“Il partigiano Johnny” e i cento anni di Beppe Fenoglio

Giuseppe “Beppe” Fenoglio (1 marzo 1922 – 18 febbraio 1963) è nato ad Alba da una famiglia di umili condizioni e non ha potuto terminare gli studi universitari perché chiamato alle armi (prima al fronte e poi tra le file dei partigiani badogliani). Al termine del conflitto ha trovato impiego presso un’azienda vinicola, dedicando anche del tempo alla scrittura. Il suo carattere è sempre stato piuttosto schivo: è rimasto sempre estraneo al mondo letterario della grande città e ha vissuto in provincia fino alla morte, avvenuta in giovane età per un tumore ai polmoni. 

Il suo esordio come scrittore risale al 1952, quando nella collana Einaudi dei Gettoni fu pubblicata da Vittorini una raccolta di racconti – I ventitré giorni della città di Alba – incentrati sul mondo contadino delle Langhe e sulla Resistenza. Nel 1954 è uscito La malora e nel 1963, subito dopo la morte dell’autore, apparvero il romanzo Una questione privata e i racconti Un giorno di fuoco. Nel 1959 è stato l’anno di Primavera di bellezza, un romanzo sempre sulla Resistenza steso prima in inglese e poi tradotto in italiano. 

Appassionato di lingua e letteratura anglosassone, Fenoglio ha lavorato per tutta la vita su degli appunti narrativi sia in italiano sia in lingua inglese; da essi è stato ricavato (postumo e curato da Lorenzo Mondo) Il partigiano Johnny (1968), scritto in un “impasto” delle due lingue. La data di composizione del testo è una questione controversa: secondo alcuni, l’opera sarebbe stata scritta subito dopo la guerra e rappresenterebbe una sorta di serbatoio delle opere successive; per altri dovrebbe essere collocata dopo il 1956-57 e sarebbe praticamente il vertice della produzione di Fenoglio. La storia è ambientata sulle colline delle Langhe, negli anni della Resistenza, e probabilmente possiede anche dei cenni autobiografici. Il protagonista, chiamato “Johnny” per la sua ottima conoscenza dell’inglese, decide di ritornare ad Alba dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943; lì, inizialmente nascosto, si unisce prima a una brigata comunista e poi a un gruppo badogliano. Con loro passa attraverso tutte le fasi della Resistenza, tra alti e bassi, entusiasmi e sconfitte.

L’ultimo episodio del testo è la descrizione di una battaglia che vede fronteggiarsi la banda di Johnny (ormai in perdita e poco armata) contro dei fascisti; alla paura di soccombere prevale una folle lucidità, la voglia di acquisire fiducia in quello che si è e si è fatto. L’aspetto linguistico è ciò che rende Il partigiano Johnny un romanzo straordinario e diverso dagli altri (compresi gli stessi testi di Fenoglio): la lingua parlata è sostituita da quella letteraria, quasi aulica, mentre le immagini del contesto circostante sono rese attraverso metafore, similitudini e perfino neologismi (“intemperiate”, “ignivome”). Nonostante la sparatoria e il movimento, il protagonista appare stranito, bloccato in una solitudine irreale che può essere letta come una sua personale lotta per sfuggire dall’incubo che sta vivendo per ritornare a una realtà senza più la guerra.

Dopo un’ultima curva apparve la sommità della collina, idilliaca anche sotto quel cielo severo e nella sua grigia brullità. A sinistra stava un crocchio di vecchie case intemperiate, appoggiate l’una all’altra come per mutuo soccorso contro gli elementi della natura e la stregata solitudine dell’alta collina, a destra della strada, all’altezza delle case stava un povero camion a gasogeno, con barili da vino sul cassone. Johnny rallentò e sospirò, tutto parendogli sigillare la speranza e l’inseguimento, il segnale per il ritorno a mani vuote. Si voltò e vide serrar sotto mozziconi della colonna, tutti sfisonomiati ed apneizzati dalla marcia. Quando una grande, complessa scarica dalle case fulminò la strada e Johnny si tuffò nel fosso a sinistra, nel durare di quella interminabile salva. Atterrò nel fango, illeso, e piantò la faccia nella mota viscosa. Si era appiattito al massimo, era il più vicino a loro, a non più di cinquanta passi, dalle case vomitanti fuoco. Gli arrivò un primo martellare di fucile semiautomatico ed egli urlò facendo bolle nel fango, poi tutt’un’altra serie ranging ed egli scodava come un serpente, moribondo. Poi il semiautomatico ranged altrove ed egli sollevò la faccia e si sdrumò il fango dagli angoli. Set giaceva stecchito sulla strada. Poi fuoco ed urla esplosero alle sue spalle, certo i compagni si erano disposti sulla groppa della collina alla sua sinistra, il bren frullava contro le finestre delle case e l’intonaco saltava come lavoro d’artificio. Tutto quel fuoco e quell’urlio lo ubriacò, mentre stranitamente si apprestava all’azione ad occhi aperti. Si sterrò dal fango e tese le braccia alla proda erta e motosa, per inserirsi nella battaglia, nel mainstream del fuoco. Fece qualche progresso, grazie a cespi d’erba che resistevano al peso e alla trazione, ma l’automatico rivenne su di lui, gli parve di vedere l’ultimo suo corpo insinuarsi nell’erba vischiosa come un serpe grigio, così lasciò la presa e ripiombò nel fosso. E allora vide il fascista segregato e furtivo, sorpreso dall’attacco in un prato oltre la strada, con una mano teneva il fucile e con l’altra si reggeva i calzoni, e spiava il momento buono per ripararsi coi suoi nelle case. L’uomo spiava, poi si rannicchiò, si raddrizzò scuotendo la testa alla situazione. Johnny afferrò lo sten, ma appariva malfermo e inconsistente, una banderuola segnavento anziché una foggiata massa di acciaio. Poi l’uomo balzò oltre il fossato e Johnny sparò tutto il caricatore l’uomo cadde di schianto sulla ghiaia e dietro Johnny altri partigiani gli spararono crocifiggendolo.

Johnny sospirò di stanchezza e pace. La raffica era stata così spinosa che Johnny aveva sentito quasi l’arma involarsi dalle sue mani. L’urlio più del fuoco massimo assordava, i fascisti asserragliati urlavano a loro «Porci inglesi!» con voci acutissime, ma quasi esauste e lacrimose, da fuori i partigiani urlavano: «Porci tedeschi! Arrendetevi!» 

Poi Johnny riafferrò l’erba fredda, affilata. L’automatico tornò su di lui, ma con un colpo solo, quasi soltanto per interdizione, Johnny stavolta non ricadde nel fosso, prese altre due pigliate d’erba e si appoggiò col ventre al bordo della ripa. Lì stavano i suoi compagni, a gruppi e in scacchiera, stesi o seduti, Pierre nel centro, che miscelava economiche raffiche del suo Mas nel fuoco generale. Johnny sorrise, a Pierre e a tutti, gli stavano a venti passi ma sentiva che non li avrebbe raggiunti mai, come fossero a chilometri o un puro miraggio. Comunque superò tutto il risalto e fu con tutto il corpo nel grosso della battaglia. Il fuoco del bren sorvolava di mezzo metro, il semiautomatico stava ranging di nuovo su lui. Chiuse gli occhi e stette come una piega del terreno, tenendo stretto a parte lo sten vuoto. Un urlo di resa scrosciò nelle orecchie, balzò a sedere alto nell’aria acciaiata, brandendo la pistola verso la strada. Ma erano due partigiani che stavano a ripararsi dietro il camion per di là prender d’infilata certe finestre ignivome e correndo urlavano ai fascisti di arrendersi. Il fuoco dei suoi compagni gli scottava la nuca e gli lacerava i timpani, come in sogno individuò la voce di Pierre, urlante e vicina all’afonia. Scoccò un’occhiata alle case ma non vide che una finestra a pianterreno, ed un fascista ripiegato sul davanzale, le braccia già rigide tese come a raccattar qualcosa sull’aja. La voce di Pierre gli tempestava nelle orecchie, incomprensibile. Braced and called up himself: questa era l’ultima, possibilità di sfuggire a quell’incubo personale e inserirsi nella generale realtà. Sguisciando nel fango fece rotta su Pierre mentre un mitragliatore dalle finestre apriva sulla loro linea e Franco ci incespicò netto, e cadde, con un maroso di sangue erompente dal suo fazzoletto azzurro, e giacque sulla strada di Johnny. Johnny scansò il cadavere, lentamente, faticosamente come uno che debba scansare un macigno e arrivò stremato da Pierre. Debbono arrendersi, – gridò Pierre con la bava alla bocca, – ora si arrendono -. E urlò alle case di arrendersi, con disperazione. Johnny urlò a Pierre che era senza munizioni e Pierre se ne inorridì e gli gridò di scappare, di scivolar lontano e via. Ma dov’era il fucile di Franco? Girò sul fango e strisciò a cercarlo.

Ora i fascisti non sparavano più sulla collina, ma rispondevano quasi tutti al fuoco repentino e maligno che i due partigiani avevano aperto da dietro il camion. I fusti vennero crivellati e il vino spillò come sangue sulla strada. Poi dalla casa l’ufficiale fascista barcollando si fece sulla porta, comprimendosi il petto con ambo le mani, ed ora le spostava vertiginosamente ovunque riceveva una nuova pallottola, gridando barcollò fino al termine dell’aja, in faccia ai partigiani, mentre da dentro gli uomini lo chiamavano angosciati. Poi cadde come un palo.

Ora la montagnola gridava e riceveva il fuoco generale. Johnny smise di cercare il fucile di Franco e tornò carponi verso Pierre. Gridava ai fascisti di arrendersi e a Johnny di ritirarsi, mentre inseriva nel Mas l’ultimo caricatore. Ma Johnny non si ritirò, stava tutto stranito, inginocchiato nel fango, rivolto alle case, lo sten spallato, le mani guantate di fango con erba infissa. – Arrendetevi! -urlò Pierre con voce di pianto. – Non li avremo, Johnny, non li avremo -. Anche il bren diede l’ultimo fallo, soltanto il semiautomatico pareva inesauribile, it ranged preciso, meticoloso, letale. Pierre si buttò a faccia nel fango e Tarzan lo ricevette in pieno petto, stette fermo per sempre. Johnny si calò tutto giú e sguisciò al suo fucile. Ma in quella scoppiò un fuoco di mortai, lontano e tentativo, solo inteso ad avvertire i fascisti del relief e i partigiani della disfatta. Dalle case i fascisti urlarono in trionfo e vendetta, alla curva ultima del vertice apparve un primo camion, zeppo di fascisti urlanti e gesticolanti.

Pierre bestemmiò per la prima ed ultima volta in vita sua. Si alzò intero e diede il segno della ritirata. Altri camions apparivano in serie dalla curva, ancora qualche colpo sperso di mortaio, i partigiani evacuavano la montagnola lenti e come intontiti, sordi agli urli di Pierre. Dalle case non sparavano più, tanto erano contenti e soddisfatti della liberazione.

Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico… Due mesi dopo la guerra era finita. 

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Qui troverai una serie di video dedicati a Beppe Fenoglio.

“I racconti di Canterbury”: le novelle colorite di Geoffrey Chaucer

Della vita di Chaucer si conosce ben poco: figlio di un mercante di vini, è nato probabilmente a Londra verso il 1343. La sua fortunata attività come diplomatico, garantita anche dal soggiorno presso la contessa dell’Ulster, gli ha permesso di svolgere missioni in Francia, nelle Fiandre, in Spagna e in Italia. Grazie alla permanenza in questi paesi entrò in contatto con le idee rinascimentali e gli scritti di Dante e Boccaccio, e quindi con le storie cortesi non più racchiuse entro i limiti del dogmatismo cristiano ma libere di rendere protagoniste le persone comuni e la lingua “volgare” (non a caso, Chaucer scelse l’inglese medio in un’epoca in cui si scriveva perlopiù in latino o in francese).

Quando ha coperto, per dodici anni, il ruolo di ispettore del dazio, si è scoperto uno scrittore molto prolifico: ha prodotto La leggenda delle donne eccellenti (poema epico che narra la storia di due amanti sullo sfondo dell’assedio di Troia), ma soprattutto I racconti di Canterbury, cominciato attorno al 1387 e considerato tutt’oggi il suo capolavoro per eccellenza. Il libro è una raccolta di 24 storie «vivide e realistiche» narrate in una gara di alcuni “cantastorie” – diversi per professione e ceto sociale – durante il pellegrinaggio verso la tomba di Tommaso Becket. Un espediente letterario che suona piuttosto familiare visto che probabilmente l’opera si ispira proprio al Decameron di Giovanni Boccaccio (serie di 100 racconti in prosa, scritti nel 1353, e narrati da dieci personaggi che si riuniscono in una villa di campagna vicino Firenze per sfuggire alla peste nera). Nonostante la “copiatura” di fondo, bisogna però riconoscere un punto di partenza diverso: mentre Boccaccio è solo un narratore esterno onniscente, Chaucer si inserisce come parte integrante delle figure esplicate nella locanda. Quasi sicuramente Chaucer plasmò i protagonisti dei racconti su persone realmente esistite: ne sono un esempio il locandiere – che porta il nome di un noto londinese del tempo – oppure la donna di Bath, il mercante, l’uomo di legge e il chierico (i cui ruoli sono all’attenzione di diversi studiosi). O ancora: se la cornice dei Canterbury Tales è “in movimento”, concentrata nel viaggio, mentre i novellatori sono di varia estrazione sociale (nobili, borghesi, chierici, agricoltori), le “situazioni” del Decameron sono invece sostanzialmente statiche, circoscritte nella dimensione del giardino dove i dieci giovani appartengono tutti a delle buone famiglie. Eppure, tra i due capolavori, sussiste anche un punto d’incontro. Si tratta della storia di Griselda, ultima novella del Decameron, ma narrata anche dallo stesso Chaucer nel Racconto del Chierico, e nota allo scrittore inglese attraverso la traduzione latina di Petrarca.

L’umiltà di cuore è di quattro specie: una è quando l’uomo si considera un nulla di fronte a Dio del cielo; l’altra, quando non disprezza nessun altro uomo; la terza è quando non si preoccupa anche se altri non lo tiene in nessun conto; la quarta è quando non gli dispiace umiliarsi. Anche l’umiltà di parola sta in quattro cose: nel parlar moderato, nella semplicità di parola, quando ciò che si dice con le labbra corrisponda a ciò che si pensa dentro il cuore, e infine quando si lodino le qualità d’un altro senza sminuirle. Anche l’umiltà di opere è in quattro modi: il primo è quando si pongano gli altri prima di sé; il secondo sta nello scegliere sempre il posto più basso, il terzo nell’accettare lietamente un buon consiglio; il quarto è di rallegrarsi sempre per la decisione dei propri superiori, di chi cioè sta più alto di grado. [Da Racconto del parroco]

I racconti sono molto apprezzati soprattutto per l’umorismo e i contenuti piuttosto licenziosi. Due aspetti che non solo consentono di comprendere la quotidianità dell’epoca, ma anche di contestualizzare gli interessi del vivere comune: molto lontani dalla purezza spirituale e ben direzionati verso il prestigio sociale e l’appagamento dei desideri fisici. La grande fortuna del poema si coglie anche dal cambio di strada operato dall’autore rispetto ai suoi precedenti: I racconti di Canterbury furono scritti perlopiù per un pubblico vasto, che aveva intenzione di leggerli e non di ascoltarli (le prime edizioni, addirittura, contenevano delle xilografie per rendere il testo ancora più accessibile). La grande attenzione di Chaucer è stata quella di aver disegnato un quadro fedele dell’Inghilterra tardo-medievale, dove le persone contemporanee all’autore vivevano in un periodo particolarmente duro: segnato dalla peste che aveva portato alla morte moltissime persone, dalla rivolta contadina che aveva determinato la crisi del sistema feudale e dal potere della Chiesa sempre più messo in discussione a causa delle sue pratiche disoneste.

Il prologo (composto da 858 versi) è una parte importante dell’opera. Qui vengono tratteggiati i caratteri dei pellegrini e viene raccontato il loro incontro da Tabard di Southwark, vicino a Londra. Dal narratore onnisciente (che tutto conosce) si passa a quello in prima persona, che vuole entrare in confidenza con il lettore e simultaneamente abbandona l’obiettività per narrare le vicende attraverso la sua visione personale. La cornice narrativa riguarda un gruppo assortito di 29 pellegrini, descritti in “senso sociale” per carattere e abbigliamento. A cominciare è il personaggio dell’Oste, un certo Harry Bailly e probabilmente Chaucer stesso, il quale propone una gara in cui ciascun pellegrino è invitato a raccontare quattro racconti, due per il viaggio d’andata e due per quello di ritorno. Chi racconterà la storia migliore, avrà come premio un pasto gratuito non appena tutti faranno ritorno alla locanda.

Chaucer disegna magistralmente il carattere dei pellegrini offrendo un mirabile affresco delle classi sociali del tempo, dalla borghesia mercantile, alla working class, alla peasantry (contadini), al clero, all’aristocrazia: è rappresentata la tripartizione della società medievale nelle tre classi degli “oratores” (coloro che pregano), “bellatores” (coloro che combattono) e “laboratores” (coloro che lavorano). Dopo il gruppo della nobiltà (il Cavaliere, il giovane Scudiero suo figlio e il loro Arciere) vengono i rappresentanti del clero (la Priora con la Suora cappellana e tre preti, il Monaco e il Frate), poi quelli della borghesia (il Mercante, lo Studente di Oxford, il Commissario di Giustizia, l’Allodiere; il Merciaio, il Falegname, il Tessitore, il Tintore, il Tappezziere, cioè i cinque cittadini appartenenti al gruppo livellatore di una stessa confraternita col loro Cuoco; il Marinaio, il Medico e la Comare di Bath), seguiti da due personaggi umili e virtuosi (il Parroco di campagna e il Contadino suo fratello) e infine da un gruppo, nel quale lo scrittore include ironicamente se stesso (il Mugnaio, l’Economo, il Fattore, il Cursore e l’Indulgenziere). [Da Wikipedia]

Le novelle raccontano storie molto significative sul piano culturale, e di questo ne sono manifestazione non solo i temi proposti (l’amore cortese, l’avarizia, il tradimento) ma anche l’ampia gamma di stili letterari (le favole sugli animali, i racconti osceni e satirici, i versi romantici, le omelie, i sermoni, le allegorie, le narrazioni moraleggianti). Un fatto curioso è rappresentato dai numerosi testi e autori a cui Chaucer ha attinto: Teseida, un altro poema epico di Giovanni Boccaccio; la Bibbia, Publio Ovidio Nasone; le storie cavalleresche di Gawain e il cavaliere verde.

Nonostante l’incompiutezza e alcune incertezze strutturali dovute perlopiù alla sequenza dei racconti, I racconti di Canterbury rimane una delle maggiori opere della letteratura mondiale (ancora oggi, seicento anni dopo la sua stesura). Innovativa ma allo stesso tempo radicata nella tradizione, reale e simultaneamente di una potenza fantasiosa: quest’opera racchiude un mondo che va ben oltre la letteratura inglese e varca i confini di moltissime opere sia italiane che straniere.

Fra i testi successivi che perpetuano questo genere si citano Cime tempestose dell’inglese Emily Brontë e i gialli di Arthur Conan Doyle, con Sherlock Holmes come protagonista. La tecnica è tuttora in uso, e molti libri di narrativa moderna e post-moderna la svolgono nelle forme più varie, come in Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Lo stesso dicasi per i film e le commedie. [Da Il libro della letteratura]

Per saperne di più, ecco una carrellata delle novelle che compongono l’opera (con un link che rimanda a una analisi mirata di ciascun racconto):

Il racconto del cavaliere

Il racconto del mugnaio

Il racconto del fattore

Il racconto del cuoco

Il racconto del sergente della legge

Il racconto della donna di Bath

Il racconto del frate

Il racconto dell’apparitore

Il racconto del chierico

Il racconto del mercante

Il racconto dello scudiero

Il racconto dell’allodiere

Il racconto del medico

Il racconto dell’indulgenziere

Il racconto del marinaio

Il racconto della madre priora

Il racconto intorno a sir Thopas

Il racconto intorno a Malibeo

Il racconto del monaco

Il racconto del cappellano delle monache

Il racconto della seconda monaca

Il racconto del famiglio del canonico

Il racconto dello spenditore

Il racconto del parroco

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Ottobre con “Anna dai capelli rossi”

Anna dai capelli rossi, noto anche come Anna dei tetti verdi (dalla traduzione di Anne of Green Gables) è un romanzo della scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, pubblicato nel 1908 e il primo della fortunata saga che copre in totale sette romanzi. Le vicende raccontate – e il modo affabile in cui sono scritte – rendono il testo una grande fonte di ispirazione e di insegnamento adatto a tutte le età (o, come riportato sulla quarta di copertina, dagli undici ai novantanove anni). Si dice che Montgomery abbia trovato ispirazione per la stesura del romanzo da un biglietto, scritto diverso tempo prima, in cui aveva riportato la storia di una coppia a cui era stata erroneamente affidata una ragazzina orfana, anziché un maschio, ma che aveva deciso di tenerla ugualmente. La narrazione è stata poi arricchita con ulteriori dettagli sempre provenienti dalla sua esperienza personale: non solo il periodo infantile trascorso nella zona rurale dell’Isola del Principe Edoardo (proprio il luogo in cui è ambientata la vicenda), ma anche la fascinazione per la modella statunitense Evelyn Nesbit, vista in fotografia e diventata un riferimento per la creazione del personaggio di Anna Shirley.

“La mia vita è un cimitero di speranze sepolte”. È una frase che ho letto una volta in un libro e me la ripeto per confortarmi tutte le volte che mi capita qualche delusione.

Prima di celebrare ottobre con l’entusiasmo che contraddistingue “Anna dai capelli rossi” e con le pacate parole di Lucy Maud Montgomery, vorrei lasciare qualche considerazione sul primo libro (secondo me, senza nulla togliere ai seguiti, uno dei più belli). 

Quasi tutti i capitoli contengono descrizioni paesaggistiche che si perdono in colori e dettagli da togliere il fiato; aspetto, questo, che non può passare inosservato visto che trasporta il lettore in luoghi dove diventa protagonista (privilegiato) in primo piano. Le rappresentazioni della natura sconfinata rendono il testo “una magia a occhi aperti” e lo pongono su un altro livello rispetto alla realtà. Chi legge non può far altro che chiedersi: “Ma esistono davvero posti simili?”; la risposta è da trovare nella fervida immaginazione di Anna, sempre un po’ ancorata alla realtà, e nella continua meraviglia a cui è sottoposto il suo stato d’animo. La fantasia non manca di manifestarsi anche  in tratti prettamente gotici: «Il lamento strascicato di due vecchi rami che strusciavano l’uno sull’altro le fece venire i sudori freddi. Lo sbattere d’ali dei pipistrelli che volavano nell’oscurità sopra di lei le sembrava quello di creature ultraterrene.»

Anna è una ragazzina entusiasta che guarda la vita con positività, nonostante tutto il dolore e tutte le cattiverie che ha dovuto sopportare. Ama la natura e le persone, ma sembra abbia una certa predisposizione a mettersi nei guai (e, fortunatamente, anche a cercare di risolverli). La gente di Avonlea – in special modo Rachel Lynde – vede con profondo pregiudizio sia la scelta dei Cuthbert – Marilla e Matthew, due “zitelli” non più tanto giovani ma bisognosi di affetto – sia la stessa Anna. Voci e preoccupazioni, specie in un paesino ricco di pettegoli, circolano in maniera repentina. Eppure, come spesso succede, non ci vuole molto per andare oltre le apparenze e per rendersi conto degli errori commessi: “l’abito non fa il monaco” e Anna, vestita delle uniche cose con cui era uscita dall’orfanotrofio, si dimostra essere una ragazzina pronta a donare il cuore a chiunque incontri (anche all’incredibile Gilbert Blythe).

Nonostante il triste passato, Anna Shirley riesce a sconvolgere in positivo la tranquillità della famiglia Cuthbert (e di Avonlea) con la sua sana spensieratezza. É una ventata di aria fresca rispetto al moralismo e ai mores dell’epoca. Lei ama “immaginare”: la sua fantasia è un rifugio che non tutti, inizialmente, riescono a comprendere, ma che a lungo andare si trasforma in un luogo carico di ricordi e desideri per l’avvenire.

Insieme alle meraviglie viste con gli occhi di Anna, pagina dopo pagina ci si addentra sempre di più anche nella sua maturità: dagli undici ai quattordici anni, cioè da quando è una bambina fino a diventare una ragazza che deve cominciare a decidere per il suo futuro, è sempre più evidente la voglia di crescere per spalancarsi al mondo. Un percorso che vive con l’ottimismo di sempre, insieme a qualche ragionevole dubbio, ma da cui riceverà tantissime e meritate soddisfazioni.

Detto questo, ecco un paio di citazioni provenienti dal primo dei libri di “Anna dai capelli rossi” e che manifestano tutta la bellezza del mese di ottobre (e dell’autunno).

Ottobre era sempre un mese meraviglioso a Green Gables, la luce dorata si rifletteva sulle betulle della Valle, gli aceri alle spalle del frutteto prendevano una tonalità crisi quasi regale, i ciliegi selvatici che fiancheggiavano il viale assumevano adorabili sfumature rosso e verde cupo, i campi scintillavano sotto i raggi del sole. Anna si godeva quel tripudio di colori tutti intorno a lei. «Oh, Marilla» esclamò un sabato mattina, mentre entrava a asso di danza con le braccia cariche di ramoscelli rigogliosi. «Sono felicissima di vivere in un mondo in cui esiste ottobre. Saltare direttamente da settembre a novembre sarebbe orribile, non credi? Guarda questi rami di acero.non fanno venire i brividi per quanto sono belli? Userò per decorare la mia stanza.»



Era ormai arrivato ottobre quando Anna poté ritornare a scuola, un ottobre magnifico, rosso e oro, fatto di dolci mattinate in cui le valli si coprivano di una nebbiolina sottile, che pareva inviata dallo spirito dell’autunno per farsi asciugare dal sole producendo infinite sfumature color ametista, perla, argento, rosa e celeste. La rugiada faceva risplendere i prati di una luce argentea e i meandri del bosco erano coperti di foglie fruscianti che scricchiolavano sotto i piedi. Il sentiero delle betulle era un tripudio di sfumature di giallo, fiancheggiato di felci marroncine ormai secche.

Voi avete letto tutte le avventure di Anna Shirley? Oltre ai romanzi, nel corso degli anni sono stati prodotti numerosi adattamenti cinematografici e televisivi: il film muto “Fata di bambole” (1919) diretto da William Desmond Taylor, “La figlia di Nessuno” (1934) di George Nichols Junior, “Anna dai capelli rossi” (2016) del regista John Kent Harrison, l’anime diretto da Isao Takahata e, ultima in ordine di tempo, la serie Netflix “Chiamatemi Anna” (del 2017 e, ahimè, interrotta bruscamente).

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La “Breve storia dell’alchimia” da conoscere

Cos’è l’alchimia? Quando è nata? Quali sono i principali elementi che la descrivono? Chi ne ha costituito la storia?

Per rispondere a queste domande – e anche per immergersi in un tema piuttosto enigmatico e affascinante – non bisogna farsi sfuggire Breve storia dell’alchimia, un saggio scritto dallo studioso Stefano Valente e pensato soprattutto per chi è interessato ad approfondire la disciplina alchemica nelle sue accezioni storiche, sociali e culturali. Questo testo è un perfetto vademecum per chiunque voglia addentrarsi in un fenomeno piuttosto dibattuto ancora oggi, a distanza di  diversi secoli: “limitarsi a una serie di liste, di elenchi – seppure motivati con fondati criteri – finirebbe per trasmettere un messaggio anch’esso evanescente, a tratti forse descrittivo, ma circoscritto alla mera enumerazione”, da qui la necessità di parlarne in maniera documentata (ma tutt’altro che noiosa).

Alcuni l’hanno considerata una vera e propria scienza, altri una pratica incomprensibile e da tacciare; la verità è che dietro l’alchimia si staglia un mondo molto più complesso e intrigante del semplice processo di trasformare metalli vili in oro. Ha affascinato personaggi più o meno illustri e ha attraversato secoli, tant’è che se ne parla ancora oggi attraverso libri e approfondimenti culturali di vario genere. Stefano Valente – glottologo, lusitanista e studioso delle lingue e letterature ibero-romanze – racchiude in un centinaio di pagine la storia di un fenomeno che dalle sue origini arabe si è poi esteso fino all’Occidente (perfino in Italia, a Roma), passando per epoche intense quali il Medioevo, il Rinascimento e l’Illuminismo. Nei dodici capitoli che compongono il libriccino vengono citate diverse personalità: Ermete Trismegisto, Marsilio Ficino, Nicolas Flamel, Pico della Mirandola, Cornelio Agrippa, Paracelso, la regina Cristina di Svezia, Giuseppe Francesco Borri, Athanasius Kircher, Isaac Newton, Carl Gustav Jung; tutti nomi che vengono sbrogliati, pagina dopo pagina, in ricchi riferimenti alla storia, alla mitologia e perfino alla letteratura.

Dèi, simboli, rituali, tradizioni. Icone, geroglifici, visioni, rivelazioni, segreti. E negromanti, medici, chimici, astrologi, fisiognomici, chiromanti. Cialtroni e profeti, frodatori e nuovi messia, eruditi e avventurieri. Sovrani assillati dalla ricerca della verità e collezionisti d’ogni sorta di stramberia.Sacerdoti ed eretici, filosofi e santoni, sette occultee confraternite inarrivabili. E biblioteche, pagine enigmatiche, predizioni, falsi oracoli; laboratorî, antri sotterranei, “stillerie”, alambicchi e fornelli.

Nessuna paura. È un testo adatto sia a chi mastica già qualche nozione sul tema sia ai neofiti: il linguaggio, pur essendo molto pertinente, è estremamente facile da comprendere (merito anche delle “note” – in stile brain storming – che occupano la fine di ogni capitolo e che indirizzano i concetti espressi per mezzo di parole chiave). Sulla scia degli “intrugli” alchemici fatti di strani accostamenti e inedite sensazioni, questa storia – tutt’altro che breve ed estremamente condensata – è un’amalgama che sfrutta alcune delle prerogative (già conosciute dall’Ulisse omerico e poi dalla rivisitazione dantesca) più antiche dell’uomo: l’intelligenza dettata dall’insaziabile sete di sapere e la curiosità di spingersi ben oltre ai limiti imposti della natura. Se, come recita un famoso detto orientale, “anche un lungo viaggio deve pur cominciare con un passo”, Breve storia dell’alchimia è un percorso a tappe assolutamente consigliato qualora si voglia instaurare una prima confidenza con un’arte dalle molteplici sfaccettature (e per cui è stato scritto anche molto altro, come delinea la copiosa bibliografia a fine testo).

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Sulle note di “Suite Rock”

Nel periodo buio degli anni di Piombo, in un clima magmatico alimentato da dissesti politici, sociali e culturali, si fa largo pian piano un desiderio di “ribellione” che sfocerà, tra le tante cose, in un fermento sonoro sperimentale e unico. I giovani italiani sono affascinati da quello che sta accadendo nel mondo, specialmente in Gran Bretagna, pertanto cercano di riproporlo anche nel loro paese, scatenando così uno “scambio” di grandissimo livello e senza precedenti: sono gli anni del rock progressive, e quindi di una trasformazione musicale incredibile che, seppure nella sua breve durata, è stata in grado di generare pietre miliari illustri che perdurano tutt’oggi.

Il Prog ha assunto un ruolo immortale, ma il suo momento d’oro si può riassumere in un minuscolo spazio temporale, un lustro, quello di inizio anni ’70. Fortunatamente il movimento non si è mai arrestato, l’interesse è riemerso in tempi recenti ed esiste una nuova generazione di musicisti e appassionati che prosegue il percorso. Partendo dagli albori del rock e da un anno preciso – il 1969 – abbiamo ripercorso la storia, occupandoci di aspetti sociali, di eventi particolari, di costume, dando suggerimenti a chi vuole spingersi nell’esercizio della critica musicale, ricordando il rito del vinile, evidenziando il collegamento tra “sostanze” e musica. L’obiettivo era quello di rivolgerci ai giovani, dando loro i mezzi per potersi avvicinare al genere per poi provare successivamente ad approfondire in modo autonomo.

Per chi ha conosciuto il prog, Suite Rock. Il prog tra passato e futuro (Graphofeel, 2020) ha le stesse intenzioni di un album con le foto di famiglia, carico di suggestioni e vissuti. Chi invece ne ignorava l’esistenza, potrebbe trovarlo un buon punto di partenza per farsi conquistare da un genere tutt’altro che morto o dimenticato. In un momento come quello di adesso dove sta riprendendo piede il “mercato della nostalgia”, fatto di dischi in vinile o altri oggetti vintage, questo saggio – scritto a quattro mani da Athos Enrile e Oliverio Lacagnina, con l’ausilio di molteplici voci – è un viaggio generazionale verso ciò che è stato e non smette affatto di essere.

Chi si appresta a leggere Suite Rock – e speriamo siano tanti, soprattutto le giovani generazioni – troverà molte testimonianze di esperti, giornalisti, musicisti, tecnici di studio e quant’altro; una scelta condivisa con Athos nella speranza di offrire un panorama più vasto possibile per un genere che abbraccia i più disparati processi creativi, tecnologie e strumentazioni innovative per l’epoca e che, soprattutto qui in Italia, ha avuto anche risvolti politico/sociali.

Riprendendo la premessa, l’intento di Suite Rock non è solamente quello di guardare con lo specchietto retrovisore le origini musicali e sociali del rock progressivo, ma anche di proiettarlo verso il futuro, ossia di raccontarlo a chi, per sfortuna o per età, non conosce gli elementi che l’hanno reso così grande e memorabile. Alla base del prog c’è una forte libertà espressiva e un uso originale della dimensione musicale, ecco perché chi decide di approcciarsi a questo genere deve porsi come obiettivo quello di stupire e deragliare dai binari delle regole conosciute. Lo sa bene anche Luciano Boero, storico componente de La Locanda delle Fate, che ha anticipato il cuore del saggio con una premessa carica di ricordi personali ed esperienze che non tutti possono vantare di aver vissuto: il consiglio principale, scrive, è quello di partire dai “grandi” per poi avvicinarsi alla nicchia, come se l’orecchio necessitasse di abituarsi a un suono tanto nuovo quanto particolare.

[…] Eravamo liberi di esprimerci, trascurando la durata dei brani e le rigide sequenze tra strofa e ritornello, lasciandoci andare a tempi a volte composti, a testi che non più obbligatoriamente dovevano articolarsi su metriche stereotipate, con tanto di finale di verso in rima o assonanza.

Dopo una prima parte dedicata prevalentemente alla creazione di una playlist che viaggia nel continente europeo fino a raggiungere, nel dettaglio, pure l’Italia, il lettore è trascinato in un vero e proprio vortice di elementi e aneddoti destinati a diventare memorabili. Scandagliato più a fondo, il saggio rivela anche i retroscena del genere attraverso copertine, “attrezzi del mestiere”, vecchi e nuovi mezzi tecnologici e tante altre curiosità. Proprio come un backstage dove non esiste nessun pass “limitativo” e tutti possono entrare, sia per rimanerne ulteriormente affascinati sia per consolidare le proprie conoscenze. Ne sono un esempio le pagine dedicate al ruolo delle case discografiche, ai mezzi di distribuzione (come i negozi di dischi o le radio), ma anche ai concerti e al mondo di oggi, in cui il prog ha assunto ormai uno stato di riconosciuta immortalità («Il prog non è morto, non è musica per trogloditi […]»

Se anche voi, come me, avete un padre che ha consumato la puntina del giradischi a suon di Genesis e Banco del Mutuo Soccorso – due band citate nel libro, insieme a molte altre -, la lettura si trasformerà in una suggestiva connessione amarcord con ciò che avreste voluto sapere e che, ora, è arrivato il momento di scoprire (anche grazie a un curioso “esercizio per tutti” che tocca le corde dell’inaspettato). Per quanto distante dalla realtà contemporanea, la conclusione è solo una: il prog non è (riduttivamente) solo un genere, ma un sentimento che “raccoglie” – come da titolo – una storia impossibile da mettere da parte.

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“Pellegrinaggio d’autunno” insieme a Hermann Hesse

Pellegrinaggio d’autunno non è solamente una raccolta di tre racconti – ricchi e prolissi, estremamente accurati – incentrati sulla natura e il vivere quotidiano, ma anche una dedica attenta a quei temi considerati “minori” e a cui Hesse riesce a conferire una carica descrittiva sorprendentemente suggestiva. Quando l’autore si è dato alla scrittura di questi brevi testi, i suoi capolavori più famosi come Siddharta o Narciso e Boccadoro erano ancora un pensiero lontano. Ciononostante, in essi si sono manifestati molti degli elementi che verranno ripresi e ampliati meglio in seguito. Pellegrinaggio d’autunno, Hans Amstein e La casa dei sogni sono molto più di frammenti di vita conditi con una buona dose di sana minuziosità; a renderli speciali è senz’altro la potenza espositiva e (quasi) “fiabesca” che avvolge il lettore in un’atmosfera ovattata che si avvicina all’irrealtà. 

Hesse è un indagatore dell’animo umano e delle bellezze – soprattutto naturali – che lo circondano. La sensazione è quella di essere sospesi in un altro mondo, disegnato con tratti netti e nitidi, dove l’abilità scrittoria dell’autore si manifesta soprattutto nella raffinatissima attenzione per il dettaglio, come se la sua penna non foss’altro che un microscopio in grado di portare in primo piano tutti gli elementi che riempiono gli occhi e il cuore.

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, e adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

C’è un non so che di incantevole nel leggere d’autunno (è il caso del primo racconto) proprio mentre fuori dalla finestra gli alberi si tingono di caldo o perdono le foglie; la magia di Hesse sta nel richiamare ulteriormente questa atmosfera aggiungendoci anche una caratterizzazione umana, con personaggi che possiedono rimembranze, rimpianti e stati d’animo che si legano all’ambiente circostante “in decadenza”.

Man mano che salivo, il vento aumentava. Cantava una melodia autunnale, con gemiti e risa, accennando a passioni favolose accanto alle quali le nostre non erano altro che bambinate. Mi gridava all’orecchio parole mai udite, di un mondo primigenio, come nomi di dèi antichi. Dipingeva su tutto il cielo, coi rimasugli delle nuvole erranti, strisce parallele che contenevano qualcosa di dominato a stento e sotto le quali i monti parevano incurvarsi.

Pellegrinaggio d’autunno è un viaggio nella vita del protagonista, un percorso di ricordo e nei ricordi; i titoli “preparatori” che inframezzano ogni porzione di testo hanno quasi il compito di introdurre il lettore in un grande esercizio di immedesimazione che ha come obiettivo il rifiuto delle imposizioni e il rammarico per ciò che non è stato. Il secondo racconto è sicuramente il più incisivo dei tre. Se con Hans Amstein si è toccato il tema, saldamente ancorato a terra, dell’amore goliardico e tragico, tutto viene riportato oniricamente in alto con l’ultima lettura, molto più contemplativa e ammaliante. La casa dei sogni ha la stessa delicatezza di un quadro impressionista, complici anche le ricche pagine ampiamente dedicate ai colori che ricordano quelle di un dipinto en plein air

La campagna verde era delimitata da una invisibile valle fluviale, al di là della quale si vedeva una lunga catena di verdi montagne coperte di boschi e, dietro, un’altra catena di cime verdi, già velate di azzurrognolo; un po’ più in là, turchina, una ripida catena pedemontana, dalle pareti rocciose nude e scintillanti. E soltanto al di là di quella terza catena azzurra, infinitamente lontane e alte tra l’alternarsi delle nubi, fluttuavano le montagne innevate, dai colori di sogno, trasfigurate in una realtà molteplice, attutita ed esaltata: un mondo pallido e spettrale, privo di memoria, ma più vero e reale di tutto ciò che era vicino.

In questo tris di letture, fatte di vivi personaggi e povere vicende quotidiane, Hesse si affida alla semplicità (solo apparente) della vita per creare storie che si intrecciano con la psicologia umana e le sfumature dell’ambiente che ci circonda. Un piccolo libro dal grande impatto, come profondo è il significato di cui si fa portatore, da leggere non solo se si è grandi amanti dello scrittore tedesco (e per approcciarsi ai suoi inizi), ma anche delle potenzialità di una natura sempre in continua metamorfosi. 

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“La città smarrita nella neve”: un racconto di Italo Calvino

Marcovaldo è una raccolta di racconti – alcuni usciti sulle pagine dell’Unità – scritti da Italo Calvino e pubblicati per la prima volta nel 1963 in una collana di libri per ragazzi dell’editore Einaudi. Le stagioni in città, nonché sottotitolo delll’opera,  si riferisce alla struttura delle novelle che la compongono: ognuna associata a primavera, estate, autunno o inverno, e quindi al mutare della natura in relazione al contesto in cui abita il protagonista (Marcovaldo, appunto). In queste storie – che diversi critici hanno definito come delle vere e proprie favole contemporanee – non trova spazio solamente la bellezza delle cose semplici, ma anche la nostalgia nei confronti di un paesaggio che è difficile scoprire se si è inglobati nel grigiore del centro abitato. La città smarrita nella neve, breve testo sulla stagione invernale, è la storia di una fantastica trasformazione: da serbatoio di frenesia, caos e freddezza, la città – probabilmente quella di Torino – diventa un «foglio bianco», quasi una tabula rasa, in cui immaginare nuove prospettive. È una sensazione effimera, che dura giusto il tempo di una lettura, ma in grado di donare alla vita di Marcovaldo un po’ di magia e spensieratezza. Le «cose di tutti i giorni spigolose e ostili», la ditta Sbav e le malinconie quotidiane sono destinate a tornare, proprio come la coltre di neve che si scioglie e sparisce per lasciare posto, di nuovo, alla realtà.

Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte.

– La neve! – gridò Marcovaldo alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita. Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano.

Andò al lavoro a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig–zag.

Le vie e i corsi s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei monticeli! bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni, il solito magazzino, e, varcata la soglia, il manovale stupì di ritrovarsi tra quelle mura sempre uguali, come se il cambiamento che aveva annullato il mondo di fuori avesse risparmiato solo la sua ditta.

Lì ad aspettarlo, c’era una pala, alta più di lui. Il magazziniere–capo signor Viligelmo, porgendogliela, gli disse: – Davanti alla ditta la spalatura del marciapiede spetta a noi, cioè a te –. Marcovaldo imbracciò la pala e tornò a uscire.

Spalar neve non è un gioco, specie per chi si trova a stomaco leggero, ma Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita. E di gran lena si diede al lavoro, facendo volare gran palate di neve dal marciapiede al centro della via.

Anche il disoccupato Sigismondo era pieno di riconoscenza per la neve, perché essendosi arruolato quel mattino tra gli spalatori del Comune, aveva davanti finalmente qualche giorno di lavoro assicurato. Ma questo suo sentimento, anziché a vaghe fantasie come Marcovaldo, lo portava a calcoli ben precisi su quanti metri cubi di neve doveva spostare per sgomberare tanti metri quadrati; mirava insomma a mettersi in buona luce con il caposquadra; e – segreta sua ambizione – a far carriera.

Sigismondo si volta e cosa vede? Il tratto di carreggiata appena sgomberata tornava a ricoprirsi di neve sotto i disordinati colpi di pala d’un tizio che si affannava lì sul marciapiede. Gli prese quasi un accidente. Corse ad affrontarlo, puntandogli la sua pala colma di neve contro il petto.

– Ehi, tu! Sei tu che tiri quella neve lì?

– Eh? Cosa? – trasalì Marcovaldo, ma ammise: – Ah, forse sì.

– Be’, o te la riprendi subito con la tua paletta o te la faccio mangiare fino all’ultimo fiocco.

– Ma io devo spalare il marciapiede.

– E io la strada. E be’?

– Dove la metto?

– Sei del Comune?

– No. Della ditta Sbav.

Sigismondo gli insegnò ad ammucchiare la neve sul bordo e Marcovaldo gli ripulì tutto il suo tratto. Soddisfatti, a pale piantate nella neve, stettero a contemplare l’opera compiuta.

– Hai una cicca? – chiese Sigismondo.

Si stavano accendendo mezza sigaretta per uno, quando un’autospazzaneve percorse la via sollevando due grandi onde bianche che ricadevano ai lati. Ogni rumore quel mattino era solo un fruscio: quando i due alzarono lo sguardo, tutto il tratto che avevano pulito era di nuovo ricoperto di neve. –Che cos’è successo? È tornato a nevicare? – e levarono gli occhi al cielo. La macchina, ruotando i suoi spazzoloni, già girava alla svolta.

Marcovaldo imparò ad ammucchiare la neve in un muretto compatto. Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo.

Al bordo del marciapiede a un certo punto c’era un mucchio di neve ragguardevole. Marcovaldo già stava per livellarlo all’altezza dei suoi muretti, quando s’accorse che era un’automobile: la lussuosa macchina del presidente del consiglio d’amministrazione commendator Alboino, tutta ricoperta di neve. Visto che la differenza tra un’auto e un mucchio di neve era così poca, Marcovaldo con la pala si mise a modellare la forma d’una macchina. Venne bene: davvero tra le due non si riconosceva più qual era la vera. Per dare gli ultimi tocchi all’opera Marcovaldo si servì di qualche rottame che gli era capitato sotto la pala: un barattolo arrugginito capitava a proposito per modellare la forma d’un fanale; con un pezzo di rubinetto la portiera ebbe la sua maniglia.

Ci fu un gran sberrettamento di portieri, uscieri e fattorini, e il presidente commendator Alboino uscì dal portone. Miope ed efficiente, marciò deciso a raggiungere in fretta la sua macchina, afferrò il rubinetto che sporgeva, tirò, abbassò la testa e s’infilò nel mucchio di neve fino al collo.

Marcovaldo aveva già svoltato l’angolo e spalava nel cortile.

I ragazzi del cortile avevano fatto un uomo di neve. – Gli manca il naso! – disse uno di loro. – Cosa ci mettiamo? Una carota! – e corsero nelle rispettive cucine a cercare tra gli ortaggi.

Marcovaldo contemplava l’uomo di neve. «Ecco, sotto la neve non si distingue cosa è di neve e cosa è soltanto ricoperto. Tranne in un caso: l’uomo, perché si sa che io sono io e non questo qui».

Assorto nelle sue meditazioni, non s’accorse che dal tetto due uomini gridavano: – Ehi, monsù, si tolga un po’ di lì! – Erano quelli che fanno scendere la neve dalle tegole. E tutt’a un tratto, un carico di neve di tre quintali gli piombò proprio addosso.

I bambini tornarono col loro bottino di carote. – Oh! Hanno fatto un altro uomo di neve! – In mezzo al cortile c’erano due pupazzi identici, vicini.

– Mettiamogli il naso a tutti e due! – e affondarono due carote nelle teste dei due uomini di 13 neve.

Marcovaldo, più morto che vivo, sentì, attraverso l’involucro in cui era sepolto e congelato, arrivargli del cibo. E masticò.

– Mammamia! La carota è sparita! – I bambini erano molto spaventati.

II più coraggioso non si perse d’animo. Aveva un naso di ricambio: un peperone; e lo applicò all’uomo di neve. L’uomo di neve ingoiò anche quello.

Allora provarono a mettergli per naso un pezzo di carbone, di quelli a bacchettina. Marcovaldo lo sputò via con tutte le sue forze. – Aiuto! È vivo! È vivo! – I ragazzi scapparono.

In un angolo del cortile c’era una grata da cui usciva una nube di calore. Marcovaldo, con pesante passo d’uomo di neve, si andò a mettere lì. La neve gli si sciolse addosso, colò in rivoli sui vestiti: ne ricomparve un Marcovaldo tutto gonfio e intasato dal raffreddore.

Prese la pala, soprattutto per scaldarsi, e si mise al lavoro nel cortile. Aveva uno starnuto che s’era fermato in cima al naso, stava lì lì, e non si decideva a saltar fuori. Marcovaldo spalava, con gli occhi semichiusi, e lo starnuto restava sempre appollaiato in cima al suo naso. Tutt’a un tratto: l’« Aaaaah… » fu quasi un boato, e il: «.. Ciù! » fu più forte che lo scoppio d’una mina. Per lo spostamento d’aria, Marcovaldo fu sbatacchiato contro il muro.

Altro che spostamento: era una vera tromba d’aria che lo starnuto aveva provocato. Tutta la neve del cortile si sollevò, vortice come in una tormenta, e fu risucchiata in su, polverizzandosi nel cielo.

Quando Marcovaldo riaperse gli occhi dal suo tramortimento, il cortile era completamente sgombro, senza neppure un fiocco di neve. E agli occhi di Marcovaldo si ripresentò il cortile di sempre, i grigi muri, le casse del magazzino, le cose di tutti i giorni spigolose e ostili.

Italo Calvino

UNA BREVE BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Italo Calvino nasce a Cuba il 15 ottobre del 1923 e a due anni si trasferisce in Italia stabilendosi a Torino. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, si unisce ai partigiani della Resistenza trovando nell’espressione anarchica e libertaria un punto di partenza per poter costruire il suo impegno politico e sociale. L’esperienza lo renderà un protagonista attivo anche nel primo dopoguerra: non solo attraverso la scrittura di quelle che saranno le sue prime pubblicazioni (Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo), ma anche dedicandosi al giornalismo con interventi su quotidiani e periodici culturali (primo tra tutti l’Unità, il quotidiano del PCI).

La mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie […] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più.

Dopo la laurea in Lettere nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad, Calvino comincia la sua collaborazione – dapprima nell’ufficio stampa – con la casa editrice Einaudi. Grazie alla frequentazione dell’Osteria Fratelli Menghi di Roma, noto punto di ritrovo culturale, e all’intensificazione delle sue attività letterarie, fa la conoscenza di importanti personalità dell’epoca: Cesare Pavese (che sarà suo grande amico e mastro), Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Delio Cantimori, Franco Venturi, Norberto Bobbio e Felice Balbo.

Nel 1964 si sposa con Esther Judith Singer e si trasferisce a Roma; in questo periodo si concentra soprattutto sui brevi racconti, quelli che poi sarebbero confluiti nelle Cosmicomiche (una raccolta di novelle fantastiche riferite all’universo, all’evoluzione al tempo e allo spazio). A Parigi, città dove Calvino decide di portare la famiglia nel 1968, diventa membro attivo del gruppo OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle). Qui, collabora con artisti come Roland Barthes, Claude Lévi-Strauss e  Raymond Queneau, del quale traduce I fiori blu. Tra viaggi, premi e conferenze, l’autore continua a dedicarsi instancabilmente anche alle pubblicazioni: non solamente racconti, ma anche romanzi come Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983).

La maggior parte dei libri che ho scritto […] hanno origine dall’idea che sarebbe stato impossibile per me scrivere un libro di quel tipo.

Italo Calvino muore a Roma il 19 settembre del 1985 a causa di un’emorragia cerebrale causata da un’ictus; le Lezioni americane (ispirate a un ciclo di sei incontri che l’autore avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard) escono postume insieme a Sotto il sole del giaguaro, La strada di San Giovanni e Prima che tu dica pronto.

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Dodici racconti “Sotto la cenere”

Ugo Mancini – docente di Storia e Filosofia, oltreché studioso appassionato del periodo fascista – ha pubblicato per Infinito Edizioni Sotto la cenere, una raccolta di racconti che ripercorre quella che è stata l’esperienza del Ventennio e, di conseguenza, degli anni difficili della Seconda guerra mondiale. Non è mai facile tradurre in trama un libro composto da soli racconti, tantomeno stabilire il filo conduttore comune a tutti quanti. Eppure, il punto d’incontro di questi brevi testi è anche ciò che li descrive nella loro totalità: si tratta di una storia latente, quella che passa attraverso le persone e i loro sentimenti, e quindi per un mondo personale che ci è dato soltanto immaginare perché non riportato sui libri di storia che siamo stati abituati a consultare.

I nomi sono nomi reali. I fatti sono realmente accaduti. Ciò che è di fantasia, ma relativamente, è l’universo interiore dei personaggi. Uomini e donne che per un ventennio si sono visti negare la dignità di essere persone; subordinati a indefinibili e fumosi interessi superiori per i quali hanno pagato spesso un costo esorbitante; ammaliati, a volte, da prospettive mirabolanti, solo per il bisogno di sfuggire alla miseria morale e materiale determinata dalla guerra e alimentata da un’ideologia fondata sull’odio e sulla sopraffazione dell’”altro”.

Paolo Cognetti ha definito i racconti come «una finestra sulla casa di qualcun altro». Sotto la cenere, reinterpretando tale definizione, rappresenta una sorta di doppio sguardo al periodo del Fascismo: il primo attraverso uno specchietto retrovisore che ci trasporta nel passato, il secondo con una lente di ingrandimento puntata a valorizzare l’essenza – altrimenti dimenticata – delle persone che hanno vissuto quegli anni. Romanzare i fatti della storia – per loro natura veri e insindacabili – e mescolarli con l’immaginazione ha anche il merito di dare risalto a quelle voci non solo declassate come “ultime”, ma addirittura ignorate. Il risultato che ne consegue sono dodici racconti, solo in apparenza diversi l’uno dall’altro, in cui i personaggi danno vita a un universo interiore composto da solidi fatti storici (come il delitto Matteotti, le lotte antifasciste e le restrizioni politico-sociali) e da una prospettiva più sentimentale che smette di marginalizzare e tende piuttosto a includere.

Quello che si dimentica spesso, inoltre, è che la storia è storia di persone, più che di fatti, di bandiere o di simboli. Se è storia di governi o di tiranni, apparentemente può svolgersi inseguendo o chiudendosi nella cristallizzazione di atti formali, ma, nella sostanza, continua a essere storia di persone, di una molteplicità di singoli individui che hanno pagato o che sono stati premiati dalle scelte di quei governi o di quei tiranni, una storia che spesso più di qualcuno tende a omettere o a considerare in parte, non di rado per convenienza.

L’idea che questo testo ha della storia è sia un punto di forza che un monito: non ridotta a uno scorrere meramente rettilineo, in cui gli eventi rappresentano picchi e abissi del percorso cronologico, bensì immaginata attraverso un percorso circolare, dove ogni aspetto o errore – soprattutto se non attenzionato – è destinato a ripresentarsi. D’altronde, anche il titolo è un’esplicazione in questo verso: Sotto la cenere non come un fuoco che si è definitivamente spento, ma come una brace che ancora continua ad ardere e sta aspettando il momento giusto per ritornare a bruciare. E ancora: la questione dell’oblio. Testi come 1984 o Fahrenheit 451 ci hanno egregiamente rappresentato le conseguenze di un mondo in cui falsificazione e distruzione sono all’ordine del giorno. Ma, in fondo, cosa sarebbe un paese senza la sua storia, anche quella più cupa? Il testo di Ugo Mancini è un’immersione, costante e graduale, in un passato che si riaffaccia continuamente al presente, e che sceglie la strada emozionale per indagare un vissuto composto da voci e soggetti che non vogliono (e non devono) essere dimenticati. Ma Sotto la cenere si trova anche una Storia vera che racconta la quotidianità: quella vissuta all’ombra del nemico fascista – e che all’occorrenza si trasforma in qualsiasi altro totalitarismo -, quella che passa attraverso una forma di tenace di Resistenza, e quella che trova che forma e sostanza in questi dodici, significativi, racconti.

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Impara l’«Arte» di Yasmina Reza e non metterla da parte

Faccio una piccola premessa: talvolta, tra le mie letture, fanno capolino anche delle pièce teatrali; sento il bisogno di qualcosa che sia scandito da dei tempi e delle battute ben precisi, e i libri scritti come se fossero dei copioni – perchè lo sono davvero, nati apposta per essere messi in scena – rispondono a questa mia necessità. Ho cominciato con Shakespeare, Goldoni e Beckett, fino ad arrivare anche a Baricco e Benni: spazio dai Classici ai contemporanei, e «Arte» (titolo originale “Art”) di Yasmina Reza – apprezzatissima drammaturga di lingua francese – oltre a essere un testo scritto nel 1994, ha avuto anche una notevole fortuna in fatto di riconoscimenti e rappresentazioni in tutto il mondo, perfino in Italia (solo per citarne una, quella al Teatro Fontana di Milano con Mauro Bernardi, Elio D’Alessandro, Christian La Rosa e la regia di Alba Maria Porto).

SERGE: La pittura contemporanea non ti interessa, non ti ha mai interessato. È un campo che non conosci affatto, quindi come puoi sostenere che un oggetto, che obbedisce a leggi che tu ignori, è una merda?
MARC: È una merda. Scusa, ma è così.

Protagonisti di questa bizzarra commedia sono tre amici che discutono animatamente di fronte a un quadro di soggettiva bellezza. Serge e Marc sono sicuramente i più accalorati: il primo è un convintissimo sostenitore del valore della tela, il secondo invece rifiuta categoricamente l’idea che il compare abbia potuto spendere 200.000 franchi per quella che lui definisce, senza mezzi termini, «una merda». Tra di loro si inserisce Yvan, un tipo molto tranquillo e sensibile. Come terzo componente del trio  è inevitabilmente destinato a trovarsi in mezzo a due fuochi e a una discussione – a tratti surreale – che degenera pagina dopo pagina, e che prosegue tra battute, discorsi rancorosi e incomprensioni.

YVAN: Aggrediscimi, aggrediscimi ancora!… Forse ho un’emorragia interna, ho visto passare un animale…
SERGE: È un topo.
YVAN: Un topo?
SERGE: Sì, ogni tanto passa.
YVAN: Hai un topo in casa?!!

Il dipinto è sostanzialmente una tela bianca con delle righe bianche, niente di più semplice e riduttivo. All’apparenza non ha colori né personalità, eppure ha l’enorme potere di palesare tantissimi sospesi. Se con Il ritratto di Dorian Gray si era visto un quadro che invecchiava al posto di una persona in carne e ossa (non senza conseguenze), in questo caso l’arte è vista come un espediente per portare a galla tante situazioni insolute che sembrava non esistessero affatto, e che allo stesso tempo mostrano tutti i rancori di una vita trascorsa solo all’apparenza in maniera serena.

MARC (a Serge): C’è stato un tempo in cui eri orgoglioso di avermi come amico… Amavi la mia stranezza, la mia propensione a starmene appartato. Ti piaceva esibire la mia ruvidezza in società, a te che vivevi in modo così normale. Ero il tuo alibi. Ma… alla lunga, a quanto pare questa specie di affetto si inaridisce… Con la vecchiaia, conquisti la tua anatomia…

Questo è sì un piccolo testo che riflette sui valori dell’amicizia e della sincerità, ma anche un serbatoio di riflessioni riguardo il senso del fare artistico. Mi vengono in mente maestri come Fontana, Pollock o Klein: possono dei tagli, dei buchi o delle “semplici” pennellate di colore su una tela essere considerati arte? Ma poi, in fondo, cosa è davvero l’arte? Forse non è solo qualcosa che si riduce a un “mi piace/non mi piace”, ma anche un grande strumento che indaga le epoche e le mentalità delle persone. Yasmina Reza crea un’opera singolare in cui è difficile non ridere e uscirne increduli, e «Arte» sonda – talvolta in maniera cinica e diretta – anche la gamma dei sentimenti che abitano l’essere umano. Leggendo questo testo saremo chiamati a riflettere sulle nostre ipotetiche risposte ad alcune delle domande che abitano la cultura contemporanea: chi siamo tra Serge, Marc e Yvan?

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“Le parole dei fiori. Un alfabeto della lingua delle piante” di Isabel Kranz

Il linguaggio dei fiori (florigrafia) è stato un modo unico di comunicazione molto diffuso e utilizzato nell’Ottocento, soprattutto perché, proprio in quel periodo, certe composizioni floreali servivano per esprimere emozioni che non sempre potevano essere dette apertamente. Sebbene oggi questo linguaggio appaia quasi del tutto dimenticato (se non in alcuni casi sporadici che coinvolgono prevalentemente gli appassionati), al tempo del suo massimo utilizzo poteva essere definito a tutti gli effetti come un vero e proprio modo di “comunicare tra le righe”.

La tradizione di ricorrere ai fiori per una lingua del cuore risale alla fine del XVIII secolo. «È in questo periodo che nascono i primi tentativi di mettere per iscritto su binari sistematici il linguaggio segreto dei fiori, nella ferma convinzione della loro forza espressiva universale. In precedenza si trovano cenni sparsi in lettere, calendari e riviste, a partire dai quali è possibile ricostruire una genealogia della lingua dei fiori universale, la cui idea centrale consiste nell’ipotesi che si trasmettano autentiche emozioni attraverso i fiori e per mezzo di un codice segreto coerente.» [la Lettura]

Le parole dei fiori. Un alfabeto della lingua delle piante (Bompiani, 2018) è un lavoro che riprende tutta questa tradizione: l’autrice Isabel Kranz cerca un approccio ai fiori che non sia solamente un occhio “botanico”, ma anche un tentativo per intraprendere dei viaggi ipertestuali che spaziano dalla letteratura alla musica, dalla storia al cinema. Al pari di un fiore che si apre per mostrare il suo prezioso cuore, questo volume è un piccolo scrigno di curiosità e illustrazioni che mirano a spiegare un po’ ciò che si nasconde dietro al mondo vegetale che tanto ha ispirato e continua ancora a ispirare. Ma come nasce l’idea di accostare un determinato significato a un tipo specifico di fiore (o pianta)? Come scrive la Kranz, semplicemente «per la convinzione della loro forza espressiva universal.

Durante il Medioevo (o ancora prima), questi regali della natura possedevano soprattutto dei significati morali. L’apice del loro successo comunicativo è da attribuire soprattutto all’Ottocento, e alla necessità di esprimere emozioni che non sempre si potevano esplicare in maniera verbale. Quell’epoca ha dato vita a un dialogo del cuore che potesse accorpare quanti più stati d’animo possibile, ma soprattutto che non trasgredisse quella severa etichetta votata prevalentemente alla segretezza dei sentimenti. La fortuna di questa singolare forma espressiva fu tale da portare alla diffusione di un’editoria specializzata proprio in libri floreali con bellissime illustrazioni e incisioni. Tra queste si annovera il lavoro compiuto da Miss Corruthers con il suo Il linguaggio silenzioso dei fiori, un testo pubblicato nel 1876 e che ancora oggi riveste una fondamentale importanza per tutti gli amanti del genere, ma soprattutto il manuale di Madame Charlotte de Latour, Le langage des fleurs (1819). 

Dell’autrice non si sa molto, a parte che probabilmente Charlotte de Latour è lo pseudonimo di Louise Cortambert, moglie del geografo e bibliotecario della Biblioteca Nazionale francese Eugène Cortambert. Questa incerta paternità dell’opera è significativa, ma anche le traduzioni e le prosecuzioni del compendio di de Latour redatte ancora oggi sono spesso scritte sotto pseudonimo. Che l’autrice (o addirittura l’autore?) si vogliano nascondere è probabilmente dovuto al fatto che libri sul linguaggio dei fiori sono stati classificati come opere appartenenti alla letteratura dozzinale. A partire dal diciannovesimo secolo, una tale letteratura, figlia di “una musa leggera”, ha ottenuto di sicuro un grande successo commerciale, ma è stata considerata di scarso valore – non da ultimo, probabilmente, perché si ritiene, in linea di principio, che siano le donne a esserne grandi consumatrici. 

Camelia, Rosa, Ninfea, Orchidea, Tulipano, Viola del pensiero e molto altro: quello che compie Isabel Kranz attraverso il suo testo è un lavoro trans-mediale in cui a essere coinvolti non sono solo i fiori o le piante, ma anche i riferimenti di cui si sono fatti portatori nel corso dei secoli. Storia, autori, letteratura e media si intrecciano per creare una composizione dalle molteplici sfumature. In questo percorso alfabetico che mira alla rivalutazione di quello che per molto tempo è stato considerato un linguaggio marginale, il punto fondamentale sta proprio nel considerare i messaggi floreali – proprio perché messaggi – come modelli comunicativi a tutti gli effetti, e per giunta anche piuttosto ricchi ed eterogenei. Le parole dei fiori è un testo che parla un’altra lingua, quella che non ha parola ma solo petali, colori e foglie.

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