“Non lasciarmi”: un destino già scritto

«Commovente e visionario». Così è stato descritto Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, un romanzo ucronico edito nel 2005 e meglio conosciuto con il titolo originale di Never let me go. La trama ci immerge fin da subito negli anni Novanta, in un mondo che sembra essersi proiettato completamente verso gli esperimenti genetici e il prolungamento della vita. Kathy, Ruth e Tommy, i protagonisti della storia, frequentano e crescono in un college di Hailsham, una scuola completamente isolata dagli stimoli esterni.

Tutto ciò potrà anche sembrare sciocco, ma dovete ricordare che per noi, in quel periodo della nostra vita, qualunque luogo al di là dei confini di Hailsham era un paese fantastico; possedevamo solo nozioni molto vaghe del mondo fuori, e di ciò che fosse o non fosse possibile in quel mondo.

C’è solo una particolarità: loro non sono affatto dei ragazzini “normali”, ma dei cloni che – proprio come il vento che indirizza i capelli e la chioma dell’albero nell’evocativa fotografia di Laurence Dutton raffigurata in copertina -, sono obbligati a seguire il destino che è stato riservato loro senza opporvisi: quello di diventare dei donatori di organi.

Voi siete… speciali. Il fatto di avere cura di voi stessi, di mantenervi sani dentro, è molto più importante per ognuno di voi di quanto lo sia per una come me.

La scuola, nel romanzo, svolge davvero un ruolo fondamentale: oltre a crescere e a educare gli studenti per lo “scopo” che devono assolvere, è anche il luogo in cui viene mostrata loro l’importanza della creatività. L’arte, in questo percorso di crescita che ricorda tanto un bildungsroman, è la sola cosa in grado di dimostrare la presenza di un’anima, ma rappresenta anche il biglietto da visita principale per poter essere accettati in quella sorta di società “panottica” dove i ragazzi vengono continuamente sorvegliati e ascoltati anche nelle loro più intime conversazioni.

La maggior parte delle volte, la considerazione in cui ognuno di noi veniva tenuto a Hailsham, quanto si veniva apprezzati e rispettati, era determinato dal proprio livello di “creatività”.

Le tre parti in cui è strutturato Non lasciarmi rappresentano anche lo scorrere del tempo che attraversa le vite dei tre ragazzi, conducendoli dall’ingenuità dell’infanzia sino alla consapevolezza dell’età adulta. È proprio durante la fase intermedia – nel periodo in cui si trovano nei cottages, lontani dalla sorveglianza degli insegnanti – che scoprono i primi turbamenti emozionali e la rispettiva indole. La presenza del fattore empatico, ma anche di sentimenti quali la paura, la rabbia e la perdita, rappresenta forse l’aspetto più significativo dell’intero testo. L’interiorità non solo è affidata (in maniera paradossale) a dei cloni, ma il loro destino appare così inesorabilmente scritto da essere tragico: la voglia di poter vivere normalmente rappresenta un desiderio che non può essere esaudito e l’unica ambizione fattibile è quella di prolungare il periodo prima di incominciare il percorso di donazione degli organi che li condurrà a un lento deperimento fisico e psicologico. Kathy, Ruth e Tommy non sfuggono affatto alla loro condizione, e probabilmente è proprio questa “non ribellione” di fronte alla scadenza della vita che li rende più simili agli umani di quanto pensano. Non solo per quanto riguarda il corpo, ma anche per i dispiaceri che in un vissuto possono capitare. È il caso, per esempio, della storia d’amore che attraversa delicatamente tutta la storia e che riguarda Kathy e Tommy: separati inizialmente dalla mancanza di coraggio e dopo, quando finalmente possono lasciarsi andare ai sentimenti, da una fine ineluttabile. 

Pensavo ai rifiuti, alla plastica che sventolava tra i rami, alla linea di strane cose intrappolate lungo il reticolato, e allora chiusi quasi gli occhi e immaginai che quello fosse il punto dove tutto ciò che avevo perduto dagli anni dell’infanzia era stato gettato a riva; adesso mi trovavo lì, e se avessi aspettato abbastanza, una minuscola figura sarebbe apparsa all’orizzonte in fondo al campo, e a poco a poco sarebbe diventata più grande, finché non mi fossi resa conto che era Tommy, e lui mi avrebbe fatto un cenno di saluto con la mano, forse mi avrebbe chiamata. La fantasia non andò mai al di là di questa immagine – non glielo permisi – e sebbene le lacrime mi rotolassero lungo le guance, non singhiozzavo né mi sentivo disperata. Aspettai un poco, poi tornai verso l’auto e mi allontanai, ovunque fossi diretta.

Se dovessi trovare una definizione per questo romanzo, probabilmente sarebbe “tragicamente bello”. Ishiguro ha deciso di raccontare il vissuto (e le prime esperienze) di cloni umani, perennemente ostacolati dalle circostanze esterne e dal destino, in una maniera così delicata da essere quasi toccante. Ho sempre tifato per Tommy e Kathy fin dalle prime pagine, mentre ho detestato Ruth per il suo egoismo e per il suo carattere, a tratti decisamente lontano da quello che una amica dovrebbe avere. La storia incomincia come un grande diario («Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre») e in un certo senso, con questa scelta, sembra che l’autore voglia farci entrare nel mondo segreto e chiuso di Hailsham come se fossimo degli ospiti con un permesso “speciale”. Il finale probabilmente è quello che più mi ha lasciato con l’amaro in bocca: se da un lato non mi ha affatto stupito, dall’altro pensavo che il lieto fine sarebbe stata la cosa più giusta per una storia costellata continuamente da perdite e separazioni. Consiglio questo libro a chi voglia leggere una storia – non solo sentimentale – combattuta, ma anche a chi è alla ricerca di un romanzo che tocca temi eticamente e coralmente ricchi di stimoli. Sebbene l’inizio sia un po’ lento nella narrazione, l’autore riesce nel difficile compito di trascinare il lettore con sé in un mondo solo in apparenza ucronico, e che la scrittura articolata, ma non per questo confusa, fanno percepire come tremendamente reale. La trama è un susseguirsi di vicende che convergono tutte nella crescita dei protagonisti, sia nel bene che nel male; anche se la predestinazione della vita fa pensare che, malaugaratamente, sia decisamente il corpo a vincere sul sentimento.

Voto: 4/5

PAROLE CHIAVE

Cloni: quello che sono Kathy, Ruth e Tommy; il lettore non lo scopre subito, probabilmente perché Ishiguro compie la scelta di lasciare una sorta di “normalità” durante tutta la prima parte della storia. Sono prima tre bambini, poi tre adolescenti e alla fine tre adulti. La vita li avvicina, li accumuna, li separa e poi li riunisce ancora una volta, e il loro legame appare sempre centrale e profondo per tutta la trama, nonostante gli alti e bassi.
La “scuola”: Hailsham rappresenta fin dall’inizio di Non lasciarmi un meccanismo di controllo in cui tutti i ragazzi presenti hanno pochissimi momenti di libertà e vengono continuamente sorvegliati ed educati alle regole del luogo. Questo sistema è una sorta di micro-società in cui agli “alunni” viene offerto un surrogato di crescita e formazione, mentre il mondo esterno è dipinto come qualcosa di pericoloso da cui stare debitamente alla larga (basti pensare al “bosco”: «si raccontavano ogni genere di storie terribili su quel luogo»).
L’angolo dimenticato: si trova nel Norfolk ed è descritto come qualcosa di “fantastico” e importante per lo sviluppo della storia tra Kathy e Tommy. Non è altro che un negozio della nostalgia, della storia passata, poiché si dice che in quel luogo finiscano tutti gli oggetti smarriti del paese. E’ stato proprio durante il viaggio alla ricerca di una cassetta (a cui era molto affezionata Kathy) che i due ragazzi capiscono che tra loro c’è molto più di una semplice amicizia.
Varietà di generi: Non lasciarmi è, in primis, un romanzo, ma anche una distopia e una ucronia. Procedendo con la lettura si scopre essere pure molto altro: un diario, un flashback, un dramma, una ricerca di identità, un progetto scientifico, un romanzo di formazione, una storia d’amore delicatissima. Tutto questo in 291 pagine.
Amore: compare all’inizio in maniera leggera, quasi sfumata, per poi occupare gran parte della trama verso la fine del romanzo. 

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Non lasciarmi
Autore: Kazuo Ishiguro
Editore: Einaudi
Lunghezza: 304 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.
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Dylan Dog #400 – E ora, l’Apocalisse!

Non tutte le apocalissi vengono per nuocere.
Anzi, alcune si verificano – volutamente – proprio per stravolgere la “normalità” e scompaginare ogni certezza. Dylan Dog #400 si comporta un po’ così: affonda le sue radici in un mondo che già abbiamo conosciuto – riprendendo alcuni albi simbolo del paradigma sclaviano – e allo stesso tempo mette le basi per ciò che, di ancora imprecisato, deve venire. Per i nostalgici e gli aficionados è sicuramente un colpo al cuore: come ci si può preparare a leggere (e guardare) così tante sorprese? Semplice. Lasciandosi alle spalle i paragoni con ciò che è stato e godendosi, con altri occhi, quello che offrono le potenzialità. D’altronde, sarebbe un errore fossilizzarsi sui “vecchi miti” del passato.

Persi in un oceano ostile e senza nome, Dylan Dog e Groucho, a bordo del Galeone, dovranno fronteggiare tempeste, mostri e luoghi impossibili, in una spirale visionaria che condurrà l’Indagatore dell’Incubo al cospetto di un impensabile, gigantesco avversario, dalla cui morte dipende il destino del mondo intero, e la speranza per un nuovo futuro.

E ora, l’Apocalisse! – uscito nelle edicole e nelle fumetterie il 27 dicembre 2019 – non è solamente una “storia stratificata o ricca di riferimenti culturali”, ma anche la fine di un’epoca, un palinsesto su cui si deve fare tabula rasa per poter riscrivere altre avventure. Tutte nuove, sostanzialmente lontane da quelli che, nel tempo, sono diventati dei capisaldi riconoscibili e familiari. Dopo lo scenario distruttivo raccontato nel #399 – e il matrimonio per amore, in extremis, con il fedele compagno Groucho – l’Indagatore dell’incubo inaugura un’ulteriore fase della sua vita, quella della svolta e della sua ridefinizione sotto altri punti di vista. Il preludio del cambiamento si percepisce fin da subito: dalle celebrazioni a chi (e cosa) ha fatto grande il fumetto, come in una sorta di grande addio, all’intertestualità che si instaura tra una vignetta e l’altra (con Star Wars, Blade Runner, ma anche Caravaggio e Shakespeare).

Cuore di tenebra di Joseph Conrad è sicuramente il richiamo più lampante: viene evocato il male, il colonialismo (temi chiave del romanzo), ma soprattutto il viaggio dal noto all’ignoto; Dylan si auto-elegge portatore di tutti questi elementi e li fa propri, diventando un ricettacolo vivente in cui prendono vita una serie di “metastorie” tutte quante da decifrare e interpretare. Parafrasando una citazione famosa: pensare di cambiare le cose pur continuando a farle nello stesso modo è un po’ come pretendere di andare avanti guardandosi sempre indietro. Ecco, allora, il colpo di scena più grande di tutti: come in un Frankenstein dal finale alternativo, il rapporto ambivalente tra creatura e creatore si materializza nell’uccisione di Tiziano Sclavi ad opera del suo figlioccio, e quindi in una morte metaforica che proietta l’Indagatore verso “nuove mani” e altri orizzonti.

Ancora non si sa di preciso come sarà il nuovo volto di Dylan Dog – l’appuntamento è per il 30 gennaio, con una miniserie di sei albi tutti quanti corredati dalla sigla 666 -, ma in attesa di conoscerlo non resta altro che festeggiare il suo ritorno “in attività” con questa speciale uscita, in quattro copertine diverse come altrettanti sono stati gli autori a realizzarle (Corrado Roi, Gigi Cavenago, Claudio Villa e Angelo Stano). Se il termine apocalisse deriva dal greco apokalypsis e significa “gettare via ciò che copre, togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamento”, allora, sotto la maschera, ne vedremo delle belle.

Per approfondire la lettura: Dylan Dog #400

Günther Anders

Parlare di Günther Anders (Breslavia 1902 – Vienna 1992) senza menzionare la centralità delle sue teorie nel panorama del XX secolo sarebbe come tralasciare una fetta importante del pensiero odierno. Filosofo, scrittore, appassionato d’arte, ma prima di ogni cosa “diverso” (come lui, coscientemente, si è auto definito): con il diffondersi del Nazismo, e soprattutto per continuare a pubblicare libri, il suo editore gli consiglia di modificare il cognome ebraico Stern per evitare qualsiasi tipo di ritorsione. Ecco che Anders – che in tedesco significa, appunto, diverso – non solo diventa il simbolo della battaglia alle discriminazioni di quegli anni, ma anche un modo tangibile per distinguersi da chi voleva silenziare la sua voce.

Una delle sue fortune è stata quella di potersi approcciare a grandi personalità del panorama filosofico moderno e contemporaneo. Durante il periodo universitario ha avuto come “mentori” Martin Heidegger ed Edmund Husserl, mentre simultaneamente si è interessato a seguire seminari sulla “Critica della Ragion Pura” di Kant. Le divergenze di opinioni con Adorno gli hanno impedito di conquistare, dopo la laurea in Filosofia, la cattedra all’Università di Francoforte sul Meno, fatto che comunque non ha intaccato le sue straordinarie abilità come pensatore. Nel 1929 ha sposato Hannah Arendt, ma il loro matrimonio è durato solamente fino al 1937; la storia tra i due è stata molto travagliata, tant’è che entrambi si sono riservati il diritto di “commentarla” in maniera molto discordante: Anders l’ha definita come la prima vera storia d’amore della sua vita, la Arendt invece una relazione complicata da mandare avanti a causa del “pessimismo”, mal sopportabile, del marito.

Con la guerra alle porte e le leggi razziali sempre più pressanti, Anders trova rifugio in diversi paesi, tra cui Francia e Stati Uniti; sono questi gli anni in cui conosce la seconda moglie, la scrittrice Elisabeth Freundlich, e in cui viene consacrata la sua prolifica carriera come “indagatore” delle tematiche più rilevanti dell’epoca. Die Antiquiertheit des Menschen (L’uomo è antiquato) rimane sicuramente la sua opera più rilevante: pubblicato in due volumi, il primo nel 1956 e il secondo del 1980, questo testo riflette soprattutto sulla sempre più marcata decentralizzazione dell’uomo rispetto al mondo che lo circonda e agli accadimenti che si verificano inesorabili.

Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: “Atomo”. Poiché non devi cominciare un solo giorno nell’illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda è qualcosa che domani potrebbe essere già semplicemente “stato”; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo più “caduchi” di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. E questo sia il tuo secondo pensiero dopo il risveglio: “La possibilità dell’apocalisse è opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo.

I suoi studi sulla fenomenologia e sulla tecnica gli sono fondamentali per concepire ciò che lui chiama “vergogna prometeica”, ossia quel senso di inadeguatezza causato dalla modernità per cui a macchine sempre più prestanti e perfette corrispondano degli uomini incapaci di prevederne le conseguenze. L’apice di questo pensiero si è materializzato il 6 agosto del 1945: non solo il giorno dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima, ma anche il momento storico che ha sancito definitivamente la capacità della razza umana di potersi distruggere con le sue stesse mani («Nei cimiteri in cui riposeremo nessuno verrà a piangerci. I morti non possono piangere altri morti»).

Svariati gli scritti – la maggior parte ancora mancanti di traduzione -, come tante le tematiche affrontate, perlopiù considerate delle “ferite aperte” ancora oggi. Noi figli di Eichmann (1964) è un altro dei suoi più apprezzati successi. Wir Eichmannsöhne (questo il titolo originale) non è un semplice testo, ma un’analisi filosofica che assume come premessa uno dei momenti più disumani della storia novecentesca: la crudelissima deportazione.

Günther Anders lo ha strutturato come due lunghissime missive indirizzate a Klaus Eichmann; non un generico qualunque, ma proprio il figlio di Adolf Eichmann e pertanto l’erede di colui che è stato il principale responsabile della “soluzione finale”. La prima, scritta nel 1963 dopo la condanna a morte in Israele del padre; la seconda nel 1988, in seguito a una sua risposta mai arrivata. Ciò che più colpisce di Noi figli di Eichmann non è tanto lo “scomodo” destinatario, piuttosto i toni e le indagini che ne conseguono.

L’origine non è una colpa, come non lo è per i sei milioni di ebrei passati sotto la solerte contabilità di morte di suo padre. Nessuno è artefice della propria origine, neppure lei che non solo venne a sapere quello che lui aveva fatto, non solo delle camere a gas e dei sei milioni di morti. Già questo sarebbe stato sufficiente. No. Oltre a ciò lei dovette venire a sapere che il nuovo padre che aveva cancellato la memoria del suo primo padre altro non era che questo stesso primo padre. Insomma che quest’uomo era proprio Adolf Eichmann.

In queste pagine sono molti i ragionamenti affrontati, uno su tutti quello della responsabilità. Quando accade qualcosa di così grande e inimmaginabile, può essere responsabilità di una sola persona? Eppure, l’obiettivo di Anders non è quello di trovare in Klaus un colpevole, bensì di “scagionarlo” dalle sue origini e di allontanarlo da quelle colpe paterne che inevitabilmente sono ricadute anche su di lui. Ma c’è molto di più: è impossibile, afferma l’autore, provare alcun tipo di lutto o stima per chi si è reso artefice di un atto disumano come lo sterminio di milioni di innocenti, ecco perché introduce anche il concetto di “mostruosità”. Mostruoso non è stato soltanto l’Olocausto, ma anche chi l’ha compiuto e chi l’ha tenuto all’oscuro all’intera opinione pubblica. Ancora una volta, la tecnologia diventa un’arma a doppio taglio che si pone nel mezzo: da una parte, rappresenta un lasciapassare verso il progresso, ma dall’altra, se non sufficientemente consapevole, de-responsabilizza l’uomo slegandolo dalle conseguenze delle sue azioni. Il mondo si sta trasformando in un’enorme macchina priva di personalità, e la paura è che Auschwitz sia stata una dimostrazione di quanto ancora può accadere.

Voci correlate

La bibliografia di Günther Anders

Noi figli di Eichmann (clicca qui) 

“La città smarrita nella neve”: un racconto di Italo Calvino

Marcovaldo è una raccolta di racconti – alcuni usciti sulle pagine dell’Unità – scritti da Italo Calvino e pubblicati per la prima volta nel 1963 in una collana di libri per ragazzi dell’editore Einaudi. Le stagioni in città, nonché sottotitolo delll’opera,  si riferisce alla struttura delle novelle che la compongono: ognuna associata a primavera, estate, autunno o inverno, e quindi al mutare della natura in relazione al contesto in cui abita il protagonista (Marcovaldo, appunto). In queste storie – che diversi critici hanno definito come delle vere e proprie favole contemporanee – non trova spazio solamente la bellezza delle cose semplici, ma anche la nostalgia nei confronti di un paesaggio che è difficile scoprire se si è inglobati nel grigiore del centro abitato. La città smarrita nella neve, breve testo sulla stagione invernale, è la storia di una fantastica trasformazione: da serbatoio di frenesia, caos e freddezza, la città – probabilmente quella di Torino – diventa un «foglio bianco», quasi una tabula rasa, in cui immaginare nuove prospettive. È una sensazione effimera, che dura giusto il tempo di una lettura, ma in grado di donare alla vita di Marcovaldo un po’ di magia e spensieratezza. Le «cose di tutti i giorni spigolose e ostili», la ditta Sbav e le malinconie quotidiane sono destinate a tornare, proprio come la coltre di neve che si scioglie e sparisce per lasciare posto, di nuovo, alla realtà.

Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte.

– La neve! – gridò Marcovaldo alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita. Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano.

Andò al lavoro a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig–zag.

Le vie e i corsi s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei monticeli! bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni, il solito magazzino, e, varcata la soglia, il manovale stupì di ritrovarsi tra quelle mura sempre uguali, come se il cambiamento che aveva annullato il mondo di fuori avesse risparmiato solo la sua ditta.

Lì ad aspettarlo, c’era una pala, alta più di lui. Il magazziniere–capo signor Viligelmo, porgendogliela, gli disse: – Davanti alla ditta la spalatura del marciapiede spetta a noi, cioè a te –. Marcovaldo imbracciò la pala e tornò a uscire.

Spalar neve non è un gioco, specie per chi si trova a stomaco leggero, ma Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita. E di gran lena si diede al lavoro, facendo volare gran palate di neve dal marciapiede al centro della via.

Anche il disoccupato Sigismondo era pieno di riconoscenza per la neve, perché essendosi arruolato quel mattino tra gli spalatori del Comune, aveva davanti finalmente qualche giorno di lavoro assicurato. Ma questo suo sentimento, anziché a vaghe fantasie come Marcovaldo, lo portava a calcoli ben precisi su quanti metri cubi di neve doveva spostare per sgomberare tanti metri quadrati; mirava insomma a mettersi in buona luce con il caposquadra; e – segreta sua ambizione – a far carriera.

Sigismondo si volta e cosa vede? Il tratto di carreggiata appena sgomberata tornava a ricoprirsi di neve sotto i disordinati colpi di pala d’un tizio che si affannava lì sul marciapiede. Gli prese quasi un accidente. Corse ad affrontarlo, puntandogli la sua pala colma di neve contro il petto.

– Ehi, tu! Sei tu che tiri quella neve lì?

– Eh? Cosa? – trasalì Marcovaldo, ma ammise: – Ah, forse sì.

– Be’, o te la riprendi subito con la tua paletta o te la faccio mangiare fino all’ultimo fiocco.

– Ma io devo spalare il marciapiede.

– E io la strada. E be’?

– Dove la metto?

– Sei del Comune?

– No. Della ditta Sbav.

Sigismondo gli insegnò ad ammucchiare la neve sul bordo e Marcovaldo gli ripulì tutto il suo tratto. Soddisfatti, a pale piantate nella neve, stettero a contemplare l’opera compiuta.

– Hai una cicca? – chiese Sigismondo.

Si stavano accendendo mezza sigaretta per uno, quando un’autospazzaneve percorse la via sollevando due grandi onde bianche che ricadevano ai lati. Ogni rumore quel mattino era solo un fruscio: quando i due alzarono lo sguardo, tutto il tratto che avevano pulito era di nuovo ricoperto di neve. –Che cos’è successo? È tornato a nevicare? – e levarono gli occhi al cielo. La macchina, ruotando i suoi spazzoloni, già girava alla svolta.

Marcovaldo imparò ad ammucchiare la neve in un muretto compatto. Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo.

Al bordo del marciapiede a un certo punto c’era un mucchio di neve ragguardevole. Marcovaldo già stava per livellarlo all’altezza dei suoi muretti, quando s’accorse che era un’automobile: la lussuosa macchina del presidente del consiglio d’amministrazione commendator Alboino, tutta ricoperta di neve. Visto che la differenza tra un’auto e un mucchio di neve era così poca, Marcovaldo con la pala si mise a modellare la forma d’una macchina. Venne bene: davvero tra le due non si riconosceva più qual era la vera. Per dare gli ultimi tocchi all’opera Marcovaldo si servì di qualche rottame che gli era capitato sotto la pala: un barattolo arrugginito capitava a proposito per modellare la forma d’un fanale; con un pezzo di rubinetto la portiera ebbe la sua maniglia.

Ci fu un gran sberrettamento di portieri, uscieri e fattorini, e il presidente commendator Alboino uscì dal portone. Miope ed efficiente, marciò deciso a raggiungere in fretta la sua macchina, afferrò il rubinetto che sporgeva, tirò, abbassò la testa e s’infilò nel mucchio di neve fino al collo.

Marcovaldo aveva già svoltato l’angolo e spalava nel cortile.

I ragazzi del cortile avevano fatto un uomo di neve. – Gli manca il naso! – disse uno di loro. – Cosa ci mettiamo? Una carota! – e corsero nelle rispettive cucine a cercare tra gli ortaggi.

Marcovaldo contemplava l’uomo di neve. «Ecco, sotto la neve non si distingue cosa è di neve e cosa è soltanto ricoperto. Tranne in un caso: l’uomo, perché si sa che io sono io e non questo qui».

Assorto nelle sue meditazioni, non s’accorse che dal tetto due uomini gridavano: – Ehi, monsù, si tolga un po’ di lì! – Erano quelli che fanno scendere la neve dalle tegole. E tutt’a un tratto, un carico di neve di tre quintali gli piombò proprio addosso.

I bambini tornarono col loro bottino di carote. – Oh! Hanno fatto un altro uomo di neve! – In mezzo al cortile c’erano due pupazzi identici, vicini.

– Mettiamogli il naso a tutti e due! – e affondarono due carote nelle teste dei due uomini di 13 neve.

Marcovaldo, più morto che vivo, sentì, attraverso l’involucro in cui era sepolto e congelato, arrivargli del cibo. E masticò.

– Mammamia! La carota è sparita! – I bambini erano molto spaventati.

II più coraggioso non si perse d’animo. Aveva un naso di ricambio: un peperone; e lo applicò all’uomo di neve. L’uomo di neve ingoiò anche quello.

Allora provarono a mettergli per naso un pezzo di carbone, di quelli a bacchettina. Marcovaldo lo sputò via con tutte le sue forze. – Aiuto! È vivo! È vivo! – I ragazzi scapparono.

In un angolo del cortile c’era una grata da cui usciva una nube di calore. Marcovaldo, con pesante passo d’uomo di neve, si andò a mettere lì. La neve gli si sciolse addosso, colò in rivoli sui vestiti: ne ricomparve un Marcovaldo tutto gonfio e intasato dal raffreddore.

Prese la pala, soprattutto per scaldarsi, e si mise al lavoro nel cortile. Aveva uno starnuto che s’era fermato in cima al naso, stava lì lì, e non si decideva a saltar fuori. Marcovaldo spalava, con gli occhi semichiusi, e lo starnuto restava sempre appollaiato in cima al suo naso. Tutt’a un tratto: l’« Aaaaah… » fu quasi un boato, e il: «.. Ciù! » fu più forte che lo scoppio d’una mina. Per lo spostamento d’aria, Marcovaldo fu sbatacchiato contro il muro.

Altro che spostamento: era una vera tromba d’aria che lo starnuto aveva provocato. Tutta la neve del cortile si sollevò, vortice come in una tormenta, e fu risucchiata in su, polverizzandosi nel cielo.

Quando Marcovaldo riaperse gli occhi dal suo tramortimento, il cortile era completamente sgombro, senza neppure un fiocco di neve. E agli occhi di Marcovaldo si ripresentò il cortile di sempre, i grigi muri, le casse del magazzino, le cose di tutti i giorni spigolose e ostili.

UNA BREVE BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Italo Calvino

Italo Calvino nasce a Cuba il 15 ottobre del 1923 e a due anni si trasferisce in Italia stabilendosi a Torino. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, si unisce ai partigiani della Resistenza trovando nell’espressione anarchica e libertaria un punto di partenza per poter costruire il suo impegno politico e sociale. L’esperienza lo renderà un protagonista attivo anche nel primo dopoguerra: non solo attraverso la scrittura di quelle che saranno le sue prime pubblicazioni (Il sentiero dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo), ma anche dedicandosi al giornalismo con interventi su quotidiani e periodici culturali (primo tra tutti l’Unità, il quotidiano del PCI).

La mia vita in quest’ultimo anno è stato un susseguirsi di peripezie […] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull’orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto fare di più.

Dopo la laurea in Lettere nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad, Calvino comincia la sua collaborazione – dapprima nell’ufficio stampa – con la casa editrice Einaudi. Grazie alla frequentazione dell’Osteria Fratelli Menghi di Roma, noto punto di ritrovo culturale, e all’intensificazione delle sue attività letterarie, fa la conoscenza di importanti personalità dell’epoca: Cesare Pavese (che sarà suo grande amico e mastro), Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Delio Cantimori, Franco Venturi, Norberto Bobbio e Felice Balbo.

Nel 1964 si sposa con Esther Judith Singer e si trasferisce a Roma; in questo periodo si concentra soprattutto sui brevi racconti, quelli che poi sarebbero confluiti nelle Cosmicomiche (una raccolta di novelle fantastiche riferite all’universo, all’evoluzione al tempo e allo spazio). A Parigi, città dove Calvino decide di portare la famiglia nel 1968, diventa membro attivo del gruppo OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle). Qui, collabora con artisti come Roland Barthes, Claude Lévi-Strauss e  Raymond Queneau, del quale traduce I fiori blu. Tra viaggi, premi e conferenze, l’autore continua a dedicarsi instancabilmente anche alle pubblicazioni: non solamente racconti, ma anche romanzi come Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) e Palomar (1983).

La maggior parte dei libri che ho scritto […] hanno origine dall’idea che sarebbe stato impossibile per me scrivere un libro di quel tipo.

Italo Calvino muore a Roma il 19 settembre del 1985 a causa di un’emorragia cerebrale causata da un’ictus; le Lezioni americane (ispirate a un ciclo di sei incontri che l’autore avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard) escono postume insieme a Sotto il sole del giaguaro, La strada di San Giovanni e Prima che tu dica pronto.

Per approfondire la lettura: Marcovaldo

Una situazione kafkiana

L’incipit de La metamorfosi è sicuramente tra i più celebri del mondo letterario, come anche uno dei più surreali. Gregor, che di professione fa il commesso viaggiatore, si risveglia improvvisamente nel suo letto trasformato in uno scarafaggio.

Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo scorse il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà rispetto alla sua normale corporatura, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinnanzi ai suoi occhi.

Tutto ha la parvenza di un sogno, eppure il prosieguo della vicenda lascia intendere piuttosto che quell’alterazione sia una condizione reale e permanente volta a destabilizzare non solo lui stesso, ma anche il lettore che è solo un testimone passivo. Con queste premesse, la storia comincia a prendere le sembianze dell’incomunicabilità e della solitudine dell’uomo, sempre più confuso tra tanti e non più individuo con un suo ruolo nella società. Cruciale, nel testo, l’episodio in cui il protagonista è più preoccupato per il ritardo al lavoro – d’altronde, il mantenimento della famiglia è sulle sue spalle – che per il suo aspetto. Questa “defunzionalizzazione” non fa altro che avvicinarlo, inesorabilmente, anche alla sua alienazione: Gregor, oppresso nella sua stanza e lontano dagli occhi di tutti, diventa pian piano un peso che la famiglia non è in grado più di sostenere (a maggior ragione se improduttivo e nullafacente).

L’anno è il 1915 e in quel periodo il mondo si stava preparando a cambiare in un crescendo inevitabile di tragedie. Kafka forse, con una certa lungimiranza, riesce a intuire il moltiplicarsi delle difficoltà dell’esistenza quotidiana; una riflessione che non si discosta poi molto dalla sua vita tormentata: non solo i rapporti difficili con il padre, ma anche le relazioni problematiche con la sfera femminile e le angosce provocate da certi episodi avvenuti durante l’infanzia. Una storia che va ben oltre l’animaletto con busto e zampe nere, capace di descrivere – attraverso una irreale realtà – le condizioni di vita turbolente di chi non può far altro che farsi schiacciare da forze più grandi.

Voci correlate

La metamorfosi (1915)

Kafka – Il processo: il graphic novel

Moundshroud e “L’Albero di Halloween”

Quando Ray Bradbury ha scritto L’albero di Halloween era il 1972, e ormai da diversi anni il filone fantascientifico stava cominciando a far sentire la propria presenza sulle scene narrative mondiali. Inizialmente concepito come un progetto d’animazione volto a rendere consapevoli i giovani sul significato della “notte più paurosa dell’anno”, questo testo si è poi trasformato in una piacevole lettura rivolta anche a tutti quegli adulti intenzionati ad approcciarsi a una tradizione che è, solo in apparenza, distante dalla nostra cultura.

Era una piccola città, con un piccolo fiume e un piccolo lago, in una piccola regione dell’America del Nord. Il bosco non era così folto da non lasciar vedere la città e la città non era così grande da non poter vedere, sentire, toccare, odorare il bosco. La piccola città era piena di alberi, ma, ora che l’autunno era alle porte, anche di erba secca e di fiori appassiti. C’erano tanti steccati da scavalcare, tanti marciapiedi su cui pattinare e anche una grande cava dove si poteva ruzzolare e udire l’eco dei propri strilli. E la città era anche piena di… Ragazzi.
Ed era il pomeriggio della vigilia di Halloween.
E tutte le case erano serrate contro il vento freddo.
E un pallido sole illuminava la città.
Ma improvvisamente il giorno svanì.
La notte uscì dagli alberi e allargò il suo manto.
Dietro le porte delle case si udivano grida soffocate, uno scalpiccio leggero di passi e s’intravedeva un tremolare di luci.

La storia si apre su una piccola città dell’Illinois in cui, però, fervono dei grandi preparativi. È la vigilia di Halloween: nelle case e lungo le strade, tutti sono completamente immersi in un’atmosfera da brivido fatta di maschere, zucche intagliate e la classicissima filastrocca Trick or Treat. Dopo un incipit che raccoglie il meglio degli elementi tipici del genere horror, il lettore fa la conoscenza dei piccoli protagonisti che occuperanno, con le loro peripezie, l’intera trama. Per la notte più lunga dell’anno, i ragazzini hanno un solo programma: indossare un costume terrificante e raggiungere la cava, ossia «il lembo estremo della città dove la civiltà scompare nel buio».

Otto ragazzi si scontrarono fra di loro svoltando l’angolo.
«Eccomi: la Strega!»
«Il cavernicolo!»
«Lo scheletro!» Tom squassava le sue ossa per il gran ridere.
«La Grottesca!»
«L’Accattone!»
«La Morte!»
Bang! Rinvennero dallo sconquasso in un disordinato, felice groviglio alla luce del lampione. Il fanale ondeggiava nel vento come una campane. Il selciato divenne la tolda di una nave ubriaca che rullava e beccheggiava tra ombre e luce.
Dietro ogni maschera era un ragazzo.
«Chi sei?» Chiese Tom Skelton.
«Non te lo dico. Segreto!» gridò la Strega deformando la voce.
Tutti scoppiarono a ridere.
«Chi sei?»
«La mummia!» gridò il ragazzo fasciato i bende ingiallite dal tempo, che sembrava un grosso sigaro a passeggio.

Sulla scia di Stranger Things, un evento strano è in agguato per scompaginare i piani e sconvolgere la vita di uno di loro. Dove è finito «il più in gamba» dei componenti del gruppo? Dove si trova Joe Pipkin? La sua sparizione è solo l’inizio di una serie di stranezze. Il racconto creato da Bradbury possiede diversi riferimenti intertestuali, come pure molteplici immagini evocative. Quando gli adolescenti approdano nella dimora abitata dal “sepolcrale” Carapace Clavicle Moundshroud (il “sudario” Moundshroud, per gli amici), tutti quanti rimangono attoniti di fronte allo spettacolo che li circonda. Nelle descrizioni, sembrano paradossalmente incontrarsi Edgar Allan Poe e Charles Dickens: da una parte la casa resa umana attraverso le finestre somiglianti a «sguardi diabolici» (come ne Il crollo della casa Usher), dall’altra il battente con le fattezze di Marley (il fantasma che ne Il canto di Natale avvisa Scrooge della venuta dei tre spiriti). Ma è soprattutto il retro a riservare la più grande delle sorprese. Lì, quasi a valorizzare ancora di più quella notte, il gruppo scova un grandissimo albero completamente ricoperto di zucche intagliate con tantissimi volti diversi l’uno dall’altro. Lo spavento lascia spazio allo stupore, e quel luogo diventa la prima tappa di un percorso che si rivelerà essere l’avventura più entusiasmante della loro vita.

Il vento soffiava sulle cime dei rami e faceva dondolare dolcemente i frutti dai vivaci colori.
«È l’Albero di Halloween» disse Tom.
Aveva ragione.

Moundshroud è molto più di una presenza fantasmale: è la guida verso la Contrada dell’Ignoto, la voce rassicurante che aiuta i ragazzini nell’affannosa ricerca del loro amico e, soprattutto, il “maestro di vita” che li istruisce sul senso profondo di una Festa che non è solo un appuntamento con il terrificante, ma anche sinonimo di aggregazione e ricordo. Il mezzo di trasporto con cui traslano da una mirabolante avventura all’altra è singolare quanto il loro mentore: un rudimentale aquilone costruito con dei manifesti e dei pali recuperati da una staccionata. Come in un spaventoso cinematografo che proietta episodi storici e creature bizzarre, Tom Skelton e compagni si ritroveranno a viaggiare, tra paesi e civiltà lontane, fino all’origine di Halloween così come mai l’hanno conosciuta. Le loro soste nel tempo, neanche a farlo apposta, sono rappresentate proprio dai costumi che indossano, quasi come se ognuno di loro rappresentasse un pezzo di Storia che, tra errori e splendori, può funzionare solo se considerato nel suo insieme. L’Antico Egitto, i Druidi, il Medioevo delle Streghe, la Parigi di Notre Dame, gli Accattoni d’Irlanda, il Messico del Dia de los Muertos: ogni luogo è anche un viaggio di scoperta e consapevolezza su come gli uomini celebrano il giorno di Halloween e il ritorno dei morti nel regno dei vivi.

Indicò loro un immenso lucernario attraverso il quale si vedevano tutti i piani della casa. I ragazzi si affollarono attorno e osservarono una rampa di scale che si apriva ai vari piani, ciascuno dei quali raccontava una sua storia di antichi uomini e di scheletri.
«Eccolo lì, ragazzi. Date un’occhiata. Ecco il nostro volo di diecimila anni, il nostro viaggio dagli uomini delle caverne agli antichi Egizi, ai portici dei Romani, ai campi inglesi sino al cimitero messicano, tutto lì dentro.»
Moundshroud sollevò il vetro del lucernario.
«La balaustra delle scale, ragazzi. Scivolate giù. Ognuno di voi torni alla sua epoca. Saltate dalla balaustra al piano cui appartiene il vostro costume, la vostra maschera! Svelti!»
I ragazzi si affrettarono. Scivolarono giù per la balaustra, giù giù, per tutti i piani, tutte le epoche della storia contenute nell’incredibile dimora di Moundshroud. Giù per la liscia balaustra, in tondo, in tondo, rrrwhoom-thud!

In questo racconto horror dove la dimensione onirica abbraccia la realtà, trova spazio anche il genere della favola. Le morali sono tante e tutte egualmente importanti. Tra queste, s’inserisce sicuramente l’insegnamento sul valore attribuito all’amicizia. Il finale del testo è un bellissimo esempio di quanto ci si può adoperare per il prossimo; una “prova” di affetto e coraggio che allontana l’egoismo e si fa carico piuttosto dei valori (puri) che uniscono le persone. Come sarebbe la vita senza gli amici? Una questione che, poco dopo, si trasforma toccando un altro livello di consapevolezza: si può apprezzare la vita senza la presenza della morte?

«Notte e giorno. Estate e inverno, ragazzi. Tempo di semina e tempo di raccolto. La vita e la morte. Ecco cos’è Halloween. Il mezzogiorno e la mezzanotte. Si nasce, si cresce e si muore. Così per milioni di anni. Ogni notte e ogni giorno spaventati dal pensiero del buio, della morte, degli spettri. Una eterna Halloween. Sinché la civiltà condusse gli uomini alla vita nelle città, al riposo, alla riflessione. Gli uomini cominciarono a vivere più a lungo, ad avere più tempo per pensare, a non avere più paura della morte imminente. Alla fine gli uomini pensarono al giorno, alla notte, alla primavera e all’autunno, alla nascita e alla morte soltanto in alcuni giorni dell’anno.»

In un mondo sempre più legato alla materialità, lo svolgersi della storia può essere interpretato anche come una celebrazione del ricordo: nessuno è mai morto davvero finché esistono momenti che ne mantengono viva l’esistenza. Così come è importante salvaguardare le diversità. L’Albero di Halloween trovato dai ragazzi nel retro della casa abbandonata non è solo un fenomeno prodigioso, ma anche un’entità in cui confluiscono storia e culture lontane. Anche se la notte si è conclusa e il gruppo di amici ha raggiunto il suo scopo, le zucche intagliate saranno sempre lì ad illuminare il giusto cammino. Proprio come già è stato in passato.

Voto: 5/5

Parole chiave

Halloween: questa Festa si respira ad ogni pagina del romanzo di Bradbury, eppure la sua manifestazione non si ferma solamente al clima di terrore e alle zucche intagliate. Festeggiare Halloween significa anche allontanarsi dal macabro per concepire la morte in una maniera totalmente differente.
Costumi: inconsapevolmente, diventano il tramite con cui spiegare i viaggi intrapresi dai ragazzi insieme a Moundshroud. È bello pensare che, anche dietro al più semplice dei mascheramenti, si nasconda in realtà una storia fatta di secoli. Questo speciale riferimento serve anche da metafora per dare risalto a tradizioni altrimenti messe in secondo piano.
Il canto di Natale: suonerà strano, ma L’Albero di Halloween sembra quasi l’alter ego de A Christmas Carol (capolavoro natalizio per eccellenza nato dalla penna di Charles Dickens). A partire dai viaggi nelle temporalità, passando per il battente con la forma di Marley, fino ad arrivare a Moundshroud che ha tutta l’aria di essere uno “spirito” che conduce i ragazzi nella riscoperta del vero senso della festività, entrambi i testi hanno molto per cui dirsi “comunicanti”.
L’aquilone: l’immagine evocativa della sua costruzione sembra custodire una metafora. Strappare i manifesti per dare vita a questo mezzo di trasporto significa quasi svestire la Storia per arrivare alla “sostanza” degli eventi.
Tradizione: L’Albero di Halloween è un inno alla diversità, una commistione di usanze. Ogni traslazione spazio-temporale compiuta dai protagonisti ha un suo rituale. Insomma, non esiste mai solo un punto di vista.

Per saperne di più

Titolo: L’albero di Halloween
Autore: Ray Bradbury
Editore: Mondadori
Lunghezza: 126 pagine
Prezzo: 13 euro
Trama: Nella serata che precede Ognissanti qualcosa di stupefacente è accaduto: un enorme albero è apparso, e dai suoi rami pendono centinaia di zucche. Zucche in cui sono intagliati sorrisi inquietanti che fissano otto ragazzini. È la notte di Halloween e ognuno di essi indossa una maschera ma… dov’è finito Pipkin? Scortati da Sudario, una guida davvero particolare, i ragazzini partono alla ricerca dell’amico.
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“La rovina della casa degli Usher”: una maledizione di famiglia

La rovina della casa Usher si inserisce sicuramente nell’elenco dei più apprezzati (e sconvolgenti) racconti di Edgar Allan Poe. Conosciuto anche coi titoli La caduta della casa Usher e Il crollo della casa Usher, questo breve testo è stato pubblicato per la prima volta nel 1839 su un periodico dell’epoca (il Burton’s Gentleman’s Magazine) e, solo successivamente, nella raccolta Tales of the Grotesque and Arabesque. Il successo di pubblico è stato immediato: storia narra che anche l’editore di Poe volle approfittare dell’enorme riscontro, tant’è che gli negò i diritti d’autore e lo liquidò dal progetto lasciandogli solo alcune copie della sua opera. Lo “sgambetto”, però, non solamente contribuì a confermare la bravura dello scrittore americano, ma gli spianò la strada verso un riconoscimento tale che la sua influenza letteraria, tra imitazioni e valorizzazioni, continua ancora oggi.

Al centro della vicenda della “casa Usher” c’è un narratore che è solo una voce: di lui non si conoscono identità e caratteristiche fisiche, ma i suoi occhi ci descrivono perfettamente ogni cosa rendendoci spettatori consapevoli di quanto vive. Come spesso accade con Poe, sono proprio le ambientazioni a rappresentare il punto forte della storia. In questo caso, il protagonista è talmente sopraffatto dalla decadenza e dall’abbandono intorno a lui che le sensazioni si ripercuotono inevitabilmente anche sul suo animo.

Un terrore insormontabile penetrò grado a grado tutto il mio essere; e a lungo andare venne a posarmisi sul cuore un’angoscia senza motivo, un vero incubo.

Impossibile non rimanere esterrefatti di fronte a quel «sentimento di tristezza insopportabile» che si legge poco dopo l’inizio del testo. Il narratore, per fare visita a un suo vecchio amico d’infanzia, giunge davanti alla casa di Roderick e Madaline Usher – ultimi eredi di una antichissima famiglia che si è mantenuta solo in maniera diretta – e ciò che lo pervade non sono meraviglia o stupore, ma un’inquietudine che inspiegabilmente – proprio come una sorta di magnetismo macabro – lo attrae in quell’abitazione.

Tale e, lo sapevo da un pezzo, la legge paradossale di tutti i sentimenti che hanno per base il terrore. E fu quella forse l’unica ragione per cui, quando i miei occhi lasciando l’immagine nello stagno, si rialzarono verso la casa stessa, un’idea strana mi nacque nello spirito, un’idea sì ridicola, in verità, che, se la dico, è soltanto per mostrare la forza viva delle sensazioni che m’opprimevano.

La casa, che di per sé dovrebbe rappresentare un luogo di affetti e calore, viene qui dipinta da Poe come il peggiore degli incubi. Non solo appare fragile nel suo aspetto, ma «le finestre che parevano occhi distratti» la trasformano in una persona dal volto terrificante che si fa artefice di vicende misteriose ed inquietanti.

Guardavo il quadro che s’offriva ai miei occhi e, soltanto a veder la casa e la prospettiva caratteristica di quel dominio, i muri che avevano freddo, le finestre che parevano occhi distratti, alcuni gruppi di giunchi vigorosi, alcuni tronchi d’albero bianchi e deperiti, provavo quel completo abbattimento dell’animo che, fra le sensazioni terrestri, non si può meglio assomigliare che allo svegliarsi del mangiatore d’oppio -al suo angoscioso ritorno alla vita giornaliera, all’orribile e lento ritrarsi del velo.

In un climax ascendente che incomincia con l’agitazione e si conclude con il totale disfacimento, questo testo è anche l’emblema della perdita della razionalità. La malattia è senz’altro una condizione che influisce non poco sull’andamento perturbante della vicenda. Sia Roderick che Madaline sono entrambi cagionevoli di salute: il primo soffre di una ipersensibilità morbosa che gli provoca stati d’irrequietezza e ansia, la seconda lotta tra la vita e la morte a causa dei frequenti stati di catalessi. L’impressione è quella che non siano tanto le descrizioni a spaventare il lettore, piuttosto l’angoscia costruita attorno a un terrore soprattutto psicologico. Il delirio degli Usher viene visto dal narratore come un destino ineluttabile, una manifestazione sovrannaturale che – come si leggerà meglio nel finale – troverà il suo massimo compimento con il vero e proprio annullamento della famiglia.

Intanto che stavo guardando, quella fessura s’allargò rapidamente, sopravvenne una ripresa di vento, un turbine furioso: il disco intero del satellite rifulse d’un tratto ai miei occhi. Mi girò la testa al vedere le potenti muraglie spezzarsi in due. Successo un rumore prolungato, un fracasso tumultuoso come la voce di mille cateratte, e lo stagno putrido e profondo disteso ai miei piedi, si richiuse tristemente e silenziosamente sulle rovine della casa Usher.

Le note descrittive che riguardano Roderick introducono prepotentemente anche il tema della cultura. L’uomo è praticamente un dandy – dall’aspetto gradevole  e dalle maniere rispettose – che manifesta il suo essere attraverso spiccate doti artistiche, musicali e letterarie. Gli interessi trovano spazio anche nell’arredamento della sua casa, ma ciò non basta a conferirgli una parvenza di accoglienza:

Il mobilio generale era stravagante, incomodo, antico e deperito. Una quantità di libri e di strumenti di musica giaceva sparpagliata qua e là, ma non bastava a dare il quadro una qualunque vitalità. Sentivo respirare un’atmosfera d’affanno. Un’aria di melanconia crudele, profonda, incurabile, spaziava su tutto e penetrava tutto.

Eppure, come già verificatosi in precedenza, ci troviamo di fronte a delle qualità che sono molto più di quanto tratteggiato. L’estrema sensibilità dell’uomo non è solamente la “porta” che gli permette di entrare in contatto con un mondo allucinatorio in cui proietta la sua malattia, ma anche una predisposizione destabilizzante volta a sperimentare dinamiche decisamente singolari. Il narratore – non volente – è reso partecipe dei deliri dell’amico fino alla tragica scomparsa di Madeline. L’apice di questa trascendenza avviene durante «una notte terribile» e tempestosa, quando i due sono in vicendevole compagnia e occupati nella lettura di un libro: il mondo narrato nel romanzo si riversa, come una terribile profezia, nella realtà vissuta in quella stanza, mentre sgomento e sublime si incontrano per creare un vero e proprio incubo a occhi aperti.

Qui, di nuovo, m’interruppi bruscamente, e questa volta violentemente stupefatto, poiché, senza alcun dubbio, avevo realmente sentito  (in qual direzione m’era impossibile indovinarlo) un suono fievole e come lontano, ma aspro, prolungato, stranamente penetrante e stridente, il fac-simile esatto del grido sovrannaturale del drago descritto dal romanziere, e quale già se l’era figurato la mia immaginazione.

È la storia di uno dei più tormentati racconti di Edgar Alla Poe ed è apprezzata soprattutto per la sua capacità di unire, magistralmente, elementi reali e suggestioni immaginifiche. Insieme a Il ritratto Ovale e Ligeia, Il crollo della casa Usher ha ispirato anche un film (La Chute de la maison Usher) uscito nel 1928 e diretto da Jean Epstein con la collaborazione di Luis Buñuel. Anche in italiano, qui.

Voto: 5/5

Parole chiave

Fisionomia: il narratore – e quindi Poe – fa uso frequente di questa parola per indicare i tratti di un determinato personaggio. Accade con il medico di famiglia (che si incontra poco dopo l’inizio del testo), ma anche con lo stesso Roderick Usher, che viene valutato sinceramente proprio per la sua “fisionomia” («Ma però, al primo colpo d’occhio gettato sulla sua fisionomia, mi convinsi della sua perfetta sincerità.»). Il rimando viaggia inevitabilmente alla Fisiognomica (disciplina pseudo-scientifica portata in auge soprattutto da Lombroso negli studi sull’antropologia criminale) secondo cui le caratteristiche morali di una persona sono detraibili dai lineamenti e dalle espressioni del volto.
Sublime: altro concetto che trova molto spazio nel testo, soprattutto per indicare tutte le manifestazioni sovrannaturali – e inspiegabili – che accadono. Il narratore, appena varcata la soglia della casa Usher, entra in mondo (non solo fisico, ma anche psicologico) molto più grande di lui.
Metalibro: la questione del “libro nel libro” occupa la parte finale della storia e  permette a Poe di sviluppare una scena suggestiva in cui subentra anche il tema del “doppio”.
Superstizione: Il crollo della casa Usher è un serbatoio di collegamenti incredibili. Come capita anche in Dracula di Bram Stoker, le superstizioni inscrivono il testo all’interno di una dimensione altra in cui il tempo sembra essersi  condensato («Era dominato da certe impressioni superstiziose relative al maniero che abitava, e da cui non avea osato uscire da parecchi anni, relative ad un’influenza di cui egli traduceva la supposta forza con termini troppo tenebrosi per essere riportato qui, un’influenza che alcune particolarità nella forma stessa e nella materia del maniero ereditario, avevano, coll’eccesso della sofferenza, diceva, impressa sul suo spirito, un effetto creato a lungo andare, sul morale della sua esistenza dal fisico dei muri grigi, delle torricelle e dello stagno nerastro in cui si rifletteva tutta la casa.»).
Atmosfera: le descrizioni spettrali, pesanti e gotiche immaginate dall’autore americano sono, paradossalmente, anche dei fermo immagine in grado di dare una nota realistica a quanto si sta leggendo. Poe non è solo un abile scrittore, ma anche un grande “fotografo” del macabro.

Bonus “read”

È impossibile raggiungere i livelli narrativi di Poe, ma provare a mettersi nei suoi panni – da lettrice appassionata del genere – è una pratica che mi ha sempre fascinato molto. Se volete leggere il racconto che ho scritto ispirandomi proprio ad alcuni degli elementi a lui cari, potete scaricare il formato PDF a partire da questo link: Il segreto di Pumpkin Creek. Aspetto di conoscere i vostri pareri (siate clementi).

Per saperne di più

Titolo: La rovina della casa degli Usher
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
Per acquistarlo: clicca qui 
Per leggere solo La rovina della casa Usher: clicca qui

Racconti d’ottobre con Ray Bradbury

Paese d’ottobre è una raccolta di 19 macabri racconti scritti da Ray Bradbury e pubblicati, per la prima volta, nel 1955 da Ballantine Books. Qualcuno, per riprendere le ben più famose Cronache marziane (scritte, sembrerebbe, in contemporanea proprio con The October Country) ha soprannominato quest’opera “Cronache terrestri”. Effettivamente, qui di fantastico c’è ben poco, se non alcuni riferimenti all’inspiegabile. La composizione dell’antologia consta quindici testi appartenenti a una precedente pubblicazione (Dark Carnival, 1947) e altre quattro storie edite invece altrove.

– Il nano
– In coda
– L’oculato gettone da poker di H. Matisse
– Scheletro
– Il barattolo
– Il lago
– L’emissario
– Il sacro fuoco
– Il piccolo assassino
– La folla
– Saltamartino
– La falce
– Zio Einar
– Il vento
– L’uomo del primo piano
– C’era una volta una vecchia
– Il condotto sotterraneo
– Il raduno
– La bella morte di Dudley Stone

La “datazione” dei testi (percepibile nella terminologia) è solo una questione marginale, soprattutto se si considera il mistero totalizzante del loro contenuto. Ovunque, dai momenti di vita quotidiana agli accadimenti più assurdi, si respira un’atmosfera cupa che fa ben intendere l’obiettivo di ciascun racconto: non solo quello di accompagnare il lettore in un mondo “di mezzo” abitato da creature e storie perfettamente amalgamate tra di loro, ma anche di colpirlo con il connubio (riuscitissimo) tra immaginazione e realtà.

La porta d’ingresso era aperta, la pioggia entrava come una nebbiolina sottile.
«È uscita un momentino» disse Juliet, stando lì a scrutare nelle tenebre bagnate. «Tornerà subito. Non tornerai subito, Anna cara? Rispondimi, Anna, tornerai subito, vero, sorella?»
Fuori, il chiusino del condotto sotterraneo si alzò e ricadde con un colpo.
La pioggia sussurrava nella strada e cadde sul chiusino per tutto il resto della notte.

L’autunno che dà ispirazione al titolo non è solamente una stagione – quella che riveste di un’aurea rarefatta ogni cosa -, ma anche un vero e proprio stato d’animo: protagonisti e oggetti acquisiscono una strana forma di inquietudine e si ergono a rappresentanti degli incubi che abitano la mente dell’essere umano.

Vita, morte, come pure amore e speranze disattese, si incontrano all’interno di racconti tutt’altro che semplici. Il turbinio di sensazioni che imprigiona il lettore diventa una giostra – giusto per stare in tema con il Luna Park descritto ne Il nano – da cui è difficile scendere; del resto, se si è letto anche solo Fahrenheit 451, risulta impossibile non rimanere affascinati dalla scrittura di Ray Bradbury: romanziere abilissimo e, con The October Country, “domatore” di storie (brevi) incredibili.

Voci correlate

Paese d’ottobre (1955)

La mia recensione di Fahrenheit 451

L’effetto farfalla raccontato da Ray Bradbury

La leggenda di Halloween: dolcetto o scherzetto?

“Il cervo della Rivoluzione” di Zvan Matt

Il cervo della rivoluzione è un testo molto elaborato frutto della penna di Zvan Matt, autore emergente che ha deciso di intraprendere la sua carriera di scrittore sotto pseudonimo. Quello che conferisce anima a questo libro è sicuramente il suo carattere onirico. Avete presente il film Inception? Ecco, qui ci troviamo in una narrazione che funziona un po’ nello stesso modo: “a innesto”, quasi come se ogni capitolo rappresentasse un livello di lettura che compenetra continuamente con quello successivo. Sebbene il testo si ponga apparentemente alla stregua di un semplice romanzo, ben presto ci si rende conto che categorizzarlo in questo modo significherebbe solo ridurlo. Storia e Fantascienza viaggiano a pari passo: si toccano, si alternano e, soprattutto, rappresentano il legante che tiene insieme l’intera trama.

«Ehi, che guardi?»
«Le nuvole e i miei pensieri.»
«Pensieri foschi?»
«Anche.»
«Che ci vedi nelle nuvole?»
«Il cervo della rivoluzione.»
«Cervo?»
«Lo so, non ha senso. Ma dopo aver intravisto un cervo tra le nuvole e averlo collegato alla rivoluzione, mi è venuto il triste pensiero che questa è l’ultima occasione per scardinare il sistema. Non ce ne sarà un’altra… Dopo di noi, lasceremo il palco ai nani e alle ballerine.»

Al centro della vicenda c’è Giovanni, un uomo che non deve solamente tenere a bada gli accadimenti della sua vita, ma anche le “reminiscenze” che lo sballottano, qua e là, a spasso nel tempo. Se prima ho parlato di Inception, l’esempio più calzante per descrivere queste speciali traslazioni – anticipate da sintomi precisi e descritte quasi come un sipario che si apre su un altro palcoscenico – è quello con Donnie Darko (e, quindi, con l’ipotesi del Multiverso). Ebbene sì, Il cervo della rivoluzione non racconta solo la realtà presente, ma anche una dimensione altra e coesistente con quest’ultima. Lì scopriamo che Giovanni ha una sorta di alter ego: si chiama Roberto, ed è un ex agente segreto con la missione di costruire una società interamente basata su verità e giustizia. I due sembrano il prolungamento l’uno dell’altro, due entità – distinte e simultaneamente stesse – che si trovano in balia dei fatti e delle persone che incontrano sul loro cammino.

«Sì, un bivio. Abbiamo sbagliato direzione.»

Quello degli universi paralleli è un tema che ha trovato molta fortuna nella letteratura, e qui conferisce all’intero testo un tocco fantascientifico davvero molto interessante: la ramificazione di diverse (possibili) linee temporali non fa altro che trascinare il lettore in mondi che si incrociano continuamente in quel punto di riferimento che si presuppone essere la “realtà”. Eppure, a un certo punto, le dimensioni sono così tangenti l’una con l’altra da sembrare quasi una cosa sola. Se, nel testo, non si vedessero determinati accorgimenti – come ad esempio l’uso del corsivo – la lettura sembrerebbe una continua partita a rimpiattino giocata tra l’uno e l’altro protagonista.

Roberto fa la regia di quello che debbo vedere nel suo mondo, così, io vivo le storie che sceglie per me. E le storie sono sempre ampie, variegate e incredibilmente intrecciate le une dentro le altre.

La struttura stratificata de Il cervo della rivoluzione è sia un punto di forza che una debolezza: la lettura è di certo particolareggiata da insoliti intermezzi (fatti storici realmente accaduti intessuti da dei “fuori programma”), ma anche un po’ difficoltosa. Se da una parte la linea spazio-temporale è continuamente sollecitata da una serie di imprevedibili viaggi che non possiedono nessuna precisione (ma accadono e basta), dall’altra il lettore si trasforma in una “spugna” che assorbe ogni cosa capiti durante lo sbroglio della storia (dal trovarsi nel bel mezzo di una protesta al consultare documenti e fare ricerche in stile spy-story). Le contaminazioni sono così tante da provocare quasi un “mal di testa”: niente di doloroso, ma uno di quelli che scaturisce da un’attività cerebrale intensa frutto di macchinazioni e idee di ogni genere.

Un velo bluastro è calato sui miei occhi. Vedo solo il blu e qualche prima immagine che traspare oltre il velo. Ho chiuso gli occhi, seguimi, le immagini scorrono potenti…
Non so cosa stiano facendo adesso Sergio e gli altri amici. Probabilmente, mi stanno sdraiando nel letto, poi scendono giù. Sul portone del palazzo si salutano, si abbracciano e spariscono verso il proprio appartamento.
Per me è tutto diverso… Davanti a me, c’è un appartamento in via del Governo Vecchio… C’è Roma… C’è Simone che studia i dossier di Roberto… C’è Serge… Un Serge giovane, molto lontano dagli anni della Roma, porto delle nebbie…

I traumi – e gli eventi negativi in generale – sono soliti disorientare le persone: in questo caso, Giovanni è turbato dalla morte improvvisa del suo caro amico Luca. La dipartita è una delle cause delle sue diffuse “assenze”, e il riferimento al passato si erge a punto fondamentale per cercare di comprendere ciò che di incomprensibile sta accadendo. L’autore Zvan Matt, oltre a incastrare tra di loro diverse temporalità nel tentativo di farle combaciare tra loro (e in un certo senso richiamare anche Walter Benjamin con i suoi «sentieri al bivio»), non solo riesce nel tentativo di imbastire una trama contorta su dei fatti reali, ma anche nella creazione di mondi immaginifici che conferiscono al testo un senso ucronistico difficile da ignorare. Il risultato è un serbatoio di tematiche che scivolano e si disvelano proprio tra un capitolo e l’altro.

É la prima cosa che farò appena sveglio e sarà la prima cosa che troverai nella prossima puntata dove seppelliremo Luca con tutti gli onori… E lo ricorderemo, e scriveremo un libro su di lui..
Adesso, lasciami solo poche ore di sonno… Ci vediamo quando mi sveglio!

Il finale è l’ennesima dimostrazione che storia e fiction sono due concetti costretti in un loop senza fine. In un contesto in cui l’immaginazione è il potente motore trainante, una delle poche certezze in mano al lettore riguarda proprio Roberto e Giovanni: «la porta dell’intercapedine quantica» è destinata ad aprirsi continuamente, e chissà dove ancora condurrà.

Voto: 4/5

Parole chiave

Media: Il cervo della rivoluzione è un romanzo ricco di mezzi di comunicazione. A partire dalla scrittura, per poi passare alla tv e alla radio, questo testo può anche essere letto come un grande esempio di divulgazione mediale tra passato e presente.
Diversi narratori: l’alternanza tra Roberto e Giovanni (ma anche la presenza di numerosi altri personaggi) vivacizzano la lettura trasformandola in un coro di voci – quasi sempre – ben amalgamate tra di loro.
Millepiani: il soprannome di Roberto, perché con i suoi viaggi nel tempo «agisce su tanti livelli contemporaneamente».
Assenze: o anche “reminescenze”, sono i momenti in cui la storia si mescola all’immaginazione ed entrano in gioco quei percorsi paralleli che permettono di vedere scene, persone e contesti completamente avulsi dalla realtà.
Eventi: i fatti storici che attraversano il testo sono davvero moltissimi. Che si tratti di musica, politica, religione o altre tematiche, dietro il percorso narrativo c’è, indubbiamente, un grande lavoro di documentazione (e invenzione).

Per saperne di più

Titolo: Il cervo della Rivoluzione
Autore: Zvan Matt
Editore: Independently published
Lunghezza: 281 pagine
Prezzo: 9,98 euro
Trama: Il romanzo è ambientato in Italia. All’apertura del volume, ci troviamo a Bologna nell’opaca penombra della stanza di Giovanni che si ridesta da una delle sue Reminiscenze. Giovanni torna dall’altrove della reminiscenza e recupera la memoria. Nel suo presente c’è un calice amaro da affrontare: la tragica fine del suo amico Luca. Assieme a Sergio, si reca dalla moglie di Luca, Franca, a fare le condoglianze. Proprio a casa di Franca, inizia il nuovo loop di un’altra lunghissima Reminiscenza. È così che scopriamo che le Reminiscenze sono le porte di un’intercapedine quantica che accede ad un universo parallelo che si sovrappone al nostro. Nell’universo parallelo che si sta muovendo col nostro, il protagonista è Roberto, un ex agente segreto impegnato nella costruzione un piano per una società parallela basata sulla verità. E scopriamo che in quello stesso momento, nella Bologna di Roberto, non in quella di Giovanni, Mogol e Vasco stanno preparando il “Convegno contro l’Oppressione del Futuro” ed il Megaconcerto, dove Vasco esploderà con il suo rock a dare senso e parole all’oppressione della gente. Al termine del concerto di Vasco, la Reminiscenza finisce e il loop ritorna al lato dell’universo di Giovanni. Dopo le condoglianze a Franca, ora, occorre affrontare i riti funebri per Luca e parlare con Franca e gli amici della visione orribile del futuro senza Luca. E di cosa significa perdere con Luca quella coraggiosa ingenuità che aveva sempre resa bella la vita. Ma, il loop quantico è destinato a ricominciare. Giovanni verrà assorbito nuovamente dall’universo di Roberto e tu sei pronto? “Sappi che in un mondo fatto di menzogne, le persone hanno il diritto di costruire una ‘società parallela fatta di verità.Perchè un altro mondo è possibile.
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Meyrink esoterico

Gustav Meyrink – nato Meyer – è stato uno scrittore austriaco grande appassionato di esoterismo e filosofia. È vissuto tra due secoli – Ottocento e Novecento – e di entrambi ha saputo recuperare diversi influssi. La sua attività di scrittore inizia relativamente tardi, solo quando capisce che il lavoro come banchiere non fa più per lui. La passione per le tematiche esoteriche avviene in un momento molto particolare della sua vita: un po’ annientato dalle delusioni e sull’orlo del suicidio, sceglie di darsi un’altra possibilità lasciandosi affascinare dagli ambienti dell’occultismo. Non a caso, i temi con cui Meyrink arricchisce i suoi testi appartengono alla sfera del misterioso. Il suo più grande successo, Il Golem, attinge proprio a una famosa leggenda ebraica che racconta il mito della creazione di una gigante figura antropomorfa dalla forza sovrumana (molto simile alla creatura raccontata nel Frankenstein di Mary Shelley).

Racconti agghiaccianti non è altro che il prolungamento immaginario dei suoi bizzarri studi, un’amalgama di mondi irreali, fantasia, alchimia e molto altro. Undici brevi testi in cui il sovrannaturale si mescola al terrore, ma anche alla sua vita trascorsa per gran parte lungo un baratro. Qui di seguito vi lascio una citazione presa da Il gabinetto delle figure di cera: 

Le pareti di tela della tenda, dipinte rozzamente con scene eccitanti, selvagge, ondeggiavano un poco e si gonfiavano ogni tanto come gote dalla pelle troppo tesa, quando qualcuno, trafficando nell’interno, vi si appoggiava contro. Due scalini di legno conducevano all’ingresso, e lassù, sotto un riparo di cristallo, stava la figura di cera a grandezza naturale di una donna con una maglia ornata di lustrini. Col suo viso scialbo, dagli occhi di vetro, si volgeva adagio a guardar giù la gente che si affollava attorno alla tenda, passando dall’uno all’altro; poi guardava di fianco, come se aspettasse un cenno segreto dal bruno Egiziano che sedeva alla cassa. Faceva alcuni bruschi movimenti con la nuca facendo ondeggiare i lunghi capelli neri e, dopo un poco, esitando, tornava a fissare sconsolata davanti a sé e ricominciava gli stessi movimenti.

Voci correlate

Il Golem (1915)

Racconti agghiaccianti (per leggerli, clicca qui)