“Quando scrivo è come se dipingessi e facessi musica allo stesso tempo”: intervista a Lucrezia Monti

Lucrezia Monti è un’autrice esordiente nata e cresciuta a Milano. Ama leggere, scrivere e tingere il mondo di “rosa”. All’attivo, ha una serie di romance davvero molto apprezzati e promettenti: Come lampo (2017); Vendetta sottobanco (2017); La principessa e l’Orso (2019) e Yulara magia australiana (2020). In questo articolo vi propongo una “chiacchierata” – in dieci tappe – avuta con lei.

Vorrei cominciare da qualcosa che ti sta a cuore, giusto per rompere il ghiaccio. Perché hai cominciato a scrivere? C’è stato un evento scatenante oppure è nato tutto per caso?

Eh, bella domanda! In realtà, fin da quando mi ricordo, sono stata una grande appassionata di libri: ne leggevo tantissimi, fin da bambina, prima insieme ai miei genitori e poi da sola, tanto che quando iniziai ad andare a scuola sapevo già leggere speditamente. È stato proprio sui banchi di scuola, imparando a maneggiare la “materia lingua”, che mi sono innamorata dell’italiano e un giorno, un po’ per gioco, ho scritto la mia prima storia, quel racconto che se fosse esistito mi sarebbe piaciuto leggere. Da quel momento non mi sono più fermata. Credo che non ci sia stato un vero e proprio “evento scatenante”, però non credo nemmeno nel caso: la scrittura è cresciuta con me e, essendo piuttosto negata in disegno, tutta la fantasia che i miei compagni sprigionavano con matite e pennarelli io la facevo vivere con le parole. Per me le parole hanno un colore e un’intensità, oltre che un timbro, un suono, una metrica… Quando scrivo è come se dipingessi e facessi musica allo stesso tempo, è il modo in cui esprimo ciò che sono e sento.

Una curiosità: quanto della tua vita c’è nei romanzi che scrivi?

C’è molto di me in ciò che scrivo, ma, eccezion fatta per “Come lampo” che è in parte autobiografico, negli altri romanzi ci sono soprattutto le mie impressioni, le mie sensazioni e le mie emozioni riguardo a ciò che mi circonda. Nei miei romanzi c’è la segretaria del mio dentista col suo corpo tutto spigoli, il paio di scarpe della ragazza scesa di corsa dal tram, il sorriso sporco di gelato di un bambino al parco, le lacrime di un addio, le lamentele per un lavoro odiato ma indispensabile… Ciò che vedo, sento, provo, scrivo.

Che rapporto hai con le critiche e le recensioni negative?

Ottimo! Dico sul serio: se una critica è ben argomentata può essere molto interessante, offrirmi spunti per pensare e migliorare. Invito spesso i miei lettori a farmi sapere che ne pensano dei miei romanzi, dicendo loro che i complimenti fanno piacere e le critiche aiutano a crescere. È chiaro che le critiche “un tanto al chilo”, magari da parte di chi nemmeno si è preso la briga di leggere un mio lavoro, non le prendo neppure in considerazione.

Ritorniamo alla tua scrittura. Come definiresti il tuo modo di scrivere? C’è qualche autore a cui ti ispiri?

Direi che il mio rapporto con la scrittura è un grande amore e, come tale, assoluto e disperato. Non potrei vivere senza, ma a volte mi fa dannare.
Per quanto riguarda gli autori e i generi, sono una lettrice onnivora e non c’è un autore particolare cui mi ispiri, ma, in generale, direi che amo molto i classici della narrativa. In fatto di storie d’amore, Jane Austen credo sia un faro per chiunque scriva romance, ma mi piacciono molto lo stile di Virginia Woolf, la cruda schiettezza di Charles Bukowski, di Italo Calvino credo che potrei leggere con venerazione anche la lista della spesa… E poi le descrizioni di Haruki Murakami, le ambientazioni delle Brontë, l’inventiva di Tolkien, i virtuosismi lessicali di Nabokov… Potrei continuare per ore!

Da autrice, a quale tuo testo sei più affezionata?

Impossibile sceglierne uno solo: sarebbe come chiedere a una mamma a quale dei figli vuole più bene. Tutti i miei romanzi sono stati pensati, voluti, scritti, letti, corretti, modificati, tutti mi hanno fatto penare e dato gioie: davvero, non potrei scegliere.

Una domanda che è un po’ anche una provocazione. Che opinione ti sei fatta riguardo il mondo editoriale di oggi? Pensi che venga sempre premiato il merito?

Più che di premio parlerei di riconoscimento: credo che, alla lunga, nell’editoria come in ogni altro campo, la qualità emerga. Certo, può essere difficile riconoscere al primo sguardo un diamante in un oceano di fondi di bottiglia sapientemente sagomati, ma chi ha la pazienza di cercare, non accontentandosi del banale a basso costo, alla fine trova ciò che davvero ha valore.

È meglio leggere un libro oppure scriverlo?

Se vuoi esplorare altri mondi, meglio leggerlo; se vuoi esplorare te stessa, meglio scriverlo.

Cosa vorresti trasmettere ai lettori che leggono le tue parole?

Vorrei che i miei lettori trovassero nei miei romanzi ciò di cui hanno bisogno, che sia un momento di svago o una frase che possa accompagnarli e tornare loro in mente quando serve. Mi ritengo un’artigiana delle parole: quello che cerco di fare, con il mio lavoro, è dare ai lettori qualche ora di svago e di piacere, tutto qui. Credo che il tempo sia un bene prezioso: oggi sembra che ne abbiamo sempre troppo poco a nostra disposizione; un po’ ovunque (ma, forse, a Milano soprattutto) si corre come dei forsennati tutto il giorno, tutti i giorni, fino ad arrivare stremati al fine settimana che si è comunque già riempito di impegni, perché bisogna fare cose, vedere gente, dimostrare al mondo che si è attivi e pieni di vita… Se no, cosa postiamo sui social? [Ride]. Ecco, il tempo è prezioso e se, con il mio lavoro, riesco a rendere piacevole qualche ora di chi mi sta leggendo, sono felice. Davvero felice. Perché significa che per quella persona il tempo è stato ben speso. Significa che ha potuto rilassarsi, fantasticare, ritagliarsi un momento solo per sé. E, di conseguenza, sono state ben investite anche tutte le mie ore di impegno per realizzare quel romanzo che ora stringe tra le dita.

Che progetti hai per il futuro? Altri libri in cantiere?

Al momento sto lavorando alla stesura del mio quinto romanzo. Non sono un’autrice particolarmente prolifica, amo documentarmi a fondo e revisiono in modo quasi maniacale, perciò di certo non verrà pubblicato tanto presto, ma farò il possibile per accontentare chi mi chiede un regalo sotto l’albero di Natale.

Per finire, ti propongo un “gioco”. Se dovessi scegliere tre libri da consigliare a dei lettori, quali sarebbero?

Escluso il tuo su Hitler, intendi? Ti dico i primi tre, recenti, che mi vengono in mente, perché ce ne sarebbero a bizzeffe da consigliare e se andiamo sui classici non sono meno di una cinquantina. Grida sempre, primavera di Michele Vaccari (NNEditore): il romanzo più sorprendente che abbia letto negli ultimi anni. Storia di due anime di Alex Landragin (Editrice Nord), per il costrutto narrativo del tutto particolare, che porta il lettore in una specie di caccia al tesoro. Nonostante tutto di Jordi Lafebre (Bao publishing): un graphic novel che racconta una storia d’amore al contrario e “nonostante tutto”, come dice il titolo.

Ringrazio sentitamente Lucrezia Monti per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande. Se l’intervista vi è piaciuta, vi invito a scoprire i suoi testi.

Segnalazione: “Canaglia” (Pasquale De Caria)

Paolo continuò a sorridere. Feci volare la cartella in aria i caricati alla cieca. Urtai con la coscia contro lo spigolo del primo banco della fila e mi piegare per il dolore. Paolo mi salto addosso, mi strinse il collo con il braccio e mi trova in mobilizzato, con le maniche annaspavano.
I compagni ci incitavano, tutti contenti di vederci azzuffare. Non so come, reagii alla morsa del braccio che mi soffocava, alla vista annebbiata, alle urla dei compagni che osannavano Paolo, il momentaneo vincitore.mi divincola e scivolando in basso indietreggiare, raccolsi l’energia e saltare avanti come una palla di cannone. Paolo cadde a terra io gli fui sopra.ero sol amo, distruggendo l’ordine della prima fila dei banchi. I nostri compagni, che si erano zittiti durante la mia manovra di contrattacco, avevano ripreso a fare il tifo e, quasi come lo vendessero, urlavano: O’ sanghe! O’ sanghe!

Bulli si diventa. Come possa accadere ce lo racconta Pasquale de Caria in questo intenso e struggente romanzo di formazione, ambientato nella spietata Napoli degli anni Settanta. Tra adulti indifferenti, istituzioni assenti e il mito del denaro facile, il confine tra difesa e sopraffazione sembra spostarsi sempre più avanti. [Dalla quarta di copertina]

SINOSSI

La storia di un bambino dislessico nella Napoli degli anni Settanta.

In un primo momento mi raggelai. Ma reagii subito e, poggiata la confezione di zucchero a terra, evocai Aiace Telamonio, pregandolo di darmi la forza per uscire vincitore dall’imminente scontro. Mi preparai, prendendo la posizione di difesa del kung fu: mani a taglio in avanti,gambe piegate e tese, muscoli gonfi. Peperone gridò: «Omme ‘e merda!»

Eliseo è un bambino curioso che ama giocare, ridere e far ridere. Vive con i suoi fratelli e i genitori nella Napoli degli anni ’70, e trascorre le sue giornate andando a scuola e stando in casa con la sua famiglia, come molti altri bambini. Qualcosa lo rende però diverso dagli altri: Eliseo ha difficoltà a scrivere e leggere, le parole diventano ostacoli contro cui lottare, distinguere le lettere e dar loro un suono e un senso diventa una battaglia da combattere ogni giorno. Eliseo è dislessico ma nessuno intorno a lui sa cos’è la dislessia: quando la frustrazione si fa troppo forte, la strada della volontà e dell’impegno cede il posto a quella della violenza, l’unica che lo fa sentire qualcuno, finalmente ascoltato, rispettato. Un romanzo emozionante e commovente, divertente ed autentico, da leggere tutto di un fiato.

Leggi un’anteprima del testo qui.

QUALCHE PAROLA SULL’AUTORE

Pasquale De Caria è nato a Napoli e risiede a Milano, dove si è laureato in Scienze politiche presso l’Università Statale. È sceneggiatore di fumetti, autore di CD-ROM, romanzi rosa e articoli giornalistici.Tra le sue pubblicazioni più recenti: Amore allo stramonio (racconto, narrativa generale, Damster, 2013), Energy competitor,(racconto, fantascienza, Eterea Comics&books, 2013). Attualmente lavora come webwriter.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Canaglia
Autore: Pasquale De Caria
Genere: Narrativa
Editore: Graphofeel
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 16 euro
Per acquistarlo: clicca qui
Disponibile anche in eBook: clicca qui

Segnalazione: “Il viaggio – Vita e avventure di Giovanni Verga” (Roberto Disma)

«Giovanni, volete rivolgere una domanda al nostro ospite?»
Giovanni sussultò. Non si aspettava tutti quegli occhi addosso in una sola volta e, in quel momento, la prima sensazione che provò fu un lieve imbarazzo.
«Cosa posso domandare, se non cosa si aspetterebbe da un giovane scrittore di questi anni?»
Bakunin lo fissò come aveva fatto con qualunque altro là dentro, e rispose solo: «La verità».
Poco mancò ad un applauso incitato da Capuana, ma Bakunin aggiunse: «L’ipocrisia è un omaggio che vien reso alla virtù o un agguato che le si tende?»
Giovanni non capì se era una domanda o una citazione, ma la direzione degli stessi occhi di prima lo persuasero a rispondere: «Un agguato, credo».


SINOSSI

Il viaggio è una biografia del celebre scrittore siciliano attraverso il racconto del viaggio in treno compiuto da Verga nel 1920 in compagnia di Benedetto Croce. Emerge il ritratto di un uomo pieno di contraddizioni, un esploratore del vero come amava definirsi, libertino, provocatore, sarcastico e orgogliosissimo, al punto di non voler essere mai ringraziato in pubblico qualunque cosa facesse. Le vicende personali di Verga si intrecciano a quelle della storia d’Italia e d’Europa, tra miti e moti risorgimentali e tensione verso la modernità, in una dialettica a tratti difficile ma piena di autenticità.

Leggi un’anteprima del testo qui.

QUALCHE PAROLA SULL’AUTORE

Roberto Disma (Catania, 1993) è sceneggiatore, regista e attore. Direttore della compagnia Teatro alla Lettera, con cui si occupa prevalentemente di Teatro Civile, ha collaborato con l’organizzazione ONU Internet Society, con la Fondazione Giuseppe Fava e con la Sorbona di Parigi. È stato allievo di Mogol e svolge parallelamente l’attività di paroliere.Ha vinto l’undicesima edizione del Premio Letterario Angelo Musco con il suo quarto libro, La duchessa di Leyra (2018). Ha pubblicato anche Fabito di Sicilia (2013), Il diario di Claudio (2015) e Colosimo’s Café (2016). Attualmente vive a Roma, dove è direttore artistico presso la società  cinematografica Blue CinemaTv.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Il viaggio. Vita e avventure di Giovanni Verga
Autore: Roberto Disma
Genere: Narrativa
Editore: Graphofeel
Lunghezza: 322 pagine
Prezzo: 21 euro
Per acquistarlo: clicca qui

La “Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore”

Oggi è la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, un evento importante e imperdibile per gli amanti della lettura, soprattutto se pensiamo a quest’ultima come a una pratica sempre più da conservare e coltivare. Istituito più di 20 anni fa, precisamente nel 1996, e celebrato il 23 aprile, questo giorno organizzato dall’UNESCO ha come principale obiettivo quello di promuovere non solo la bellezza e l’importanza del valore materiale – ed emozionale – di un testo, ma anche la rilevanza della pubblicazione e della proprietà intellettuale (una questione oggi più che mai sentita visto il ricchissimo, ma anche molto temuto, mondo digitale che, talvolta, svantaggia questo settore).

La Giornata del libro viene festeggiata ogni anno in Catalogna. Vincent Clavel Andrés (1888-1967), scrittore ed editore valenciano stabilitosi a Barcellona, si fece promotore di una giornata del libro; il 6 febbraio 1926, il re Alfonso XIII promulgò un decreto reale che istituiva in tutta la Spagna la Giornata del libro spagnolo. Inizialmente la data prescelta fu il 7 ottobre, ritenuto giorno della nascita di Cervantes ma, dal 1931, la giornata fu spostata al 23 aprile. Peraltro, in tale data ricorre la festa di san Giorgio, patrono di Barcellona e della Catalogna. Una tradizione di origine medioevale vuole che in questo giorno ogni uomo regali una rosa alla sua donna; ricollegandosi a questa tradizione, i librai della Catalogna usano regalare una rosa per ogni libro venduto il 23 aprile. [Da Wikipedia]

È conosciuta anche come la Giornata mondiale del libro e delle rose, ma per capire l’accostamento con le “regine del giardino” bisogna fare un salto indietro nella Catalogna dei primi del Novecento: qui, il 23 aprile, è da sempre il giorno dedicato a Sant Jordi (San Giorgio), una festa in cui si è soliti donare una rosa alle donne per ricordare la leggenda che si cela dietro a questo santo e alla famosa uccisione del Drago (il cui sangue ha dato origine, appunto, ai magnifici fiori dai molteplici colori e significati). La famosa frase «un penny per i tuoi pensieri» si può dire si sia trasformata, per i librai catalani, in «una rosa per ogni romanzo», cioè in un modo romantico per ricordare un pezzo di tradizione e, allo stesso tempo, per incoraggiare la vendita dei testi e la bellezza di leggere. 

Ma non solo. Il 23 aprile è anche il giorno in cui si celebrano alcuni grandi della letteratura mondiale: Garcilaso de la Vega, Miguel de Cervantes e soprattutto William Shakespeare, morti proprio in questa data, e che nonostante la triste dipartita hanno trovato il modo di donare ai posteri una intramontabile eredità. Non basterebbe una sola esistenza per poter leggere tutti i libri presenti nel mondo, ecco perché la BBC ha elaborato quella che è diventata la lista delle “100 cento letture da fare almeno una volta nella vita” (qui); un elenco che fa comodo a chi vive perennemente con un libro tra le mani e almeno dieci nella lista dei desideri.

In April 2003 the BBC’s Big Read began the search for the nation’s best-loved novel, and we asked you to nominate your favourite books. 

Nella classifica compaiono dei romanzi ormai diventati un simbolo: Dracula di Bram Stoker, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, 1984 di George Orwell, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Harry Potter di J. K. Rowling; tutti quanti eletti a irresistibili must. Ma la letteratura italiana? Scorrendo quel ricco elenco di titoli e autori, l’assenza dei nostri capisaldi (solo per citarne un paio: Se questo è un uomo di Primo Levi e Il nome della rosa di Umberto Eco) è un aspetto che non può passare inosservato. C’è da fare però una precisazione: la lista della BBC è nata da un sondaggio aperto nel 2003 che aveva come intento “la ricerca del romanzo più amato tra gli inglesi”, quindi delle nomine puramente personali. 

Identificare i migliori libri di sempre non è così semplice come sembra; difatti negli anni sono state elaborate molte liste, a volte molto diverse fra loro. Anche noi abbiamo stilato la nostra classifica dei 100 migliori libri di tutti i tempi: qui troverai molti classici della letteratura italiana e straniera, opere intramontabili e fondamentali, che tutti dovremmo avere in casa! 

Ciononostante, proprio nel tentativo di sopperire ad alcune pecche, il sito AbeBooks (qui) ha dato vita a una sorta di “contro lista” molto più generale e tesa a inglobare diversi classici della letteratura mondiale – e quindi italiana – che in precedenza non erano stati presi in considerazione. Il valore intrinseco di questo tipo di raggruppamenti è qualcosa che può piacere o non piacere: leggere, in fondo, oltre che un gesto d’amore, è più di ogni altra cosa una questione personale e un senso di appartenenza.

A tal proposito, come non citare Come un romanzo di Daniel Pennac, libro dedicato ai lettori e alla lettura che in questa giornata acquista un valore ancora più unico. Punto forte del testo è il tentativo dell’autore francese di stilare una serie di regole in cui i libri non appaiono più solamente alla stregua di oggetti inanimati, piuttosto come entità quasi antropomorfizzate a cui guardare con cura.

Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare”, il verbo “sognare”. Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!” “Sali in camera tua e leggi!” Risultato? Niente. Si è addormentato sul libro.

Comme un roman è un saggio che va letto come un romanzo, ma in sostanza è un vero e proprio manifesto letterario per rivendicare il ruolo del libro come portatore di libertà, e per rimarcare – ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno – la serietà dell’atto di leggere. Complice anche il suo doppio ruolo di romanziere e insegnante, Pennac cerca di spiegare le fasi della lettura come se fossero le tappe imprescindibili della vita di una persona che inizia con le favole, attraversa i testi obbligatori – e obbligati – durante il percorso scolastico per arrivare infine alla concezione della lettura come passione consapevole. In questo decalogo per trasformare il libro da “mattone noioso” a strumento dotato di infiniti stimoli e curiosità, non bisogna dimenticare che «il tempo della lettura, così come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita.»

  • Il diritto di non leggere
  • Il diritto di saltare le pagine
  • Il diritto di non finire il libro
  • Il diritto di rileggere
  • Il diritto di leggere qualsiasi cosa
  • Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
  • Il diritto di leggere ovunque
  • Il diritto di spizzicare
  • Il diritto di leggere ad alta voce
  • Il diritto di tacere

Il rapporto con i libri non richiede costrizioni: è un approccio che va sapientemente alimentato con il tempo. Quando Daniel Pennac ha scritto questo testo era il 1992, ma a distanza di quasi trent’anni la sua opera rimane ancora una preziosa bussola di consultazione e indagine riguardo un fenomeno – quello della lettura, appunto – che subisce assesti e cedimenti, ma mai delle sonore sconfitte.

TI PROPONGO UNA LETTURA A TEMA

Come un romanzo

11 aprile 1961: il mondo scopre l’orrore della Shoah

L’11 aprile del 1961 si apriva a Gerusalemme il processo al gerarca nazista Aldolf Eichmann, un evento mediatico di notevole importanza che (per la prima volta) dava spazio a 112 sopravvissuti alla Shoah chiamati alla sbarra proprio per rappresentare quelli che l’accusa definì “i sei milioni di accusatori”. L’obiettivo non era solo quello di puntare i riflettori su un fatto tragico che rischiava di ignorare i soprusi commessi, ma anche di riscattare tutte le memorie private lasciate nella latenza in modo da creare una rete di testimonianze mai vista.

Una sorta di terapia collettiva, la definisce la storica Hanna Yablonka, che per prima ha avuto accesso agli archivi del processo, su cui si basa il suo saggio Lo stato d’Israele contro Adolf Eichmann. «In quel momento, la Shoah da un insieme di informazioni, è diventata conoscenza. Fino ad allora la storia veniva raccontata principalmente attraverso i documenti rinvenuti nel dopoguerra.» [da “I guardiani dell’imputato Eichmann”, la Repubblica]

Con il processo a Eichmann – diversamente da quanto era accaduto a Norimberga appena conclusa la Seconda guerra mondiale, dove si era interrogato i carnefici e non le vittime – i veri soggetti erano i sopravvissuti. Una voce molto critica nei confronti di questo tipo di “spettacolarizzazione” fu quella di Hannah Arendt (filosofa tedesca, allieva di Heidegger e poi trasferitasi negli Stati Uniti), che in quell’occasione era in veste di reporter del The New York Times; l’esperienza del processo sfociò poi in The Eichmann Trial (La banalità del male), testo originariamente nato “a puntate”. La polemica della Arendt non riguardava tanto la figura di Eichmann (priva di giustificazioni), ma l’uso mediatico di quel momento, quasi creato ad hoc per ottenere degli obiettivi politici; primo tra tutti: innestare la tragedia dell’Olocausto nella grande narrazione del popolo di Israele, fatta di alti e bassi.

Anche Gunther Anders – che sposò Hannah Arendt nel 1929 e da cui si separò nel 1937 – si è occupato di questo maldestro tentativo dell’orrore di farla franca, anche se con un taglio nettamente più filosofico. Noi figli di Eichmann (1964) raccoglie due lettere scritte al figlio dell’ideatore della Soluzione Finale: la prima dopo la condanna a morte di suo padre in Israele, la seconda venticinque anni dopo, in seguito a una risposta mai arrivata. 

“Infatti è vero – era questo che affermava la mia regola – che col crescere della grandezza degli effetti diminuisce la nostra facoltà di immaginazione e di responsabilità, che questa facoltà s’inceppa del tutto dopo il superamento di una certa grandezza massima”, come tornando sui propri passi: sembra che l’incepparsi del senso di responsabilità avvenga dopo il compiersi di qualcosa al di là di una certa misura, a prescindere dal grado di responsabilità di chi l’ha concepito o attuato. Tuttavia, prosegue Anders, “l’esperienza stessa del nostro inceppamento rappresenta ancora una chance, una positiva opportunità morale; essa può mettere in moto un meccanismo d’inibizione. Nello choc del nostro inceppamento risiede una forza ammonitrice. Infatti è grazie a esso che ci rendiamo conto che ormai abbiamo raggiunto quell’ultima stazione di confine, oltre la quale la via della responsabilità e la via della spietatezza si biforcano irrimediabilmente.”

Attraverso una lunga indagine, l’autore non solo “scagiona” il figlio di Eichmann dalla sua parentela, ma lo dispensa anche dal dolore che (non) dovrebbe sentire; è impossibile provare un lutto per qualcuno che non si stima e Eichmann, avendo dimostrato apertamente di disprezzare la vita umana, non può godere di nessun tipo di affetto, neppure quello della famiglia. Eichmann figlio è vittima di una doppia perdita: la prima è quella causata dal padre, la seconda invece è dovuta al suo essere comunque figlio di chi ideò la Soluzione Finale (e quindi dell’essere moralmente coinvolto). Anders si lascia andare anche a delle riflessioni sul mostruoso – un concetto simbolo della condizione moderna che, se non adeguatamente tenuto a bada, è un fantasma destinato a ritornare – e sulla tecnologia, che ha contribuito ad alimentarlo: non è mostruoso solamente lo sterminio atto nei confronti di sei milioni di persone, ma anche chi l’ha compiuto e chi l’ha tenuto all’oscuro all’intera opinione pubblica.

Secondo Annette Wieviorka, storica francese specialista di ebraismo, con il processo di Eichmann si inaugura L’era del testimone (1999), epoca in cui tutt’ora viviamo e che pone al centro della sua indagine proprio il “sopravvissuto” come vittima di grandi drammi storici in grado di plasmare anche  le nostre narrazioni collettive. Questo capovolgimento paradigmatico donava un nuovo statuto al testimone: non solo per il suo ruolo attivo nella vicenda (presente al momento degli eventi), ma anche perché era colui che più di altri poteva dare spiegazione ed interpretazione dei fatti a una comunità.

L’era del testimone si riferisce al periodo che va dalla fine del processo fino ai giorni nostri; una serie di anni in cui la caratteristica discorsiva principale è l’irruzione della testimonianza privata nella sfera pubblica. I libri simbolo di questa tendenza testimoniale sono sostanzialmente tre: il Diario di Anna Frank, le Memorie di Primo Levi (con La tregua, Se questo è un uomo, I sommersi e i salvati) e La notte di Elie Wiesel; tutti quanti accumunati dalla pubblicazione tardiva e dalla scarsa ricezione dal punto di vista editoriale (un aspetto decisamente diverso dal modo di fare d’oggi). Solo per fare un esempio: Se questo è un uomo di Primo Levi è stato rifiutato da Einaudi nel 1946, quindi pubblicato da una casa editrice minore nel 1947 e poi finalmente stampato da Einaudi nel 1958. Certo, nel clima di restaurazione dell’immediato dopoguerra era abbastanza comprensibile che nessuno fosse interessato a soffermarsi su tragedie ulteriori. Eppure, questa ritrosia fa molto riflettere. Soprattutto in un mondo come il nostro, dove i concetti di “ricordo” e “oblio” tendono spesso a confondersi.

«Con il processo Eichmann si è iniziato a parlare in prima persona singolare: quando Martin Foldi dal banco dei testimoni racconta la separazione ad Auschwitz dalla figlia, che indossa un cappotto rosso, e di come la vide per l’ultima volta come un puntino rosso in lontananza che non riuscì a raggiungere, il pubblico israeliano si trova di fronte all’aspetto esistenziale della Shoah, al suo impatto sulla vita degli individui.» [da “I guardiani dell’imputato Eichmann”, la Repubblica]

TI PROPONGO DELLE LETTURE A TEMA

La banalità del male

L’era del testimone

Noi figli di Eichmann

DanteDì: cos’è e alcune iniziative

La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. Senza Dante non ci sarebbe stato un italiano unificato. Quando Dante, nel De vulgari eloquentia, analizza e condanna i vari dialetti italiani e si propone di foggiare un nuovo volgare illustre, nessuno avrebbe scommesso su un tale atto di superbia, eppure con la Commedia vince la sua partita. È vero che per diventare lingua parlata da tutti, il volgare dantesco ha impiegato alcuni secoli, ma se ci è riuscito è perché la comunità di coloro che credevano alla letteratura ha continuato a ispirarsi a quel modello. E se non ci fosse stato quel modello non si sarebbe forse neppure fatta strada l’idea di una unità politica. [Sulla letteratura, Umberto Eco]

Approvata ufficialmente il 17 gennaio 2020 e ideata sulla scia del BloomsDay consacrato a Joyce, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri – ribattezzata anche DanteDì – è una iniziativa nata per celebrare il Sommo Poeta e le opere da lui scritte (soprattutto la Divina Commedia, che per alcuni studiosi ha visto il principio del suo “viaggio” proprio il 25 marzo del 1300). Con messaggi ancora piuttosto attuali e contemporanei, i versi danteschi hanno donato alla cultura un ruolo identitario di grande importanza. Quest’anno, a rendere questo giorno ancora più speciale, anche il settecentesimo anniversario della morte dell’autore fiorentino, avvenuta il 14 settembre 1321.  Ecco alcune iniziative.

Nella settimana del “DanteDì”,  gli Uffizi partecipano alla grande festa di uno dei padri fondatori dell’identità culturale italiana, europea e occidentale in senso lato, con un programma di eventi fruibili da remoto e aperti a tutti.

“Quando la letteratura classica incontra l’horror!” L’Associazione Culturale Nero Cafè è lieta di presentare il primo libro edito sotto il marchio editoriale Nero Press attraverso un’iniziativa da non perdere. Dopo l’uscita americana e l’acquisto dei diritti, arriva in Italia Exilium – L’Inferno di Dante (Titolo originale: Valley of the Dead) di Kim Paffenroth. Un romanzo che ha un protagonista d’eccezione: il Sommo Poeta Dante Alighieri. In occasione del “DanteDì” (e fino al 28 marzo), sarà possibile scaricare gratuitamente Exilium attraverso questo link.

L’associazione culturale Liber Liber ha deciso di ripubblicare una versione rinnovata della Commedia di Dante Alighieri: una edizione del poema che amplia quella del 1908 curata da Corrado Ricci e la arricchisce con il lavoro critico di Giorgio Petrocchi (docente di letteratura italiana che ha ricevuto l’incarico dalla Società dantesca) e le immagini di Federico Zuccari (famoso per aver affrescato la Cupola di Santa Maria del Fiore e per i suoi disegni al poema dantesco, ora digitalizzati dagli Uffizi e fruibili nel progetto Dante Istoriato).

Un “DanteDì” da guardare. A partire dalle 19:10 su RaiUno, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del ministro della Cultura, Dario Franceschini, Roberto Benigni leggerà il XXV Canto del Paradiso nel Salone dei Corazzieri al Quirinale. Ma non solo: Alessandro Barbero, autore dell’apprezzatissimo Dante (Laterza), alle 21:10 su RaiStoria, continuerà il percorso dedicato all’autore fiorentino con “Alighieri Durante, detto Dante. Vita e avventure di un uomo del Medioevo”; altri approfondimenti del celebre divulgatore storico sono disponibili in questa intervista rilasciata a Carlotta Macerollo per “Eureka Street – La Via dei Libri” (dedicata al mondo dantesco racchiuso nella sua ultima pubblicazione) e nel filmato esclusivo per RayPlay “Dante e il potere“.

A Ravenna – città dove il Sommo Poeta visse gli ultimi anni della sua vita e in cui si trovano la sua tomba e un museo a lui dedicato – per l’intera giornata si susseguiranno iniziative dedicate principalmente agli studenti, ma sicuramente apprezzate da tutti coloro che amano Dante, tutte trasmesse in diretta streaming sul sito vivadante.it e sulla pagina facebook Ravenna per Dante (canali ufficiali delle celebrazioni del settimo centenario a Ravenna).

Sulle note di “Suite Rock”

Nel periodo buio degli anni di Piombo, in un clima magmatico alimentato da dissesti politici, sociali e culturali, si fa largo pian piano un desiderio di “ribellione” che sfocerà, tra le tante cose, in un fermento sonoro sperimentale e unico. I giovani italiani sono affascinati da quello che sta accadendo nel mondo, specialmente in Gran Bretagna, pertanto cercano di riproporlo anche nel loro paese, scatenando così uno “scambio” di grandissimo livello e senza precedenti: sono gli anni del rock progressive, e quindi di una trasformazione musicale incredibile che, seppure nella sua breve durata, è stata in grado di generare pietre miliari illustri che perdurano tutt’oggi.

Il Prog ha assunto un ruolo immortale, ma il suo momento d’oro si può riassumere in un minuscolo spazio temporale, un lustro, quello di inizio anni ’70. Fortunatamente il movimento non si è mai arrestato, l’interesse è riemerso in tempi recenti ed esiste una nuova generazione di musicisti e appassionati che prosegue il percorso. Partendo dagli albori del rock e da un anno preciso – il 1969 – abbiamo ripercorso la storia, occupandoci di aspetti sociali, di eventi particolari, di costume, dando suggerimenti a chi vuole spingersi nell’esercizio della critica musicale, ricordando il rito del vinile, evidenziando il collegamento tra “sostanze” e musica. L’obiettivo era quello di rivolgerci ai giovani, dando loro i mezzi per potersi avvicinare al genere per poi provare successivamente ad approfondire in modo autonomo.

Per chi ha conosciuto il prog, Suite Rock. Il prog tra passato e futuro (Graphofeel, 2020) ha le stesse intenzioni di un album con le foto di famiglia, carico di suggestioni e vissuti. Chi invece ne ignorava l’esistenza, potrebbe trovarlo un buon punto di partenza per farsi conquistare da un genere tutt’altro che morto o dimenticato. In un momento come quello di adesso dove sta riprendendo piede il “mercato della nostalgia”, fatto di dischi in vinile o altri oggetti vintage, questo saggio – scritto a quattro mani da Athos Enrile e Oliverio Lacagnina, con l’ausilio di molteplici voci – è un viaggio generazionale verso ciò che è stato e non smette affatto di essere.

Chi si appresta a leggere Suite Rock – e speriamo siano tanti, soprattutto le giovani generazioni – troverà molte testimonianze di esperti, giornalisti, musicisti, tecnici di studio e quant’altro; una scelta condivisa con Athos nella speranza di offrire un panorama più vasto possibile per un genere che abbraccia i più disparati processi creativi, tecnologie e strumentazioni innovative per l’epoca e che, soprattutto qui in Italia, ha avuto anche risvolti politico/sociali.

Riprendendo la premessa, l’intento di Suite Rock non è solamente quello di guardare con lo specchietto retrovisore le origini musicali e sociali del rock progressivo, ma anche di proiettarlo verso il futuro, ossia di raccontarlo a chi, per sfortuna o per età, non conosce gli elementi che l’hanno reso così grande e memorabile. Alla base del prog c’è una forte libertà espressiva e un uso originale della dimensione musicale, ecco perché chi decide di approcciarsi a questo genere deve porsi come obiettivo quello di stupire e deragliare dai binari delle regole conosciute. Lo sa bene anche Luciano Boero, storico componente de La Locanda delle Fate, che ha anticipato il cuore del saggio con una premessa carica di ricordi personali ed esperienze che non tutti possono vantare di aver vissuto: il consiglio principale, scrive, è quello di partire dai “grandi” per poi avvicinarsi alla nicchia, come se l’orecchio necessitasse di abituarsi a un suono tanto nuovo quanto particolare.

[…] Eravamo liberi di esprimerci, trascurando la durata dei brani e le rigide sequenze tra strofa e ritornello, lasciandoci andare a tempi a volte composti, a testi che non più obbligatoriamente dovevano articolarsi su metriche stereotipate, con tanto di finale di verso in rima o assonanza.

Dopo una prima parte dedicata prevalentemente alla creazione di una playlist che viaggia nel continente europeo fino a raggiungere, nel dettaglio, pure l’Italia, il lettore è trascinato in un vero e proprio vortice di elementi e aneddoti destinati a diventare memorabili. Scandagliato più a fondo, il saggio rivela anche i retroscena del genere attraverso copertine, “attrezzi del mestiere”, vecchi e nuovi mezzi tecnologici e tante altre curiosità. Proprio come un backstage dove non esiste nessun pass “limitativo” e tutti possono entrare, sia per rimanerne ulteriormente affascinati sia per consolidare le proprie conoscenze. Ne sono un esempio le pagine dedicate al ruolo delle case discografiche, ai mezzi di distribuzione (come i negozi di dischi o le radio), ma anche ai concerti e al mondo di oggi, in cui il prog ha assunto ormai uno stato di riconosciuta immortalità («Il prog non è morto, non è musica per trogloditi […]»

Se anche voi, come me, avete un padre che ha consumato la puntina del giradischi a suon di Genesis e Banco del Mutuo Soccorso – due band citate nel libro, insieme a molte altre -, la lettura si trasformerà in una suggestiva connessione amarcord con ciò che avreste voluto sapere e che, ora, è arrivato il momento di scoprire (anche grazie a un curioso “esercizio per tutti” che tocca le corde dell’inaspettato). Per quanto distante dalla realtà contemporanea, la conclusione è solo una: il prog non è (riduttivamente) solo un genere, ma un sentimento che “raccoglie” – come da titolo – una storia impossibile da mettere da parte.

Vuoi leggere Suite Rock? Clicca qui

“Pellegrinaggio d’autunno” insieme a Hermann Hesse

Pellegrinaggio d’autunno non è solamente una raccolta di tre racconti – ricchi e prolissi, estremamente accurati – incentrati sulla natura e il vivere quotidiano, ma anche una dedica attenta a quei temi considerati “minori” e a cui Hesse riesce a conferire una carica descrittiva sorprendentemente suggestiva. Quando l’autore si è dato alla scrittura di questi brevi testi, i suoi capolavori più famosi come Siddharta o Narciso e Boccadoro erano ancora un pensiero lontano. Ciononostante, in essi si sono manifestati molti degli elementi che verranno ripresi e ampliati meglio in seguito. Pellegrinaggio d’autunno, Hans Amstein e La casa dei sogni sono molto più di frammenti di vita conditi con una buona dose di sana minuziosità; a renderli speciali è senz’altro la potenza espositiva e (quasi) “fiabesca” che avvolge il lettore in un’atmosfera ovattata che si avvicina all’irrealtà. 

Hesse è un indagatore dell’animo umano e delle bellezze – soprattutto naturali – che lo circondano. La sensazione è quella di essere sospesi in un altro mondo, disegnato con tratti netti e nitidi, dove l’abilità scrittoria dell’autore si manifesta soprattutto nella raffinatissima attenzione per il dettaglio, come se la sua penna non foss’altro che un microscopio in grado di portare in primo piano tutti gli elementi che riempiono gli occhi e il cuore.

Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, e adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

C’è un non so che di incantevole nel leggere d’autunno (è il caso del primo racconto) proprio mentre fuori dalla finestra gli alberi si tingono di caldo o perdono le foglie; la magia di Hesse sta nel richiamare ulteriormente questa atmosfera aggiungendoci anche una caratterizzazione umana, con personaggi che possiedono rimembranze, rimpianti e stati d’animo che si legano all’ambiente circostante “in decadenza”.

Man mano che salivo, il vento aumentava. Cantava una melodia autunnale, con gemiti e risa, accennando a passioni favolose accanto alle quali le nostre non erano altro che bambinate. Mi gridava all’orecchio parole mai udite, di un mondo primigenio, come nomi di dèi antichi. Dipingeva su tutto il cielo, coi rimasugli delle nuvole erranti, strisce parallele che contenevano qualcosa di dominato a stento e sotto le quali i monti parevano incurvarsi.

Pellegrinaggio d’autunno è un viaggio nella vita del protagonista, un percorso di ricordo e nei ricordi; i titoli “preparatori” che inframezzano ogni porzione di testo hanno quasi il compito di introdurre il lettore in un grande esercizio di immedesimazione che ha come obiettivo il rifiuto delle imposizioni e il rammarico per ciò che non è stato. Il secondo racconto è sicuramente il più incisivo dei tre. Se con Hans Amstein si è toccato il tema, saldamente ancorato a terra, dell’amore goliardico e tragico, tutto viene riportato oniricamente in alto con l’ultima lettura, molto più contemplativa e ammaliante. La casa dei sogni ha la stessa delicatezza di un quadro impressionista, complici anche le ricche pagine ampiamente dedicate ai colori che ricordano quelle di un dipinto en plein air

La campagna verde era delimitata da una invisibile valle fluviale, al di là della quale si vedeva una lunga catena di verdi montagne coperte di boschi e, dietro, un’altra catena di cime verdi, già velate di azzurrognolo; un po’ più in là, turchina, una ripida catena pedemontana, dalle pareti rocciose nude e scintillanti. E soltanto al di là di quella terza catena azzurra, infinitamente lontane e alte tra l’alternarsi delle nubi, fluttuavano le montagne innevate, dai colori di sogno, trasfigurate in una realtà molteplice, attutita ed esaltata: un mondo pallido e spettrale, privo di memoria, ma più vero e reale di tutto ciò che era vicino.

In questo tris di letture, fatte di vivi personaggi e povere vicende quotidiane, Hesse si affida alla semplicità (solo apparente) della vita per creare storie che si intrecciano con la psicologia umana e le sfumature dell’ambiente che ci circonda. Un piccolo libro dal grande impatto, come profondo è il significato di cui si fa portatore, da leggere non solo se si è grandi amanti dello scrittore tedesco (e per approcciarsi ai suoi inizi), ma anche delle potenzialità di una natura sempre in continua metamorfosi. 

Vuoi leggere Pellegrinaggio d’autunno? Clicca qui

Milton (tutt’altro che) perduto

John Milton nasce a Cheapside, Londra, nel 1608 e comincia a scrivere quando ancora è uno studente. Lo scoppio della guerra civile (1642) lo costringe a dedicarsi alla politica e ad assumere delle posizioni rivoluzionarie per difendere le libertà civili e religiose, riflessioni poi sfociate nel trattato polemico Areopagitica (1644). Nonostante la sua indiscussa bravura e i riconoscimenti, la vita gli ha serbato perdite e difficoltà: ne sono un esempio la morte delle due mogli e la precoce cecità, quest’ultima una limitazione che non gli ha impedito affatto di continuare il suo lavoro di scrittore e studioso.

Paradiso perduto (1667) è sicuramente la sua opera più nota, nonché il più grande poema britannico. La prima edizione del testo era composta da 10 libri, mentre la seconda – datata 1674 – fu organizzata in 12 volumi. Appena pubblicato e poi con gli anni, Paradise Lost è riuscito a strappare sia elogi che critiche, merito soprattutto delle visioni politiche e religiose del suo autore. Milton ha cominciato a scrivere il poema attorno al 1660 e al suo interno ha concentrato temi – perlopiù scottanti, vista l’epoca – quali la caduta dell’uomo, il rapporto tra libera volontà e autorità e l’eterna lotta tra bene e male; tutto questo in 10.000 versi e in un elaborato stile “latineggiante”, frutto della sua educazione giovanile – parlava bene il latino, l’ebraico e l’italiano – e degli studi alla Cambridge University.

La mente è luogo a se stessa, e in se stessa | Può fare dell’inferno un paradiso, del paradiso un inferno.

Paradise Lost ha visto la luce per la prima volta nel 1667 e oggi rappresenta senza alcun dubbio uno dei capisaldi della letteratura inglese: un – se non addirittura “il” – poema epico capace di tessere una storia che unisce elementi della tradizione pagana e cristiana, ma anche un serbatoio letterario di tematiche e accezioni particolari. Come suggerisce bene il titolo, quest’opera prende spunto dall’episodio biblico della caduta di Adamo e Eva dal paradiso terrestre e quindi anche dalla tentazione di Satana, “Angelo caduto” e protagonista principale della storia con il suo fare ambizioso e provocatorio. Particolarmente celebre per la citazione «Better to reign in Hell, than serve in Heaven.», questo poema non è solamente un importante lavoro critico che ha suscitato l’interesse di diversi autori (come T.S. Eliot o Voltaire) ma anche una notevole fonte d’influenza che dal XVII secolo si è protratta fino a oggi (basti pensare al termine “Pandemonio”: inventato proprio da Milton e ancora ampiamente utilizzato nel nostro linguaggio comune). All’opera si aggiunge anche una prosecuzione, Paradiso riconquistato, pubblicato nel 1671 durante gli ultimi anni di vita dell’autore.

VOCI CORRELATE

Areopagitica (1644)

Paradiso perduto (1667)

Paradiso riconquistato (1671)

“Ritorno a Villa Blu” di Gianni Verdoliva

Ritorno a Villa Blu (Robin Edizioni, 2020) è un viaggio temporale e generazionale attraverso i misteri e i dissapori di una famiglia che sembra non aver davvero mai fatto i conti con ciò che è stato. L’atmosfera oscura, percepibile sin dalle prime righe attraverso delle descrizioni decisamente perturbanti, avvolge il lettore in quella che, pagina dopo pagina, acquisirà sempre più le sembianze di una vera e propria maledizione di cui liberarsi. Ascanio, ormai consapevole dell’imminente fine della sua vita, decide che è arrivato il momento di «lasciare le cose in ordine» e di riscrivere – nei limiti del possibile – una storia personale fatta da troppe questioni insolute. Ad aiutarlo, inconsapevolmente, i suoi amatissimi nipoti Tommaso, Alessio e Francesco. Se modificare il passato è impossibile, l’unica cosa che resta da fare è non ripetere gli stessi errori. La sua dipartita, però, è tutt’altro che definitiva: come una presenza fantasmale, la sua figura si manifesta nei pensieri e nei flashback che, lentamente, dipanano una vicenda dai risvolti quasi inquietanti. Difficile stabilire chi o cosa si intrometta in continuazione in una trama fatta di colpi di scena e legami indissolubili; l’unica cosa certa è che i vecchi rancori del passato, come in uno stato di quiescenza, sono resistiti fino al presente.

“Chissà, forse le ombre stanno per arrivare anche per me” ragiona Ascanio mentre scende lentamente le scale dirigendosi verso la porta d’ingresso per fermarsi poi di colpo.

La comunicazione tra la storia di ieri e quella di oggi introduce una fitta ragnatela di elementi e di persone. La morte dell’anziano, quasi necessaria al fine di dare una svolta alla trama e far subentrare i tre ragazzi, è un evento che ha delle ripercussioni importanti anche sui personaggi secondari (introdotti sia con salti indietro nel passato che scorrimenti nel presente). Ma quali misteri avvolgono Villa Blu? Tutto è cominciato tempo fa, quando Ascanio era un bambino. Ciò che si sarebbe potuto evitare, con gli anni, si è trasformato in un segreto dal peso insostenibile: un’ombra che, come un’ossessione, “minaccia” l’uomo e chi gli sta intorno attraverso brutte azioni e sensi di colpa. Ad amplificare il tutto, la dicotomia tra bene e male, e l’eterna lotta su chi debba prevalere tra il primo e il secondo. 

Fuori il vento sta aumentando. A intervalli regolari si sentono sempre i lamenti provenienti dal pozzo e gli scampanellìi che paiono arrivare da una qualche parte del bosco. E ancora il gufo con il suo lugubre richiamo. Sempre lì, appollaiato su un ramo dell’alto faggio mentre guarda ossessivamente verso la villa, emettendo delicatamente il suo tetro richiamo.

A Villa Ludovisi – così è anche chiamata Villa Blu – succedono cose ai limiti della realtà. La perenne sensazione che abita il romanzo è che qualcosa di sinistro sia sempre in agguato per impedire la ricerca della serenità, e soprattutto per turbare gli animi su cui si posa l’attenzione dell’autore. A fare da sfondo a questa vera e propria “casa stregata”, un lago solo all’apparenza tranquillo e un pozzo dalle cui profondità si levano rumori terrificanti. Tommaso, Alessio e Francesco – che dal nonno, in eredità, hanno ricevuto proprio la Villa – sono chiamati a fare luce su una dinamica completamente avvolta dalle tenebre, complice anche un passato irrisolto che bussa continuamente alla porta.

Erano parole sibilline quelle del nonno, per quanto cariche di affetto e di stima.
Come una mattina autunnale quando il sole si alza e la nebbia comincia a diradarsi, i pensieri di Alessio cominciano a prendere forma.
C’era qualcosa a Villa Blu, qualcosa di irrisolto.

Il ritorno a Villa Blu dovrebbe essere un incontro memoriale e simbolico, eppure sopra le teste dei protagonisti – convinti solo superficialmente di condurre un’esistenza tranquilla – si addensano ombre tutt’altro che rassicuranti. Come già era accaduto in passato, certi fatti sembrano destinati a ripetersi. Tommaso, Alessio e Francesco mescolano le loro vite (e il loro vivere quotidiano) alla ricerca di una soluzione che ponga fine a ogni insidia. Ecco perché questo romanzo assume anche i toni del Bildungsroman, ossia del romanzo di formazione destinato a far evolvere in meglio i loro caratteri scolpendoli con le scelte e le responsabilità tipiche del mondo degli adulti. Ciò che non sanno (ma che possono immaginare vivendo in prima persona l’evolversi dei fatti e il verificarsi dell’inaspettato) è il ruolo sempre più preponderante che assume il “malvagio”, un concetto chiave che prova a insinuarsi nell’animo dell’uomo come un parassita difficile da debellare.

Nel giardino di Villa Blu dal pozzo, nel silenzio circostante, si odono dei lamenti, indistinti, ovattati, come delle richieste d’aiuto. In lontananza uno scampanellio, forte, come un suono  disperato.

Dopo l’antologia Come anime scelte che si ritrovano, Gianni Verdoliva ha voluto sperimentare la “lunga prosa” attraverso un romanzo che ha comunque mantenuto l’ossatura del racconto (soprattutto nella suddivisione in capitoli e nell’essenzialità delle frasi), ma con una storia decisamente più stratificata. Ogni frammento che compone il testo è un percorso che tocca temporalità diverse – ma sempre in qualche modo comunicanti – e le restituisce al lettore come una sorta di un’unica striscia cronologica composta da alti e bassi. Sebbene le ripetizioni smorzino un pochino i toni, le molteplici sfaccettature dei personaggi e le parentesi esoteriche rendono il libro una accattivante commistione di elementi leggeri e altri più foschi. 

Nel suo studio Nerina Eran predispone sul tavolo rotondo di legno pregiato una lunga tovaglia di raso rosso con gesti misurati e con un’eccitazione a malapena contenuta. Si guarda attorno Nerina, beata e tronfia, e pare cogliere gli influssi della discordia che tramuta in energia. Il calendario segna il 20 giugno. L’indomani sarebbe stato il Solstizio.

Il Solstizio d’estate non è solamente una data importante che sancisce l’arrivo dell’estate, ma anche un momento dall’estrema valenza magica che si carica di significati umanamente incomprensibili. In questo costante susseguirsi del tempo, si alternano simultaneamente i concetti di “buono” e “cattivo”, e con essi le figure di cui si fanno portatori. Amabile e Nerina sono molto più di due personaggi “simbolo”: incarnano l’eterna lotta che da sempre abita il mondo e plasma l’anima delle persone. Non è difficile immaginare chi personifichi l’uno e chi l’altro, soprattutto se ci si affida al concetto del momen omen. Tra i due, però, a svettare nella trama è certamente Nerina: una donna cupa e cattiva che ha fatto di colpi bassi e arti oscure un modo per assolvere a ogni suo desiderio.

L’aveva guardata ammirata Nerina: in fondo quella donna era anche un po’ simile a lei. Tuttavia non possedeva la nera profondità della sua perfidia e non era così malvagia da avvalersi anche di arti magiche per raggiungere i suoi scopi. Perché Nerina, a detta di voci appena sussurrate in paese era una specie di maga potente e pericolosa che conosceva i segreti della magia rossa e della magia nera. Fin da ragazzina una ricca coppia di villeggianti, dediti ai commerci e allo studio delle arti arcane, l’aveva presa come allieva avendo notato in lei il giusto potenziale.

Chi subisce il fascino dei temi gotici non può certo ignorare la sottile correlazione che si instaura tra alcune descrizioni presenti nel testo e gli elementi portati in auge dal genere dagli autori che ne hanno scritto pagine importanti. A partire dal primo capitolo e poi a seguire con tutti gli altri, l’attenzione del lettore è continuamente catturata da rumori striduli, odori pungenti e strane manifestazioni che conferiscono alla storia un tocco paranormale e “sublime” (quello burkiano, che descrive la potenza, la riverenza e, soprattutto, la maestosità della natura rispetto all’uomo che resta “a distanza” a osservarla). La narrazione “meccanica”, costituita prevalentemente da frasi brevi e decise, non fa altro che enfatizzare e donare pathos alla vicenda, rendendo più teso e carico di tensione ogni momento vissuto da Tommaso, Alessio e Francesco. 

Dalla lettura, a conclusione della storia, deriva quindi un messaggio di ottimismo, lontano dalla visione pessimistica di Leopardi, forse più vicino all’ineluttabile male di vivere di Montale; si tratta  però qui di un male a cui tante energie positive possono opporsi: sono quelle di anime che sentono allo stesso modo e che insieme possono e devono lottare contro i malefici che inevitabilmente giungono ad ingabbiare gli individui.

Ritorno a Villa Blu, pur avendo qualche difetto, è un testo che instaura con il lettore un feeling che attraversa diverse tematiche (alcune decisamente di nicchia). In questo «thriller dai contorni paranormali», l’esito della vicenda è affidato a una speranza – tutt’altro che flebile – capace di sfidare qualsiasi avversità.

3/5

PAROLE CHIAVE

Dolore: ognuno lo affronta nella maniera che vuole; la mamma e il papà di Mattia, Tommaso e Francesco rappresentano due modi opposti di approcciarsi alla perdita. Un aspetto per cui, pure i figli, li guardano in maniera diversa. Emblematica la telefonata Skype che preannuncia la morte di Ascanio: quella di lui sinceramente commossa dal lutto (senza immagine, solo con un sfondo nero), quella di lei per niente toccata da quanto accaduto (e per questo rappresentata con colori vivaci ed esagerati).
Doppio: bene e male, luce e buio, amore e odio, magia nera e magia bianca. Questo tema occupa sempre un ruolo in primo piano nella vicenda. Il momento più significativo è quello che riguarda Tommaso e Mattia, che a un certo punto fanno rivivere il passato di Massenzio e Donato («Nel cielo splende la luna e Tommaso e Mattia restano sdraiati per terra, alternando carezze e baci appassionati alla contemplazione pura, fissando il cerchio lunare tenendosi le dita intrecciate. Come avevano fatto Massenzio e Donato.»)
Stregoneria: uno degli elementi più affascinanti e ricorrenti di Ritorno a Villa Blu, personificato e portato alle estreme conseguenze da Nerina Eran.
Temporalità: a volte si mescolano e altre si confondono. Nel testo di Gianni Verdoliva non c’è una linearità standard, ma una continua sovrapposizione di passato, presente e futuro (quest’ultimo lasciato all’immaginazione).
Dettagli: le suggestioni gastronomiche (e di altre passioni, come la musica), oltre a donare al testo un velo di naturalezza, permettono alla lettori di alternare momenti leggeri a quelli più seri.

PER SAPERNE DI PIÙ

Titolo: Ritorno a Villa Blu
Autore: Gianni Verdoliva
Editore: Robin
Lunghezza: 182 pagine
Prezzo: 12 euro
Trama: È giugno e come ogni anno tre fratelli, Alessio, Francesco e Tommaso, ritornano a Villa Blu, la dimora di famiglia dove hanno trascorso tante altre estati. Questa volta, però, saranno soli: non ci sarà più il nonno né i genitori e i tre protagonisti si troveranno a gestire la villa di famiglia avuta in eredità dal nonno Ascanio e a fronteggiare misteri, maledizioni ed eventi irrisolti che coinvolgono Villa Blu e il bosco limitrofo. Nel paese sulle sponde del lago, figure inquietanti e altre benevole si intrecceranno alle vicende dei tre fratelli, vittime di un maleficio che vedrà il suo culmine il giorno del solstizio.
Per acquistarlo: clicca qui