Quello era tutto il mio passato, insopportabile eppure così diverso, così morto. M’ero detta tante volte in quegli anni – e poi più avanti,  ripensandoci -, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dov’ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l’ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c’ero riuscita, tornavo; e le facce la piccola gente eran tutti scomparsi. [da Tra donne sole]

VOCI CORRELATE

La casa in collina (1948)

La luna e i falò (1950)

L’intera bibliografia di Cesare Pavese

Milton (tutt’altro che) perduto

John Milton nasce a Cheapside, Londra, nel 1608 e comincia a scrivere quando ancora è uno studente. Lo scoppio della guerra civile (1642) lo costringe a dedicarsi alla politica e ad assumere delle posizioni rivoluzionarie per difendere le libertà civili e religiose, riflessioni poi sfociate nel trattato polemico Areopagitica (1644). Nonostante la sua indiscussa bravura e i riconoscimenti, la vita gli ha serbato perdite e difficoltà: ne sono un esempio la morte delle due mogli e la precoce cecità, quest’ultima una limitazione che non gli ha impedito affatto di continuare il suo lavoro di scrittore e studioso.

Paradiso perduto (1667) è sicuramente la sua opera più nota, nonché il più grande poema britannico. La prima edizione del testo era composta da 10 libri, mentre la seconda – datata 1674 – fu organizzata in 12 volumi. Appena pubblicato e poi con gli anni, Paradise Lost è riuscito a strappare sia elogi che critiche, merito soprattutto delle visioni politiche e religiose del suo autore. Milton ha cominciato a scrivere il poema attorno al 1660 e al suo interno ha concentrato temi – perlopiù scottanti, vista l’epoca – quali la caduta dell’uomo, il rapporto tra libera volontà e autorità e l’eterna lotta tra bene e male; tutto questo in 10.000 versi e in un elaborato stile “latineggiante”, frutto della sua educazione giovanile – parlava bene il latino, l’ebraico e l’italiano – e degli studi alla Cambridge University.

La mente è luogo a se stessa, e in se stessa | Può fare dell’inferno un paradiso, del paradiso un inferno.

Paradise Lost ha visto la luce per la prima volta nel 1667 e oggi rappresenta senza alcun dubbio uno dei capisaldi della letteratura inglese: un – se non addirittura “il” – poema epico capace di tessere una storia che unisce elementi della tradizione pagana e cristiana, ma anche un serbatoio letterario di tematiche e accezioni particolari. Come suggerisce bene il titolo, quest’opera prende spunto dall’episodio biblico della caduta di Adamo e Eva dal paradiso terrestre e quindi anche dalla tentazione di Satana, “Angelo caduto” e protagonista principale della storia con il suo fare ambizioso e provocatorio. Particolarmente celebre per la citazione «Better to reign in Hell, than serve in Heaven.», questo poema non è solamente un importante lavoro critico che ha suscitato l’interesse di diversi autori (come T.S. Eliot o Voltaire) ma anche una notevole fonte d’influenza che dal XVII secolo si è protratta fino a oggi (basti pensare al termine “Pandemonio”: inventato proprio da Milton e ancora ampiamente utilizzato nel nostro linguaggio comune). All’opera si aggiunge anche una prosecuzione, Paradiso riconquistato, pubblicato nel 1671 durante gli ultimi anni di vita dell’autore.

VOCI CORRELATE

Areopagitica (1644)

Paradiso perduto (1667)

Paradiso riconquistato (1671)

Una situazione kafkiana

L’incipit de La metamorfosi è sicuramente tra i più celebri del mondo letterario, come anche uno dei più surreali. Gregor, che di professione fa il commesso viaggiatore, si risveglia improvvisamente nel suo letto trasformato in uno scarafaggio.

Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo scorse il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà rispetto alla sua normale corporatura, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinnanzi ai suoi occhi.

Tutto ha la parvenza di un sogno, eppure il prosieguo della vicenda lascia intendere piuttosto che quell’alterazione sia una condizione reale e permanente volta a destabilizzare non solo lui stesso, ma anche il lettore che è solo un testimone passivo. Con queste premesse, la storia comincia a prendere le sembianze dell’incomunicabilità e della solitudine dell’uomo, sempre più confuso tra tanti e non più individuo con un suo ruolo nella società. Cruciale, nel testo, l’episodio in cui il protagonista è più preoccupato per il ritardo al lavoro – d’altronde, il mantenimento della famiglia è sulle sue spalle – che per il suo aspetto. Questa “defunzionalizzazione” non fa altro che avvicinarlo, inesorabilmente, anche alla sua alienazione: Gregor, oppresso nella sua stanza e lontano dagli occhi di tutti, diventa pian piano un peso che la famiglia non è in grado più di sostenere (a maggior ragione se improduttivo e nullafacente).

L’anno è il 1915 e in quel periodo il mondo si stava preparando a cambiare in un crescendo inevitabile di tragedie. Kafka forse, con una certa lungimiranza, riesce a intuire il moltiplicarsi delle difficoltà dell’esistenza quotidiana; una riflessione che non si discosta poi molto dalla sua vita tormentata: non solo i rapporti difficili con il padre, ma anche le relazioni problematiche con la sfera femminile e le angosce provocate da certi episodi avvenuti durante l’infanzia. Una storia che va ben oltre l’animaletto con busto e zampe nere, capace di descrivere – attraverso una irreale realtà – le condizioni di vita turbolente di chi non può far altro che farsi schiacciare da forze più grandi.

VOCI CORRELATE

La metamorfosi (1915)

Kafka – Il processo: il graphic novel

Racconti d’ottobre con Ray Bradbury

Paese d’ottobre è una raccolta di 19 macabri racconti scritti da Ray Bradbury e pubblicati, per la prima volta, nel 1955 da Ballantine Books. Qualcuno, per riprendere le ben più famose Cronache marziane (scritte, sembrerebbe, in contemporanea proprio con The October Country) ha soprannominato quest’opera “Cronache terrestri”. Effettivamente, qui di fantastico c’è ben poco, se non alcuni riferimenti all’inspiegabile. La composizione dell’antologia consta quindici testi appartenenti a una precedente pubblicazione (Dark Carnival, 1947) e altre quattro storie edite invece altrove.

– Il nano
– In coda
– L’oculato gettone da poker di H. Matisse
– Scheletro
– Il barattolo
– Il lago
– L’emissario
– Il sacro fuoco
– Il piccolo assassino
– La folla
– Saltamartino
– La falce
– Zio Einar
– Il vento
– L’uomo del primo piano
– C’era una volta una vecchia
– Il condotto sotterraneo
– Il raduno
– La bella morte di Dudley Stone

La “datazione” dei testi (percepibile nella terminologia) è solo una questione marginale, soprattutto se si considera il mistero totalizzante del loro contenuto. Ovunque, dai momenti di vita quotidiana agli accadimenti più assurdi, si respira un’atmosfera cupa che fa ben intendere l’obiettivo di ciascun racconto: non solo quello di accompagnare il lettore in un mondo “di mezzo” abitato da creature e storie perfettamente amalgamate tra di loro, ma anche di colpirlo con il connubio (riuscitissimo) tra immaginazione e realtà.

La porta d’ingresso era aperta, la pioggia entrava come una nebbiolina sottile.
«È uscita un momentino» disse Juliet, stando lì a scrutare nelle tenebre bagnate. «Tornerà subito. Non tornerai subito, Anna cara? Rispondimi, Anna, tornerai subito, vero, sorella?»
Fuori, il chiusino del condotto sotterraneo si alzò e ricadde con un colpo.
La pioggia sussurrava nella strada e cadde sul chiusino per tutto il resto della notte.

L’autunno che dà ispirazione al titolo non è solamente una stagione – quella che riveste di un’aurea rarefatta ogni cosa -, ma anche un vero e proprio stato d’animo: protagonisti e oggetti acquisiscono una strana forma di inquietudine e si ergono a rappresentanti degli incubi che abitano la mente dell’essere umano.

Vita, morte, come pure amore e speranze disattese, si incontrano all’interno di racconti tutt’altro che semplici. Il turbinio di sensazioni che imprigiona il lettore diventa una giostra – giusto per stare in tema con il Luna Park descritto ne Il nano – da cui è difficile scendere; del resto, se si è letto anche solo Fahrenheit 451, risulta impossibile non rimanere affascinati dalla scrittura di Ray Bradbury: romanziere abilissimo e, con The October Country, “domatore” di storie (brevi) incredibili.

VOCI CORRELATE

Paese d’ottobre (1955)

Fahrenheit 451

L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

Meyrink esoterico

Gustav Meyrink – nato Meyer – è stato uno scrittore austriaco grande appassionato di esoterismo e filosofia. È vissuto tra due secoli – Ottocento e Novecento – e di entrambi ha saputo recuperare diversi influssi. La sua attività di scrittore inizia relativamente tardi, solo quando capisce che il lavoro come banchiere non fa più per lui. La passione per le tematiche esoteriche avviene in un momento molto particolare della sua vita: un po’ annientato dalle delusioni e sull’orlo del suicidio, sceglie di darsi un’altra possibilità lasciandosi affascinare dagli ambienti dell’occultismo. Non a caso, i temi con cui Meyrink arricchisce i suoi testi appartengono alla sfera del misterioso. Il suo più grande successo, Il Golem, attinge proprio a una famosa leggenda ebraica che racconta il mito della creazione di una gigante figura antropomorfa dalla forza sovrumana (molto simile alla creatura raccontata nel Frankenstein di Mary Shelley).

Racconti agghiaccianti non è altro che il prolungamento immaginario dei suoi bizzarri studi, un’amalgama di mondi irreali, fantasia, alchimia e molto altro. Undici brevi testi in cui il sovrannaturale si mescola al terrore, ma anche alla sua vita trascorsa per gran parte lungo un baratro. Qui di seguito vi lascio una citazione presa da Il gabinetto delle figure di cera: 

Le pareti di tela della tenda, dipinte rozzamente con scene eccitanti, selvagge, ondeggiavano un poco e si gonfiavano ogni tanto come gote dalla pelle troppo tesa, quando qualcuno, trafficando nell’interno, vi si appoggiava contro. Due scalini di legno conducevano all’ingresso, e lassù, sotto un riparo di cristallo, stava la figura di cera a grandezza naturale di una donna con una maglia ornata di lustrini. Col suo viso scialbo, dagli occhi di vetro, si volgeva adagio a guardar giù la gente che si affollava attorno alla tenda, passando dall’uno all’altro; poi guardava di fianco, come se aspettasse un cenno segreto dal bruno Egiziano che sedeva alla cassa. Faceva alcuni bruschi movimenti con la nuca facendo ondeggiare i lunghi capelli neri e, dopo un poco, esitando, tornava a fissare sconsolata davanti a sé e ricominciava gli stessi movimenti.

VOCI CORRELATE

Il Golem (1915)

Racconti agghiaccianti (per leggerli, clicca qui)