Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini è nato a Bologna il 5 marzo del 1922 ed era figlio di un ufficiale di cui ha seguito, nell’infanzia, gli spostamenti in diverse città; con la madre invece trascorreva le estati nel paese natale, Casarsa in Friuli, dove si è rifugiato anche durante la guerra e tutt’oggi è sepolto. Lì ha cominciato a scrivere le sue prime poesie in friulano, raccolte poi in La meglio gioventù (1954). Laureatosi in Lettere a Bologna, ha cominciato a insegnare nelle scuole medie, ma nel 1949 fu allontanato dall’insegnamento in seguito a un processo per corruzione di minorenni che gli costò anche l’espulsione dal PCI. Successivamente ha deciso di trasferirsi in maniera stabile a Roma, dove poi ha vissuto anche con l’adorata mamma. Con quest’ultima ha sempre avuto un legame molto profondo, dimostrato anche dalla poesia a lei dedicata, Supplica a mia madre, scritta nel 1962 e inserita nella prima edizione del libro Poesia in forma di rosa pubblicato nel 1964. 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Dal contatto con i sottoproletari delle borgate romane sono nati i romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), che da una parte gli hanno dato una grande fama e dall’altra hanno suscitato nell’opinione pubblica anche un certo sdegno: per il primo dei due è stato processato per oscenità e poi assolto (e così è stato per altre 32 volte). In questi due testi, Pasolini ha messo in scena alcuni giovani che vivono ai margini della società, dipingendo – anche attraverso l’adozione massiccia del romanesco e del gergo della “malavita” – le loro condizioni di estrema miseria in un ambiente quasi degradato e in contrasto con la metropoli («Tra due o tre catapecchie, sotto un grattacielo»). I “Ragazzi di vita” da lui raccontati non conoscono tradizioni e valori, ma sono totalmente amorali e imbruttiti dal contesto in cui sono inseriti. Ciononostante, rappresentano ai suoi occhi qualcosa di positivo: un fascino che passa attraverso la vitalità vissuta all’interno di realtà squallide, la spensieratezza nella precarietà, la spavalderia dei gesti e dei discorsi. Il tratto distintivo delle due opere è senz’altro l’incontro di due lingue; un espediente che da una parte riflette la “contraddizione” dell’autore (che non nasconde una sorta di legame con il mondo che sta cercando di raffigurare) e dall’altra manifesta una distanza culturale incolmabile, portata avanti nel testo attraverso l’alternanza tra il modo di esprimersi dei personaggi e il suo scrivere colto e letterario. Diversamente da quanto si possa pensare, manca comunque una totale immersione con quei protagonisti, rappresentati quasi sempre dall’esterno: registrati attraverso tratti fisici e atteggiamenti, ma ignorati nella loro interiorità.

Era una parola trovare un posto da quelle parti. Lo lasciarono nel cesso d’un baratto vicino a Ponte Garibaldi, imboccando alla menefrego, e pensando dentro di sé, mentre passavano davanti il banco sotto lo sguardo dei baristi: «Si o’ ritroviamo bbene, sinnò ècchelo llì.» [Da Ragazzi di vita

Intanto, Pasolini ha proseguito anche l’attività poetica (scaturita in Le ceneri di Gramsci, 1957; La religione del mio tempo, 1961; Poesia in forma di rosa, 1964) e la stesura di importanti saggi letterari, raccolti in Passione e ideologia (1961). Il contesto in cui si inserisce la sua poesia è quella del dopoguerra, un periodo in cui la necessità primaria era quella di compromettere i versi con la realtà concreta delle esperienze quotidiane e del dibattito politico. Il rifiuto dell’eredità “ermetica” voleva dire per lui abbandonare un clima quasi rarefatto; piuttosto, si lascia andare in poemetti dove esprime discorsivamente le perplessità, gli ideali e le polemiche di intellettuale impegnato. È il caso di Le ceneri di Gramsci, una raccolta di componimenti pubblicata nel 1957 che riprende la poesia omonima scritta nel 1954, poco dopo che Pasolini si era stabilito a Roma. L’occasione per la stesura dei versi è una visita al cimitero acattolico della Capitale, vicino al Testaccio, dove è sepolto il fondatore del Partito comunista Antonio Gramsci (morto nel 1937 dopo dieci anni di prigionia). Il silenzio che circonda il luogo diventa per l’autore il simbolo della situazione storica stagnante del paese, in cui il pensatore marxista è destinato a non essere compreso da una società che è troppo al di sotto del suo messaggio. La poesia di Pasolini, nutrita di idee e immersa nella realtà materiale, si scontra però con l’origine sociale borghese e l’essenza dell’uomo di cultura; la scrittura che ne risulta manifesta una passione per la “vita proletaria” – una scelta che è quasi un tradimento per lui – che però non va intesa esclusivamente come una  vicinanza alla sfera politica, piuttosto come un desiderio di spontanea istintualità. È impossibile per Pasolini scindere il discorso ideologico con il groviglio dei sentimenti (ne è dimostrazione anche il nome del saggio Passione e ideologia), da qui il tentativo di trasporre continuamente il mondo interiore attraverso immagini e riflessioni profonde.

[…] Ma nella desolante 
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante 
dei possessi borghesi, lo stato 
più assoluto. Ma come io possiedo la storia, 
essa mi possiede; ne sono illuminato: 
ma a che serve la luce?

[La possessione, in questo caso, è più un aspetto intellettuale e riguarda una coscienza storica che i proletari non hanno. Il possesso della storia è qualcosa di ideale perché, in verità, è essa a possederci e determinarci.]

Dopo aver lavorato nel cinema da sceneggiatore, Pasolini ha esordito come regista in Accattone (1961) e ben presto questa attività è diventata per lui fondamentale e prevalente: sono seguite le opere Il vangelo secondo Matteo (1964), Edipo re (1967) e la trilogia ispirata alla narrativa medievale composta da Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974).

Accattone è il racconto scabro di un borgataro che vive sfruttando una prostituta, fra bravate e bevute con gli amici, fino a quando non conosce Stella, una giovane donna di cui si innamora e per la quale prova a cambiare vita. La sua redenzione non dura molto: insofferente alla vita onesta e alla fatica dell’impiego, “Accattone” preferisce ritornare al furto e quando viene scoperto dalla polizia, muore in un incidente durante la fuga su una moto rubata. In questo film ritornano prepotentemente i personaggi, le situazioni e gli ambienti del sottoproletariato romano descritti in Ragazzi di vita e Vita violenta, portati sulla pellicola attraverso atmosfere sia realiste sia antirealistiche. 

Vi è un’angoscia “preistorica” e quindi un senso di morte, una moralità diversa da quella borghese, precristiana, anche se tutta condita di cattolicesimo superstizioso e mortuario. [Dalle parole di Pier Paolo Pasolini]

I protagonisti di Accattone sono filmati da Pasolini attraverso diversi stratagemmi: su ispirazione della pittura tardomedievale (come nei primi piani frontali); con la tragicità della musica sacra di Bach; nell’apertura con una citazione di Dante Alighieri.L’idea di fondo del film è che i sottoproletari rappresentino una cultura a sé – fatta di valori e comportamenti che passano immutabili dai padri ai figli, di “invenzioni linguistiche che ne manifestano l’esuberanza – ma minacciata dalla sempre più pressante presenza del capitalismo.

Le discussioni culturali e politiche dell’epoca non passano inosservate nella mente di Pasolini, che anzi ne rimane coinvolto lasciandosi andare a interventi appassionati, spesso provocatori, con il gusto di rovesciare i luoghi comuni dell’ideologia di sinistra; i suoi articoli sono stati raccolti in vari volumi, tra cui Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976). Da attento osservatore dei fenomeni sociali che stavano attraversando l’Italia degli anni Sessanta (quella del “miracolo economico”), scrive soprattutto dei nuovi consumi di massa, della pubblicità e della trasformazione dei costumi che stavano lentamente mutando il modo di vivere degli italiani. Le sue riflessioni potevano definirsi perlopiù una critica al «nuovo edonismo» e all’«omologazione culturale»: un modo di vivere all’insegna della frenesia consumistica che avrebbe portato all’affossamento di quelle identità popolari e contadine di cui aveva parlato diversi anni prima nelle sue opere dedicate alle borgate.

Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. [Da “Il centralismo della civiltà dei consumi”, in Scritti corsari]

Pasolini è stato trovato senza vita il 2 novembre del 1975, lungo il lido di Ostia, probabilmente – tutt’oggi aleggiano dei dubbi sullo svolgimento dei fatti – dopo un incontro con uno dei “ragazzi di vita” che stava frequentando. L’eredità che ci ha lasciato, oltre alla sua monumentale opera, riguarda qualcosa di molto più prezioso: la capacità di indagare tutti gli aspetti della natura umana, soprattutto quelli che si tendevano a nascondere, attraverso una vita vissuta in luce nonostante i vari tentativi di essere messa in ombra («Ti impediranno di splendere. E tu splendi invece»).La sua morte, violenta e brutale, ha segnato anche la fine di una produzione culturale densa e sfaccettata; una perdita incolmabile ben delineata anche nell’accorata orazione tenuta da Alberto Moravia – suo grande amico con cui ha condiviso, insieme a Elsa Morante, l’opera Un’idea dell’India – durante i funerali del 5 novembre 1975.

Poi abbiamo perduto anche il simile. Cosa intendo per simile: intendo che lui ha fatto delle cose, si è allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi. In questo era simile, cioè era un elemento prezioso di qualsiasi società. Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro. Poi abbiamo perduto anche un romanziere. Il romanziere delle borgate, il romanziere dei ragazzi di vita, della vita violenta. Un romanziere che aveva scritto due romanzi anch’essi esemplari, nei quali, accanto a un’osservazione molto realistica, c’erano delle soluzioni linguistiche, delle soluzioni, diciamo così, tra il dialetto e la lingua italiana che erano anch’esse stranamente nuove. Poi abbiamo perso un regista che tutti conoscono, no? Pasolini fu la lezione dei giapponesi, fu la lezione del cinema migliore europeo. Ha fatto poi una serie di film alcuni dei quali sono così ispirati a quel suo realismo che io chiamo romanico, cioè un realismo arcaico, un realismo gentile e al tempo stesso misterioso. Altri ispirati ai miti, il mito di Edipo per esempio. Poi ancora al grande suo mito, il mito del sottoproletariato, il quale era portatore, secondo Pasolini, e questo l’ha spiegato in tutti i suoi film e i suoi romanzi, era portatore di una umiltà che potrebbe riportare a una palingenesi del mondo. Questo mito lui l’ha illustrato anche per esempio nell’ultimo film, che si chiama Il fiore delle Mille e una notte. Lì si vede come questo schema del sottoproletariato, questo schema dell’umiltà dei poveri, Pasolini l’aveva esteso in fondo a tutto il Terzo Mondo e alla cultura del Terzo Mondo. Infine, abbiamo perduto un saggista. Vorrei dire due parole particolari su questo saggista. Ora il saggista era anche quello una nuova attività, e a cosa corrispondeva questa nuova attività? Corrispondeva al suo interesse civico e qui si viene a un altro aspetto di Pasolini. Benché fosse uno scrittore con dei fermenti decadentistici, benché fosse estremamente raffinato e manieristico, tuttavia aveva un’attenzione per i problemi sociali del suo paese, per lo sviluppo di questo paese. Un’attenzione diciamolo pure patriottica che pochi hanno avuto. Tutto questo l’Italia l’ha perduto, ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo Paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini stesso avrebbe voluto. 

[Per approfondire l’amicizia tra Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Elsa Morante vi consiglio di leggere i seguenti articoli: Pasolini, Moravia e Morante: la storia di un’amicizia tra cinema, viaggi e letteratura e L’amicizia tra Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini]

VOCI CORRELATE

La bibliografia di Pier Paolo Pasolini

Poesia in forma di rosa

Ragazzi di vita

Le ceneri di Gramsci

Scritti corsari

Günther Anders

Parlare di Günther Anders (Breslavia 1902 – Vienna 1992) senza menzionare la centralità delle sue teorie nel panorama del XX secolo sarebbe come tralasciare una fetta importante del pensiero odierno. Filosofo, scrittore, appassionato d’arte, ma prima di ogni cosa “diverso” (come lui, coscientemente, si è auto definito): con il diffondersi del Nazismo, e soprattutto per continuare a pubblicare libri, il suo editore gli consiglia di modificare il cognome ebraico Stern per evitare qualsiasi tipo di ritorsione. Ecco che Anders – che in tedesco significa, appunto, diverso – non solo diventa il simbolo della battaglia alle discriminazioni di quegli anni, ma anche un modo tangibile per distinguersi da chi voleva silenziare la sua voce.

Una delle sue fortune è stata quella di potersi approcciare a grandi personalità del panorama filosofico moderno e contemporaneo. Durante il periodo universitario ha avuto come “mentori” Martin Heidegger ed Edmund Husserl, mentre simultaneamente si è interessato a seguire seminari sulla “Critica della Ragion Pura” di Kant. Le divergenze di opinioni con Adorno gli hanno impedito di conquistare, dopo la laurea in Filosofia, la cattedra all’Università di Francoforte sul Meno, fatto che comunque non ha intaccato le sue straordinarie abilità come pensatore. Nel 1929 ha sposato Hannah Arendt, ma il loro matrimonio è durato solamente fino al 1937; la storia tra i due è stata molto travagliata, tant’è che entrambi si sono riservati il diritto di “commentarla” in maniera molto discordante: Anders l’ha definita come la prima vera storia d’amore della sua vita, la Arendt invece una relazione complicata da mandare avanti a causa del “pessimismo”, mal sopportabile, del marito.

Con la guerra alle porte e le leggi razziali sempre più pressanti, Anders trova rifugio in diversi paesi, tra cui Francia e Stati Uniti; sono questi gli anni in cui conosce la seconda moglie, la scrittrice Elisabeth Freundlich, e in cui viene consacrata la sua prolifica carriera come “indagatore” delle tematiche più rilevanti dell’epoca. Die Antiquiertheit des Menschen (L’uomo è antiquato) rimane sicuramente la sua opera più rilevante: pubblicato in due volumi, il primo nel 1956 e il secondo del 1980, questo testo riflette soprattutto sulla sempre più marcata decentralizzazione dell’uomo rispetto al mondo che lo circonda e agli accadimenti che si verificano inesorabili.

Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: “Atomo”. Poiché non devi cominciare un solo giorno nell’illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda è qualcosa che domani potrebbe essere già semplicemente “stato”; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo più “caduchi” di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. E questo sia il tuo secondo pensiero dopo il risveglio: “La possibilità dell’apocalisse è opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo.

I suoi studi sulla fenomenologia e sulla tecnica gli sono fondamentali per concepire ciò che lui chiama “vergogna prometeica”, ossia quel senso di inadeguatezza causato dalla modernità per cui a macchine sempre più prestanti e perfette corrispondano degli uomini incapaci di prevederne le conseguenze. L’apice di questo pensiero si è materializzato il 6 agosto del 1945: non solo il giorno dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima, ma anche il momento storico che ha sancito definitivamente la capacità della razza umana di potersi distruggere con le sue stesse mani («Nei cimiteri in cui riposeremo nessuno verrà a piangerci. I morti non possono piangere altri morti»).

Svariati gli scritti – la maggior parte ancora mancanti di traduzione -, come tante le tematiche affrontate, perlopiù considerate delle “ferite aperte” ancora oggi. Noi figli di Eichmann (1964) è un altro dei suoi più apprezzati successi. Wir Eichmannsöhne (questo il titolo originale) non è un semplice testo, ma un’analisi filosofica che assume come premessa uno dei momenti più disumani della storia novecentesca: la crudelissima deportazione.

Günther Anders lo ha strutturato come due lunghissime missive indirizzate a Klaus Eichmann; non un generico qualunque, ma proprio il figlio di Adolf Eichmann e pertanto l’erede di colui che è stato il principale responsabile della “soluzione finale”. La prima, scritta nel 1963 dopo la condanna a morte in Israele del padre; la seconda nel 1988, in seguito a una sua risposta mai arrivata. Ciò che più colpisce di Noi figli di Eichmann non è tanto lo “scomodo” destinatario, piuttosto i toni e le indagini che ne conseguono.

L’origine non è una colpa, come non lo è per i sei milioni di ebrei passati sotto la solerte contabilità di morte di suo padre. Nessuno è artefice della propria origine, neppure lei che non solo venne a sapere quello che lui aveva fatto, non solo delle camere a gas e dei sei milioni di morti. Già questo sarebbe stato sufficiente. No. Oltre a ciò lei dovette venire a sapere che il nuovo padre che aveva cancellato la memoria del suo primo padre altro non era che questo stesso primo padre. Insomma che quest’uomo era proprio Adolf Eichmann.

In queste pagine sono molti i ragionamenti affrontati, uno su tutti quello della responsabilità. Quando accade qualcosa di così grande e inimmaginabile, può essere responsabilità di una sola persona? Eppure, l’obiettivo di Anders non è quello di trovare in Klaus un colpevole, bensì di “scagionarlo” dalle sue origini e di allontanarlo da quelle colpe paterne che inevitabilmente sono ricadute anche su di lui. Ma c’è molto di più: è impossibile, afferma l’autore, provare alcun tipo di lutto o stima per chi si è reso artefice di un atto disumano come lo sterminio di milioni di innocenti, ecco perché introduce anche il concetto di “mostruosità”. Mostruoso non è stato soltanto l’Olocausto, ma anche chi l’ha compiuto e chi l’ha tenuto all’oscuro all’intera opinione pubblica. Ancora una volta, la tecnologia diventa un’arma a doppio taglio che si pone nel mezzo: da una parte, rappresenta un lasciapassare verso il progresso, ma dall’altra, se non sufficientemente consapevole, de-responsabilizza l’uomo slegandolo dalle conseguenze delle sue azioni. Il mondo si sta trasformando in un’enorme macchina priva di personalità, e la paura è che Auschwitz sia stata una dimostrazione di quanto ancora può accadere.

VOCI CORRELATE

La bibliografia di Günther Anders

Noi figli di Eichmann (clicca qui) 

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018) è stato un autore israeliano che ha scritto pagine importanti della letteratura mondiale: scrittore di saggi e romanzi, giornalista e docente universitario, ma anche fortemente attivo sul versante della politica e di temi “caldi” quali il conflitto israelo-palestinese. In origine Klausner, durante l’adolescenza ha poi cambiato il cognome in Oz – che in ebraico significa “forza” – non solo per manifestare il profondo conflitto con il padre, ma anche come incitamento a rialzarsi dopo il suicidio doloroso della madre. I suoi testi hanno sempre avuto la particolarità di essere una perfetta esemplificazione della vita: ha scritto di sé e simultaneamente dell’umanità intera, raccontando di Israele e del mondo come se ogni storia proposta dovesse andare ben oltre la parola scritta. Ne è un esempio Una storia di amore di tenebra, la sua celebre biografia che descrive proprio gli anni difficili della sua adolescenza e che lo ha fatto conoscere al mondo intero come autore in grado di dividersi tra luci e ombre. Impossibile non vedere nel suo Finché morte non sopraggiunga (ristampato lo scorso anno in seguito alla prima pubblicazione del 1971) una triste profezia: l’autore si è spento proprio il 28 dicembre del 2018 a Tel Aviv dopo una lunga malattia, e senza aver mai vinto il Nobel per la letteratura a cui puntualmente è stato candidato diverse volte. Eppure Amos Oz – come altri scrittori che occupano importanti scaffali nelle librerie – è la dimostrazione che non è necessario avere il prestigioso premio per essere considerato un grande. 

Ritengo che l’essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso, di solito. Vuole salvarti l’anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall’errore, dal fumo, dalla tua fede o dalla tua incredulità, vuole migliorare le tue abitudini, vuole impedirti di bere o di votare nel modo sbagliato.

Contro il fanatismo è certamente uno dei suoi scritti più significativi e politicamente impegnati. Il testo è strutturato secondo tre “capitoli” che corrispondono anche alle lezioni tenute dall’autore all’università di Tubinga, in Germania:

  • Passioni oscure
  • Come guarire un fanatico. L’oltranzista è un punto esclamativo ambulante 
  • Israele e Palestina: tra diritto e diritto

Quando Amos Oz esponeva queste riflessioni era il 2002, e poco prima l’America era stata sconvolta dagli attentati terroristici alle Torri Gemelle e al Pentagono. Che quegli eventi, direttamente o indirettamente, abbiano cambiato il mondo è cosa unanimemente riconosciuta, come anche il lascito di riflessioni che da allora si sono protratte fino ai giorni d’oggi. L’opinione pubblica si trovò, volente o nolente, a ri-apportarsi ancora una volta con quell’estremismo che era rimasto sopito nel ventre del Novecento per molto tempo. Sebbene apparentemente scisse, le parti non sono altro che differenti prospettive di uno stesso punto di vista. Lo scrittore non vuole solamente accompagnarci in un percorso ideologico in cui a essere messo sotto esame è il concetto di fanatismo, ma insiste anche sull’importanza del compromesso come soluzione al contagio fondamentalista in grado solamente di annebbiare le menti delle persone. 

Dunque, imparai ad alleviare la mia solitudine osservando la gente, immaginando, inventando, a tratti captando brandelli di conversazione per poi comporli e, come un ufficiale della Stasi, ricavare da trascurabili frammenti di informazioni una storia intrigante.

Amos Oz ha capito molto presto che sarebbe diventato scrittore, all’incirca quando ha compreso che lo scrivere era per lui un mondo in cui rifugiarsi e a cui attingere. Ma un po’ lo aveva anche nel destino: suo padre era bibliotecario, mentre sua madre dava lezioni private di storia e letteratura.

I libri, in pratica, lo hanno sempre ispirato, guidato e confortato. Gli piaceva fantasticare sulle persone, ma allo stesso tempo si confrontava anche con la realtà, per questo la sua abile penna si è distinta tra romanzo e scrittura impegnata. In Contro il fanatismo è raccontata anche la storia che l’ha condotto a riflettere sul suo paese e, inevitabilmente, a scavare nei meandri di quel conflitto israelo-palestinese che ancora non ha trovato una soluzione. Eppure Oz – che di certo non pecca di presunzione – prova a spiegare che forse, una soluzione, ci sarebbe: il compromesso. La verità è che entrambi questi popoli vivono la stessa tragedia: la necessità di avere una terra da chiamare casa. Lo scrittore non si schiera apertamente, non parla di giusto o sbagliato, né di buono o cattivo, ma spiega efficacemente al lettore quanto sia difficile accantonare l’orgoglio che allontana le persone anziché avvicinarle.

Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono i compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte.

La sua missione è una mediazione che vuol dire anche vita. Un pensiero che non deve essere concepito come una verità scomoda, piuttosto come un punto di partenza per rapportarsi civilmente all’altro. L’autore prova a sbrogliare la difficile matassa del fanatismo attraverso un ragionamento sulla genesi di questo concetto e corredando il tutto con esempi utili anche a chi non ha vera e propria familiarità con il tema. Lo stile di Oz è estremamente colloquiale, e il fatto di affrontare la questione da “esperto” gli permette di avere anche il potere di mantenersene a distanza: la sua non è indifferenza, ma un tentativo di coinvolgere interamente il lettore nel discorso e di insinuare nella sua testa un’opinione. Contro il fanatismo è un testo da applicare a diverse situazioni della vita al pari di un vestito da cucirsi addosso, ma soprattutto un vademecum sul rispetto e sulla dignità dei punti di vista.

Il fanatismo è praticamente dappertutto, e nelle sue forme più silenziose e civili è presente tutto intorno a noi, e fors’anche dentro di noi. Conosco bene quei non fumatori capaci di bruciarti vivo se osi soltanto accendere una sigaretta vicino a loro! Conosco quei vegetariani capaci di mangiarti vivo per aver ordinato una bistecca! Conosco quei pacifi­sti, alcuni miei colleghi del movimento per la pace in Israele, capaci di spararmi in testa solo perché ho auspicato una strategia lievemente diversa per il processo di pace con i palestinesi. Insomma, non voglio certo dire che chiunque levi la voce contro qualunque cosa sia un fanatico. Non voglio lasciar intendere che ogni opinione convinta sia una forma di fanatismo, certo che no. Però penso che il seme del fanatismo si annidi immancabilmente nella rettitudine inflessibile, piaga di molti secoli.

VOCI CORRELATE

La bibliografia di Amos Oz

Contro il fanatismo 

Jean Bruller alias Vercors

Jean Bruller (26 febbraio 1902 – 10 giugno 1991) ha vissuto entrambi i conflitti mondiali, ma è stato soprattutto il secondo ad aver generato in lui un senso di profonda inquietudine. Fino a poco prima dello scoppio della guerra, in Francia era conosciuto maggiormente per le sue abilità come illustratore di libri per bambini e disegnatore satirico, due attività che ha sviluppato parallelamente al suo diploma in ingegneria elettrica presso l’École Bréguet di Parigi. Come vignettista, il suo successo più grande è stato sicuramente 21 recettes de mort violente (21 ricette per una morte violenta), un’opera grafica pubblicata a sue spese (e poi ristampata) in cui l’autore mescolava abilmente autoironia e vita privata. Per l’arte ha provato sempre un grande amore, ma l’elezione di Hitler a cancelliere della Germania nel 1932 ha cominciato a suscitare in lui anche un altro tipo di sentimento. A risvegliare definitivamente la sua coscienza sociale ci hanno pensato un sempre più opprimente Nazismo e i suoi assurdi dettami che mettevano al bando chiunque si dimostrasse dissidente o non conforme.

Dapprima vicino al Comunismo – per reazione all’estrema destra che stava prendendo sempre più piede – e poi più consapevole di nessuna specifica appartenenza politica, per Jean Bruller inizia quella che si potrebbe definire una vera e propria “missione”. Se la maggior parte degli artisti decise di tacere di fronte a un nemico che stava subdolamente limitando qualsiasi forma di espressione personale, Bruller optò invece per una forma resistenza un po’ più attiva, trasformandosi così nel suo alter ego di scrittore Vercors. 

Ma per l’autore di quel primo libro in corso di stampa, ci voleva un nome diverso da ogni altro, perché neppure i familiari potessero capire chi l’aveva scritto. Vercors piacque a Jean Bruller per la sonorità impressionante e perché al momento dell’invasione tedesca, egli si era trovato ai piedi del massiccio che così si chiama. Con i compagni aveva deciso che se i tedeschi avessero trovato l’Isère, al di là del quale erano giunti, si sarebbero imboscati sul Vercors per non venir fatti prigionieri. Il nome era diventato per lui da allora simbolo di libertà.

In questa veste inedita, l’artista francese non si ritrovava più a comunicare attraverso il disegno come in passato, ma con le parole, e questa sua nuova forma espressiva rappresentò per tanti la risposta più efficace a quanto stava accadendo in quegli anni difficili. Vercors era uno scrittore di guerra atipico, piuttosto diverso da quello che si sarebbe potuto immaginare: il clima teso e restrittivo lo obbligarono ad agire nell’ombra, ma questo non fu un problema se si pensa che i migliori risultati li ottenne proprio nella sua attività segreta. Negli anni Quaranta, insieme al socio Pierre de Lescure, decise di collaborare per la rivista clandestina La penseè libre, ma il sodalizio terminò non appena la Gestapo arrivò a perquisire gli archivi e a distruggere ogni cosa. Questo gesto codardo non smorzò affatto le intenzioni di Vercors, piuttosto riuscì a rinsaldare in lui la voglia di contrastare quella macchina nazista che stava facendo sempre più danni: nel 1942, sulle ceneri del Pensiero Libero, creò Éditions de Minuit, una casa editrice specializzata in pubblicazioni di Resistenza (e che negli anni ha vantato autori come Samuel Beckett e Marguerite Duras). Tra i tanti racconti pubblicati, il successo più grande di Bruller fu Il silenzio del mare.

Nacquero allora le Édition de Minuit. L’ex disegnatore Bruller conosceva alcune persone fidate nel ramo della tipografia. Propose a Pierre de Lescure di fondare una casa editrice totalmente clandestina che diventasse organo della Resistenza. Trovò i contatti, un piccolo tipografo – Georges Oudeville – d’accordo per lavorare la notte su di una pedalino in grado di stampare otto pagine alla volta; un’amica – Yvonne Paraf – che accettò d’imparare per l’occasione il mestiere della rilegatrice, avrebbe ricevuto a casa sua otto pagine la settimana, avrebbe lavorato anche lei da sola. Il silenzio del mare, 96 pagine in tutto, avrebbe richiesto dodici settimane di movimenti notturni.

L’eco di Le silence de la mer fu così potente da risuonare in tutta Europa, che intanto aveva eletto Vercors – autore in quel momento senza identità – a simbolo di una lotta al regime dittatoriale che si sperava potesse concludersi al più presto. Quest’opera preziosa e tradotta in molte lingue è un breve testo che racconta la tenacia di una Resistenza – quella di uno zio e di sua nipote – vissuta tra le mura di casa e osteggiata attraverso le armi del silenzio (che si rivela anche essere la parola più utilizzata in questo brano). A nulla servono i modi cordiali e pacati dell’ufficiale tedesco Werner von Ebrennac che “soggiorna” presso l’abitazione della famiglia francese: il male si annida proprio nel più placido degli animi. Quello che lui cerca fin dall’inizio è una sorta di contatto, ma ciò che ottiene è solamente un muro invalicabile. Se da una parte si trova il silenzio (impassibile) dei due francesi, dall’altra si pone sicuramente il fiume di parole che straripa dalla bocca dell’ufficiale: una serie di racconti e dettagli di vita che si “sciolgono” di fronte al calore di un camino ma che, paradossalmente, rimangono ancorati a un ambiente freddo come il ghiaccio. Il mare è senz’altro la metafora di questa occupazione forzata, diviso tra superficie e profondità (proprio come scrive Gabriela Bosco nell’introduzione per Einaudi). Come in un climax ascendente, le parti che compongono il racconto manifestano anche le conseguenze che possono scaturire da una forma di protesta in cui le parole sono superflue, e l’ottava parte, con i modi dell’ufficiale che si trasformano in collerici, rappresenta proprio il punto di arrivo di questo processo. L’importanza de Il silenzio del mare non è da attribuire solamente al suo contesto storico, ma soprattutto al suo valore simbolico: così d’impatto da aver raggiunto per radio Charles De Gaulle, da essere stato paracadutato ai soldati come incitamento durante la guerra e da aver trovato spazio anche ai giorni nostri attraverso adattamenti teatrali e cinematografici.

Dal 1951, anno in cui il libro passò alla casa editrice Albin Michel, si sono susseguite traduzioni in decine di lingue. Molta fortuna ha avuto l’adattamento cinematografico del libro realizzato da Jean Pierre Melville (1947, interpreti: Nicole Stéphane, Howard Vernon nella parte dell’ufficiale, e Jean-Marie Robain). E una versione per il teatro, a cura dello stesso Vercors, venne messa in scena il 22 febbraio 1949 al Théatre Edouard VII per la regia di Jean Mercure, con buon successo di pubblico (interpreti: Christiane Barry, Pierre Blanchar nel ruolo di Werner von Ebrennac, e Constant Rémy).

Si racconta che l’idea per il racconto nacque in Bruller da un fatto accadutogli nella sua casa di famiglia a Villiers-sur-Morin, quando un ufficiale tedesco messo a presidio dell’abitazione si comportò parimenti del protagonista della sua storia. Effettivamente sono molti i fatti storici e quotidiani ad aver ispirato lo scrittore, complice probabilmente il fatto che fosse proprio lo smascheramento e la denuncia di certe ingiustizie ad alimentare il suo desiderio di “raccontare”. Un’episodio di vita è ciò che sta alla base anche de Le parole, un altro significativo racconto che Vercors ha scritto nel 1947 dopo la liberazione della Francia. 

L’ufficiale non aveva nemmeno spostato la testa. Voltava le spalle agli avvenimenti della vallata e preparava sulla tavolozza, con una sorta di vivacità controllata, un mélange di colori che dispose senza fretta interamente sull’oltremare: tonalità solida, tra il bruno e il verde, che il blu intenso faceva palpitare sulla tela come castagni durante un temporale. Il viso del pittore era un po’ corrugato, mosso da piccolissimi tic, da cui traspariva lo sforzo contenuto di una grande tensione interiore. Luc, inorridito, guardò in direzione del borgo, da dove salivano grida soffocate e dove tutto si confondeva – terrore, collera, supplica – disperazione – con altri rumori meno distinti, interrotti da colpi d’arma da fuoco, e da brevi raffiche.

Questo breve testo racconta un episodio taciuto per molto tempo e ritornato alla memoria solo diversi anni dopo, sul finire della Seconda guerra mondiale e con la riflessione sui danni – concreti e psicologici – causati da quest’ultima. In questo brano non si parla solamente della distruzione del villaggio di Oradour sur Glane ad opera dei nazisti, ma anche dell’impotenza dell’uomo che, di fronte a certi atti barbarici, si scopre incapace di porre rimedio in alcun modo. Da una parte c’è l’artista della parola Luc,  mentre dall’altra il militare nazista che si atteggia a pittore (fuori luogo). Il primo è un poeta ispirato, capace di scrivere di getto qualunque cosa, ma quando si tratta di raccontare la crudeltà che sta guardando con i suoi occhi non trova modo di esprimersi. Questo blocco non è una strana forma di indifferenza, ma un trauma così grande da celare un grido di dolore. Le parole è un titolo simbolico: rappresenta il silenzio assenso di una generazione incapace di dare risposta alla cattiveria dell’uomo, ma anche quella passività che ha portato tanti a pensare che certi fatti non si siano mai verificati veramente. Questi sentimenti riguardano anche il secondo personaggio cardine della storia: l’ufficiale tedesco. L’insensibilità che prova di fronte a ciò che stanno compiendo i suoi soldati è qualcosa di surreale: dipinge sulla tela una scena infernale alla stregua di un artista en plein air e a ogni pennellata prendono vita anche quegli orrori che non riescono a essere elaborati completamente. Osservare il dipinto significa essere un po’ “complici” silenziosi di quello che si sta verificando, e quello che accade (inesorabilmente) nella storia ne è proprio la dimostrazione.

E poi non rimase altro che un fango nero, i chiarori dell’incendio e il silenzio. I due uomini piangevano, sui gradini della chiesa, aspettando il giorno.

Vercors è morto il 10 giugno del 1991, dopo aver passato anni a descrivere le sue personali esperienze di vita attraverso brevi racconti (oltre ai già citati, si aggiungono La zattera della medusa, Animali snaturati Il comandante del Prometeo). Verso la fine della sua carriera si dedicò alla messinscena di alcuni testi teatrali di Shakespeare, ma anche alla traduzione di importanti autori inglesi come Coleridge ed Edgar Allan Poe. Si è spento nell’isolamento della sua casa parigina a Île de la Cité e circondato da alcuni quadri che lui aveva abilmente replicato da grandi artisti contemporanei. Fino alla fine non l’hanno mai abbandonato quel silenzio e quell’arte diventati simbolo di ogni sua pubblicazione.

VOCI CORRELATE

La bibliografia dell’autore

Il silenzio del mare

Dall’omonimo romanzo è stato ricavato anche un film (Le Silence de la mer), il primo di Jean-Pierre Melville e uscito nel 1947.

Emily Brontë

Autrice di un solo romanzo, Cime Tempestose, ma ricordata come la più famosa tra le sue sorelle: questa è Emily Jane Brontë, nata a Thornton il 30 luglio del 1818 da Patrick e Maria Branwell. In origine, il cognome del padre era Brunty (o Branty), ma la sua grande ammirazione per Nelson, nominato appunto duca di Brontë da Ferdinando di Borbone per il ruolo avuto durante la repressione della rivoluzione napoletana, lo portò a cambiarlo per replicare quello dell’ammiraglio. 

Emily era l’ultima di sei figli (o la quinta, secondo altre fonti): la particolarità della sua numerosa famiglia non stava solamente in un saldo legame fraterno – contribuito dalla poca differenza d’età -, ma anche nel loro essere così “letterariamente” indissolubili da risultare una cosa sola pure per i critici impegnati a costruire le loro biografie. Impossibile, perciò, parlare di uno dei fratelli Brontë senza nominare anche gli altri, soprattutto Charlotte e Anne. Emily, però, è la più sofferente e gotica tra tutti. Il dolore che trascina con sé e nella sua scrittura è causato dai dispiaceri di una vita che non le ha riservato molte soddisfazioni, se non post mortem: prima la scomparsa prematura della madre, poi lo spettro della tubercolosi – la terribile malattia che colpirà anche lei a soli trent’anni e decimerà la sua famiglia -, passando anche attraverso la dipendenza dall’alcool e dall’oppio del fratello minore Branwell.

Nonostante questo, l’educazione non è mai mancata in casa Brontë, soprattutto se consideriamo l’importanza attribuita dal padre alla cultura. Quest’ultimo, non solo iscrive i suoi ragazzi alla biblioteca “iniziandoli” anche al culto dei libri e delle riviste, ma si affida anche a capacissimi maestri laddove ce ne fosse stato il bisogno, come ad esempio nel caso del disegno e della musica. Nel 1842, insieme alla sorella Charlotte, Emily si trasferisce a Bruxelles per guadagnarsi da vivere con la professione di insegnante: lontano dalla sua cittadina, però, la ragazza resiste solo qualche mese e ben presto prova nostalgia delle brughiere che l’hanno cresciuta. I frutti della sua predisposizione non tardano ad arrivare: il suo approccio all’attività scrittoria nasce e cresce quasi per gioco, quando il padre regala a Branwell dei soldatini di legno e la sorella li trasforma in personaggi che attraversano storie tormentate e passionali. Tra le sue letture preferite ci sono Walter Scott, Wordsworth, Shakespeare, ma soprattutto i romanzi gotici. Dei riferimenti che le torneranno utili nel 1845, anno in cui comincerà la stesura del suo famosissimo Wuthering Heights. 

La libertà era il soffio delle narici di Emily; senza di essa moriva. Il cambiamento dalla sua casa a una scuola, e dalla sua vita molto silenziosa, molto reclusa, ma senza restrizioni e senza artifici, a una routine disciplinata  […] era quel che non riuscì a sopportare. La sua natura si dimostrò qui troppo forte per la sua fermezza.

Se fosse possibile descrivere Emily Brontë in poche e semplici parole, probabilmente sarebbero “spirito orgoglioso e libero”. Lo si capisce dal suo essere restia al lavoro abitudinario come insegnante/istitutrice, ma anche dal suo legame viscerale con quanto scrive e alla sua diffidenza nel farlo leggere a qualcuno: sarà proprio sua sorella Charlotte a convincerla a pubblicare le sue poesie – sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell -, come anche a spingerla ad approcciarsi alla scrittura di un romanzo.

Più felice sono quanto più lontana
porto l’anima mia dalla sua casa di creta
in una notte di vento quando la luna è chiara
e gli occhi vagano tra mondi di luce

quando io non sono e nessuno è accanto
né terra, né mare, né limpido cielo
solo spirito che vaga senza confini
nell’immenso infinito.

Lo scetticismo di Emily sembra quasi una profezia: la sua fortuna non decolla e sicuramente non vivrà abbastanza a lungo per cominciare a goderne. Ma perché Cime tempestose ha faticato così tanto a essere accettato nella società ottocentesca in cui vive la sua autrice? La risposta va trovata soprattutto nelle tematiche affrontate nel romanzo che non si accordano affatto alla moralità dell’epoca, un po’ tanto bigotta da riflettersi, in un certo senso, nel bisbetico domestico Joseph raccontato proprio tra le pagine di Wuthering Heights. La critica del tempo non si è particolarmente risparmiata nel giudicarla un’opera quasi blasfema, complici anche le presenze fantasmali, gli elementi gotici e il ruolo inconsueto affidato alla morte. La Brontë non sembra affatto spaventata da quest’ultima, piuttosto la racconta come parte integrante di un disegno molto più ampio e che prescinde la vita stessa, questo forse anche per i lutti che vive sulla sua pelle. In Cime tempestose, la perdita non è raccontata come un elemento fine a se stesso, ma come qualcosa che si scrive e riscrive continuamente in rapporto a un’esistenza intensa e tormentata: quella di Emily in primis, ma anche quella dei protagonisti che racconta nel suo testo.

Il mio amore per Linton è come il fogliame nei boschi: il tempo lo cambierà, ne sono consapevole, come l’inverno cambia gli alberi. Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.

La fredda e cupa brughiera dello Yorkshire fa da sfondo a un amore tragico e allo stesso tempo passionale, quello di Catherine e Heathcliff. L’odio e l’amore si mescolano continuamente in una trama quasi minacciosa, ma solo in apparenza: lo spettro che fa visita al (primo) narratore Mr. Lockwood durante una notte tormentata non deve affatto spaventare, ma ha tutta l’aria di essere uno spirito che cerca invano di raggiungere la sua redenzione. Il sogno e l’incubo, la vita e la morte, il paradiso e l’inferno sono solo alcune delle dicotomie che percorrono tutto il romanzo in un crescendo di sentimenti che prende respiro solo sul finale, quando sembra essere Cathy – figlia della protagonista e chiamata come lei proprio in suo onore – a coronare il sogno d’amore di cui si era mostrata incapace la madre.

Ma il signor Heathcliff è in singolare contrasto con la sua dimora e il suo stile di vita. Ha l’aspetto di uno zingaro dalla pelle scura, l’abito e i modi di un gentiluomo; di un gentiluomo, intendo, come lo sono molti signorotti di campagna. Piuttosto trasandato, forse; tuttavia la sua trasandatezza gli si addice poiché ha un portamento fiero e un bel viso; e senza dubbio scontroso: qualcuno potrebbe immaginare in lui un certo rozzo orgoglio plebeo. Ma qualcosa in me, che vibra all’unisono con lui, mi dice che non si tratta di questo; so per istinto che il suo riserbo nasce dalla ripugnanza per le eccessive effusioni del sentimento, per le reciproche testimonianze di cortesia. È un uomo capace di amare e odiare senza mostrarlo, e di giudicare un’impertinenza essere a sua volta amato o odiato.

Se Catherine rappresenta il candore e la libertà, Heathcliff simboleggia piuttosto l’orgoglio e la restrizione data dalla sua bassa estrazione sociale. Lui è l’inferno, il diavolo tentatore che si fa artefice di azioni discutibili pur di raggiungere il suo fine, la detonazione che rende distruttiva anche la sua amata Catherine. I due sono l’una l’opposto dell’altro, eppure si attraggono, si cercano, si annullano. Tutto sembra andare bene fino a quando fra di loro non si frappone la vendetta, la stessa che porterà alla morte della protagonista e, di riflesso, anche dello stesso Heathcliff. Sono una persona in due corpi, carne e spirito che si incontrano in una sola anima e allo stesso tempo si ritraggono. Questa è la storia di un amore un po’ atipico che troverà pace solamente sul finale, ma anche delle vite degli altri personaggi che crescono dalle radici dei due protagonisti. Ne sono un esempio Cathy e Hareton, che seguono il percorso inverso rispetto ai loro predecessori: passano dalla tensione alla stabilità, ma soprattutto sembrano imparare dagli errori di cui non sono colpevoli e che vivono comunque sulla loro pelle. Ma perché Catherine e Heathcliff non sono stati in grado di abbattere lo stesso muro? Semplice: sono guidati dalla pura irrazionalità, quella di un amore confuso e forte che non ha bisogno di regole, solo di gesti estremi. Emily Brontë, però, fa molto di più: prende questa irrazionalità e la ribalta totalmente creando un romanzo strutturato in maniera razionale, a partire da quei 34 capitoli occupati per metà dalle due generazioni di personaggi e a cui aggiunge un prologo e un epilogo della stessa lunghezza.

Mia sorella Emily non era persona di carattere espansivo, né una nei recessi della cui mente e animo anche coloro che le erano più vicini e più cari potessero entrare impunemente senza il suo consenso […]. Nella natura di Emily sembravano incontrarsi gli estremi del vigore e della semplicità. Sotto una cultura non sofisticata, gusti semplici e un’esteriorità senza pretese, covava un segreto potere e un fuoco che avrebbe potuto illuminare il cervello e accendere le vene di un eroe […]. La sua volontà non era molto malleabile, e in generale andava contro il suo interesse. Il suo temperamento era magnanimo, il suo spirito assolutamente inflessibile.

Riflettendo su questa nota scritta dalla sorella Charlotte Brontë, sorge spontaneo chiedersi una cosa: quanto di Emily stiamo leggendo in Wuthering Heights? Forse tanto – come il parallelismo tra Hindley Earnshaw e Branwell, rispettivamente fratelli di Catherine e Emily, che sperimentano entrambi i problemi dell’alcool – o almeno stiamo entrando in contatto con i suoi desideri più reconditi, quelli che una morte precoce (avvenuta il 19 dicembre del 1848) non le ha permesso di vivere appieno. Il suo carattere sembra proprio essere a metà tra quello di Catherine e Heathcliff, sebbene la Brontë, da abile scrittrice, sia stata in grado di esasperarlo per creare due personaggi intramontabili della letteratura.

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Cime tempestose

Scrittrici femminili e pseudonimi maschili

Philip Roth

Nato a Newark nel 1933 da una famiglia ebrea di umili origini, Philip Milton Roth ha abbandonato presto il piccolo paese di provincia per inseguire le sue ambizioni culturali. Dopo aver conseguito una laurea in Letteratura inglese presso la Bucknell University nel 1954 e poi un master all’Università di Chicago nel 1955, ha cominciato a dedicarsi alla scrittura professionale che, con il tempo, gli ha fatto conquistare numerosi riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Pulitzer nel 1998 per American Pastoral e il Premio Franz Kafka nel 2001), ma mai il premio Nobel a cui è stato candidato diverse volte. È inevitabile pensare a quanto tale notizia risulti un brutto scherzo del destino proprio oggi, giorno della sua morte, mentre poche settimane fa il rinomato evento è stato cancellato a causa dell’ennesimo scandalo molestie.

Eppure, la grandezza di Philip Roth è in grado di prescindere anche le ingiustizie, a maggior ragione se si pensa a quanto sia stata influente la sua scrittura sulla società contemporanea, quasi sempre perlustrata nel profondo e portata tra le pagine dei suoi romanzi nella sua forma più reale e sincera: la realtà americana da una parte e il suo essere ebreo dall’altra. Tra suoi scritti più importanti si annoverano il suo esordio letterario Addio, Columbus e cinque racconti (1959), il capolavoro “scandaloso” Lamento di Portnoy (1969), la sperimentazione di satira politica La nostra gang (1971), fino ad arrivare ai recenti Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), La macchia umana (2000) – che insieme formano una trilogia – e poi ancora Il complotto contro l’America (2004) e Nemesi (2010).

Certo, i romanzi di Philip Roth non sono consolatori: che si tratti di vicende collettive o di piccoli drammi personali, le sue storie sono di una sincerità spietata. Lui stesso, d’altronde, ha sempre ritenuto che prendersi cura dei lettori non sia un dovere dello scrittore: la letteratura non è che un altro aspetto di una vita in cui ogni persona è chiamata a occuparsi di se stessa, senza che lo debbano fare altri al posto suo. [Il libraio]

La vita è senza dubbio l’elemento che più compare nei romanzi di Philip Roth: che si tratti della sua o di quella degli altri, in maniera centellinata o evidente, i cenni autobiografici sembrano essere un elemento inalienabile del suo modo di scrivere, tant’è che sono frequenti i riferimenti alle scene di vita quotidiana e alle storie che scorrono sotto gli occhi ogni giorno. Un attento osservatore della realtà, quindi, ma anche di una società che sembra riscrivere il presente in relazione a un passato che ripropone continuamente le stesse dinamiche: un esempio su tutti è l’estremizzazione descritta ne Il complotto contro l’America attraverso lo slogan “America First”, raccontata nel 2004 e ritornata inconsapevolmente in auge proprio in questi anni con Donald Trump. La fede ebraica – di cui andava orgoglioso – le analisi morali, le tematiche politico-sociali: questi gli argomenti che più spiccano nella sua produzione letteraria che consta più di trenta romanzi, tutti sapientemente pensati e frutto di un attività vista più come uno sforzo, una missione, piuttosto che come un hobby.

Nel 2010 in Why Write? avevo la convinzione che non avrei più potuto fare meglio. Credo che ogni talento, per quanto proficuo, abbia i suoi limiti. Non si può essere fruttuosi per sempre. Ho vissuto 50 anni in una stanza silenziosa come il fondo di una piscina, in preda ad emozioni contrastanti, in una tremenda solitudine. [New York Times]

Dopo aver dichiarato di aver dedicato una vita alla scrittura e alla ricerca del meglio che poteva fare, nel 2012 Roth ha ufficialmente annunciato il suo ritiro dalle scene della Narrativa contemporanea (con la disposizione che i suoi archivi venissero distrutti alla sua morte). Un’uscita che, oggi più che mai, ci fa sentire fortemente la mancanza della sua abile penna e della sua mordace franchezza. Quasi profetiche le parole rilasciate in una delle sue recenti interviste:

Ogni mattino al risveglio penso: Sono sopravvissuto un’altra notte. Vado a dormire sorridendo e mi sveglio sorridendo. È come un bel gioco d’azzardo, ogni giorno alzo la posta e vinco, vinco ancora. Sono ancora qui e mi illudo che possa durare per sempre. Vedremo quanto durerà la mia fortuna. [New York Times]

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La bibliografia di Philip Roth

Addio, Columbus e cinque racconti (clicca qui)

Il complotto contro l’America

Virginia Woolf

Virginia Woolf (nata a Londra il 25 gennaio del 1882) è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica, protagonista di spicco del Novecento e soprattutto simbolo di innovazione e cambiamento. In poche parole: una donna che ha fatto delle donne il suo maggiore soggetto e destinatario. Adeline Virginia Stephen, questo il suo nome completo alla nascita, era figlia del critico letterario Leslie Stephen e della modella Julia Prinsep-Stephen. Come capitò a molte fanciulle della sua epoca, le fu preclusa la possibilità di frequentare i luoghi considerati prettamente maschili e di partecipare alle maggiori attività culturali, ecco perché lei e la sorella Vanessa ricevettero la loro istruzione dentro le mura di casa.

Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente.

Questo non impedì a Virginia di essere una self-made woman, complice anche il fatto che godette di adeguate lezioni private e anche della fornitissima biblioteca del padre. Insieme al fratello (in totale ne ebbe due, senza contare i fratellastri e le sorellastre del primo matrimonio dei genitori) cominciò la sua “attività intellettuale” fondando l’Hyde Park Gate News, un piccolo giornale familiare che raccoglieva soprattutto storie inventate, per poi raggiungere anche il circolo intellettuale Bloomsbury Group e un supplemento letterario del Times. La sua più grande fortuna fu quella di crescere in una famiglia culturalmente attiva ed elastica: attraverso le letture e le pubblicazioni, entrò in contatto con personaggi del calibro di James Joyce, Jane Austen, George Eliot, le sorelle Brontë, Italo Svevo e Sigmund Freud, delle personalità che influenzarono fortemente anche la sua scrittura.

Nella sua vita ebbe sentitissime storie d’amore con donne che presero vita soprattutto tra le pagine della sui scritti, anche se nel 1912 sposò ufficialmente Leonard Woolf, un attivista politico grazie al quale si avvicinò ai gruppi delle Suffragette e si fece portavoce di importanti questioni del periodo. Probabilmente fu proprio in questi anni che maturò i suoi ideali femminili e rifletté sulla situazione maschilista della società in cui viveva, argomenti che trasferì in opere come Una stanza tutta per sé (1929), saggio-studio sulla storia letteraria della donna e la necessità di renderla partecipe della cultura a tutti gli effetti, e Orlando (1928), romanzo dedicato al suo rapporto sentimentale tormentato con la poetessa Vita Sackville-West e strutturato secondo una biografia che copre quattro secoli diversi. Oltre a questi testi, di Virginia Woolf si ricordano La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Le onde (1931), Tra un atto e l’altro (1941), ma anche saggi e racconti brevi come Il lettore comune (1925-32), Una società (1921), Il nuovo abito (1924) e Una casa infestata (1944). Sulla scia di Proust e Joyce riuscì a elaborare uno stile di scrittura unico nel suo genere che ancora oggi la rende un’autrice profondamente moderna: non solo per la sua prosa lirica ed elaborata, ma soprattutto per quello che è stato denominato “flusso di coscienza”, ossia una tecnica di dialogo interiore che fa leva soprattutto sulla psicologia e l’essenza di un personaggio.

L’unico consiglio che una persona può dare a un’altra sulla lettura è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare la propria testa, di arrivare alle proprie conclusioni.

Scrittrice indipendente e sagace, ma intimamente fragile: a partire dal precoce lutto della madre con la quale ebbe un forte legame, fino a passare alla perdita del padre e agli abusi dei fratellastri, la Woolf trascorse un’esistenza piuttosto turbata a livello psicologico, vittima spesso di nevrosi e disturbi bipolari. Queste ferite sono emerse prepotentemente anche nelle pubblicazioni, quasi sempre intessute di forza e dolore, vita e morte. Così è stata anche la sua personalità: anticonformista, poetica e sentimentale, perfettamente capace di unire le inquietudini e le difficoltà di un sistema sociale votato alla diseguaglianza con un’esistenza sempre vissuta nel massimo della libertà. Questo anche nel giorno della morte avvenuta a soli 59 anni, quando (con le tasche colme di sassi) si lasciò affogare nel fiume Ouse alla ricerca di una sempre sperata “serenità” mentale. Nonostante tutto, non dimenticò di dedicare un ricordo al marito, complice di una vita e di tante battaglie:

Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.

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La bibliografia di Virginia Woolf

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Virginia Woolf e le sue “fasi” di scrittura