In estate, il Nero (Press) sta bene su tutto

In estate, il Nero (Press) sta bene su tutto

Storie horror, grottesche e cariche di mistero. No, non siamo ad Halloween. Queste sono tre letture per chi non dà una stagione al piacere del brivido e ama stare con il fiato sospeso pure in estate. Grazie a Nero Press Edizioni.

Peggio della goccia cinese che cade in maniera subdola e irritante sulla fronte della sua vittima, c’è solo quella di Stillicidio, che invece tortura il protagonista – e il lettore – insidiandosi nei meandri dell’animo esternando i rancori più reconditi. In questo racconto horror scritto da Andrea Costantini non ci sono scene sanguinolente o dettagli ripugnanti, ma un’inquietudine interiore che si fa largo pagina dopo pagina in un climax ascendente che condurrà a un finale perturbante e tragico.

A casa, il perpetuo sgocciolio non ha smesso di sussistere. Doccia e lavandino del bagno suonano una melodia monotona e alternata, insistente come il ronzio di una zanzara in piena notte.

Giancarlo è un anziano pensionato che non vede l’ora di godersi un po’ di calma dopo una vita di fatica e lavoro. I suoi piani però vengono stravolti dalla morte del fratello Luigi, con il quale non ha più rapporti da anni e che, anzi, rappresenta per lui solamente una fonte inesauribile di incomprensioni ed episodi snervanti. Il quasi “sollievo” per la sua dipartita sfuma non appena il notaio lo chiama per notificare la lettura del testamento. Nessun centesimo in eredità (non che Giancarlo avesse qualche speranza in merito), ma solo un’ultima stravagante richiesta: Giancarlo sarebbe dovuto volare in Norvegia per spargere le ceneri del fratello, in un’ultima manifestazione del suo smisurato egocentrismo.

Se solo si fosse comportato in maniera corretta nella vita a quest’ora Giancarlo non si troverebbe a combattere con un fantasma. Sempre che si tratti di un fantasma e non di una malattia degenerativa. Ma quale delle due opzioni sarebbe peggiore?

La situazione disagevole e forzata dell’uomo si trasforma lentamente in un flusso vorticoso di eventi che lo faranno affogare – letteralmente – in un mare di ansie. Nonostante il carattere burbero e spigoloso di Giancarlo, legarsi empaticamente a lui è quasi inevitabile: inizialmente artefice di un colpo basso nei confronti del (per niente compianto) fratello, si trasforma poi in vittima di un gioco snervante che si rivelerà essere una vera e propria condanna.

E allora che cosa lo preoccupa così tanto? Giancarlo non riesce a spiegarlo a se stesso, raccontarlo al figlio è ancora più difficile. L’ansia, la paura, le preoccupazioni spesso sono storielle agli occhi di chi non le prova. Una pigna di sabbia costruita da un bambino è una montagna per una formica. Solo chi vive la paura ne conosce l’entità e il peso che essa comporta.

In questa storia di vendette familiari represse si inseriscono anche dei dettagli che rendono la lettura ancora più spiazzante: ne sono un esempio il dottor Cella, il cui nome riprende il luogo dove è rinchiuso mentalmente Giancarlo, in preda alla follia; il riferimento a Shining (“Cambia di nuovo e trova un film con Jack Nicholson che vive in un albergo di montagna insieme alla famiglia”) oppure ancora i dialoghi interiori, che fanno molto Dottor Jeckyll e signor Hyde e sono manifestazione del gene della pazzia capace di insinuarsi anche negli episodi più semplici e quotidiani.

Dopo quell’ultima provocazione qualcosa cambia. Il rubinetto del bagno smette di perdere e si apre da solo, scrosciando come una burrasca.
Giancarlo claudica verso il bagno e prova a chiudere il rubinetto. Ci mette tutta la forza che ha ma non riesce a girare la manopola. L’acqua continua a riversarsi, senza sosta.

È difficile condensare in un racconto una storia dai risvolti psicologici come questa: nella narrazione, la suspense è abilmente inserita in una trama che tocca anche picchi ironici e pungenti, attraverso una scrittura incalzante e mai scontata. Leggendo questo testo è impossibile non affiancarlo ai racconti horror “delle origini”, come quelli di Edgar Allan Poe. Tra le gocce di Stillicidio riecheggiano un po’ anche i battiti di Cuore rivelatore, in un connubio dove inquietudine e follia si incontrano per ricordare che difficilmente si può sopprimere ciò che è stato compiuto.

In tre parole: INQUIETANTE, PSICOLOGICO, ORIGINALE
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Bestie da soma è un romanzo dalle tinte noir, scritto da Alfredo Mogavero, che ha come protagonista il “Professore”, un ragazzo che tenta di sopravvivere all’interno di quello che viene chiamato “Mondezzaio”. Qui abbandoniamo la pressione psicologica per addentrarci in un mondo grottesco al limite dell’assurdo, dove fanno la loro comparsa una serie di anime perse che sembrano abitare l’inferno sulla terra. I personaggi che prendono parte a questa sceneggiatura simil tarantiniana sono così singolari da sembrare proprio usciti da un film: esseri poco fini e raccomandabili, probabilmente temprati dal contesto in cui sono vissuti, ma che non mancano di rendere memorabile l’incontro/scontro con il lettore attraverso scene e dialoghi che sfidano ogni tipo di moralità.

Gli farò paura, capiranno che è meglio lasciar perdere e sarà tutto finito. Laura potrà tenersi le tette, Mauro smetterà di scassarmi le palle e tutto tornerà a posto. Buttatami alle spalle questa storia inizierò seriamente a programmare il resto della mia vita, decidendo dove andarmene e come fare per sopravvivere.

In una narrazione ben ritmata, scandita da capitoli che prendono il titolo dai giorni della settimana – «Lo farò. È stata una settimana lunga». «Non lo dica a me» – ci addentriamo in una storia che definire assurda è poco. Il “Professore” cerca di tirare avanti come riesce, anche facendo mansioni a lui poco inclini, e per questo finisce spesso nei guai. Il “Mondezzaio” non gli appartiene, ma ci è profondamente legato; sin da subito si instaura una netta differenza tra lui e le bestie da soma che lo circondano: la sua mente lo vorrebbe lontano da quel luogo, verso altre aspirazioni, ma la necessità – e il pentimento per aver rovinato la vita a troppe persone a causa del lavoro precedente – lo saldano lì, a sfacchinare in un mercato ortofrutticolo per pochi euro all’ora. 

Inizio dall’università. Ebbene sì, sono l’unico facchino laureato del Mondezzaio, un cazzo di cervellone. Economia e Commercio, tesi sulla statistica applicata al fenomeno dell’evasione fiscale, centodieci e lode e una sfolgorante carriera servitami su un piatto d’argento da alcune buone conoscenze di mio padre.

Il punto di vista che viene privilegiato è proprio quello del Professore”: grazie a lui entriamo in contatto con un mondo abitato dal buio e dagli affari loschi, ma in cui sembra esserci spazio anche per dei piccoli fasci di luce. Nonostante il contesto discutibile, non mancano riflessioni e introspezioni profonde, probabilmente frutto di un’evasione interiore che desidera concretizzarsi.

L’impressione è che il Professore indossi una maschera per celare il suo vero animo, solo apparentemente colluso con quell’ambiente stravagante e sinistro. Ha una mente brillante, cinica e ironica, ma talvolta sembra non sappia distinguere il bene dal male.

«Ti hanno fatto male». Mi passa le dita sulla faccia, accarezzando i lividi e i tagli parzialmente rimarginati. «Gente cattiva. Uomini cattivi. Vero? Tu sei un bravo ragazzo e loro ti hanno fatto male».
«Sì». Non è il caso di raccontarle tutto, ma non me la sento neppure di rifiutare la comprensione che mi sta offrendo. Da troppo tempo vivo lontano da gesti semplici come questo, gesti di affetto che altri hanno la fortuna di ricevere ogni giorno della vita. Mi sono indurito, sono diventato insensibile, però sotto la scorza non sono morto, ho ancora bisogno di certe cose. Mi manca mia madre. Il bacio della buonanotte e il bicchiere di latte al mattino presto.

Il lieto fine, a volte, bisogna cercarlo nella scelta di andare avanti, nonostante tutto, anche semplicemente guidati da uno scopo. Bestie da soma, tra realtà e finzione, racconta un caleidoscopio di voci partendo sempre da una sola: quella del Professo’. In questo testo non trovano spazio solo vicende cruente e instabili, ma anche temi di stretta attualità (come lo sfruttamento, il precariato, la criminalità, la sofferenza, la povertà), che da una parte rappresentano la tremenda realtà dei fatti e dall’altra diventano una sorta di denuncia nei confronti di uno spaccato di società ancora fin troppo presente.

La sera scivola rapida verso lo stomaco della notte mentre percorriamo strade tutte uguali fiancheggiate da terreni, serre e qualche abitazione sparuta. La Mirafiori e il Wolkswagen che ne segue la scia sono le uniche cose in movimento nel raggio di chilometri, i loro fari squarciano il buio di una zona dove nessuno si è premurato di installare uno straccio di illuminazione pubblica. Questo è territorio di aziende agricole e braccianti clandestini, di caporali e puttane, di zingari dell’est e professionisti benestanti che ci si costruiscono la seconda casa in cui portare l’amante nei week-end liberi. Qualsiasi forma di legge o controllo è solo una minaccia lontana, siamo fuori dalla città e distanti da tutto, persi in una terra di mezzo tra il ventunesimo secolo e l’inizio del Novecento.

In una storia ricca di colpi di scena, sangue e sparatorie, i momenti ironici non diventano solamente una rappresentazione surreale del reale (“Mauro arriva dopo mezz’ora e non ci rimane granché bene nel vedere la sua promessa sposa che legge Delitto e Castigo a uno scimpanzé.”), ma soprattutto uno stacco da quello stile grintoso, quasi arrabbiato, che caratterizza l’intero romanzo e dipinge la dimensione umana nel suo lato più infimo e negletto. Quanto di sé bisogna dimenticare per compiere determinate azioni?

L’aereo è già pronto a partire, e quando la porta automatica mi si spalanca davanti mi sembra che il mondo abbia allargato le braccia per darmi il benvenuto, come un vecchio imbecille che accoglie un parente lontano senza sapere che razza di bastardo gli è appena piombato in casa.

In tre parole: IRRIVERENTE, SPONTANEO, VEROSIMILE
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Un libro che può tranquillamente mettersi alla pari con gli altri gialli storici più famosi? Eccolo. Nella Gallia centrale dell’anno 53 a.C, in un salto indietro nel tempo che arriva sino a Giulio Cesare, cominciano ad accadere fatti strani: la fuga dell’ostaggio Dumnaco, l’assassinio di un tribuno della legione e a seguire altri misteri che avvolgono nuovi membri della legione. Dietro alle indagini su questi strani avvenimenti si muovono l’anziano Marco Valerio e il suo fedele servo Tito, che alla stregua della coppia investigativa più famosa di sempre, Sherlock Holmes e Watson, sono decisi a trovare presto la verità.

Si era compiuto ormai il sesto anno da quando Gaio Giulio Cesare, obbedendo al suo desiderio di gloria più che agli ordini del Senato, era entrato in Gallia per sottometterla. Dopo molti assedi e battaglie tutti i principali popoli di quella fiera regione avevano riconosciuto la superiorità delle legioni romane, tanto che allora sembrava regnare la pace.

La tranquillità (solo apparente) che regna nell’accampamento romano è sconvolta da un assassinio efferato: la testa del giovane tribuno Publio Ummidio viene trovata infilzata su una palizzata. Lo sconcerto e la rabbia si diffondono rapidamente tra le fila dei soldati; la volontà di fare luce dietro questo fatto oscuro è di vitale importanza non solo per il mantenimento dell’equilibrio nella legione, ma anche per evitare che il malcontento generale si trasformi in una guerra ingestibile.

Ma è tempo, mio caro Filandro, di tornare alla nostra storia, giacché, come tra poco apprenderai, nuovi e inaspettati eventi, accaduti nei giorni successivi, portarono Marco Valerio ora più vicino, ora più lontano dalla verità che egli si era ripromesso di trovare. Così fa il vento con la nave che cerca di entrare in porto: sta poi al nocchiero tenere dritta la barra.

Giorgio Galeazzi firma con il lettore un patto di chiarezza e lealtà: sebbene certi avvenimenti e personaggi non corrispondano al vero – solo Quinto Tullio Cicerone e Lucterio sono effettivamente esistiti -, Il segreto del tribuno è un romanzo che pone la Storia su un piano privilegiato. I fatti, narrati con estrema lucidità e coerenza, sembrano quasi una matrioska di incastri perfetti in cui il percorso dei due investigatori si posiziona all’interno di una narrazione che scorre fluida e veloce. Filandro è colui a cui si rivolge il narratore della storia e per certi versi personifica anche il lettore, che arriva pian piano alla consapevolezza di quanto è successo attraverso un percorso dal generale al particolare. 

Nel nostro ultimo colloquio gli ho esposto per intero la mia ipotesi ed egli, pur non potendo confermarla, mi ha dato un importantissimo suggerimento, che mi ha consentito di ottenere la dimostrazione che tanto cercavo.

Alcuni – forse i più attenti – leggeranno in questo espediente letterario le vicende di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, che in Il nome della rosa di Umberto Eco sono chiamati a trovare una soluzione al mistero che sta avvolgendo l’abbazia sperduta nell’Appennino toscano. Un richiamo che risuona leggero tra le pagine del testo e che l’autore riesce a non imporre in maniera prepotente grazie alla passione e alla cura che direziona sui particolari della sua ambientazione storica. 

In tre parole: ACCURATO, APPASSIONATO, LUCIDO
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