Segnalazione: “Veleno – Klimt tra eros e mistero” (Massimo Gianquitto)

In quell’ultimo giorno del 1907, Gustav ed Emilie avrebbero festeggiato il Capodanno dai Bloch-Bauer, insieme a tanti altri amici, nel Palazzo in Elisabethstrasse 18, nel I distretto di Vienna. Non si sarebbe trattato di un cerimonioso e formale festeggiamento di fine d’anno, una di quelle interminabili cene, anche piuttosto noiose, bensì di un ballo in maschera, in cui gli ospiti avrebbero dovuto presentarsi in costume celando la loro identità o forse rivelando quella vera, intima e privata […].
Vestita con un abito color zaffiro, scomposto, sciolto, semiaperto, in cui le forme sinuose del suo corpo apparivano in tutta la loro maestosa bellezza, Emilie quella notte era non la donna solita, fiera e austera, bensì un’etera […]. Gustav, in abito nero, sacerdotale, sembrava pronto a celebrare un rito di purificazione, al quale prima di ogni altra vittima doveva sottoporre se stesso. Una mascherina anch’essa nera copriva gli occhi ma non celava il suo mento irsuto, e un originale copricapo con decori e pendagli completava il suo costume.

I lettori di questo libro saranno invitati ad accomodarsi nello scompartimento di un treno che viaggia a ritroso nel tempo diretto a Vienna nel 1907, e vivere insieme all’artista Gustav Klimt una singolare esperienza: entrare nel vivo della Secessione viennese, ma anche nella vita privata del grande pittore, vero ed esclusivo cammeo, da custodire gelosamente, incontrando assieme a lui la cerchia di intellettuali e artisti che lo hanno accompagnato in quella luminosa, ma altrettanto tragica stagione. [Dall’Introduzione]

SINOSSI

Passione e mistero nella Vienna dei primi del Novecento.

Vienna, 1907. Un evento drammatico sconvolge la vita del grande artista Gustav Klimt, già al centro di numerose polemiche per la spregiudicatezza delle sue relazioni e l’originalità della sua pittura. Il corpo senza vita di una delle sue modelle giace in una pozza di sangue al centro dello studio di posa che utilizza abitualmente. Come è morta la giovane donna? Chi l’ha uccisa? La gelosia di un marito umiliato o i veleni di una città in bilico tra tradizione e innovazione?
Per risolvere il mistero e salvare la libertà del suo amico e amante Emilie Flöge, giovane e affascinante proprietaria della casa di moda più famosa di Vienna, si improvvisa investigatore, mettendo in gioco le sue conoscenze, la sua reputazione e soprattutto se stessa, alla ricerca di una scomoda verità.
Un giallo ricco di colpi di scena che si snoda nelle strade di una città poco raccontata, tra incontri di intellettuali e artisti in piena esplosione creativa, pettegolezzi confidati nel chiuso delle mura di un elegante atelier, fughe in campagna e balli in maschera, aspirazioni inconfessabili e cruda realtà.

Leggi un’anteprima del testo qui.

QUALCHE PAROLA SULL’AUTORE

Massimo Gianquitto, nato a Milano nel 1965, è laureato in architettura presso il Politecnico di Milano. Si dedica allo studio e all’approfondimento di temi legati all’arte, design e architettura. Insegna dal 2010 Arte contemporanea presso l’Istituto Europeo di Design di Milano. In relazione alla sua attività di docente ha pubblicato In cammino nell’arte. Dal 1750 ad oggi (2012), e ha ideato la collana Earth, dedicata all’Arte contemporanea, immaginata come una bussola per potersi orientare nel mare magnum delle arti e dei suoi linguaggi. Dal 2019 ha dato avvio ad alcuni progetti artistici, come i laboratori creativi tenuti presso le scuole superiori da artisti della Street Art, avviando inoltre l’organizzazione di mostre in luoghi non convenzionali come fabbriche e uffici. Collabora con il gruppo editoriale Design Diffusion Network, che comprende undici testate giornalistiche dedicate all’informazione e cultura del progetto e del design in Italia e in tutto il mondo. Nel 2002 ha preso parte alla costituzione di Level Office Landscape, nuovo marchio nel settore dell’arredamento e del design per ufficio, ambito nel quale ha maturato una competenza internazionale, senza mai cessare di immaginare i nuovi scenari del futuro.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Veleno – Klimt tra eros e mistero
Autore: Massimo Gianquitto
Genere: Giallo – Romanzo storico
Editore: Graphofeel
Lunghezza: 254 pagine
Prezzo: 19 euro
Per acquistarlo: clicca qui
Disponibile anche in eBook: clicca qui

La “Breve storia dell’alchimia” da conoscere

Cos’è l’alchimia? Quando è nata? Quali sono i principali elementi che la descrivono? Chi ne ha costituito la storia?

Per rispondere a queste domande – e anche per immergersi in un tema piuttosto enigmatico e affascinante – non bisogna farsi sfuggire Breve storia dell’alchimia, un saggio scritto dallo studioso Stefano Valente e pensato soprattutto per chi è interessato ad approfondire la disciplina alchemica nelle sue accezioni storiche, sociali e culturali. Questo testo è un perfetto vademecum per chiunque voglia addentrarsi in un fenomeno piuttosto dibattuto ancora oggi, a distanza di  diversi secoli: “limitarsi a una serie di liste, di elenchi – seppure motivati con fondati criteri – finirebbe per trasmettere un messaggio anch’esso evanescente, a tratti forse descrittivo, ma circoscritto alla mera enumerazione”, da qui la necessità di parlarne in maniera documentata (ma tutt’altro che noiosa).

Alcuni l’hanno considerata una vera e propria scienza, altri una pratica incomprensibile e da tacciare; la verità è che dietro l’alchimia si staglia un mondo molto più complesso e intrigante del semplice processo di trasformare metalli vili in oro. Ha affascinato personaggi più o meno illustri e ha attraversato secoli, tant’è che se ne parla ancora oggi attraverso libri e approfondimenti culturali di vario genere. Stefano Valente – glottologo, lusitanista e studioso delle lingue e letterature ibero-romanze – racchiude in un centinaio di pagine la storia di un fenomeno che dalle sue origini arabe si è poi esteso fino all’Occidente (perfino in Italia, a Roma), passando per epoche intense quali il Medioevo, il Rinascimento e l’Illuminismo. Nei dodici capitoli che compongono il libriccino vengono citate diverse personalità: Ermete Trismegisto, Marsilio Ficino, Nicolas Flamel, Pico della Mirandola, Cornelio Agrippa, Paracelso, la regina Cristina di Svezia, Giuseppe Francesco Borri, Athanasius Kircher, Isaac Newton, Carl Gustav Jung; tutti nomi che vengono sbrogliati, pagina dopo pagina, in ricchi riferimenti alla storia, alla mitologia e perfino alla letteratura.

Dèi, simboli, rituali, tradizioni. Icone, geroglifici, visioni, rivelazioni, segreti. E negromanti, medici, chimici, astrologi, fisiognomici, chiromanti. Cialtroni e profeti, frodatori e nuovi messia, eruditi e avventurieri. Sovrani assillati dalla ricerca della verità e collezionisti d’ogni sorta di stramberia.Sacerdoti ed eretici, filosofi e santoni, sette occultee confraternite inarrivabili. E biblioteche, pagine enigmatiche, predizioni, falsi oracoli; laboratorî, antri sotterranei, “stillerie”, alambicchi e fornelli.

Nessuna paura. È un testo adatto sia a chi mastica già qualche nozione sul tema sia ai neofiti: il linguaggio, pur essendo molto pertinente, è estremamente facile da comprendere (merito anche delle “note” – in stile brain storming – che occupano la fine di ogni capitolo e che indirizzano i concetti espressi per mezzo di parole chiave). Sulla scia degli “intrugli” alchemici fatti di strani accostamenti e inedite sensazioni, questa storia – tutt’altro che breve ed estremamente condensata – è un’amalgama che sfrutta alcune delle prerogative (già conosciute dall’Ulisse omerico e poi dalla rivisitazione dantesca) più antiche dell’uomo: l’intelligenza dettata dall’insaziabile sete di sapere e la curiosità di spingersi ben oltre ai limiti imposti della natura. Se, come recita un famoso detto orientale, “anche un lungo viaggio deve pur cominciare con un passo”, Breve storia dell’alchimia è un percorso a tappe assolutamente consigliato qualora si voglia instaurare una prima confidenza con un’arte dalle molteplici sfaccettature (e per cui è stato scritto anche molto altro, come delinea la copiosa bibliografia a fine testo).

Vuoi leggere Breve storia dell’alchimia? Clicca qui

Segnalazione: “Canaglia” (Pasquale De Caria)

Paolo continuò a sorridere. Feci volare la cartella in aria i caricati alla cieca. Urtai con la coscia contro lo spigolo del primo banco della fila e mi piegare per il dolore. Paolo mi salto addosso, mi strinse il collo con il braccio e mi trova in mobilizzato, con le maniche annaspavano.
I compagni ci incitavano, tutti contenti di vederci azzuffare. Non so come, reagii alla morsa del braccio che mi soffocava, alla vista annebbiata, alle urla dei compagni che osannavano Paolo, il momentaneo vincitore.mi divincola e scivolando in basso indietreggiare, raccolsi l’energia e saltare avanti come una palla di cannone. Paolo cadde a terra io gli fui sopra.ero sol amo, distruggendo l’ordine della prima fila dei banchi. I nostri compagni, che si erano zittiti durante la mia manovra di contrattacco, avevano ripreso a fare il tifo e, quasi come lo vendessero, urlavano: O’ sanghe! O’ sanghe!

Bulli si diventa. Come possa accadere ce lo racconta Pasquale de Caria in questo intenso e struggente romanzo di formazione, ambientato nella spietata Napoli degli anni Settanta. Tra adulti indifferenti, istituzioni assenti e il mito del denaro facile, il confine tra difesa e sopraffazione sembra spostarsi sempre più avanti. [Dalla quarta di copertina]

SINOSSI

La storia di un bambino dislessico nella Napoli degli anni Settanta.

In un primo momento mi raggelai. Ma reagii subito e, poggiata la confezione di zucchero a terra, evocai Aiace Telamonio, pregandolo di darmi la forza per uscire vincitore dall’imminente scontro. Mi preparai, prendendo la posizione di difesa del kung fu: mani a taglio in avanti,gambe piegate e tese, muscoli gonfi. Peperone gridò: «Omme ‘e merda!»

Eliseo è un bambino curioso che ama giocare, ridere e far ridere. Vive con i suoi fratelli e i genitori nella Napoli degli anni ’70, e trascorre le sue giornate andando a scuola e stando in casa con la sua famiglia, come molti altri bambini. Qualcosa lo rende però diverso dagli altri: Eliseo ha difficoltà a scrivere e leggere, le parole diventano ostacoli contro cui lottare, distinguere le lettere e dar loro un suono e un senso diventa una battaglia da combattere ogni giorno. Eliseo è dislessico ma nessuno intorno a lui sa cos’è la dislessia: quando la frustrazione si fa troppo forte, la strada della volontà e dell’impegno cede il posto a quella della violenza, l’unica che lo fa sentire qualcuno, finalmente ascoltato, rispettato. Un romanzo emozionante e commovente, divertente ed autentico, da leggere tutto di un fiato.

Leggi un’anteprima del testo qui.

QUALCHE PAROLA SULL’AUTORE

Pasquale De Caria è nato a Napoli e risiede a Milano, dove si è laureato in Scienze politiche presso l’Università Statale. È sceneggiatore di fumetti, autore di CD-ROM, romanzi rosa e articoli giornalistici.Tra le sue pubblicazioni più recenti: Amore allo stramonio (racconto, narrativa generale, Damster, 2013), Energy competitor,(racconto, fantascienza, Eterea Comics&books, 2013). Attualmente lavora come webwriter.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Canaglia
Autore: Pasquale De Caria
Genere: Narrativa
Editore: Graphofeel
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 16 euro
Per acquistarlo: clicca qui
Disponibile anche in eBook: clicca qui

Segnalazione: “Il viaggio – Vita e avventure di Giovanni Verga” (Roberto Disma)

«Giovanni, volete rivolgere una domanda al nostro ospite?»
Giovanni sussultò. Non si aspettava tutti quegli occhi addosso in una sola volta e, in quel momento, la prima sensazione che provò fu un lieve imbarazzo.
«Cosa posso domandare, se non cosa si aspetterebbe da un giovane scrittore di questi anni?»
Bakunin lo fissò come aveva fatto con qualunque altro là dentro, e rispose solo: «La verità».
Poco mancò ad un applauso incitato da Capuana, ma Bakunin aggiunse: «L’ipocrisia è un omaggio che vien reso alla virtù o un agguato che le si tende?»
Giovanni non capì se era una domanda o una citazione, ma la direzione degli stessi occhi di prima lo persuasero a rispondere: «Un agguato, credo».


SINOSSI

Il viaggio è una biografia del celebre scrittore siciliano attraverso il racconto del viaggio in treno compiuto da Verga nel 1920 in compagnia di Benedetto Croce. Emerge il ritratto di un uomo pieno di contraddizioni, un esploratore del vero come amava definirsi, libertino, provocatore, sarcastico e orgogliosissimo, al punto di non voler essere mai ringraziato in pubblico qualunque cosa facesse. Le vicende personali di Verga si intrecciano a quelle della storia d’Italia e d’Europa, tra miti e moti risorgimentali e tensione verso la modernità, in una dialettica a tratti difficile ma piena di autenticità.

Leggi un’anteprima del testo qui.

QUALCHE PAROLA SULL’AUTORE

Roberto Disma (Catania, 1993) è sceneggiatore, regista e attore. Direttore della compagnia Teatro alla Lettera, con cui si occupa prevalentemente di Teatro Civile, ha collaborato con l’organizzazione ONU Internet Society, con la Fondazione Giuseppe Fava e con la Sorbona di Parigi. È stato allievo di Mogol e svolge parallelamente l’attività di paroliere.Ha vinto l’undicesima edizione del Premio Letterario Angelo Musco con il suo quarto libro, La duchessa di Leyra (2018). Ha pubblicato anche Fabito di Sicilia (2013), Il diario di Claudio (2015) e Colosimo’s Café (2016). Attualmente vive a Roma, dove è direttore artistico presso la società  cinematografica Blue CinemaTv.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Il viaggio. Vita e avventure di Giovanni Verga
Autore: Roberto Disma
Genere: Narrativa
Editore: Graphofeel
Lunghezza: 322 pagine
Prezzo: 21 euro
Per acquistarlo: clicca qui

Sulle note di “Suite Rock”

Nel periodo buio degli anni di Piombo, in un clima magmatico alimentato da dissesti politici, sociali e culturali, si fa largo pian piano un desiderio di “ribellione” che sfocerà, tra le tante cose, in un fermento sonoro sperimentale e unico. I giovani italiani sono affascinati da quello che sta accadendo nel mondo, specialmente in Gran Bretagna, pertanto cercano di riproporlo anche nel loro paese, scatenando così uno “scambio” di grandissimo livello e senza precedenti: sono gli anni del rock progressive, e quindi di una trasformazione musicale incredibile che, seppure nella sua breve durata, è stata in grado di generare pietre miliari illustri che perdurano tutt’oggi.

Il Prog ha assunto un ruolo immortale, ma il suo momento d’oro si può riassumere in un minuscolo spazio temporale, un lustro, quello di inizio anni ’70. Fortunatamente il movimento non si è mai arrestato, l’interesse è riemerso in tempi recenti ed esiste una nuova generazione di musicisti e appassionati che prosegue il percorso. Partendo dagli albori del rock e da un anno preciso – il 1969 – abbiamo ripercorso la storia, occupandoci di aspetti sociali, di eventi particolari, di costume, dando suggerimenti a chi vuole spingersi nell’esercizio della critica musicale, ricordando il rito del vinile, evidenziando il collegamento tra “sostanze” e musica. L’obiettivo era quello di rivolgerci ai giovani, dando loro i mezzi per potersi avvicinare al genere per poi provare successivamente ad approfondire in modo autonomo.

Per chi ha conosciuto il prog, Suite Rock. Il prog tra passato e futuro (Graphofeel, 2020) ha le stesse intenzioni di un album con le foto di famiglia, carico di suggestioni e vissuti. Chi invece ne ignorava l’esistenza, potrebbe trovarlo un buon punto di partenza per farsi conquistare da un genere tutt’altro che morto o dimenticato. In un momento come quello di adesso dove sta riprendendo piede il “mercato della nostalgia”, fatto di dischi in vinile o altri oggetti vintage, questo saggio – scritto a quattro mani da Athos Enrile e Oliverio Lacagnina, con l’ausilio di molteplici voci – è un viaggio generazionale verso ciò che è stato e non smette affatto di essere.

Chi si appresta a leggere Suite Rock – e speriamo siano tanti, soprattutto le giovani generazioni – troverà molte testimonianze di esperti, giornalisti, musicisti, tecnici di studio e quant’altro; una scelta condivisa con Athos nella speranza di offrire un panorama più vasto possibile per un genere che abbraccia i più disparati processi creativi, tecnologie e strumentazioni innovative per l’epoca e che, soprattutto qui in Italia, ha avuto anche risvolti politico/sociali.

Riprendendo la premessa, l’intento di Suite Rock non è solamente quello di guardare con lo specchietto retrovisore le origini musicali e sociali del rock progressivo, ma anche di proiettarlo verso il futuro, ossia di raccontarlo a chi, per sfortuna o per età, non conosce gli elementi che l’hanno reso così grande e memorabile. Alla base del prog c’è una forte libertà espressiva e un uso originale della dimensione musicale, ecco perché chi decide di approcciarsi a questo genere deve porsi come obiettivo quello di stupire e deragliare dai binari delle regole conosciute. Lo sa bene anche Luciano Boero, storico componente de La Locanda delle Fate, che ha anticipato il cuore del saggio con una premessa carica di ricordi personali ed esperienze che non tutti possono vantare di aver vissuto: il consiglio principale, scrive, è quello di partire dai “grandi” per poi avvicinarsi alla nicchia, come se l’orecchio necessitasse di abituarsi a un suono tanto nuovo quanto particolare.

[…] Eravamo liberi di esprimerci, trascurando la durata dei brani e le rigide sequenze tra strofa e ritornello, lasciandoci andare a tempi a volte composti, a testi che non più obbligatoriamente dovevano articolarsi su metriche stereotipate, con tanto di finale di verso in rima o assonanza.

Dopo una prima parte dedicata prevalentemente alla creazione di una playlist che viaggia nel continente europeo fino a raggiungere, nel dettaglio, pure l’Italia, il lettore è trascinato in un vero e proprio vortice di elementi e aneddoti destinati a diventare memorabili. Scandagliato più a fondo, il saggio rivela anche i retroscena del genere attraverso copertine, “attrezzi del mestiere”, vecchi e nuovi mezzi tecnologici e tante altre curiosità. Proprio come un backstage dove non esiste nessun pass “limitativo” e tutti possono entrare, sia per rimanerne ulteriormente affascinati sia per consolidare le proprie conoscenze. Ne sono un esempio le pagine dedicate al ruolo delle case discografiche, ai mezzi di distribuzione (come i negozi di dischi o le radio), ma anche ai concerti e al mondo di oggi, in cui il prog ha assunto ormai uno stato di riconosciuta immortalità («Il prog non è morto, non è musica per trogloditi […]»

Se anche voi, come me, avete un padre che ha consumato la puntina del giradischi a suon di Genesis e Banco del Mutuo Soccorso – due band citate nel libro, insieme a molte altre -, la lettura si trasformerà in una suggestiva connessione amarcord con ciò che avreste voluto sapere e che, ora, è arrivato il momento di scoprire (anche grazie a un curioso “esercizio per tutti” che tocca le corde dell’inaspettato). Per quanto distante dalla realtà contemporanea, la conclusione è solo una: il prog non è (riduttivamente) solo un genere, ma un sentimento che “raccoglie” – come da titolo – una storia impossibile da mettere da parte.

Vuoi leggere Suite Rock? Clicca qui

Dodici racconti “Sotto la cenere”

Ugo Mancini – docente di Storia e Filosofia, oltreché studioso appassionato del periodo fascista – ha pubblicato per Infinito Edizioni Sotto la cenere, una raccolta di racconti che ripercorre quella che è stata l’esperienza del Ventennio e, di conseguenza, degli anni difficili della Seconda guerra mondiale. Non è mai facile tradurre in trama un libro composto da soli racconti, tantomeno stabilire il filo conduttore comune a tutti quanti. Eppure, il punto d’incontro di questi brevi testi è anche ciò che li descrive nella loro totalità: si tratta di una storia latente, quella che passa attraverso le persone e i loro sentimenti, e quindi per un mondo personale che ci è dato soltanto immaginare perché non riportato sui libri di storia che siamo stati abituati a consultare.

I nomi sono nomi reali. I fatti sono realmente accaduti. Ciò che è di fantasia, ma relativamente, è l’universo interiore dei personaggi. Uomini e donne che per un ventennio si sono visti negare la dignità di essere persone; subordinati a indefinibili e fumosi interessi superiori per i quali hanno pagato spesso un costo esorbitante; ammaliati, a volte, da prospettive mirabolanti, solo per il bisogno di sfuggire alla miseria morale e materiale determinata dalla guerra e alimentata da un’ideologia fondata sull’odio e sulla sopraffazione dell’”altro”.

Paolo Cognetti ha definito i racconti come «una finestra sulla casa di qualcun altro». Sotto la cenere, reinterpretando tale definizione, rappresenta una sorta di doppio sguardo al periodo del Fascismo: il primo attraverso uno specchietto retrovisore che ci trasporta nel passato, il secondo con una lente di ingrandimento puntata a valorizzare l’essenza – altrimenti dimenticata – delle persone che hanno vissuto quegli anni. Romanzare i fatti della storia – per loro natura veri e insindacabili – e mescolarli con l’immaginazione ha anche il merito di dare risalto a quelle voci non solo declassate come “ultime”, ma addirittura ignorate. Il risultato che ne consegue sono dodici racconti, solo in apparenza diversi l’uno dall’altro, in cui i personaggi danno vita a un universo interiore composto da solidi fatti storici (come il delitto Matteotti, le lotte antifasciste e le restrizioni politico-sociali) e da una prospettiva più sentimentale che smette di marginalizzare e tende piuttosto a includere.

Quello che si dimentica spesso, inoltre, è che la storia è storia di persone, più che di fatti, di bandiere o di simboli. Se è storia di governi o di tiranni, apparentemente può svolgersi inseguendo o chiudendosi nella cristallizzazione di atti formali, ma, nella sostanza, continua a essere storia di persone, di una molteplicità di singoli individui che hanno pagato o che sono stati premiati dalle scelte di quei governi o di quei tiranni, una storia che spesso più di qualcuno tende a omettere o a considerare in parte, non di rado per convenienza.

L’idea che questo testo ha della storia è sia un punto di forza che un monito: non ridotta a uno scorrere meramente rettilineo, in cui gli eventi rappresentano picchi e abissi del percorso cronologico, bensì immaginata attraverso un percorso circolare, dove ogni aspetto o errore – soprattutto se non attenzionato – è destinato a ripresentarsi. D’altronde, anche il titolo è un’esplicazione in questo verso: Sotto la cenere non come un fuoco che si è definitivamente spento, ma come una brace che ancora continua ad ardere e sta aspettando il momento giusto per ritornare a bruciare. E ancora: la questione dell’oblio. Testi come 1984 o Fahrenheit 451 ci hanno egregiamente rappresentato le conseguenze di un mondo in cui falsificazione e distruzione sono all’ordine del giorno. Ma, in fondo, cosa sarebbe un paese senza la sua storia, anche quella più cupa? Il testo di Ugo Mancini è un’immersione, costante e graduale, in un passato che si riaffaccia continuamente al presente, e che sceglie la strada emozionale per indagare un vissuto composto da voci e soggetti che non vogliono (e non devono) essere dimenticati. Ma Sotto la cenere si trova anche una Storia vera che racconta la quotidianità: quella vissuta all’ombra del nemico fascista – e che all’occorrenza si trasforma in qualsiasi altro totalitarismo -, quella che passa attraverso una forma di tenace di Resistenza, e quella che trova che forma e sostanza in questi dodici, significativi, racconti.

Vuoi leggere Sotto la cenere? Clicca qui

“La ragazza che levita”: Alice nel Paese degli Orrori

John Polidori, Mary Shelley, Bram Stoker, Horace Walpole, Ann Radcliffe. Quando si pensa al romanzo gotico, i primi nomi a cui si fa riferimento per inquadrarlo dal punto di vista letterario sono soprattutto questi. Il passaggio successivo è sicuramente quello di identificarlo anche attraverso le sue caratteristiche generali: atmosfere cupe, edifici diroccati, sotterranei tenebrosi, come pure qualsiasi altro elemento che possa suscitare nel lettore un senso di sublime e perturbante. Nell’immaginario comune, la classica trama della gothic fiction vede un castello, un’ambientazione medievale che riprende quello che è stato – per eccellenza – il secolo oscuro e buio lontano dalla modernità illuminata, e un tiranno che dovrebbe personificare il terrore. Così accadeva tra il 1700 e il 1800, ossia nel periodo di massima fioritura del genere che poi ha continuato a esistere – e resistere -, tra revival ed evoluzioni successive (Robert Louis Stevenson, Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, solo per fare qualche nome), sino ai giorni nostri.

Barbara Comyns (1907-1992) raccoglie letteralmente tutti questi elementi e prova a conferirgli una nuova accezione. Per coloro che si staranno chiedendo chi sia questa autrice, la risposta va cercata nella sua opera più famosa (e straordinariamente pubblicata, per la prima volta in Italia, da Safarà Editore con la traduzione di Cristina Pascotto), La ragazza che levita. Della Comyns si sa relativamente poco, se non che ha vissuto un’esistenza burrascosa costantemente in bilico tra eclettismo e  riconoscimenti molto tardivi. Tuttavia, le sue abilità scrittorie affiorano molto presto: inizia a scrivere e a illustrare storie già all’età di dieci anni, ma paradossalmente le prime pubblicazioni arrivano solamente dopo il secondo matrimonio e quando è ormai quarantenne. 

The Vet’s Daughter (questo il titolo originale dell’opera) è una storia immaginaria che racconta le vicende di Alice Rowlands, una ragazza che vive in una zona povera – quasi malfamata – di Londra insieme al padre-padrone, sempre troppo impegnato per via del suo lavoro come “veterinario”, e alla sua fragile madre. Già solamente leggendo le prime pagine del romanzo, il lettore viene avvolto da un ambiente casalingo così cupo da scatenare un senso di profondo disagio: la mobilia scura e consunta, l’odore pungente del cavolo bollito, il rumore inquietante degli animali tutt’altro che curati. Le gioie familiari vengono abbandonate lasciando spazio alla pesantezza, mentre l’esistenza è più uno scorrere passivo anziché qualcosa da vivere attivamente giorno per giorno. Lo stesso accade con la città («Scesi a Fulham Road. Più mi allontanavo e più intensa si faceva la bellezza»). La differenza descrittiva tra centro e periferia – Nord e Sud, in questo caso – è così evidente che la percezione è quella di trovarsi in due mondi completamente diversi: il primo colorato e vitale, il secondo plumbeo e scialbo.

La giornata era quasi giunta al termine ed era stata come la maggior parte dei giorni che riuscivo a ricordare: tutti adombrati da mio padre e tutto un pulire gabbie di gatti e puzzo di cavolo, a fuggire le flatulenze e il profumo di mio padre. Cerano dei momenti di pace, e a volte il sole splendeva, là fuori. Così trascorrevano i giorni. Il mattino scendevo le scale di colore marrone scuro e trovavo mia madre che si muoveva frenetica, attenta a mantenersi sempre vicina ai muri. I suoi capelli spenti spuntavano fuori da una malconcia coda di cavallo, che assomigliava in realtà alla coda di un asino.

La ragazza che levita non è solo un romanzo gotico molto suggestivo, ma anche una favola macabra in cui tornano a galla – o si sollevano da terra, per stare in tema – un gran numero di concetti rilevanti. Prima di ogni altro, la questione femminile. Conoscere la protagonista è un po’ come approcciarsi alle donne del tempo e, di conseguenza, alla società a cui appartenevano: marginalizzate, ridotte all’effimero, sottovalutate, e (quasi) mai considerate nel loro potenziale. Così accadeva anche in famiglia: Alice – come prima era capitato alla madre – è costretta a subire le angherie del padre e della sua insopportabile matrigna, come pure a vedersi annullata qualsiasi forma di libertà (perfino quella basilare di vivere la sua giovane età come vorrebbe). Quella casa, oltre a trattenere un gran numero di ricordi dolorosi, prefigura per la ragazza l’incapacità di difendersi dal terrore e dalla violenza psicologica che costantemente la minacciano. Sono proprio la confusione e i sentimenti negativi a manifestare in lei – come una sorta di meccanismo di difesa – i suoi poteri occulti.

Talvolta la vita che conducevo mi sembrava talmente inutile e triste che immaginavo di vivere in un altro mondo. Allora tutti i tetri utensili marroni della cucina si trasformavano in grandiosi fiori esotici e mi ritrovavo in una sorta di giungla e, quando il pappagallo chiamava dalla sua prigione-gabinetto, non era più il pappagallo, ma un grande pavone bianco che gridava forte. E io vedevo enormi foglie, quasi nere, contro il cielo ardente, e i raggi del sole che vi brillavano attraverso erano simili a spade d’oro; e io potevo allungare le mani e sentirne il calore. Allora il profumo dei fiori, che assomigliava molto a quello delle peonie, arrivava alle mie narici, insieme a uno strano odore di terra umida.

Alice è una ragazza ingenua che cerca di guardare la vita sempre dal lato positivo: vorrebbe realizzare i suoi sogni, vivere la spensieratezza dei suoi anni, trovare un grande amore che le faccia mancare il respiro. A un certo punto sembra anche riuscirci: la sua nuova vita la conduce nell’Hampshire, ma i problemi, insieme a un baule pieno di vestiti nuovi, viaggiano insieme a lei. La realtà è un’altra, non è perfetta come la sua immaginazione, e la ributta a terra facendole incassare un brutto colpo. Alice ha un modo (troppo) innocente per rapportarsi con il mondo e con le persone, sembra non voglia credere che esista la cattiveria. Eppure, è proprio quest’ultima che la fa continuamente inciampare in persone che la sfruttano per ciò che sa fare (soprattutto dopo aver palesato il suo “dono”) anziché adorarla per chi è. Il suo ritorno nella casa di famiglia è, per il padre, l’ennesima occasione per denigrarla e farla sentire un’esclusa: chi mai riuscirebbe a sentirsi etichettare come uno sciagurato incidente senza prima o poi cedere?

«Ci sono cose che dobbiamo dirci, e io le dirò adesso. La cosa più importante è che tu domani lascerai questa casa. Spero di non vederti mai più. Questo giovane Peebles sembra averti presa e, perdio, può tenerti! Non sei mai stata mia figlia. Lo sai che non sei stata capace di camminare prima di compiere due anni? Mi dava il voltastomaco vederti battere le mani sul tuo sedere invece di camminare come un bambino perbene. Guardati adesso, pallida e malaticcia come un pezzo di stoffa sbiadito, senza un filo di carne attorno all’osso. Ma nonostante tu sia una creatura miserevole e in nessun modo posso dirti mia figlia, ti ho mai lesinato nulla? Dimmelo!»

Lo scenario immaginato dalla Comyns è sì lugubre, ma anche inesorabilmente pessimistico, senza una via d’uscita se non quella che Alice riesce a realizzare ogni volta che si solleva in aria, quando si mette in una “bolla” e si distacca – anche solo momentaneamente – dalle persone che le arrecano sofferenza. L’idea de La ragazza che levita è stata elaborata dall’autrice mentre era in luna di miele con il marito, in circostanze felici e decisamente agli antipodi rispetto a quelle raccontate nella storia; quando «il gotico suburbano incontra il realismo magico» – questo uno dei commenti dei critici al testo – il risultato è una lettura trascinante in grado di lasciare un unico e grande desiderio una volta conquistata l’ultima pagina: creare un varco che consenta ad Alice di fuggire da un mondo cattivo per raggiungere il “paese delle meraviglie” in cui tanto meriterebbe di abitare.

Voto: 5/5

Parole chiave

Favola nera: La ragazza che levita è un gotico familiare – molto diverso da quelli che si è abituati a leggere, perché molto più moderno e attuale – in cui si spera nel lieto fine. Molti lo hanno definito come un incrocio tra un testo di Flannery O’ Connor e Stephen King. 
Sogno: il “mondo” in cui Alice si rifugia per difendersi dalle ingiustizie che vive sulla propria pelle, lo stesso che però le fa scoprire di avere un potere straordinario e – purtroppo – scomodo. La sua levitazione la trasforma sciaguratamente in un freak (un fenomeno da baraccone) che può portare guadagno e popolarità.
Alice: come la protagonista dell’opera di Carroll. La Comyns, però, la distingue da quest’ultima creando un personaggio in negativo, non più in viaggio nel “Paese delle Meraviglie”, ma in una realtà fatta di disumanità e cattiveria.
Età Eduardiana: la scelta di ambientare il romanzo in questo periodo non è affatto casuale, piuttosto una mossa consapevole che, da un lato, vuole smascherare un’epoca fatta di soprusi, mentre dall’altra tenta di riproporre le ingiustizie che l’autrice ha vissuto personalmente su se stessa. 
Violenza: sia psicologica che fisica. È uno dei temi che compare più frequentemente nel testo.

Per saperne di più

Titolo: La ragazza che levita
Autore: Barbara Comyns
Editore: Safarà Editore
Lunghezza: 149 pagine
Prezzo: 16 euro
Trama: Cresciuta nel sud di una Londra d’età edoardiana, Alice Rowlands desidera romanticismo e avventura, e la liberazione da una vita triste, restrittiva e solitaria. Suo padre, un sinistro veterinario, è brutale e sprezzante; la sua nuova ragazza sfacciata e lasciva; i pochi amici bizzarri e sfuggenti. Alice cerca rifugio nei ricordi di una madre perduta e nelle fantasie di un indistinto desiderio d’amore, e nella fioritura di ciò che lei percepisce come un potere occulto da nascondere a tutti i costi. Una serie di inesplicabili eventi la porterà a un epilogo di terribile trionfo, durante il quale sarà chiamata a svelare suo malgrado il suo eccezionale potere segreto.
Per acquistarlo: clicca qui

“Disturbi di luminosità”: storia di “una qualunque chiunque”

Tempo fa ho visitato una mostra con un percorso tematico incentrato sulla follia. All’interno di questa esposizione – oltre a dipinti, sculture e oggetti di vario genere – si trovava una stanza completamente buia che, improvvisamente, veniva illuminata dai volti di decine di malati psichiatrici che abbagliavano letteralmente il visitatore con le loro espressioni stranite e fuori luogo. Le stesse sensazioni provate in quella sala, nella luce abbagliante, sono riemerse proprio durante la lettura di Disturbi di luminosità (Gaffi Editore, 2018): stranezza e disagio, dalla prima all’ultima pagina. Mai avrei pensato che, a distanza di tempo, quell’esperienza potesse servirmi per immergermi meglio all’interno di questo libro che, della follia e di ciò che le orbita intorno, ha molto da raccontare. Come primo punto mi preme di dire una cosa: leggere Disturbi di luminosità non è stato semplice. L’autrice Ilaria Palomba sembra dare libero sfogo alla casualità: di parole, di ricordi, di voci. Eppure, all’interno di questo caos, tutto pare avere comunque una logica. Del resto, anche la pazzia ha le sue regole.

I corridoi si allungano. I led sfavillano. Si accendono e spengono. Le porte si aprono e chiudono. Un miliardo di palline rosse si dividono in due e ancora in due e ancora e ancora e ancora.

Il romanzo è come un grande interruttore che si accende e si spegne sopra una storia complicata, quella di una ragazza (senza nome e senza identità) che ha subito una violenza carnale e del suo disturbo borderline che non le pone un freno. Come bene fa intendere il titolo, la luminosità è un concetto chiave che veste come un abito su misura tutto il percorso del lettore: che sia per mezzo di flash(back), di abbagli improvvisi o di chiarori persistenti, non c’è un momento in cui la luce – e anche il suo opposto – non compare come sintomo di una follia in grado di scavare nel profondo della psiche umana. Probabilmente, questo è l’aspetto più significativo di tutto il romanzo, e la dicotomia che lo accompagna non fa altro che rinforzarne il messaggio. Solitamente la pazzia è ricondotta all’allucinazione, una condizione di disagio mentale che ha nella radice la particella “lux”, ma tutti – compresa la letteratura – ci insegnano che a intimorire di più sono soprattutto il buio e l’oscurità. Eppure, qui, è proprio la luce a spaventare: non tanto per la sua intensità accecante, ma per la sua capacità di mettere “in chiaro” pezzi di vita destinati altrimenti a rimanere nell’ombra.

Li conosci, i mostri? Ecco, vieni, te li presento: i loro nomi sono Insonnia, Avidità e Paranoia. I mostri, amico mio, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. Stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant.

La follia è vista come uno spettacolo teatrale in cui a entrare in scena sono dei mostri: si mescola alla finzione, ma anche alle presenze fantasmali e alla morte, ponendo questa storia sul piano del racconto del terrore capace di risvegliare delle strane e terribili creature interiori («Quando entro in una cattedrale gotica sento di entrare in un corpo. Le crepe si spalancano alla luce. Le vetrate innondano la pelle. Sento la possibilità del perdono. Ho voglia di inginocchiarmi e fare ammenda. Ma lei mi trascina via.»). Il lettore, con Disturbi di luminosità, diventa letteralmente “spettatore” di una seduta psicoanalitica in cui la paziente è accompagnata nel suo viaggio a ritroso nei ricordi da quello che nel testo viene chiamato l’Oracolo. Ciò che dovrebbe aiutare a fare ordine, però, paradossalmente crea ancora più confusione: la scrittura riproduce questo stato d’animo, ricreando in un certo senso la destabilità tipica di un insufficiente mentale (così come viene scritto nel romanzo).

I tagli, gli abusi di sostanze, le relazioni tormentate, i tentativi di suicidio, dipendono da quella cosa successa a dodici anni. Non è tanto il fatto che ti abbia presa con la forza, quanto l’abbandono. Il giorno dopo faceva lo stesso con un’altra, dice l’Oracolo.

L’obiettivo di questo testo sembra anche quello di scardinare ogni categoria e ordine prestabilito, proprio come racconta l’immagine raffigurata in copertina: la gabbia aperta non sta solo a indicare le restrizioni che vengono abolite, ma anche il fiume di parole che annega il lettore una volta che quest’ultimo entra in contatto con il flusso di coscienza della protagonista. La prigionia mentale si lascia andare a un grande monologo pieno di ricordi, violenze ed episodi oltre al limite; mentre il cigolio insistente delle altalene che si sente di continuo è solo l’inizio di un viaggio verso l’inferno delle esperienze vissute dalla ragazza. Ad ascoltarla però c’è un fedele psichiatra, ma anche noi. 

Li dimensioni si smembravano in un frantumo di specchi. Ogni cosa era me e io ero in tutto. Uno squarcio di muro era una stanza. Ogni stanza era un lacerto di me. E gli altri, ricordavano una Morte sconosciuta. Ogni Morte la mia morte. La sua morte. La nostra. Non finiva mai questo morire e non morire mai. Forse era questo la giovinezza, un finire infinitamente. Mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre, dimenticare il tempo, i prometeici studi, i volti famigliari. Perdermi agognavo, tra le fauci del sottomondo.

Disturbi di luminosità è un grande serbatoio di rimandi: Joyce, McGrath, Pasolini, Dostoevskij, Orwell e Bauman sono solo alcuni dei riferimenti intertestuali che costellano il romanzo e lo rendono unico nel suo genere. Come singolari sono anche le citazioni che aprono la storia, tematicamente collegate tra loro ed esplicative non solo per concepire, ancora una volta, quel rapporto fondante tra luce/buio, ma anche la genealogia di un disagio mentale che coinvolge, come in un rapporto simbiotico, l’intera esistenza.

Dissipa tu la montagna che m’impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può

dissipare che già non si sia sfiaccato. Dissipa
tu se tu vuoi questa mia debole vita che
s’incanta ad ogni passaggio di debole
bellezza; dissipa tu se tu vuoi questo mio
incantarsi, – dissipa tu se tu vuoi la mia
eterna ricerca del bello e del buono e dei
parassiti.
[Amelia Rosselli, La libellula]

Una coscienza antica abita dentro una
buia sala da banchetti accanto al soffitto
di una mente il cui pavimento si muove
in diecimila scarafaggi quando entra
un raggio di sole.
[Sarah Kane, Psicosi delle 4 e 48]

Da una parte Amelia Rosselli, che con la sua “libellula” esprime tutte le fragilità di una persona depressa (anche attraverso la ripetizione di quel Dissipa tu che ritorna ritmicamente come il battito d’ali dell’insetto); dall’altra Sarah Kane, i cui versi privi di speranza suonano quasi come un testamento pre-mortem: le parole di entrambe sono depositarie di un seme di follia che sembra crescere a dismisura e prendere ancora più forza non appena si entra nel vortice onirico delle storie narrate all’interno del diario-romanzo. Nonostante tutto esiste la bellezza, viene scritto, però anche quella ha un prezzo: diventare una qualunque chiunque e perdere così lo status di unicità che dava la malattia. Ma questo è abbastanza per essere salvati?

Voto: 4/5

Parole chiave

Capitolo “zero”: inizio sui generis, quasi come se la “terapia” dell’Oracolo fosse una tabula rasa da cui ripartire da capo.
Pomeriggio al cinema di Anna Corsini: racconto presente alla fine di Disturbi di luminosità e probabilmente omaggio a Franco Basaglia, celebre psichiatra che ha dato un nuovo volto ai trattamenti delle malattie mentali e alla concezione dei pazienti stessi: non più considerati alla stregua di cavie a cui sottoporre cure debilitanti e invasive (come l’elettroshock), ma esseri umani.
Lui, Lei, Narciso: i personaggi che, insieme all’Oracolo, abitano il romanzo e accompagnano la ragazza nel suo viaggio di ricordi luminosi e non. “Lui” rappresenta la salvezza, la redenzione; “Lei” è l’alter ego crudele; mentre “Narciso” dovrebbe manifestare quella superficialità che non fa rendere conto di cosa si ha tra le mani.
Dostoevskij: tra tutti i riferimenti intertestuali, quello che più mi è piaciuto è stato il collegamento al sottomondo-sottosuolo dostoevskijano, un luogo buio e profondo proprio come la psiche umana.
Non luogo: l’ambientazione di questo romanzo è ovunque ma anche da nessuna parte. La libertà che offre un viaggio e la possibilità di vedere diverse città, in questo caso, si scontra con i limiti di una mente che relega l’individuo entro i confini del suo disagio (anche in questo caso c’è un’altra significativa citazione, quella a George Orwell: «La libertà è schiavitù»).

Per saperne di più

Titolo: Disturbi di luminosità
Autore: Ilaria Palomba
Editore: Gaffi Editore
Lunghezza: 130 pagine
Prezzo: 15 euro
Trama: “Disturbi di luminosità” è un’autofiction scritta con la tecnica del flusso di coscienza, ogni cosa si svolge nella mente di una donna che non ha nome. La protagonista soffre di un disturbo borderline di personalità scaturito da uno stupro. È spesso accompagnata da Lui, un personaggio amato e tanto odiato, proprio quanto tutto ciò la circonda; L’Oracolo, un terapeuta mistico che la segue durante il suo vaneggiare nell’incubo tra vita e morte; e Lei, una doppelgänger malefica, una sua doppia e simile; per poi arrivare a Narciso, un narcisista manipolatore, anch’esso vacillante tra amore e odio. La narrazione avviene tra una città e l’altra: Roma, Dublino, Parigi, Berlino, Bari, in un susseguirsi di fughe. Fughe dai luoghi ma anche da sé stessa, rapita in un baratro di eterni ritorni e incurabili voragini. Ma le ferite sono anche feritoie. La scrittura stessa presenta tale ambivalenza, un fiume che muta forma tra le mani – si piega – mi piega. Un fiume che straripa dagli argini per ritornare alla siccità, all’aridità di un cuore assediato da ripetute violenze e abbandoni. La tortura, la droga, i rapporti promiscui, l’autolesionismo, i tentativi di suicidio sono solo un grido che lamenta l’assenza d’amore, di certezze, di futuro, in un sociale che implode. Le ragioni sono scritte nell’ultima pagina e nessuno può conoscere la fine se non legge il libro per intero, dice L’Oracolo. Con un racconto di Anna Corsini.
Per acquistarlo: clicca qui