Scrittrici femminili e pseudonimi maschili

Per molto tempo alle donne è stato impedito di coltivare qualsiasi talento, vuoi per motivi legati a una società troppo maschilista e patriarcale, vuoi per pregiudizi di altro genere. Il fatto che non potessero nemmeno pubblicare dei libri non fa altro che dimostrare quanto anche la letteratura non abbia fatto loro degli sconti: vittime, carnefici, provocanti, ma quasi mai protagoniste in primo piano. Anche Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, ha provato a parlare di tutto questo: oltre a rimarcare i difetti di un’epoca che ha precluso alle donne di mostrare ogni possibile lato artistico (se non in segreto e nascondendosi), l’autrice inglese ha insistito su un aspetto importante che fino ad allora, in quel sistema chiuso e di genere, era sfuggito a tutti: la prospettiva femminile. La Woolf ha cercato di rivendicare lo spazio “rosa” della cultura, un posto per una mente inespressa e potenzialmente in continuo movimento, ma anche una voce che potesse alzarsi dopo secoli di silenzio e sudditanza. Perché vi sto dicendo queste cose? La risposta è semplice: oggi voglio parlarvi di quelle scrittrici che hanno visto le difficoltà di vivere della propria penna, ma anche solo provato il pregiudizio della propria società (compresa questa). Se da una parte, infatti, alcune autrici sono state costrette a farsi valere usando degli pseudonimi maschili e ad allontanarsi dal proprio essere, dall’altro lato è capitato pure che la scelta fosse quella di rimanere nell’anonimato. In entrambi i casi, mascherare la propria origine rappresentava un tentativo di difesa nei confronti di un’epoca che rifiutava le donne in quanto esseri pensanti, una sfida verso quei poteri forti che imponevano sempre più certi canoni di genere. Questo anche tuttora. A partire da J. K. Rowling che, purtroppo, ha dimostrato (anche) quanto il successo dipenda dal nome, fino a passare per Jane Austen e Harper Lee, ecco una serie di scrittrici che hanno fatto dei loro pseudonimi (soprattutto maschili) un enorme punto di forza.

Currer Bell, Ellis Bell e Acton Bell sono i nomi maschili scelti rispettivamente da Charlotte, Emily e Anne Brontë, utilizzati soprattutto per sfuggire ai pregiudizi e ai mores dell’epoca ottocentesca. Con questi pseudonimi scrissero Jane Eyre, Cime tempestose e La signora di Wildfell Hall, dei romanzi che ebbero un grande successo di critica per i loro temi e il loro linguaggio e che ancora oggi rappresentano dei capisaldi della letteratura classica. Paradossalmente, il fratello minore Branwell Brontë fu proprio colui che meno riuscì a godere del successo del suo status maschile: adombrato dal successo delle sorelle, infatti, visse una carriera culturale mediocre e ai margini, quasi in competizione con il mito femminile che Charlotte, Emily e Anne si erano costruite.

Harper Lee all’anagrafe è Nelle Harper Lee, ma omettendo il primo nome poteva dare l’impressione di essere un uomo. Se da una parte, infatti, ha pubblicato Il buio oltre la siepe (1960) in un’epoca in cui i più grandi scrittori erano maschi, dall’altra ha preferito anche evitare che quel Nelle – nome preso da quello della nonna Ellen scritto al contrario – fosse continuamente storpiato e pronunciato male (per scrupolo: “Nell” e non “Nellie”).

J. K. Rowling rappresenta uno degli esempi più recenti, ma anche il più controverso. La famosa scrittrice di Harry Potter si è creata la vita alternativa e maschile di Robert Galbraith proprio per sfuggire dalla famosissima saga che le ha valso un successo planetario: l’intento era quello di dare origine a qualcosa di diverso, peccato però che il primo impatto è stato un flop (almeno fino a quando non ha rivelato di essere lei sotto mentite spoglie).

George Eliot era lo pseudonimo di Mary Anne Evans, autrice britannica famosa soprattutto per Middlemarch, Il mulino sulla floss e Il velo dissolto. Come compagna di un uomo sposato, usò lo pseudonimo maschile soprattutto per rivendicare il suo ruolo sociale, ma anche per equiparare le sue opere alla stregua della grande letteratura del tempo e per non farle cadere nel preconcetto che le voleva etichettare come minori.

Louisa May Alcott, la scrittrice di Piccole donne, era anche conosciuta con lo pseudonimo maschile di A. M. Barnard con il quale scrisse storie appassionanti ed amorose che però non mancavano di avere dei colpi di scena (ne sono un esempio A Long Fatal Love Chase e Pauline’s Passion and Punishment).

Mary Shelley o anche Mary Wollstonecraft Godwin è stata un’autrice che ha lasciato il segno, soprattutto con il suo Frankenstein, un romanzo innovativo e sconvolgente che l’Ottocento faticò a concepire come scritto da una donna. Per tutti questi pregiudizi, ma anche per i riconoscimenti che tardavano ad arrivare, la Shelley fu costretta a pubblicare le sue opere in forma anonima o attraverso il nome del marito (Percey Shelley).

Katharine Burdekin è un esempio poco conosciuto, ma non per questo non significativo: capace di ispirare anche George Orwell (un altro scrittore in incognito perché il suo vero nome era Eric Arthur Blair), ha pubblicato Swastica Night nel 1937 con lo pseudonimo maschile di Murray Costantine.

Ann Radcliffe o anche Ann Ward è stata di certo una scrittrice carismatica e straordinaria: considerata la regina del romanzo gotico e horror, non fece quasi nulla per nascondersi, se non firmandosi provocatoriamente in anonimo giusto perché il XIX secolo non vedeva di buon occhio le donne che scrivevano di storie cruente, castelli maledetti e figure sublimi (elementi prettamente maschili). I misteri di Udolpho rappresenta sicuramente il suo migliore romanzo e la sua importanza ancora oggi è così grande da vantare influenze persino su Jane Austen, Byron e Charles Dickens.

Jane Austen descrive alla perfezione l’innovazione della sua epoca, soprattutto per il suo spirito sempre sopra le righe. Ha saputo scrivere di rapporti di società e d’amore con la stessa facilità con cui si compila una lista della spesa, ma con l’arguzia e la simpatia tipiche solamente di una mente geniale come la sua. La Austen non ha usato un vero e proprio pseudonimo maschile, ma dal primo all’ultimo romanzo vide in A Lady una firma con cui portare alla ribalta tutto il genere femminile e combattere quelle costrizioni che vedevano nella donna un essere incapace a fare certe attività. Ci pensò il fratello, dopo la sua morte, a renderle giustizia.

Nora Roberts è un altro esempio recente come quello di J. K. Rowling: è considerata la regina americana del “genere rosa”, ma con il nome maschile di J.D. Robb ha potuto anche far fronte alla curiosità di cimentarsi in generi notoriamente meno femminili (come quello giallo e fantascientifico) con cui ha dato origine alla fortunata serie di In Death.

Gli “Esercizi di stile” secondo R. Queneau

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Mettete un episodio di vita quotidiana, come può essere un viaggio sul tram o quello che si potrebbe chiamare “un piccolo incidente di percorso”, poi aggiungeteci novantanove modi diversi di raccontarlo. Il risultato è Esercizi di stile di Raymond Queneau, ossia un gioco di retorica che ha delle regole tutte sue e le sembianze di un testo che, pur partendo sempre dallo stesso punto, non è mai uguale a se stesso.

Umberto Eco ha parlato di «effetto comico travolgente», ma questo “manifesto letterario” è molto più di una lettura originale che sfida la noia. Queneau non fa altro che dare prova delle sue abilità scrittorie attraverso una serie di combinazioni che mescolano le parole alle situazioni di ogni giorno: passa dall’Ode alla Canzone, dal volgare ai francesismi, dal lipogramma allo stile geometrico-scientifico, creando così un’opera in cui la mente del lettore è continuamente stimolata da alti e bassi di stile, a volte anche comici. L’effetto che l’autore francese riesce a creare è sorprendente, e chi legge non può far altro che rimanerne meravigliato pagina dopo pagina. Sebbene ci siano state diverse modifiche rispetto all’originale – parlo di tagli e aggiunte dovuti soprattutto alla sua intraducibilità in certi punti -, Esercizi di stile riesce a presentarsi comunque come un piccolo tesoro dall’enorme capacità discorsiva. Questo testo ha visto la luce per la prima volta nel 1947, grazie alla pubblicazione della Gallimard, mentre in Italia è arrivato diversi anni dopo, nel 1983, quando la casa editrice Einaudi e le traduzioni di Eco hanno deciso di dargli il giusto spazio all’interno della narrativa contemporanea.

Passato remoto:
Fu a mezzogiorno. Salirono sull’autobus, e fu subito ressa. Un giovin signore portò sul capo un cappello, che av- volse d’una treccia. Non fu nastro. Ebbe collo lunghissimo, e il vidi. E subito si dolse con un vicin, per gli urti che gl’inflisse. Come uno spazio scorse, libero, vi si diresse. E s’assise. Piú tardi il ritrovai, alla stazione che Lazzaro protesse. S’abbigliò di un mantello ed un famiglio, che l’affrontò, qualche motto gli disse, indi aggiungervi un bottone in più, d’uopo fu.

Esclamazioni:
Perbacco! Mezzogiorno! Ora di prendere l’autobus! quanta gente! quanta gente! che ressa! roba da matti queí tipi! e che crapa! e che collo! settantacinque centimetri! almeno! e il cordone! il cordone! mai visto cosí! il cordone! bestiale! ciumbia! il cordone! intorno al cappello! Un cordone! roba da matti! da matti ti dico! e guarda come bac- caglia! sí, il tipo cordonato! contro un vicino! cosa non gli dice! L’altro! gli avrebbe pestato i piedi! Qui finisce a cazzotti! sicuro! ah, no! ah, sí, sì! forza! dai! mena! staccagli il naso! dai di sinistro! cacchio! ma no! si sgonfia! ma guarda! con quel collo! con quel cordone! Va a buttarsi su un posto vuoto! ma sicuro! che tipo ! Ma no! giuro! no! non mi sbaglio! è proprio lui! laggiú! alla Cour de Rome! davanti alla Gare Saint-Lazare! che se ne va a spasso in lungo e in largo! con un altro tipo! e cosa gli racconta l’altro! che dovrebbe aggiungere un bottone! ma sí! un bottone al soprabito! Al suo soprabito!

Geometrico:
In un parallelepipedo, rettangolo generabile attraverso la linea retta d’equazione 84x + S = y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l > n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura. Se l’omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r < l. Determinare l’altezza h di questo punto di contatto in rapporto all’asse verticale dell’omoide A.

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“Il complotto contro l’America” e l’incubo in un francobollo

La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.

Sebbene Philip Roth abbia abbandonato presto il paese d’origine per diventare uno scrittore, ne Il complotto contro l’America, Newark sembra ritornare come un fantasma per rimarcare un legame che non ha mai smesso di esistere. Che sia per rimandi a luoghi o a nomi, la vita quotidiana rappresenta un elemento molto importante per l’autore, soprattutto se pensiamo che in questo romanzo appare come una sorta di riscrittura sotto “false righe”. Non appena si legge la citazione soprastante, è impossibile non sentirsi spaesati e chiedersi di quale passato stia parlando esattamente l’autore.

Lindbergh fu il primo celebre americano vivente che imparai ad odiare – proprio come il presidente Roosevelt fu il primo celebre americano vivente che mi insegnarono ad amare – e così la sua nomination da parte dei repubblicani come avversario di Roosevelt nel 1940 rappresentò l’attacco più violento che fosse mai stato sferrato contro quella ricca dotazione di sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani in una scuola americana di una città americana in un’America in pace col mondo.

Nel quartiere di Weequahic, a Newark appunto, vive un ragazzino ebreo di nome Philip che, con la sua famiglia, tra discussioni e legami risanati, ha gli alti e bassi tipici di ogni giorno. Se non avessimo guardato la copertina e visto il titolo, staremmo sicuramente pensando di leggere la biografia dell’autore. Invece no: gli anni sono quelli della Seconda guerra mondiale e il momento descritto riguarda le elezioni presidenziali che vedono l’inattesa – e decisamente assurda – vittoria dell’aviatore anti-semita Charles Lindbergh. Se ancora non si fosse capito, Il complotto contro l’America è un’ucronia un po’ anomala: stavolta Hitler non si presenta come una presenza vincente (almeno, non ancora), piuttosto come un burattinaio che tiene in mano i fili e il destino di un’America che sembra sempre drammaticamente vicina all’ideologia nazista. Quest’ultima non è rappresentata dai suoi fedelissimi gerarchi come si potrebbe pensare, bensì da Charles Lindbergh, lo stesso aviatore che nel 1927 ha fatto l’eroica trasvolata in solitaria da New York a Parigi senza scali, ma che qui, inaspettatamente, si trasforma in un candidato politico di destra estrema.

Anche se il ragazzone timido del Minnesota aveva tutt’altra vocazione, la straordinaria impresa aviatoria lo trasformò in personaggio pubblico amato dalla folla, esaltato dai media e osannato dai potenti. L’attenzione nei suoi confronti aumentò ancor più quando 1932 fu rapito e ucciso suo figlio di due anni in una vicenda che suscitò l’interesse morboso dei media nazionali e internazionali. Quel drammatico episodio provocò nell’aviatore il bisogno di credere in un’autorità forte e lo spinse ad abbandonare gli Stati Uniti verso l’Europa […]. Dall’Inghilterra Lindbergh visitò più volte il Terzo Reich, accolto come ospite d’onore dal gruppo dirigente nazista. […] Il bagno nelle idee naziste che percorrevano l’Europa degli anni Trenta indusse l’aviatore a farsene leale portabandiera. Lindbergh non solo ammirava Hitler di cui diceva «è sicuramente un grande uomo e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco», ma manifestava apertamente idee antisemite contro gli ebrei accusati di manovrare Franklin D. Roosevelt per indurlo a opporsi al Nazismo.

Hitler non viene citato per le sue mire espansionistiche o per le vittorie senza precedenti (letteralmente), ma soprattutto per le idee subdole e inquietanti che coinvolgono delle figure insospettabili ed eroiche della storia. L’intento di Philip Roth, in questo caso, è principalmente quello di raccontare il what if con una disarmante lucidità: qui, il passato alternativo e gli elementi ucronici non servono soltanto per creare una ambientazione storica fuori dal comune, ma anche per raccontare il punto di vista di una realtà ebraica presa di mira dal Nazismo e un contesto familiare continuamente sottoposto a degli scossoni da parte del mondo esterno. Dopo l’elezione di Lindbergh, infatti, una domanda comincia a serpeggiare tra gli ebrei di Newark: che ne sarà di loro e delle loro vite? Le risposte, più che portare certezze, sembrano piuttosto un crescendo di dubbi e inquietudini che nemmeno l’oceano che si frappone tra l’America e l’Europa martoriata dal Nazionalsocialismo sembra placare.

[…] Per impedire una guerra in Europa è ormai troppo tardi. Ma non è troppo tardi per impedire all’America di partecipare a quella guerra. FDR sta ingannando la nazione. L’America sarà trascinata nella guerra da un presidente che falsamente promette la pace. La scelta è semplice. Votate per Lindbergh o votate per la guerra.

La distanza, probabilmente, è il motivo per cui anche la questione ebraica viene trattata in maniera diversa: non ricordando ancora una volta i capisaldi della storia con le leggi razziali e la deportazione, ma lasciando tutto questo sullo sfondo e concentrandosi maggiormente sui risvolti familiari e sulle reazioni delle persone. Philip Roth, attraverso il suo romanzo, non vuole dare delle spiegazioni e trovare i motivi per cui sono successi certi fatti, piuttosto vuole osservare le reazioni che questi cambiamenti – lenti, graduali, terribili – apportano agli individui, come se in mano avesse una sorta di lente d’ingrandimento letteraria. Gli obiettivi di Lindbergh sono come “il bastone e la carota”, ossia un’alternanza di buone (all’apparenza) e cattive maniere. Se da una parte il Just Folks viene spacciato per un progetto benevolo il cui fine è l’integrazione della popolazione ebraica nella società (quando in realtà è tutto il contrario), dall’altra invece il culmine massimo della gravità viene raggiunto con l’uccisione del giornalista ebreo Walter Winchell. E i francobolli? Sotto la lente d’ingrandimento di Philip Roth c’è la sua famiglia, ma soprattutto il suo sé bambino che, come una spugna, assorbe le tensioni e le preoccupazioni che si scatenano attorno a lui. In questa quotidianità fatta di gesti comuni, ci sono i litigi tra suo padre e il fratello Sandy, le apprensioni tipiche di una madre, ma anche gli interessi e le passioni che, in un contesto di eccezionalità come quello che stanno vivendo tutti, fanno rimanere aggrappati alla normalità. Ecco che i francobolli di Philip rappresentano sì una distrazione, ma anche quella storia che sta cambiando e che nel suo mutare si affida a degli oggetti iconici.

Era un incubo coi fiocchi, e riguardava la mia raccolta di francobolli. Era successo qualcosa. Il disegno su due serie di francobolli era orribilmente cambiato senza che io sapessi quando o come. […]
Quando aprivo l’album al Bicentenario di Washington del 1932 – dodici francobolli il cui valore andava dal mezzo cent marrone scuro al dieci cent giallo – rimanevo sbalordito. Sui francobolli Washington non c’era più. […]
E sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera.

L’espediente suggestivo a cui si affida Philip Roth in questo frangente è quello di personificare l’incubo nazista in uno strumento – il francobollo – che viene utilizzato non solo per arricchire una collezione, ma soprattutto come mezzo di diffusione e spostamento. Hitler e il Nazionalsocialismo, sotto tale punto di vista, rappresentano il male che, quasi alla stregua di un contagio, si sta diffondendo pericolosamente in Europa e in America, questo grazie anche al portatore (in)sano Lindbergh e ai suoi viaggi da un continente all’altro. Quello che è certo, dunque, è che Roth con Il complotto contro l’America non scrive un’ucronia in cui, al lettore, appare chiaro fin da subito di trovarsi in una diversa concezione della storia, piuttosto un’alterazione del tessuto familiare che lo vede protagonista in prima persona. Ciò che più sconvolge gli individui non è tanto la manipolazione del passato, ma soprattutto l’inaspettata consapevolezza che non esistono certezze, soltanto elementi destinati a mutare inevitabilmente sotto agli occhi. Philip Roth ci dice tutto questo attraverso una scrittura colloquiale (e familiare) in cui però, a volte, gli eventi sembrano confondersi e sfumarsi un po’ troppo tra di loro. Gli espedienti utilizzati da Roth sono geniali: la storia del francobollo in primis, ma anche il suo forte attaccamento con la realtà, mai abbandonato neppure per raccontare qualcosa di irreale e allo stesso tempo spaventoso. In questo romanzo, un po’ autobiografico e un po’ fantastico, Philip Roth prova a dare concretezza a tutti questi pensieri: se da una parte l’America ha vissuto un po’ sullo sfondo i pericoli della deportazione e dei crimini nazisti, dall’altra, invece, lo scrittore cerca di ammonirci sul fatto che gli spettri del passato possono sempre ritornare in ogni momento della storia, soprattutto se vengono a mancare le basi della democrazia.

Voto: 5/5

PAROLE CHIAVE

Autobiografia: Philip Roth cerca di raccontarci dei fatti della sua vita (o comunque della sua quotidianità) all’interno di una storia palesemente assurda.
Ucronia: genere di narrativa (fantastica) che prevede il racconto di eventi che però non sono come quelli che la storia ci ha tramandato. In questo caso specifico, l’autore non solo ci racconta come le elezioni del 1940 in America videro protagonista l’aviatore Lindbergh (quando in realtà vennero vinte da Franklin Delano Roosevelt), ma ci dice anche come Hitler riesca a manovrare tutta questa situazione dall’alto e con un oceano di mezzo.
Nazismo: Il complotto contro l’America ce lo presenta come un male insanabile in grado di coprire tutto il mondo, proprio come viene sognato dal piccolo Philip con il francobollo. Qui, l’incubo della deportazione è solo qualcosa che aleggia nell’aria e non riguarda direttamente i protagonisti, ma Roth vuole anche dirci che nessuno è al sicuro quando certe ideologie cominciano a serpeggiare pericolosamente nella società.
Protesi: un elemento molto particolare del romanzo che mi ha colpito per il suo significato. Quando il cugino di Philip, Alvin, ritorna dalla guerra, quest’ultimo è costretto a indossare una protesi per sopperire alla perdita della gamba: l’inserimento di un elemento “estraneo” sul corpo richiama, in un certo senso, anche l’operazione scrittoria di Philip Roth che, come un abile chirurgo, inserisce nella storia reale degli elementi fittizi che spiazzano il lettore.
Realtà/finzione: l’autore ne Il complotto contro l’America si divide continuamente tra questi due aspetti portando tra le pagine sia eventi e persone esistite sia situazioni inventate.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Il complotto contro l’America
Autore: Philip Roth
Editore: Einaudi
Lunghezza: 431 pagine
Prezzo: 13,50 euro
Trama: Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.
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Vuoi conoscere ulteriori dettagli riguardo Il complotto contro l’America (e altri romanzi simili)? Allora ti consiglio di leggere il mio saggio Quando Hitler ha vinto la Seconda guerra mondiale (lo trovi qui).

“Edmund Brown” di Simone Toscano

Edmund Brown non è solamente il titolo del romanzo scritto da Simone Toscano – un autore emergente romano che ha deciso di buttarsi in questa avventura durante una giornata di maggio del 2014 -, ma è anche il nome del protagonista che prende vita attraverso la sua penna. Quest’ultimo, fin dalle prime righe, viene presentato come un ragazzo semplice, responsabile e legato a una normalità che lo fa vivere e lavorare come qualsiasi altra persona farebbe. Insomma, nulla da obiettare, almeno fino a quando non si legge questa frase:

Mi chiamo Edmund, ho trent’anni e ho un segreto.

Edmund sembra condurre una vita tranquilla: le sue giornate si dividono tra il lavoro come barista al BJ Restaurant Bar di Castrol e i pranzi dalla tenera nonna Margaret a cui è molto legato. Ma l’apparenza inganna, e il lettore sembra accorgersene man mano che la trama evolve nel suo crescendo. Edmund – per gli amici soltanto Ed – nasconde qualcosa: fin da quando era un ragazzino, deve convivere con delle incontrollabili visioni di morte che coinvolgono le persone che gli stanno accanto o coloro che sfiora semplicemente con un tocco.

A volte ho dei lampi, vedo delle cose. Passo vicino a una persona, e ricevo dei flash dal futuro. Non è sempre chiaro, quello che so per certo è che posso vedere come morirà una persona.

L’interrogativo che Simone Toscano ci propone è evidente: come sarebbe la nostra vita se un bel giorno scoprissimo di avere un potere simile a quello del suo protagonista? Riusciremmo a gestirlo senza esserne sopraffatti? Anche Edmund Brown se lo chiede: ci prova, sembra demordere, ma poi alla fine ci crede, comincia a convincersi che tutto questo possa essere in qualche modo utile. Passa dal percepirlo una maledizione a considerarlo un dono, qualcosa per aiutare le persone come una sorta di missione. Ma prima di arrivare a questo, vive un travaglio personale che lo fa dubitare di ogni cosa, perfino di se stesso. Il suo tormento parte da lontano, da un fatto che non può e non potrà mai lasciarsi alle spalle, ossia la morte prematura dei genitori quando aveva solo dieci anni. Nella tragedia, Edmund trova il modo di sorridere ancora: se da una parte, infatti, l’affetto della nonna lo ha sempre spronato a credere che le difficoltà fortifichino anziché abbattere, dall’altra la conoscenza dell’incredibile Lisa gli farà capire quanto importante sia anche una vita contornata da un po’ di amore.

Se in qualche strano modo, fossi a conoscenza dell’esatto momento in cui quel dato disastro avverrà e fossi l’unica a poter tentare di intervenire anche se questo potrebbe esporti a dei rischi e farti fare delle cose… diciamo così… delle cose che non credevi di poter mai fare… interverresti?

Tutto ha origine quando Ed era ancora piccolo, tra i banchi di scuola, con la visione di morte che coinvolge un suo amichetto. Da lì, il potere che possiede cresce e si sviluppa insieme a lui portandolo in stati di trance che lo fanno entrare in contatto con situazioni che non vorrebbe affatto vedere. È giovane, ma non per questo non incontra malattie, incidenti e vecchiaia. All’inizio è così spaventato da voler evitare di parlarne, consapevole probabilmente del fatto che la sua incapacità di gestire tutto quanto è strettamente collegata a ciò che potrebbero dire le persone che lo circondano. Vorrebbe tanto uscire allo scoperto, ma la paura di sembrare un folle è troppo grande. Cosa fare, però, se la morte riguarda proprio chi non dovrebbe affatto toccare? Il romanzo, d’un tratto, cambia risvolto e la maledizione che da sempre lo ha accompagnato come un ospite indesiderato si trasforma in qualcosa in grado di poter salvare la vita di chi gli sta a cuore.

Il mio era un dono, e non usarlo solamente per paura di quello che poteva mostrarmi era puro egoismo.

Le persone che assistono il protagonista nel suo percorso, insieme alla nonna, sono Big Jym Rodd e Lisa, rispettivamente padre e figlia. Il primo, oltre a essere il titolare del BJ Restaurant Bar, è un uomo piuttosto burbero che non manca di mostrare anche il suo lato più tenero. Come Edmund, ha subito delle perdite importanti. La scomparsa improvvisa del figlio Carl è stata una tragedia così grande da avergli fatto pensare commettere un gesto estremo. Sarà la stessa Lisa a offrire un’ancora di salvezza a entrambi: la sua presenza è come un segno a matita prima leggero e poi sempre più marcato, non solo acquisirà uno spazio sempre più importante nella trama, ma riuscirà a farsi largo perfino nel cuore tormentato di Ed.

Sappiamo che dobbiamo morire dal momento in cui veniamo al mondo; sappiamo che le persone intorno a noi, quelle che fanno parte della nostra routine quotidiana, un giorno usciranno di scena. Ogni voce a noi nota un giorno smetterà di parlare. Ogni cuore smetterà di battere. Sappiamo tutto questo da sempre, eppure quando la morte arriva realmente restiamo stupiti, colpiti e sorpresi; abbiamo l’espressione di chi dice “Così non vale! Non era nei patti!” ma è nei patti da sempre.

Edmund Brown rappresenta il perfetto connubio tra fantascienza, thriller, bildungsroman e legami solidi che non riguardano solamente il protagonista, ma anche le persone che ruotano attorno a lui. Non è un caso che sia un prete fuori dalle righe, il Pastore Richard, a comprenderlo più di tutti, addirittura prima ancora che si capisca lui stesso: in un certo senso, è proprio l’aspetto anormale a mettersi nella condizione di accogliere quel potere fuori dal comune.

Quel prete strano, amato e odiato dalla comunità, che usava un gergo esageratamente strambo, che sembrava un incrocio tra un moschettiere, uno squilibrato e Martin Lutero e che aveva quasi sempre gli occhi arrossati dall’alcool. Era come se quello sguardo potesse entrare dentro di me e finire per illuminare quello spazio della mia mente e della mia anima dove custodivo tutta la verità sul mio dono.

Simone Toscano inserisce tutto questo (e altre tematiche) in una trama che è raccontata in maniera incalzante e decisa, senza troppi fronzoli, attraverso uno stile di scrittura semplice che non manca di dividersi tra serietà e battute di spirito. Sicuramente è il finale quello che sorprende di più, quando subentra anche l’azione e il tutto si colora di consapevolezza, redenzione e coraggio. Mi piace pensare a questo romanzo come a una sorta di traguardo personale: pur non conoscendo l’autore di persona, ho percepito nel suo modo di scrivere un po’ della sua vita, quasi come se quel Edmund Brown: Capitolo 1 contenuto nella storia fosse anche un po’ il risultato della sua volontà, non solamente quella del protagonista.

Lisa si voltò verso di me e mi chiese “Ed, ma il libro che stavi scrivendo? È…” “Uscirà il 10 gennaio, tesoro” la interruppi dolcemente. “E di cosa parlerà?” mi chiese curiosa. “Di me, del mio dono. E’ la storia della mia vita. E ci sei pure tu, biondina”.

L’autore probabilmente non avrà lo stesso dono della sua “creatura” Ed, ma quello che sicuramente possiede è la capacità di aver dato origine a una storia in cui è impossibile non sentirsi coinvolti. L’ambientazione straniera di Castrol non crea un effetto di spaesamento, piuttosto di fascinazione. Se avete bisogno di leggere un romanzo che non vi aspettate e che vi fa chiedere di continuo “adesso chissà cosa succede”, Edmund Brown vi sta decisamente aspettando. 

Voto: 5/5

PAROLE CHIAVE

Destino: entra in gioco per rendere Edmund sempre più consapevole di quello che può fare con il suo “dono”, soprattutto in relazione agli altri. Ma anche per il fatto che, nel dipanarsi della storia, è il caso a muovere gli accadimenti dei personaggi.
Punizione/dono: il grande interrogativo che abita la mente di Edmund Brown. Fino a che punto una visione può essere considerata qualcosa di positivo? Nei suoi panni, avremmo reagito nella stessa maniera? Questa storia è in grado di far riflettere il lettore sul suo livello di versatilità a certi problemi. Ma come spesso accade anche oggi, sono proprio quelle difficoltà che tendiamo a classificare come “punizioni” a renderci speciali.
Divisione: la trama sembra quasi divisa in due. Nella prima parte, il protagonista Ed si trova a fare i conti con qualcosa che sembra non volere, mentre nella seconda, complice anche l’appoggio delle persone che ha accanto, il suo “dono” diventa il motore che muove ogni suo gesto.
Temi: questo libro è in grado di convogliare su di sé un gran numero di tematiche, dalla morte alla malattia, dagli abusi agli inganni, dalla giustizia all’amore (in tutte le sue sfumature).
Metalibro: anche in questo caso, la presenza di un libro nel libro non fa altro che rendere la trama ancora più interessante. Simone Toscano scrive di Edmund Brown nello stesso modo in cui anche Ed sente il bisogno di scrivere di se stesso con quel libro che prende vita una notte aprendo Word.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Edmund Brown
Autore: Simone Toscano
Editore: Youcanprint Self-Publishing
Lunghezza: 160 pagine
Prezzo: 10 euro
Trama: Come vive un uomo costretto a sapere, a volte anche con decenni di anticipo, come e quando moriranno le altre persone? Com’è stare in ufficio, passare un documento al collega di fianco, e di colpo cadere in trance e vedere la morte futura di quell’uomo? Assistervi impotente, come in un orribile incubo. Prevedere come morirà il prossimo; se di una morte violenta, se di una malattia. Se ancora giovane, se molto vecchio. Come si può vivere con un oscuro segreto del genere senza impazzire? Senza cercare aiuto? Tutti cercano di non pensare alla morte, di ingannare le proprie esistenze con un giusto mix di impegni e felicità, cercando il più possibile di non pensare all’inevitabile momento in cui la fine arriverà per loro stessi o per le persone a loro care. Tutti, tranne Edmund Brown. Edmund Brown vive nella piccola comunità di Castrol, dove lavora come barista/barman alle dipendenze del burbero Jym Rodd. Ha 30 anni e convive con le agghiaccianti “visioni di morte” da quando era bambino. Ma la fragile barriera di normalità che ha costruito attorno al suo segreto sta per crollare.
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“Il canto di Natale”: siamo sempre in tempo per salvarci dallo Scrooge che c’è in noi

Non è mai troppo tardi per rendersi conto dei propri sbagli e per diventare più buoni, soprattutto a Natale, quando tutti i cuori sono ben disposti ad accettare i sentimenti genuini e il perdono. Lo sa bene anche Scrooge, il burbero protagonista de Il canto di Natale che da tutti è visto quasi come un orco e un mostro. Questo piccolo romanzo – o grande racconto, dipende dalle prospettive – è stato pubblicato da Charles Dickens proprio a ridosso delle festività natalizie, il 19 dicembre del 1843, probabilmente per convogliare tutte le sensazioni positive che quei giorni, da sempre, trascinano con sé e sugli altri. Non bisogna pensare ad A Christmas Carol come a qualcosa di sdolcinato e stucchevole, piuttosto immaginarlo come un testo in grado di unire intenti morali, contesto storico ed elementi gotici, tutti quanti mescolati all’interno di un “calderone” a opera dell’entusiasmante penna dell’apprezzatissimo scrittore britannico.

Mi sono proposto, in questo piccolo libro di Fantasmi, di risvegliare il Fantasma di un’Idea, che non metta i miei lettori in contrasto con se stessi, tra loro, con il periodo dell’anno o con me. Che possa infestare le loro case piacevolmente, e che nessuno senta il desiderio di scacciarlo.

Il primo degli insegnamenti a cui si va incontro è anche il più classico dei detti: l’apparenza inganna. Ebenezer Scrooge non solo è un vecchio cattivo che ha perso ogni fiducia nel Natale, ma odia a tal punto questa festività da considerarla una perdita di tempo e di soldi: si vede costretto a tenere chiuso il suo negozio, a perdere ogni possibilità di guadagno, e per rivendicare almeno un poco queste mancanze non si fa alcuno scrupolo nel far lavorare il suo impiegato pagandolo addirittura una miseria.

Al diavolo questo felice Natale! Che cos’è Natale per te se non il momento di pagare i conti mentre non hai un quattrino; un momento in cui ti ritrovi di un anno più vecchio ma neanche di un’ora più ricco; un momento per tirare il bilancio sui tuoi libri contabili e vedere che ogni singola voce risulta in perdita nel corso di tutta una dozzina di mesi? Se potessi realizzare il mio desiderio,” disse Scrooge sdegnato, “ogni idiota che se va in giro con “Felice Natale” sulle labbra verrebbe bollito insieme con il suo pudding natalizio e seppellito con un ramo di agrifoglio piantato nel cuore. Proprio così!”

Dickens non lascia nulla al caso, nemmeno il nome del protagonista: da una parte, il nome “Ebenezer” significa “pietra dell’aiuto” e si collega, in un certo senso, al lavoro che il fantasma Jacob Marley compie nel percorso di redenzione dell’ex socio in affari, dall’altra, “Scrooge” trova nella traduzione italiana di “taccagno, tirchio e spilorcio” il corrispettivo perfetto per la descrizione del suo carattere. Dopo una rassegna degli episodi che descrivono il carattere freddo e sgarbato dell’uomo, il lettore si ritrova proiettato nel vero e proprio nocciolo della trama, ossia nel momento in cui quest’ultimo riceve la visita dei tre fantasmi che lo accompagnano, attraverso dei flashback, delle proiezioni in avanti e degli zoom sulla sua vita presente, in un viaggio fatto di ricordi e cordoglio in cui l’obiettivo primario è la ricerca di se stesso.

“Questo è un lato non lieve della mia penitenza”, proseguì il Fantasma. “Sono qui questa notte per avvertirti, per dirti che hai ancora una possibilità e una speranza di sfuggire alla mia sorte. Una possibilità e una speranza che ti sto procurando io, Ebenezer.”
“Per me sei sempre stato un buon amico,” disse Scrooge. “Grazie!”
“Sarai visitato,” riprese il Fantasma, “da Tre Spiriti.”

L’intento della visita di Jacob Marley è senz’altro altruistico: vuole tentare di salvare l’amico Scrooge dalla sua stessa fine. Ecco perché gli darà tre possibilità, personificate rispettivamente da tre diversi Spiriti, per potersi redimere e per cambiare il suo modo di essere. Se durante la visita del Fantasma del Natale passato Ebenezer Scrooge prova rimpianto per dei momenti difficili e tristi che ha vissuto nella sua infanzia, quando incontra il Fantasma del Natale presente, invece, i suoi pensieri sono rivolti principalmente a quelle persone che trovano comunque il modo di essere felici e grate, nonostante la povertà in cui sono costrette. Ma è soprattutto il Fantasma del Natale futuro a colpirlo di più, a maggior ragione perché quest’ultimo si presenta al protagonista come se fosse la figurazione della morte, con un cappuccio nero e le mani scheletriche. 

Era tutto coperto da una sorta di manto nero come la notte, che gli nascondeva il capo, il viso, l’intera forma, e non lasciava nulla di visibile se non una mano tesa. Non fosse stato per quella sarebbe stato difficile distinguere la sua figura dalla notte, separarla dal buio che la circondava.

Lo Spirito non parla, ma dai suoi inquietanti gesti Scrooge capisce quanto sarà triste e silenzioso il tempo che verrà nel caso continui a condurre una vita fatta di egoismo: nessuno piangerà il giorno della sua morte, nessuno lo andrà a trovare sulla sua tomba, tutti piuttosto saranno sollevati dall’essersi tolti di mezzo la sua avidità. Non riuscendo a concepire una vita simile, è proprio qui che Ebenezer Scrooge matura il suo cambiamento e capisce quanto sia sbagliato il suo atteggiamento nei confronti degli altri. Dopo un salto nel vuoto causato dal sogno da cui si sveglia spaventato nel suo letto, l’uomo capisce che deve rimediare ai suoi errori. È il giorno di Natale: quale momento migliore per creare un nuovo signor Scrooge sulle ceneri di quello vecchio?

Onorerò il Natale nel mio cuore e mi adopererò per serbarlo lì tutto l’anno. Vivrò in quello Passato, nel Presente e nel Futuro. Gli Spiriti di tutti e tre agiranno dentro di me. Non sprecherò le lezioni che mi hanno insegnato.

Questo racconto non solo mostra che anche nel più arido dei cuori c’è spazio per un po’ di amore, ma insiste sull’idea che, a prescindere dal ceto sociale e dalle ricchezze possedute, siano altri i valori da portare avanti nella vita. Ebenezer Scrooge è proprio il simbolo di quell’esteriorità fine a se stessa che non porta da nessuna parte, se non alla solitudine e all’abbandono. Le morali che Dickens cerca di trasmettere con le sue parole sono tante, prima tra tutte che l’essere buoni non è mai uno spreco di tempo. Non è un caso che lo scrittore scelga proprio il Natale come cornice alla sua storia (il periodo in cui siamo circondati dai nostri affetti più veri e sinceri), come non è un caso che sia proprio l’avido Scrooge a farsi soggetto del cambiamento. Quello che rende geniale quest’opera, oltre gli intenti, è anche altro: unendo gli elementi gotici con i temi a lui cari, lo scrittore riesce a creare un’opera in cui i problemi della povertà, dello sfruttamento minorile e delle città malfamate sono trattati in maniera così delicata da non sembrare nemmeno delle preoccupazioni reali. La lettura è di una attualità disarmante: è impossibile non lasciarsi conquistare dalla scrittura di Charles Dickens (sempre “sul pezzo” e curata in ogni suo dettaglio, che sia ironico o più serio), ma soprattutto risulta difficile non farsi scaldare il cuore da una storia che non manca di rinsaldare il valore di certi sentimenti. È proprio vero che a ogni nostro gesto corrisponde una conseguenza, piccola o grande che sia.

Voto: 5/5

PAROLE CHIAVE

Scrooge: il taccagno protagonista di questo splendido racconto, ma anche colui che dimostra che non è mai troppo tardi per migliorarsi. Tutti noi, chi più e chi meno, siamo stati “Scrooge” almeno una volta nella vita, la cosa importante, così scrive Dickens, è fermarsi appena in tempo e rendersi conto che sono altri i valori da coltivare.
Egoismo: il motore principale de Il canto di Natale, la caratteristica che più inaridisce le persone e le svuota.
Fantasmi (spiriti): ho trovato bellissima l’idea di affidare a degli elementi gotici le parole di una coscienza che andava un po’ rispolverata, come anche il fatto di aver reso moraleggiante quella che, a tutti gli effetti, è una vera e propria storia di fantasmi.
Vita/morte: una delle tante dicotomie che si trovano in A Christmas Carol. Questo aspetto lo si nota soprattutto nella differenza tra le descrizioni delle persone che circondano il protagonista e Scrooge stesso: le prime radiose e felici, mentre il secondo burbero e accigliato. Un discorso simile si potrebbe fare anche per il contrasto luce/buio.
Fred: è il personaggio che, dopo Scrooge, mi ha colpito di più. È il nipote del protagonista, il simbolo dell’affetto che lo lega alla mamma e alla sorella, eppure non manca di essere trattato in maniera maligna. Nonostante questo, il giovane ha sempre il sorriso stampato in faccia come a dire “non bisogna lasciarsi abbattere dalle difficoltà”.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Il canto di Natale
Autore: Charles Dickens
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 117 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: È il più famoso tra i racconti natalizi scritti da Dickens, nel 1843. Un racconto che ha avuto la forza di attingere all’immaginario popolare e a sua volta plasmarlo con forza. Per esempio, il personaggio di Paperon de’ Paperoni in inglese si chiama Scrooge McDuck, lo stesso nome cioè dell'”avaro cattivo e senza cuore” di questo racconto dickensiano. Scrooge è talmente cattivo e avaro da rifiutare anche il calore del Natale, per lui solo una perdita di tempo e di soldi. Sarà il fantasma del suo ex socio Jacob Marley a visitarlo per primo. Poi lo visiteranno altri tre spiriti, che gli restituiranno in rapida sequenza la visione del suo Natale passato (di quando cioè lui era un bambino solo e triste), di quello presente (quello del suo contabile Cratchit e del figlio in predicato di morte per la mancanza di cure adeguate) e infine del Natale futuro, quello della sua morte, che verrà accolta con derisione e freddezza da tutti i suoi conoscenti. È in questo momento che il vecchio avaraccio si pente dei suoi comportamenti e cambia finalmente registro, ravvedendosi e celebrando in modo adeguato lo spirito del Natale, con generosità e trasporto per gli affetti familiari.
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“Mattatoio n. 5”: così va la vita

Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut è un romanzo “tagliente” in grado di unire la leggerezza dell’ironia con la serietà di certi temi. In primo piano c’è la storia di un trauma, sia personale che storico, perfettamente trasposto su carta. Il fatto che sia stato scritto nel 1969 non fa altro che incentivare questa affermazione: non solo è l’anno del progresso che ha visto l’apice nello sbarco lunare e nelle prime manifestazioni del boom economico, ma rappresenta anche il periodo della cruenta guerra in Vietnam (citata in parallelo al bombardamento di Dresda) e, per di più, degli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy, dei riferimenti tutti quanti stratificati in una trama che dire fantascientifica e – quasi – schizofrenica è poco.

Due sere fa hanno sparato a Robert Kennedy, la cui residenza estiva si trova a dodici chilometri dalla casa dove io vivo tutto l’anno. E’ morto ieri notte. Così va la vita. Un mese fa hanno sparato a Martin Luther King. E’ morto anche lui. Così va la vita. E ogni giorno il governo del mio paese mi comunica il numero dei cadaveri prodotti dalla scienza militare nel Vietnam. Così va la vita. Mio padre è morto già da molti anni, di morte naturale. Così va la vita. Era un uomo dolce. Era anche fanatico di armi. Mi ha lasciato le sue armi. Si stanno arrugginendo.

I disegni che costellano qua e là il libro, i salti temporali, gli spazi tra un paragrafo e l’altro: qui, la storiografia tradizionale, abbandona la sua linearità e si lascia andare a una disposizione che fa emergere patologie e traumi. In questo contesto, il protagonista Billy Pilgrim è un “pellegrino” che affronta un viaggio nella storia dell’umanità e, soprattutto, nella sua realtà da sopravvissuto. Ciononostante, non può salvarsi da una mente che corre più forte di lui e che, senza tregua, lo ributta in quei buchi neri della memoria che pensava di aver lasciato all’oblio. 

“Ogni tanto ti guardo,” disse Valencia, “e ho la strana impressione che tu abbia un sacco di segreti.”
“Non è vero” disse Billy. Era una bugia, naturalmente.
Non aveva parlato a nessuno di tutti i viaggi nel tempo che aveva fatto, di Tralfamadore e così via.
“Devi avere dei segreti sulla guerra. O magari non dei segreti, ma delle cose di cui non vuoi parlare.”

La fantascienza entra in gioco per poter giustificare tutti questi salti nel tempo che fanno sì che Billy Pilgrim possa approdare su Tralfamadore – rapito dagli alieni proprio il giorno del matrimonio della figlia – e vivere, quasi come in una sorta di prigionia mentale, senza ordine e senza cognizione, passato, presente e futuro. Ma Vonnegut, in fondo e tra le righe, chiede: quale è il paese altro? Il protagonista viene visto come un animale allo zoo o un freak da osservare in maniera stupita dai tralfamadoriani, ma pure gli uomini, nel 1969, sono attaccati alla televisione per osservare lo sbarco sulla Luna (allora, il luogo non familiare per eccellenza). In realtà, dietro questa ironia c’è molto altro, ovvero il tipico stress post-traumatico del veterano e il crollo psico-fisico della mente (più che del corpo) di fronte alla tragedia della guerra. Una patologia che Vonnegut, però, riesce a mascherare con una buona dose di ironia.

Lo ricoverarono in una piccola clinica privata. Da Boston venne un celebre chirurgo del cervello che gli fece un’operazione di tre ore. Billy, dopo l’operazione, restò in stato d’incoscienza per due giorni e sognò milioni di cose, alcune delle quali erano vere. Le cose vere erano i viaggi nel tempo.

Mattatoio n. 5 è la storia di una guerra, anche personale, che passa attraverso un filtro agli occhi dei lettori (come le stesse lenti che maneggia Billy Pilgrim): nel testo, non compaiono direttamente i corpi straziati dei soldati, ma se ne riesce comunque a percepire la perdita, come pure accade nelle descrizioni dei viaggi in treno che rimandano, inevitabilmente, alle immagini della deportazione. Il paesaggio lunare ricorda la “miniera di corpi” abbattuti e accumulati dalla guerra, ma anche le città rase al suolo e bombardate completamente. Ma “così va la vita”, direbbe Billy Pilgrim. E la vita è una guerra continua che non troverà mai fine e da cui se ne genererà sempre un’altra, come una specie di cimelio da passare di generazione in generazione: se il protagonista si è ritrovato a provare e a ricordare, con suo rammarico mentale, la Seconda guerra mondiale, il figlio, invece, da Berretto verde, rivive quella cruenta del Vietnam (che nessuno sembra aver voluto). 

Che il bombardamento di Dresda sia stato una grande tragedia nessuno può negarlo. Che fosse realmente una necessità militare pochi, dopo avere letto questo libro, lo crederanno. E’ stata una di quelle cose terribili che a volte accadono in tempo di guerra, causate da una sfortunata combinazione di circostanze. Coloro che l’approvarono non erano né malvagi, né crudeli, ma può darsi benissimo che fossero troppo lontani dall’amara realtà della guerra per comprendere pienamente il terrificante potere distruttivo dei bombardamenti aerei nella primavera del 1945.

Il modo disincantato con cui Vonnegut racconta quello che è lo specchio della vita umana, anche nelle sue deformità, è assolutamente eccezionale. Billy Pilgrim, per certi versi, non è un corpo, ma un fantasma che ha lasciato la sua anima a Dresda, tra i bombardamenti e le macerie di una guerra che lo ha segnato al punto da far riemergere quei traumi che aveva segretamente nascosto dentro di lui. La sua scrittura è ironica, mordace, graffiante, a tratti confusionaria, ma bisogna pur sempre ricordare che Mattatoio n. 5 è anche il viaggio fantascientifico di una mente malata, non solo dal punto di vista delle temporalità, ma anche sotto l’aspetto della scrittura (e i disegni presenti un po’ lo fanno intuire). Dresda è una sorta di copertura, un espediente per cogliere un tema dal suo punto di vista universale: quest’ultima, in realtà, è il Vietnam e il Vietnam, a sua volta, rappresenta ogni guerra. Il “così va la vita” che il protagonista ripete continuamente in un mantra di rassegnazione per qualcosa di più grande di lui – e che può stare solo a guardare passivamente -, è anche un modo per offrire al lettore la volontà di discostarsi. La narrazione di Vonnegut, decisamente sopra le righe, come una sorta di scrittura tralfamadoriana, è una bella premessa per iniziare a leggere questo testo.

Voto: 4/5

PAROLE CHIAVE

Trauma: il tema centrale e diretto è senz’altro la guerra, ma non bisogna scordare che anche il trauma ricopre uno spazio importante nella storia. Senza troppi giri di parole, è l’intera vita di Billy Pilgrim a essere traumatica, basti pensare agli episodi che descrivono il padre che lo getta in acqua per fargli imparare a nuotare, lo sguardo nell’abisso al Grand Canyon oppure, ancora più grande, il momento che riguarda la morte della moglie. Tutte cose decisamente segnanti per Billy Pilgrim e che, in un certo senso, lo fanno rifugiare su Tralfamadore.
“Crociata dei bambini”: sottotitolo dell’opera che fa riferimento al Medioevo e ai fatti successi nel 1212-13, quando molti ragazzi persero la vita in mare o vennero venduti come schiavi (per saperne di più, cliccate qui), ma che si potrebbe accostare, in una maniera molto più moderna, ai bambini che perdono la loro innocenza combattendo per una guerra che non hanno chiesto. 
Occhio: inteso come lo sguardo che Vonnegut riesce a dare a tutto il romanzo, perfino nel rimando al lavoro da optometrista di Billy Pilgrim. Come lo stesso protagonista di Mattatoio n. 5 crea delle lenti correttive per coloro che non riescono bene a mettere a fuoco, così anche l’autore modella una trama in cui la storia è continuamente rimescolata  e vista sotto diverse prospettive.
Harward Rumfoord: il professore di Storia che incontra Billy Pilgrim in ospedale; la storiografia tradizionale incontra quella “non lineare”.
Benessere/Vietnam: l’America che viene descritta in Mattatoio n. 5 è quella del boom economico (le “dita magiche”, le macchine, il consumismo) e del benessere, quella del  “va tutto bene” mentre fuori viene combattuta la guerra.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini)
Autore: Kurt Vonnegut
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 196 pagine
Prezzo: 9 euro
Trama: Verso la fine della seconda guerra mondiale Vonnegut, americano di origine tedesca, accorse con tanti altri emigranti in Europa per liberarla dal flagello del nazismo. Fatto prigioniero durante la battaglia delle Ardenne, ebbe la ventura di assistere al bombardamento di Dresda dall’interno di una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita e deposito di carni. Da questa dura e incancellabile esperienza nacque “Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini”, storia semiseria di Billy Pilgrim, americano medio affetto da un disturbo singolare (“ogni tanto, senza alcuna ragione apparente, si metteva a piangere”) e in possesso di un segreto inconfessabile: la conoscenza della vera natura del tempo.
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“Il ritratto ovale”: arte e terrore

Parlare di tutti I racconti dell’incubo e del terrore di Poe in una sola recensione sarebbe impossibile. Dopo un’ardua decisione, la scelta è caduta su Il ritratto ovale, un testo – tra i miei preferiti – in grado di mescolare atmosfere macabre e arte. Questo racconto datato 1842, oltre a essere relativamente breve, è anche sorprendentemente significativo e inquietante in fatto di tematiche portate alla luce. Se state pensando a una storia ambientata di notte o perlomeno al buio illuminato solamente da delle tremolanti candele, state pensando bene. Poe non ci pensa due volte: incomincia il testo non solo con un forte richiamo al sublime che si inscrive nella commistione tra malinconia e splendore (e che si coglie fin dalle prime righe), ma prosegue anche con delle ricche descrizioni che non fanno altro che rendere questa storia ancora più suggestiva. 

Ci stabilimmo in una delle stanze più piccole e arredate meno sontuosamente. Si trovava in una remota torretta della costruzione. I suoi ornamenti erano ricchi, ma rovinati ed antiquati. I muri erano rivestiti d’arazzi e decorati con trofei araldici, vari e multiformi, insieme con un numero insolitamente grande di quadri moderni molto vivaci in cornici riccamente arabescate d’oro. Per questi dipinti, che pendevano non solo dalle superficie principali dei muri ma in moltissimi recessi che l’architettura bizzarra del castello aveva inventato – per questi quadri, il mio delirio incipiente, forse, mi aveva fatto provare profondo interesse; cosicché comandai a Pedro di chiudere le pesanti imposte della stanza – poiché era già notte, – di accendere i bracci di un alto candelabro che stava al capezzale del mio letto, e aprire completamente le cortine di velluto nero ornate di frange che nascondevano il letto stesso.

L’ambientazione che caratterizza Il ritratto ovale è quella che accompagna ogni romanzo gotico: un castello (abbandonato) e una notte all’apparenza tranquilla. Qui, in un luogo imprecisato delle Alpi e in un periodo che possiamo ricondurre all’Ottocento, riposano un viaggiatore ferito e il suo servitore Pedro, nonché amico premuroso. Mentre il valletto si addormenta rapidamente, il primo decide di trascorrere il tempo sfogliando un libretto in cui sono narrate le storie dei quadri che ricoprono le pareti dell’intero castello. La lettura avviene alla luce di un candelabro, ma è proprio quando quest’ultimo viene spostato per convogliare maggiore luminosità che succede un fatto sconvolgente: in un angolo della stanza che non aveva notato prima, il viaggiatore scopre il ritratto di una giovane donna che lo fa rimanere letteralmente a bocca aperta. 

Ma l’azione produsse un effetto del tutto imprevisto. Le luci delle numerose candele (ce ne erano molte) ora andavano a cadere in una nicchia della stanza che fino a quel momento era stata messa in ombra profonda da una colonnina del letto. Vidi così in piena luce un quadro passato del tutto inosservato prima. Era il ritratto di una giovinetta quasi sul punto di divenire donna.

Leggendo il libretto, il protagonista scopre che la donna dipinta «così bene da sembrare viva» non era altro che la moglie del pittore. Proprio per la sua bellezza, il marito aveva deciso di farle un ritratto, conducendola però nella stanza più buia e fredda del castello, in cima alla torre. Il delirio è soprattutto ciò che caratterizza la storia di questo artista sui generis, ma in un certo senso anche del protagonista/viaggiatore: se il secondo è catturato dai dipinti che lo circondano, il primo è così preso dalla sua follia creatrice da dimenticarsi della moglie che, ad ogni pennellata in cerca della perfezione, deperisce e si consuma. E’ solo nel momento di dare l’ultimo tocco a quel dipinto così vivo che il pittore si accorge della tragedia: la moglie è morta, quasi come se la sua vita fosse spirata direttamente sulla tela.

E allora fu data la pennellata, e la sfumatura fu posta; e, per un attimo, il pittore rimase estasiato davanti all’opera che aveva compiuto; ma subito dopo, perso ancora nella contemplazione, divenne tremante e molto pallido, e atterrito, gridando con una voce forte, “Questa è davvero la Vita stessa!” si voltò improvvisamente a osservare la sua amata: Era morta!

Di questa storia, colpisce senz’altro il modo in cui Poe decide di rendere a parole l’attrazione che il protagonista prova per il dipinto, un po’ sulla scia di quello che sarà, qualche anno dopo, Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde (1890). Il viaggiatore ne è letteralmente stregato: sottolinea per ben due volte (e in due diverse parti del racconto) quanto il fascino di quel “ritratto ovale” lo faccia rimanere con gli occhi fissi quasi come se fosse in trance. Quel quadro, per lui, parla senza le parole, è magnetico e vivo, e per questo vuole cercare con insistenza la sua storia all’interno di quel libro che si è ritrovato tra le mani. Un altro aspetto particolare è sicuramente il legame che questo racconto ha con il doppio. Nella prima parte, i personaggi in primo piano sono il viaggiatore ferito e il suo servo Pedro, nella seconda, entrambi sono sostituiti dalle figure del pittore e di sua moglie, il tutto in un’ambientazione in cui la vita e la morte sono continuamente messe in discussione. Il ritratto, a maggior ragione verso la fine, è chiamato persona viva, e forse è proprio questo il motivo per cui il racconto può essere considerato anche la storia di una ossessione e di una follia che si personificano, purtroppo tragicamente, nell’amore per l’arte.

Voto: 5/5

PAROLE CHIAVE

Vita/Morte: un legame che unisce con un filo invisibile tutto il racconto, soprattutto nella storia tra il pittore e la moglie. Il quadro è un oggetto inanimato ma paradossalmente vivo, mentre la donna dipinta – che dovrebbe essere piena di vitalità – è destinata a morire al tocco di ogni pennellata sulla tela.
Castello: senza questo elemento, probabilmente, la storia non avrebbe avuto lo stesso impatto sul lettore. Poe dimostra che possono bastare anche poche ambientazioni (come ad esempio anche la stanza abbandonata in cui soggiornano gli ospiti) per rendere una semplice storia non così scontata come può sembrare.
Doppio: il classico tema dei racconti gotici e quello che rende questa storia ancora più suggestiva. Due sono le parti in cui è divisa la vicenda (la prima che occupa il viaggiatore e Pedro; la seconda che riguarda il pittore e la moglie), due sono i protagonisti che occupano la scena ogni volta. Ma il doppio si riferisce anche allo stesso quadro e quindi alla donna che, da modella, prende vita sulla tela.
Arte: la pittura, in questo racconto, compare come un espediente per rimarcare quanto essa, molto spesso, sia legata alla follia. L’ispirazione artistica, qui, non solo è descritta come un’ossessione che conduce alla pazzia, ma appare addirittura come una rivale della moglie per la conquista dell’attenzione del pittore/marito.

PER SAPERNE DI PIÙ

Tutti i racconti (Poe)

Titolo: Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym»
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
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Il Kindle: la comodità di una “libreria portatile”

In questo articolo vorrei parlarvi del Kindle, ovvero dello strumento tascabile che da qualche anno a questa parte permette di portare con sé – senza alcun ingombro o peso – tutti i libri che vogliamo per averli a disposizione sempre, in ogni momento in cui abbiamo del tempo utile per poterli leggere. Il lettore di eBook, sostanzialmente, ha più vantaggi che svantaggi: primo tra tutti il costo ridotto dei libri in formato digitale rispetto a quelli in versione cartacea. “Sì, ma vuoi mettere la bellezza dello sfogliare un libro?” diranno alcuni, ed è vero. Effettivamente, qualche anno fa, questa era una delle principali ragioni che più mi aveva allontanato dall’idea di comprarlo e di averci a che fare. Penso di essere una delle fan più accanite della sensazione della carta tra le mani e del suo profumo tra le narici (basti pensare che in libreria, la prima cosa che faccio, è avvicinarmi al naso un libro aperto a una pagina qualunque per poterlo sentire e farmelo piacere anche sotto quel punto di vista). Poi, un giorno, costretta dallo spazio sempre più ridotto tra gli scaffali e dai prezzi – non sempre tanto modici – di certi libri, ho preso mentalmente carta e penna e ho cominciato a fare una lista di pro e contro sull’avere o non avere un Kindle. Se da una parte, ossia nella colonna degli aspetti negativi, avevo inserito solamente la paura di non poter trovare sempre il titolo in formato digitale di un determinato testo cartaceo e, soprattutto, il costo “importante” dell’E-reader, dall’altra gli aspetti positivi – io ne ho riportati dieci – si moltiplicavano come per mitosi:

1. Un eBook costa relativamente poco: si parte da un minimo di 0,99 centesimi, fino alla possibilità di avere certi grandi Classici (come i testi di Pirandello o Dante) addirittura gratis.

2. Il database in cui ricercare un libro è davvero ampio, mentre le offerte con i ribassi sono all’ordine del giorno (può capitare che un eBook cali di prezzo in modo imprevisto, per questo è sempre meglio fare una wishlist per tenere sempre sott’occhio i titoli che vogliamo).

3. Il Kindle offre la possibilità di fare sottolineature virtuali delle frasi che più ci piacciono o ci hanno colpito di un certo libro e di ritrovarle poi, in modo ordinato, in una sezione chiamata “i miei ritagli”.

4. Attraverso i pulsanti di condivisione, possiamo trasferire, in modo istantaneo e veloce, ogni frase che vogliamo sui nostri social network preferiti – Twitter o Facebook – e anche per e-mail.

5. Un vocabolario integrato ci permette di ricercare delle parole che non conosciamo e anche di tradurle.

6. Dal punto di vista tecnico, il Kindle è davvero facile da usare: basta un dito strisciato sullo schermo. Inoltre, è dotato di una batteria che lo fa rimanere acceso anche per settimane, mentre il dosatore di luce consente di leggere anche di notte, comodamente sdraiati a letto, senza necessariamente doverci accecare o stancare gli occhi.

7. Non sappiamo se un libro ci convince e non abbiamo il tempo di fare una capatina in libreria per poterlo sfogliare? Nessun problema. Possiamo scaricarne un estratto e poi, successivamente, decidere di comprarlo per intero.

8. Avere un E-reader significa anche acquisire discrezione, a maggior ragione se non vogliamo sbandierare ai quattro venti quello che stiamo leggendo (a chi non è capitato, in treno, di allungare il collo per vedere che libro aveva tra le mani un pendolare? Ebbene sì, è successo anche a me).

9. Un Kindle non costa poco, ma posso assicurare che è un investimento: di spazio, prima di tutto, ma anche in fatto di libri (anche se i soldi per una lettura sono sempre ben spesi). Ci tengo a sottolineare che al prezzo di un libro cartaceo, volendo, potremmo prendere tre o quattro eBook.

10. Acquistare un “libro digitale” è comodo e veloce, e non si può fare solo sull’E-reader: se gli account di Amazon e del Kindle sono collegati tramite la stessa mail, vi basterà comprare l’eBook sul famoso sito di acquisti per trasferirlo in automatico anche nella vostra libreria virtuale.

Aspetto le vostre opinioni a riguardo e se ancora questa lista non vi basta, vi invito a leggere tutte le specifiche del Kindle qui, dove sono presenti anche le recensioni di chi, oltre a me, già lo possiede. Se lo avete e come me non ne potete fare a meno, quali sono gli eBook che vorreste acquistare?

E BOOK

Il Museo della Follia: un viaggio nell’arte e non solo

Entrate, ma non cercate un percorso, l’unica via è lo smarrimento.

Con questa frase scritta su una parete completamente nera incomincia il viaggio all’interno del Museo della Follia, un itinerario perturbante fatto di voci, parole, video, dipinti, sculture e testimonianze materiali che non fanno altro che “avvolgere” il visitatore portandolo in una dimensione completamente altra rispetto alla normalità a cui è abituato e in cui si sente al sicuro.

Alda Merini apre la mostra: la sua voce riecheggia nell’aria dando un tono ai suoi versi, mentre il cassetto del suo comodino è disordinatamente riproposto come una protesi della sua mente da poetessa “maledetta e folle”. Da lì, l’esposizione prosegue diramandosi come una macchia di Rorschach attraverso un itinerario che va ben oltre la storia dell’arte e che prende in considerazione anche chi i manicomi li ha vissuti sul serio sulla propria pelle. È il caso delle fotografie all’ospedale psichiatrico di Mombello – in cui svettano i dipinti di Gino Sandri, internato proprio in quest’ultimo – oppure quelle fatte ai manicomi di Teramo e Palermo, accompagnate invece dalle lettere disperate dei pazienti sul loro stato di salute o sulla loro voglia di andarsene. Ma non solo: ci sono anche video installazioni dedicate a Franco Basaglia e agli OPG (gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) oppure l’evocativa stanza della griglia, con i volti dei pazienti recuperati da alcune vecchie cartelle cliniche e che rivedono la luce attraverso un’interruttore che si può premere rimanendo quasi accecati.

Museo della Follia 2

La particolarità della mostra sta anche nelle sue esperienze multi-sensoriali. Questo accade, ad esempio, nella piccola stanza che racchiude le parole di un paziente colto nel suo totale sconforto, e in cui il visitatore è invitato a lasciarsi coinvolgere appieno. Occhi e orecchie sono impegnati nella lettura e nell’ascolto, mentre il corpo, racchiuso nello spazio angusto, sembra rivivere il caos dei discorsi soffocati e riproposti alla rinfusa nella mente.

In questo percorso nell’eterogeneità della follia, le opere si trasformano in modi e mondi diversi in cui gli artisti tentano di dare a quest’ultima una forma: Antonio Ligabue in primis, ma anche Telemaco Signorini, Lorenzo Alessandri, Enrico Robusti, Francisco Goya, Francis Bacon, Van Gogh e, soprattutto, il discusso quadro di Adolf Hitler. A queste si aggiungono anche le sculture di Cesare Inzerillo e gli oggetti appartenuti a dei reali pazienti che – incastonati nel muro come fermati nel tempo e nello spazio – sembrano riprodurre il loro senso di alienazione all’interno dei manicomi.

Museo della Follia 1

Il museo della Follia sa affrontare un tema vasto e delicato, sicuramente difficile da raccontare, dando spazio a diversi punti di vista e prendendo in considerazione tutte quelle forme in cui la diversità mentale si è manifestata e per cui certi individui sono stati giudicati. Visitare questa mostra significa, in un certo senso, abbandonare ogni logica e smarrirsi, proprio come invita la frase iniziale, nello stesso modo in cui smarrite e turbate sono le menti di cui si parla al suo interno. Muoversi tra le sale è un po’ come brancolare nel buio, nella stessa oscurità che occupa le pareti e la mente dei folli.

Immagini, documenti, oggetti raccontano le condizioni umili e dolenti dell’alienazione, le prescrizioni e le cure, i letti di contenzione e gli strumenti di costrizione. È un repertorio non dissimile da quello, doloroso, dei reperti dei profughi nei campi di concentramento. Frammenti che evocano infinite tristezze, isolati, anche nella loro innocua costituzione, come un cucchiaio, una fialetta odontalgica del Dott. Knapp, un pacchetto di Alfa, una chiave. Nulla di strano o di originale, nulla di specifico; tutto di doloroso. È l’introduzione al Museo della Follia. Un repertorio, senza proclami, senza manifesti, senza denunce. Poi si entra nella Stanza della Griglia. E si incontrano le persone. Uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui. Inzerillo dà la traccia, evoca inevitabilmente Sigmund Freud e Michel Foucault, e apre la strada a un inedito riconoscimento, a una poesia della follia che muove i giovani in questa impresa. Sara Pallavicini, Giovanni Lettini e Stefano Morelli. Determinati, liberi, folli. Ed ecco il loro museo.