Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini è nato a Bologna il 5 marzo del 1922 ed era figlio di un ufficiale di cui ha seguito, nell’infanzia, gli spostamenti in diverse città; con la madre invece trascorreva le estati nel paese natale, Casarsa in Friuli, dove si è rifugiato anche durante la guerra e tutt’oggi è sepolto. Lì ha cominciato a scrivere le sue prime poesie in friulano, raccolte poi in La meglio gioventù (1954). Laureatosi in Lettere a Bologna, ha cominciato a insegnare nelle scuole medie, ma nel 1949 fu allontanato dall’insegnamento in seguito a un processo per corruzione di minorenni che gli costò anche l’espulsione dal PCI. Successivamente ha deciso di trasferirsi in maniera stabile a Roma, dove poi ha vissuto anche con l’adorata mamma. Con quest’ultima ha sempre avuto un legame molto profondo, dimostrato anche dalla poesia a lei dedicata, Supplica a mia madre, scritta nel 1962 e inserita nella prima edizione del libro Poesia in forma di rosa pubblicato nel 1964. 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Dal contatto con i sottoproletari delle borgate romane sono nati i romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), che da una parte gli hanno dato una grande fama e dall’altra hanno suscitato nell’opinione pubblica anche un certo sdegno: per il primo dei due è stato processato per oscenità e poi assolto (e così è stato per altre 32 volte). In questi due testi, Pasolini ha messo in scena alcuni giovani che vivono ai margini della società, dipingendo – anche attraverso l’adozione massiccia del romanesco e del gergo della “malavita” – le loro condizioni di estrema miseria in un ambiente quasi degradato e in contrasto con la metropoli («Tra due o tre catapecchie, sotto un grattacielo»). I “Ragazzi di vita” da lui raccontati non conoscono tradizioni e valori, ma sono totalmente amorali e imbruttiti dal contesto in cui sono inseriti. Ciononostante, rappresentano ai suoi occhi qualcosa di positivo: un fascino che passa attraverso la vitalità vissuta all’interno di realtà squallide, la spensieratezza nella precarietà, la spavalderia dei gesti e dei discorsi. Il tratto distintivo delle due opere è senz’altro l’incontro di due lingue; un espediente che da una parte riflette la “contraddizione” dell’autore (che non nasconde una sorta di legame con il mondo che sta cercando di raffigurare) e dall’altra manifesta una distanza culturale incolmabile, portata avanti nel testo attraverso l’alternanza tra il modo di esprimersi dei personaggi e il suo scrivere colto e letterario. Diversamente da quanto si possa pensare, manca comunque una totale immersione con quei protagonisti, rappresentati quasi sempre dall’esterno: registrati attraverso tratti fisici e atteggiamenti, ma ignorati nella loro interiorità.

Era una parola trovare un posto da quelle parti. Lo lasciarono nel cesso d’un baratto vicino a Ponte Garibaldi, imboccando alla menefrego, e pensando dentro di sé, mentre passavano davanti il banco sotto lo sguardo dei baristi: «Si o’ ritroviamo bbene, sinnò ècchelo llì.» [Da Ragazzi di vita

Intanto, Pasolini ha proseguito anche l’attività poetica (scaturita in Le ceneri di Gramsci, 1957; La religione del mio tempo, 1961; Poesia in forma di rosa, 1964) e la stesura di importanti saggi letterari, raccolti in Passione e ideologia (1961). Il contesto in cui si inserisce la sua poesia è quella del dopoguerra, un periodo in cui la necessità primaria era quella di compromettere i versi con la realtà concreta delle esperienze quotidiane e del dibattito politico. Il rifiuto dell’eredità “ermetica” voleva dire per lui abbandonare un clima quasi rarefatto; piuttosto, si lascia andare in poemetti dove esprime discorsivamente le perplessità, gli ideali e le polemiche di intellettuale impegnato. È il caso di Le ceneri di Gramsci, una raccolta di componimenti pubblicata nel 1957 che riprende la poesia omonima scritta nel 1954, poco dopo che Pasolini si era stabilito a Roma. L’occasione per la stesura dei versi è una visita al cimitero acattolico della Capitale, vicino al Testaccio, dove è sepolto il fondatore del Partito comunista Antonio Gramsci (morto nel 1937 dopo dieci anni di prigionia). Il silenzio che circonda il luogo diventa per l’autore il simbolo della situazione storica stagnante del paese, in cui il pensatore marxista è destinato a non essere compreso da una società che è troppo al di sotto del suo messaggio. La poesia di Pasolini, nutrita di idee e immersa nella realtà materiale, si scontra però con l’origine sociale borghese e l’essenza dell’uomo di cultura; la scrittura che ne risulta manifesta una passione per la “vita proletaria” – una scelta che è quasi un tradimento per lui – che però non va intesa esclusivamente come una  vicinanza alla sfera politica, piuttosto come un desiderio di spontanea istintualità. È impossibile per Pasolini scindere il discorso ideologico con il groviglio dei sentimenti (ne è dimostrazione anche il nome del saggio Passione e ideologia), da qui il tentativo di trasporre continuamente il mondo interiore attraverso immagini e riflessioni profonde.

[…] Ma nella desolante 
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante 
dei possessi borghesi, lo stato 
più assoluto. Ma come io possiedo la storia, 
essa mi possiede; ne sono illuminato: 
ma a che serve la luce?

[La possessione, in questo caso, è più un aspetto intellettuale e riguarda una coscienza storica che i proletari non hanno. Il possesso della storia è qualcosa di ideale perché, in verità, è essa a possederci e determinarci.]

Dopo aver lavorato nel cinema da sceneggiatore, Pasolini ha esordito come regista in Accattone (1961) e ben presto questa attività è diventata per lui fondamentale e prevalente: sono seguite le opere Il vangelo secondo Matteo (1964), Edipo re (1967) e la trilogia ispirata alla narrativa medievale composta da Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974).

Accattone è il racconto scabro di un borgataro che vive sfruttando una prostituta, fra bravate e bevute con gli amici, fino a quando non conosce Stella, una giovane donna di cui si innamora e per la quale prova a cambiare vita. La sua redenzione non dura molto: insofferente alla vita onesta e alla fatica dell’impiego, “Accattone” preferisce ritornare al furto e quando viene scoperto dalla polizia, muore in un incidente durante la fuga su una moto rubata. In questo film ritornano prepotentemente i personaggi, le situazioni e gli ambienti del sottoproletariato romano descritti in Ragazzi di vita e Vita violenta, portati sulla pellicola attraverso atmosfere sia realiste sia antirealistiche. 

Vi è un’angoscia “preistorica” e quindi un senso di morte, una moralità diversa da quella borghese, precristiana, anche se tutta condita di cattolicesimo superstizioso e mortuario. [Dalle parole di Pier Paolo Pasolini]

I protagonisti di Accattone sono filmati da Pasolini attraverso diversi stratagemmi: su ispirazione della pittura tardomedievale (come nei primi piani frontali); con la tragicità della musica sacra di Bach; nell’apertura con una citazione di Dante Alighieri.L’idea di fondo del film è che i sottoproletari rappresentino una cultura a sé – fatta di valori e comportamenti che passano immutabili dai padri ai figli, di “invenzioni linguistiche che ne manifestano l’esuberanza – ma minacciata dalla sempre più pressante presenza del capitalismo.

Le discussioni culturali e politiche dell’epoca non passano inosservate nella mente di Pasolini, che anzi ne rimane coinvolto lasciandosi andare a interventi appassionati, spesso provocatori, con il gusto di rovesciare i luoghi comuni dell’ideologia di sinistra; i suoi articoli sono stati raccolti in vari volumi, tra cui Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976). Da attento osservatore dei fenomeni sociali che stavano attraversando l’Italia degli anni Sessanta (quella del “miracolo economico”), scrive soprattutto dei nuovi consumi di massa, della pubblicità e della trasformazione dei costumi che stavano lentamente mutando il modo di vivere degli italiani. Le sue riflessioni potevano definirsi perlopiù una critica al «nuovo edonismo» e all’«omologazione culturale»: un modo di vivere all’insegna della frenesia consumistica che avrebbe portato all’affossamento di quelle identità popolari e contadine di cui aveva parlato diversi anni prima nelle sue opere dedicate alle borgate.

Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un «uomo che consuma», ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. [Da “Il centralismo della civiltà dei consumi”, in Scritti corsari]

Pasolini è stato trovato senza vita il 2 novembre del 1975, lungo il lido di Ostia, probabilmente – tutt’oggi aleggiano dei dubbi sullo svolgimento dei fatti – dopo un incontro con uno dei “ragazzi di vita” che stava frequentando. L’eredità che ci ha lasciato, oltre alla sua monumentale opera, riguarda qualcosa di molto più prezioso: la capacità di indagare tutti gli aspetti della natura umana, soprattutto quelli che si tendevano a nascondere, attraverso una vita vissuta in luce nonostante i vari tentativi di essere messa in ombra («Ti impediranno di splendere. E tu splendi invece»).La sua morte, violenta e brutale, ha segnato anche la fine di una produzione culturale densa e sfaccettata; una perdita incolmabile ben delineata anche nell’accorata orazione tenuta da Alberto Moravia – suo grande amico con cui ha condiviso, insieme a Elsa Morante, l’opera Un’idea dell’India – durante i funerali del 5 novembre 1975.

Poi abbiamo perduto anche il simile. Cosa intendo per simile: intendo che lui ha fatto delle cose, si è allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi. In questo era simile, cioè era un elemento prezioso di qualsiasi società. Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro. Poi abbiamo perduto anche un romanziere. Il romanziere delle borgate, il romanziere dei ragazzi di vita, della vita violenta. Un romanziere che aveva scritto due romanzi anch’essi esemplari, nei quali, accanto a un’osservazione molto realistica, c’erano delle soluzioni linguistiche, delle soluzioni, diciamo così, tra il dialetto e la lingua italiana che erano anch’esse stranamente nuove. Poi abbiamo perso un regista che tutti conoscono, no? Pasolini fu la lezione dei giapponesi, fu la lezione del cinema migliore europeo. Ha fatto poi una serie di film alcuni dei quali sono così ispirati a quel suo realismo che io chiamo romanico, cioè un realismo arcaico, un realismo gentile e al tempo stesso misterioso. Altri ispirati ai miti, il mito di Edipo per esempio. Poi ancora al grande suo mito, il mito del sottoproletariato, il quale era portatore, secondo Pasolini, e questo l’ha spiegato in tutti i suoi film e i suoi romanzi, era portatore di una umiltà che potrebbe riportare a una palingenesi del mondo. Questo mito lui l’ha illustrato anche per esempio nell’ultimo film, che si chiama Il fiore delle Mille e una notte. Lì si vede come questo schema del sottoproletariato, questo schema dell’umiltà dei poveri, Pasolini l’aveva esteso in fondo a tutto il Terzo Mondo e alla cultura del Terzo Mondo. Infine, abbiamo perduto un saggista. Vorrei dire due parole particolari su questo saggista. Ora il saggista era anche quello una nuova attività, e a cosa corrispondeva questa nuova attività? Corrispondeva al suo interesse civico e qui si viene a un altro aspetto di Pasolini. Benché fosse uno scrittore con dei fermenti decadentistici, benché fosse estremamente raffinato e manieristico, tuttavia aveva un’attenzione per i problemi sociali del suo paese, per lo sviluppo di questo paese. Un’attenzione diciamolo pure patriottica che pochi hanno avuto. Tutto questo l’Italia l’ha perduto, ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo Paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo Paese come Pasolini stesso avrebbe voluto. 

[Per approfondire l’amicizia tra Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Elsa Morante vi consiglio di leggere i seguenti articoli: Pasolini, Moravia e Morante: la storia di un’amicizia tra cinema, viaggi e letteratura e L’amicizia tra Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini]

VOCI CORRELATE

La bibliografia di Pier Paolo Pasolini

Poesia in forma di rosa

Ragazzi di vita

Le ceneri di Gramsci

Scritti corsari

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