Dylan Dog #400 – E ora, l’Apocalisse!

Non tutte le apocalissi vengono per nuocere.
Anzi, alcune si verificano – volutamente – proprio per stravolgere la “normalità” e scompaginare ogni certezza. Dylan Dog #400 si comporta un po’ così: affonda le sue radici in un mondo che già abbiamo conosciuto – riprendendo alcuni albi simbolo del paradigma sclaviano – e allo stesso tempo mette le basi per ciò che, di ancora imprecisato, deve venire. Per i nostalgici e gli aficionados è sicuramente un colpo al cuore: come ci si può preparare a leggere (e guardare) così tante sorprese? Semplice. Lasciandosi alle spalle i paragoni con ciò che è stato e godendosi, con altri occhi, quello che offrono le potenzialità. D’altronde, sarebbe un errore fossilizzarsi sui “vecchi miti” del passato.

Persi in un oceano ostile e senza nome, Dylan Dog e Groucho, a bordo del Galeone, dovranno fronteggiare tempeste, mostri e luoghi impossibili, in una spirale visionaria che condurrà l’Indagatore dell’Incubo al cospetto di un impensabile, gigantesco avversario, dalla cui morte dipende il destino del mondo intero, e la speranza per un nuovo futuro.

E ora, l’Apocalisse! – uscito nelle edicole e nelle fumetterie il 27 dicembre 2019 – non è solamente una “storia stratificata o ricca di riferimenti culturali”, ma anche la fine di un’epoca, un palinsesto su cui si deve fare tabula rasa per poter riscrivere altre avventure. Tutte nuove, sostanzialmente lontane da quelli che, nel tempo, sono diventati dei capisaldi riconoscibili e familiari. Dopo lo scenario distruttivo raccontato nel #399 – e il matrimonio per amore, in extremis, con il fedele compagno Groucho – l’Indagatore dell’incubo inaugura un’ulteriore fase della sua vita, quella della svolta e della sua ridefinizione sotto altri punti di vista. Il preludio del cambiamento si percepisce fin da subito: dalle celebrazioni a chi (e cosa) ha fatto grande il fumetto, come in una sorta di grande addio, all’intertestualità che si instaura tra una vignetta e l’altra (con Star Wars, Blade Runner, ma anche Caravaggio e Shakespeare).

Cuore di tenebra di Joseph Conrad è sicuramente il richiamo più lampante: viene evocato il male, il colonialismo (temi chiave del romanzo), ma soprattutto il viaggio dal noto all’ignoto; Dylan si auto-elegge portatore di tutti questi elementi e li fa propri, diventando un ricettacolo vivente in cui prendono vita una serie di “metastorie” tutte quante da decifrare e interpretare. Parafrasando una citazione famosa: pensare di cambiare le cose pur continuando a farle nello stesso modo è un po’ come pretendere di andare avanti guardandosi sempre indietro. Ecco, allora, il colpo di scena più grande di tutti: come in un Frankenstein dal finale alternativo, il rapporto ambivalente tra creatura e creatore si materializza nell’uccisione di Tiziano Sclavi ad opera del suo figlioccio, e quindi in una morte metaforica che proietta l’Indagatore verso “nuove mani” e altri orizzonti.

Ancora non si sa di preciso come sarà il nuovo volto di Dylan Dog – l’appuntamento è per il 30 gennaio, con una miniserie di sei albi tutti quanti corredati dalla sigla 666 -, ma in attesa di conoscerlo non resta altro che festeggiare il suo ritorno “in attività” con questa speciale uscita, in quattro copertine diverse come altrettanti sono stati gli autori a realizzarle (Corrado Roi, Gigi Cavenago, Claudio Villa e Angelo Stano). Se il termine apocalisse deriva dal greco apokalypsis e significa “gettare via ciò che copre, togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamento”, allora, sotto la maschera, ne vedremo delle belle.

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“Kafka – Il processo”: il graphic novel

Ormai da qualche tempo per i graphic novel è sicuramente un periodo di grande fortuna. Sarebbe un errore grossolano ridurli a delle opere che rappresentano solamente un fumetto. La verità è che di quest’ultimo ne costituiscono piuttosto la metamorfosi più matura, quella che si occupa di generi come la letteratura, la storiografia o l’attualità.  

Il lavoro fatto da David Zane Mairowitz e Chantal Montellier (Magic Press Edizioni) per rendere Il processo di Franz Kafka molto più fruibile del suo corrispettivo testuale non può di certo passare inosservato. Per chi si approccia per la prima volta all’autore boemo – generalmente etichettato come ostico e faticoso – le vignette non sono solamente un buon punto di partenza, ma anche un ottimo tentativo per poter rivalutare la “reputazione kafkiana”. L’impatto che hanno le immagini in questo graphic novel ha un doppio merito: il primo è sicuramente quello di raccontare nella maniera più fedele possibile uno dei romanzi più emblematici della storia della letteratura, il secondo è rappresentato dal fatto di riuscire nell’intento di non dissipare l’atmosfera pessimistica diventata ormai cifra stilistica dello scrittore.

Qualcuno deve aver diffuso delle calunnie sul conto di Joseph K., perché una mattina, senza che avesse fatto nulla di male, fu di punto in bianco arrestato.

La storia non è altro che la reinterpretazione del romanzo: Joseph K., di punto in bianco e “senza che avesse fatto nulla di male”, viene arrestato e costretto a difendersi in un assurdo processo. Le cose non sono affatto semplici come si potrebbe pensare. In realtà, il protagonista, anziché sbrogliare la matassa in cui è sciaguratamente capitato, si ritrova proiettato in una intricata sequela di incontri volta solo a rendere ancora più tragica la sua già precaria situazione. La disperazione e l’inettitudine che abitano la vicenda, unitamente alle vignette disegnate in maniera magistrale, conferiscono alla lettura un senso di profonda angoscia da cui è difficile discostarsi.

Quando Il processo è stato pubblicato era il 1925. Eppure, a distanza di quasi un secolo, questo testo rimane una rappresentazione attualissima – a tratti paradossale e criptica – della giustizia “poco umana” che opprime da sempre i cittadini e le coscienze dei loro approfittatori. Il graphic novel è corredata anche da delle pagine finali che, oltre a contestualizzare l’opera con notizie biografiche su Franz Kafka, offrono la possibilità di conoscere meglio i due autori che hanno dato vita a questo progetto. Generalmente si è soliti definire “kafkiana” una situazione surreale da cui è difficile trovare una via d’uscita; quest’opera, appunto perché ha trovato il modo di rappresentare visivamente tale stato d’animo, non può che essere valutata positivamente. Parole e disegni: due diversi linguaggi che si mescolano per dare vita all’apoteosi dell’impotenza pensata da Kafka.

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Della stessa collana (I classici della letteratura) puoi trovare anche Freud, Thompson, Lovecraft, Chambers e Poe.