“Mattatoio n. 5”: così va la vita

Mattatoio n. 5 - K. Vonnegut

Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut non è solamente un romanzo pungente in grado di unire la leggerezza dell’ironia con la serietà di certi temi, ma è anche (e soprattutto) la storia di un trauma, sia personale che storico, perfettamente trasposto su carta. Il fatto che sia stato scritto nel 1969 non fa altro che incentivare questa affermazione: non solo è l’anno del progresso che in quell’anno ha visto l’apice nello sbarco lunare e nelle prime manifestazioni del boom economico, ma rappresenta anche il periodo della cruenta guerra in Vietnam (citata in parallelo al bombardamento di Dresda) e, per di più, degli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy, dei riferimenti tutti quanti stratificati in una trama che dire fantascientifica e (quasi) schizofrenica è poco.

«Due sere fa hanno sparato a Robert Kennedy, la cui residenza estiva si trova a dodici chilometri dalla casa dove io vivo tutto l’anno. E’ morto ieri notte. Così va la vita. Un mese fa hanno sparato a Martin Luther King. E’ morto anche lui. Così va la vita. E ogni giorno il governo del mio paese mi comunica il numero dei cadaveri prodotti dalla scienza militare nel Vietnam. Così va la vita. Mio padre è morto già da molti anni, di morte naturale. Così va la vita. Era un uomo dolce. Era anche fanatico di armi. Mi ha lasciato le sue armi. Si stanno arrugginendo.»

I disegni che costellano qua e là il libro, i salti temporali, gli spazi tra un paragrafo e l’altro: qui la storiografia tradizionale abbandona la sua linearità e si lascia andare ad una stratificazione che “a salti” fa emergere patologie e traumi. In questo contesto, il protagonista Billy Pilgrim non è altro il “pellegrino” che affronta questo viaggio nella storia dell’umanità e, soprattutto, nella sua storia da sopravvissuto che, però, non lo salva da una mente che viaggia più forte di lui e che continuamente lo ributta in quei buchi neri della memoria che pensava di aver lasciato all’oblio. 

«“Ogni tanto ti guardo,” disse Valencia, “e ho la strana impressione che tu abbia un sacco di segreti.”
“Non è vero” disse Billy. Era una bugia, naturalmente.
Non aveva parlato a nessuno di tutti i viaggi nel tempo che aveva fatto, di Tralfamadore e così via.
“Devi avere dei segreti sulla guerra. O magari non dei segreti, ma delle cose di cui non vuoi parlare.”»

Ecco che, allora, la fantascienza entra in gioco per poter giustificare tutti questi salti nel tempo che fanno sì che Billy Pilgrim possa approdare su Tralfamadore, rapito dagli alieni il giorno del matrimonio della figlia, e costretto così, quasi come una sorta di prigionia mentale, a vivere senza ordine e senza cognizione, passato, presente e futuro. Ma Vonnegut, in fondo e tra le righe, chiede: quale è il paese altro? Se da una parte, infatti, il protagonista viene visto come un animale allo zoo o un freak da osservare quasi in maniera stupita dai “tralfamadoriani”, dall’altra parte la stessa cosa succede agli umani che, nel 1969, sono tutti attaccati alla televisione per osservare lo sbarco sulla Luna, insomma un luogo non familiare. In realtà, dietro questa ironia c’è molto altro, ovvero il tipico stress post-traumatico del veterano e il crollo psico-fisico della mente (più che del corpo) di fronte alla tragedia della guerra. Una patologia che, però, Vonnegut riesce a mascherare con una buona dose di ironia.

«Lo ricoverarono in una piccola clinica privata. Da Boston venne un celebre chirurgo del cervello che gli fece un’operazione di tre ore. Billy, dopo l’operazione, restò in stato d’incoscienza per due giorni e sognò milioni di cose, alcune delle quali erano vere. Le cose vere erano i viaggi nel tempo.»

Mattatoio n. 5 è la storia di una guerra, anche personale, che comunque, però, passa attraverso un filtro agli occhi dei lettori (come le stesse lenti che maneggia Billy Pilgrim): nel testo, infatti, non compaiono direttamente i corpi straziati dei soldati, ma se ne riesce comunque a percepire la perdita, come pure accade nelle descrizioni dei viaggi in treno che rimandano inevitabilmente alle immagini della deportazione. Il paesaggio lunare rimanda alla “miniera di corpi” abbattuti e accumulati dalla guerra, ma anche alle città rase al suolo e bombardate che appaiono come dei luoghi alieni completamente da ricolonizzare. Ma “così va la vita”, direbbe Billy Pilgrim. E la vita è una guerra continua che non troverà mai fine e da cui se ne genererà sempre un’altra, come una specie di cimelio da passare di generazione in generazione: se il protagonista, infatti, si è ritrovato a provare e a ricordare, con suo rammarico mentale, la Seconda guerra mondiale, ecco che allora il figlio, da “Berretto verde”, è costretto a vivere, invece, quella cruenta Guerra in Vietnam che nessuno ha voluto, a maggior ragione l’opinione pubblica che rispecchia anche un po’ il protagonista “viaggiatore” nel suo percorso traumatico di consapevolezza. 

«Che il bombardamento di Dresda sia stato una grande tragedia nessuno può negarlo. Che fosse realmente una necessità militare pochi, dopo avere letto questo libro, lo crederanno. E’ stata una di quelle cose terribili che a volte accadono in tempo di guerra, causate da una sfortunata combinazione di circostanze. Coloro che l’approvarono non erano né malvagi, né crudeli, ma può darsi benissimo che fossero troppo lontani dall’amara realtà della guerra per comprendere pienamente il terrificante potere distruttivo dei bombardamenti aerei nella primavera del 1945.»

Senza dubbio, quello che più colpisce di questo testo, è sicuramente il modo quasi disincantato in cui Vonnegut racconta quello che è lo specchio della vita umana, anche nelle sue deformità. Billy Pilgrim, infatti, per certi versi, non appare come un corpo, piuttosto come un fantasma che ha lasciato la sua anima a Dresda, tra i bombardamenti, o meglio, tra le macerie di una guerra che lo ha segnato a tal punto da far riemergere quei traumi che aveva segretamente nascosto dentro di lui, come in un pozzo buio che ha un inevitabile e doloroso fondo. La sua scrittura è ironica, vera, graffiante, a tratti quasi confusionaria, ma bisogna pur sempre ricordare che Mattatoio n. 5 è anche il viaggio fantascientifico di una mente “malata” e disordinata, non solo dal punto di vista delle temporalità, ma anche sotto l’aspetto della scrittura (e i disegni presenti a mo’ di spiegazione un po’ lo fanno intuire). Dresda, in un certo senso, è una copertura, un espediente per cogliere un tema dal suo punto di vista universale: quest’ultima, in realtà, è il Vietnam e il Vietnam, a sua volta, è ogni guerra. Lo stesso per quanto riguarda “l’ogni uomo” Billy Pilgrim. Alla fine, il “così va la vita” che il protagonista ripete continuamente in un mantra di rassegnazione per qualcosa di più grande di lui e che può stare solo a guardare passivamente, è anche un modo per offrire al lettore la volontà di discostarsi. Ecco perché, se volete un testo che vi porti a riflettere su certe tematiche con un altro sguardo, Mattatoio n. 5 è il romanzo giusto da leggere, a maggior ragione perché Vonnegut lo fa in una maniera “strana” e fuori le righe, come una sorta di “tralfamadoriano” della scrittura.

Parole chiave:

  • Trauma: il tema centrale e diretto è senz’altro la guerra, ma non bisogna scordare che anche il trauma ricopre uno spazio importante nella storia. Senza troppi giri di parole, è l’intera vita di Billy Pilgrim ad essere traumatica, basti pensare agli episodi che descrivono il padre che lo getta nell’acqua per fargli imparare a nuotare, lo sguardo nell’abisso al Grand Canyon oppure, ancora più grande, il momento che riguarda la morte della moglie. Tutte cose decisamente segnanti per Billy Pilgrim e che, in un certo senso, lo fanno rifugiare su Tralfamadore.
  • “Crociata dei bambini”: sottotitolo dell’opera che fa riferimento al Medioevo e ai fatti successi nel 1212-13 in cui molti ragazzi persero la vita in mare o vennero venduti come schiavi (leggi qui), ma che si potrebbe accostare, in una maniera molto più moderna, ai bambini che perdono la loro innocenza combattendo per una guerra che non hanno chiesto. In questo romanzo, come già affermato, quest’ultima ha un ruolo rilevante, non solo perché rivive in quella di Dresda o del Vietnam, ma anche perché è presa in considerazione sotto altri punti di vista (come accade, ad esempio, nei riferimenti ai bombardamenti di Hiroshima, a Troia con “Ilium” e il luogo di nascita di Billy Pilgrim oppure alla distruzione di Sodoma e Gomorra). 
  • Occhio: inteso come lo sguardo che Vonnegut riesce a dare a tutto il romanzo, perfino nel rimando al lavoro da optometrista di Billy Pilgrim. Come lo stesso protagonista di Mattatoio n. 5 crea delle lenti correttive per coloro che non riescono bene a mettere a fuoco, così anche l’autore crea una trama in cui la storia è continuamente rimescolata  e vista sotto diverse prospettive.
  • Harward Rumfoord: il professore di Storia che incontra Billy Pilgrim in ospedale, un episodio in cui la storia tradizionale incontra quella “non lineare”.
  • Benessere/Vietnam: l’America che viene descritta in Mattatoio n. 5 è quella del boom economico (si vedano, nel testo, le “dita magiche”, le macchine, il consumismo) e del benessere, quella del  “va tutto bene” mentre fuori viene combattuta la guerra.

Voto: 4 segnalibri su 5

Mattatoio n. 5 - K. Vonnegut

Titolo: Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini)
Autore: Kurt Vonnegut
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 196 pagine
Prezzo: 9 euro
Trama: Verso la fine della seconda guerra mondiale Vonnegut, americano di origine tedesca, accorse con tanti altri emigranti in Europa per liberarla dal flagello del nazismo. Fatto prigioniero durante la battaglia delle Ardenne, ebbe la ventura di assistere al bombardamento di Dresda dall’interno di una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita e deposito di carni. Da questa dura e incancellabile esperienza nacque “Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini”, storia semiseria di Billy Pilgrim, americano medio affetto da un disturbo singolare (“ogni tanto, senza alcuna ragione apparente, si metteva a piangere”) e in possesso di un segreto inconfessabile: la conoscenza della vera natura del tempo.
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Consiglio di lettura: “La notte della svastica” di K. Burdekin

La notte della svastica di Katharine Burdekin è un libro che non potevo non citare nei consigli di lettura, soprattutto se amate quello strano genere che incrocia la distopia con l’ucronia. Qui infatti, oltre ad avere un mondo completamente “stravolto”, ci troviamo anche 700 anni dopo l’ascesa di Adolf Hitler che, non solo ha vinto la Seconda guerra mondiale e ha costruito un grandioso impero nazista, ma è arrivato addirittura ad essere venerato come una sorta di divinità.

«Hermann si unì al coro vibrante di possenti e roboanti voci maschili, ma le parole del Credo gli scivolavano incolori attraverso le orecchie e la mente. Erano troppo familiari. Non che fosse irreligioso: la grande cerimonia annuale della Liquefazione del Sangue, preclusa a tutti coloro che non erano Hitleriani germanici, lo emozionava ogni volta fino all’orgasmo, ma questa non era che una comune Funzione mensile, troppo familiare e noiosa per risvegliare entusiasmi particolari, specialmente nei momenti di contrarietà.»

Una cosa è certa: nel mondo ucronico immaginato dalla Burdekin la Germania nazista ha vinto. Ma non solo, ora insieme al Giappone è occupata a spartirsi ogni fazzoletto di terra disponibile, anche al costo di estinguere totalmente il popolo ebreo e di intraprendere guerre su guerre (un po’ come, davvero, aveva deciso di fare Adolf Hitler nella sua campagna militare).

«(..) In tutto il Sacro Impero Germanico in quell’anno del Signore Hitler 720, erano nati troppi bambini di sesso maschile. Era stata una tendenza graduale, naturalmente, ma adesso cominciava a destare serie preoccupazioni. Il grande disegno non era ancora concluso. Rimanevano ancora milioni di infedeli giapponesi da convertire, e milioni di sudditi delle razze sottomesse al Giappone che non avevano ancora avuto la possibilità di conoscere la luce. E ora, se le donne avessero smesso di riprodursi, chi avrebbe assicurato la continuità al Regno di Hitler?».

L’aspetto ucronico ha ancora più valore se pensiamo che questo romanzo (pubblicato con il nome maschile di Murray Constantine, e leggendo il romanzo se ne capisce anche il motivo) è stato scritto nel 1937, ovvero in un momento in cui la Germania poteva effettivamente vincere e prevalere su tutti. Parlando della forma, non aspettatevi una scrittura eccellente, ma considerate comunque La notte della svastica come un’opera degna di nota e che ha saputo ispirare perfino George Orwell con il suo 1984 (scritto circa dieci anni dopo). Oltre alla manipolazione del passato e alla sua alterazione (decisamente presente in quest’ultimo), un altro tema rivelante si coglie, soprattutto, nel culto della “maschilità”, ossia nella relegazione delle donne ai margini della scala sociale per essere usate come delle mere macchine da riproduzione al fine di mandare avanti la razza ariana. La regressione dell’umanità in una società misogina e patriarcale decisamente per eccesso, infatti, è ciò che accompagna il tragico viaggio nel mondo della Burdekin, insieme anche alla privazione e all’oppressione di ogni libertà. Questi discorsi non sono casuali, a maggior ragione se prendiamo in considerazione la biografia della stessa autrice: una donna anticonformista abbastanza nota negli anni Trenta e nella sua cerchia di letterati, ma anche una assidua frequentatrice degli stessi circoli che poi ospiteranno il grande Eric Arthur Blair (alias George Orwell) e, dunque, vedranno la vicinanza delle loro due intuitive opere.

Per saperne di più:

La notte della svastica

Titolo: La notte della svastica 
Autore: Katharine Burdekin
Editore: Editori Riuniti
Lunghezza: 220 pagine
Prezzo: 12.91 euro

Trama: Nel 1937, quattro anni dopo la presa del potere da parte del Nazismo, una donna inglese scrive un romanzo che in cui anticipa tanto i politici che il pubblico che è accaduto qualcosa di epocale rivelatore del male oscuro che stava dietro la civiltà europea.
Per acquistarlo: Purtroppo non è per niente facile trovare questo libro in vendita (se non pagandolo discretamente su eBay), ma vi assicuro che nelle biblioteche e in prestito, se siete interessati a leggerlo, c’è assolutamente.

“Il ritratto ovale”: un racconto breve e del terrore di Edgar Allan Poe

Tutti i racconti, le poesie, e «Gordon Pym - Poe (foto)

Parlare di tutti I racconti dell’incubo e del terrore di Poe in una sola recensione pareva una impresa titanica solo a pensarla, molto più fattibile, invece, era andare a colpo sicuro e sceglierne uno in particolare, perché no il preferito. La decisione era ardua,  ma alla fine Il ritratto ovale era proprio lì che mi chiamava. Questo racconto datato 1842, infatti, oltre ad essere relativamente breve, è anche sorprendentemente significativo ed inquietante (in senso buono, ovviamente). Se state pensando ad una storia ambientata di notte o perlomeno al buio illuminato solamente da delle tremolanti candele, ebbene è questo il caso. Poe non ci pensa due volte: incomincia questo racconto non solo con un forte richiamo al sublime che si inscrive nella commistione tra “malinconia e splendore” (e che si coglie fin dalle prime righe), ma prosegue anche con delle ricche descrizioni che non fanno altro che rendere questa storia breve ancora più suggestiva. 

«Ci stabilimmo in una delle stanze più piccole e arredate meno sontuosamente. Si trovava in una remota torretta della costruzione. I suoi ornamenti erano ricchi, ma rovinati ed antiquati. I muri erano rivestiti d’arazzi e decorati con trofei araldici, vari e multiformi, insieme con un numero insolitamente grande di quadri moderni molto vivaci in cornici riccamente arabescate d’oro. Per questi dipinti, che pendevano non solo dalle superficie principali dei muri ma in moltissimi recessi che l’architettura bizzarra del castello aveva inventato – per questi quadri, il mio delirio incipiente, forse, mi aveva fatto provare profondo interesse; cosicché comandai a Pedro di chiudere le pesanti imposte della stanza – poiché era già notte, – di accendere i bracci di un alto candelabro che stava al capezzale del mio letto, e aprire completamente le cortine di velluto nero ornate di frange che nascondevano il letto stesso.»

L’ambientazione che caratterizza Il ritratto ovale è quella che accompagna ogni romanzo gotico, ovvero un castello (abbandonato) ed una notte all’apparenza tranquilla. Qui, in un luogo imprecisato delle Alpi ed in un tempo che possiamo ricondurre all’Ottocento, riposano un viaggiatore ferito e confuso ed il suo servitore Pedro, suo amico e molto premuroso nei suoi confronti. Mentre il valletto si addormenta rapidamente, il primo decide di trascorrere il tempo sfogliando un libretto in cui “sono narrate” le storie dei quadri che ricoprono le pareti dell’intero castello. La lettura avviene alla luce di un candelabro, ma è proprio quando quest’ultimo viene spostato per fare più luce che succede il fatto sconvolgente: in un angolo della stanza che non aveva notato prima, al buio, il viaggiatore scopre infatti il ritratto di una giovane donna che lo fa rimanere letteralmente a bocca aperta. 

«Ma l’azione produsse un effetto del tutto imprevisto. Le luci delle numerose candele (ce ne erano molte) ora andavano a cadere in una nicchia della stanza che fino a quel momento era stata messa in ombra profonda da una colonnina del letto. Vidi così in piena luce un quadro passato del tutto inosservato prima. Era il ritratto di una giovinetta quasi sul punto di divenire donna.»

Leggendo il libretto, il protagonista scopre che la donna dipinta “così bene da sembrare viva” non era altro che la moglie del pittore: quest’ultimo, data la sua bellezza, aveva deciso di farle un ritratto, e per avere ancora più concentrazione la condusse nella stanza più buia e fredda del castello, in cima alla torre. Il delirio è soprattutto ciò che caratterizza la storia di questo pittore sui generis, ma in un certo senso anche del protagonista viaggiatore: se il secondo è catturato dai dipinti che lo circondano, il primo è così preso dalla sua follia creatrice da dimenticarsi della moglie che, ad ogni pennellata in cerca della perfezione, deperisce e si consuma. E’ solo nel momento di dare l’ultimo tocco a quel dipinto così vivo che il pittore si accorge della tragedia: la moglie è morta, quasi come se la sua vita fosse spirata direttamente sulla tela.

«E allora fu data la pennellata, e la sfumatura fu posta; e, per un attimo, il pittore rimase estasiato davanti all’opera che aveva compiuto; ma subito dopo, perso ancora nella contemplazione, divenne tremante e molto pallido, e atterrito, gridando con una voce forte, “Questa è davvero la Vita stessa!” si voltò improvvisamente a osservare la sua amata: Era morta!»

Quello che più colpisce di questa storia è senz’altro il modo in cui Poe decide di rendere a parole l’attrazione che il protagonista prova per il dipinto, un po’ sulla scia di quello che sarà, qualche anno dopo, Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde (1890). Il viaggiatore ne è letteralmente stregato: sottolinea per ben due volte (in due diverse parti del racconto) quanto, il fascino di quel “ritratto ovale”, lo faccia rimanere con gli occhi fissi quasi come se fosse in trance. Quel quadro, per lui, parla senza le parole, è magnetico e vivo, e per questo vuole cercare con insistenza la sua storia all’interno di quel libro che si è ritrovato tra le mani. Il punto centrale di tutto, sicuramente, è il legame che questo racconto ha con il “doppio”, soprattutto dal punto di vista dei protagonisti che abitano la storia. Se nella prima parte, infatti, i personaggi in primo piano sono il viaggiatore ferito ed il suo servo Pedro, nella seconda, invece, questi ultimi sono sostituiti dalle figure del pittore e di sua moglie, tutto questo in un’ambientazione in cui la vita e la morte sono continuamente messe in discussione. Il ritratto, a maggior ragione verso la fine, è chiamato “persona viva”, e forse è questo il motivo per cui questo racconto può essere anche considerato la storia di una ossessione e di una follia che si personificano, purtroppo tragicamente, nell’amore per l’arte.

Il ritratto ovale

Parole chiave:

  • Vita/Morte: un legame che unisce con un filo invisibile tutto il racconto, soprattutto nella storia tra il pittore e la moglie. Il quadro è un oggetto inanimato ma paradossalmente vivo, mentre invece la donna dipinta (che dovrebbe essere piena di vitalità) è qualcosa destinata a morire al tocco di ogni pennellata sulla tela.
  • Castello: senza questo elemento, probabilmente, la storia non avrebbe avuto lo stesso impatto sul lettore. Poe, con questo, dimostra che possono bastare anche poche ambientazioni (come ad esempio anche la stanza abbandonata in cui soggiornano gli ospiti) per rendere una semplice storia non così scontata come può sembrare.
  • Doppio: il classico tema dei racconti gotici e quello che rende questa storia ancora più suggestiva. Due sono le parti in cui è divisa la vicenda (la prima che occupa il viaggiatore e Pedro; la seconda che riguarda il pittore e la moglie), due sono i protagonisti che occupano “la scena” ogni volta. Ma il doppio si riferisce anche allo stesso quadro e quindi alla donna che, da modella, prende vita sulla tela, oppure ancora alla storia che ogni dipinto ha come riferimento nel libro che il viaggiatore sfoglia e legge nel suo letto alla luce del candelabro.
  • Arte: la pittura, in questo racconto, compare come un espediente per rimarcare quanto essa, molto spesso, sia legata alla follia. L’ispirazione artistica, qui, non solo è descritta come un’ossessione che conduce alla pazzia, ma appare addirittura come una “rivale” della moglie per la conquista dell’attenzione del pittore/marito.

Voto: 5 segnalibri su 5

Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym» - Poe

Titolo: Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym»
Autore: Edgar Allan Poe
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 982 pagine
Prezzo: 14.90 euro
Trama: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.
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“Quanto ti ho odiato”: quando l’odio è solo un’apparenza

Quanto ti ho odiato (foto)

Perdere la testa e finire per innamorarsi della persona che meno sopportiamo al mondo: oltre a rappresentare uno dei cliché più sfruttati dalla letteratura e dalla cinematografia, è anche il motore portante della trama di Quanto ti ho odiato, il romanzo scritto da Kody Keplinger ed edito nel 2015.

«Forse odiavo Wesley Rush, ma lui aveva in mano la chiave per la mia fuga, e in quel momento lo volevo.. avevo bisogno di lui.»

Bianca Piper, la protagonista della storia, è una ragazza di diciassette anni che frequenta una scuola che sembra non badare minimante a lei, forse è un po’ troppo cinica ed intelligente per essere accostata a tutte le altre ragazze della sua età, ma di certo non si sente bella come loro, o almeno così pensa lei. Le stanno strette tante cose, e soprattutto certe persone, ed è anche per questo che non vede l’ora di finire le superiori per potersi trasferire a New York, cominciare il college e, insieme a questo, anche una nuova vita. Ogni tanto, tra una lezione e l’altra, con le sue amiche fidate Casey e Jessica, frequenta il pub “Nest” ed è proprio lì che, una sera, succede un “fattaccio” che non fa altro che scombussolare le sue già fragili convinzioni.

Wesley sospirò. «Bene. Non sei stata per niente collaborativa, sai. Quindi voglio essere sincero con te. Devo riconoscerlo: sei più sveglia e testarda della maggior parte delle ragazze con cui parlo. Ma se sono qui non è solamente per scambiare battute argute». Spostò l’attenzione sulla pista da ballo. «A dire la verità, ho bisogno del tuo aiuto. Sai, le tue amiche sono fiche. E tu, cara, sei la DUFF».
«E che significa?»
«Sta per Designated Ugly Fat Friends, ovvero la tipa bruttina e cicciottella prescelta dal gruppo di amiche», spiegò lui. «Senza offesa, ma sei tu».

Eccolo qui, Wesley Rush: il “donnaiolo” della scuola che tutte vogliono e da cui Bianca Piper, a sua volta, vuole tenersi a debita distanza. Quello che, però, lei non riesce ad ammettere a se stessa è che quel ragazzo sembra rappresentare la sua unica via di “salvezza”, la distrazione che la distoglie da una famiglia che si sta sgretolando e da un padre che rifugge nell’alcool il peso della sua separazione con la moglie. Così, dopo una Coca Cola Cherry gettata addosso per il nomignolo di DUFF e diverse frasi al veleno, Bianca finisce per baciare proprio il suo acerrimo nemico, scoprendo con enorme sorpresa (e rammarico!) che quell’incontro ravvicinato le è anche piuttosto piaciuto (tanto che comincerà ad utilizzare l’evasione-Rush come una sorta di “scacciapensieri” sempre più spesso). Nonostante sia consapevole che il ragazzo sia tristemente famoso per non rifiutare quasi nessuna di quelle che gli si avvicinano, Bianca vede in lui la persona giusta con cui evadere da un mondo troppo stretto, non pensando che anche Wesley, come lei, ha una vita piuttosto difficile da affrontare.

«Tranquilla.» L’auto stava rallentando leggermente. «Sul serio, hai ragione. E anche la nonna. Solo che non avrei mai voluto che Amy mi vedesse così.»
Non riuscii a trattenermi e allungai una mano verso quella di Wesley, stretta alla leva del cambio. La pelle era calda e morbida, e sentii il battito regolare che pulsava sotto il mio palmo. Dimenticai la mia stupida macchina e il litigio con Casey. L’unica cosa che volevo era vedere Wesley tornare a sorridere. Mi sarei accontentata anche del sorrisetto impertinente. Detestavo che l’idea di perdere il rispetto della sorella lo facesse soffrire. Volevo consolarlo.
Tenevo a lui.
Oddio. Davvero tenevo a lui?

Wesley e Bianca, alla fine, da “nemici con benefici” si ritrovano ad essere legati più di quanto potessero immaginare: se il primo, infatti, si rivela essere quello che mai la ragazza avrebbe creduto, ovvero una persona dolce e brava ad ascoltare i suoi problemi, lei, invece, rappresenta per Wesley colei che ha sempre desiderato, scoprendosi anche particolarmente geloso di Toby Tucker, il ragazzo che incarna la perfezione, da sempre, per Bianca Piper.

Ti penso più di quanto qualsiasi uomo con un briciolo di dignità ammetterebbe mai, e sono follemente geloso di Tucker: una cosa che non avrei mai pensato di dire. Voltare pagina è impossibile. Nessuna mi tiene sulle spine come fai tu. Nessuna mi fa venire voglia di umiliarmi scrivendo lettere zuccherose come questa. Solo tu. Ma so di essere nel giusto. So che mi ami, anche se esci con Tucker. Puoi raccontarti tutte le bugie che vuoi, ma la realtà ti scoverà. E io rimarrò in attesa di quel momento.. che ti piaccia o no.
Con amore,
Wesley.

Storia d’amore (scontata) a parte, quello che più colpisce di questo romanzo è certamente il modo ironico e diretto con cui Kody Keplinger costruisce una trama fatta di battute simpatiche, momenti leggeri e parti serie, tutte amalgamate perfettamente in un libro che si legge, volendo, in uno o due giorni. Il punto centrale, secondo me, è sicuramente il modo in cui incomincia il rapporto tra Bianca e Wesley: non solo per un semplice sfogo, ma soprattutto per l’incontrarsi di due mondi, in apparenza diversi, che si ritrovano a fuggire dalle stesse cose e a riconoscere, l’uno nell’altra, ciò di cui hanno bisogno. Leggendo il libro, è bello vedere quanto il loro legame cresca pagina dopo pagina, fino a quasi diventare imprescindibile e reale, come una qualsiasi storia tra due persone che si vogliono bene, fatta di supporto, parole che non devono essere dette per essere pensate, ma anche litigi e riavvicinamenti.

Nonostante i miei sforzi per non farlo, sorrisi. Non era neanche lontanamente perfetto, ma, ehi, neppure io lo ero. Eravamo entrambi piuttosto incasinati. Tuttavia, in un certo senso, questo rendeva tutto più eccitante. Sì, era folle e contorta, ma era la verità, no? Scappare è impossibile, quindi perché non accettarla?
Wesley mi prese la mano e intrecciò le dita alle mie. «Sei bellissima stasera, Bianca.»

Sebbene Bianca abbia due amiche per la vita e che le stanno sempre vicino (pur avendo chiaramente interessi diversi) il loro rapporto sembra quasi essere messo in secondo piano quando le tre si ritrovano a litigare per una stupida incomprensione (e anche per una storia passata che ha lasciato troppo il segno), ma l’amicizia, si sa, se è vera e sincera riesce a superare qualsiasi cosa, anche l’orgoglio e i segreti, ed è anche questo che la Keplinger, al di là del Bianca-Wesley, vuole proprio farci capire. Se dovessi descrivere questo romanzo in poche parole, lo definirei come “una romanticheria pungente” capace di tenere sempre alta l’attenzione del lettore con l’alternanza di questioni serie e simpatiche, non mancando certo di far sognare con una storia d’amore un po’ fuori dagli schemi (e senza cose melense). Se cercate un libro simpatico e piacevole, scritto in maniera “colloquiale” e senza troppi giri di parole, Quanto ti ho odiato è proprio la lettura leggera che corrisponde a questa descrizione.

Parole chiave:

  • Odio/amore: questo romanzo ci insegna che tra i due sentimenti c’è un confine molto sottile. Bianca non sopporta Wesley perché lo crede quello che in realtà non è, e spesso l’apparenza inganna.
  • DUFF: la parola che dà inizio a tutto e muove l’intera trama. Letteralmente indica la “Designated Ugly Fat Friends”, ovvero la ragazza bruttina tra il gruppo di amiche, ed è un’etichetta che Wesley Rush mette addosso a Bianca Piper e che quest’ultima, forse spinta dai problemi che gli pesano addosso, odia terribilmente.
  • Orgoglio: allontana Bianca dalle sue amiche, ma anche Bianca dallo stesso Wesley. Per fortuna, basta trovare il coraggio di abbatterlo, per riuscire a risolvere le cose.
  • I problemi famigliari: Bianca ha un padre alcolizzato ed una madre sfuggente, senza contare il fatto che sono prossimi al divorzio; Wesley, invece, ha una famiglia pressoché assente e che lo crede interessato solo ad una vita frivola. Entrambi si trovano per il fatto di avere degli “scheletri nell’armadio” da cui fuggire ed è proprio quando Bianca viene aggredita dal padre che Wesley capisce quanto tiene a lei e al suo saperla protetta, come mai nessuno aveva fatto.
  • Libro/film: da questo romanzo è stato ricavato anche un film (“L’A.S.S.O. nella manica”) che, però, non rispecchia molto quanto scritto dalla Keplinger a causa di certe incongruenze a livello di trama, personaggi e legami (però vi consiglio di guardarlo allo stesso perché, come il romanzo, è davvero tanto simpatico).

Voto: 5 segnalibri su 5

Quanto ti ho odiato - K. Keplinger

Titolo: Quanto ti ho odiato
Autore: Kody Keplinger
Editore: Newton Compton
Lunghezza: 278 pagine
Prezzo: 9.90 euro
Trama: Bianca Piper ha diciassette anni, è cinica ma leale e sa benissimo di non essere la più carina tra le sue amiche. D’altronde sa anche di essere più sveglia e intelligente rispetto a molte sue coetanee, che si lasciano incantare dal fascino di ragazzi come Wesley Rush, il più corteggiato e viscido della scuola. Bianca infatti detesta Wesley. Ma dato che le cose in famiglia non vanno granché bene e Bianca è alla disperata ricerca di una distrazione, un giorno si ritrova a baciare proprio Wesley. E… scopre che le piace! Tanto che, sempre più desiderosa di fuggire dai propri problemi familiari, finisce per farci sesso e per ricorrere a questo “diversivo” ogni volta che qualcosa va storto. Ma quando viene fuori che Wesley è bravo ad ascoltare e che anche la sua, di vita, è più scombinata del previsto, Bianca intuisce che la situazione le sta sfuggendo di mano e si rende conto con terrore che potrebbe essersi innamorata proprio del nemico.
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Un appuntamento con l’autore: Kazuo Ishiguro

La sua scrittura è stata descritta come in grado di “aver rivelato l’abisso al di sotto del nostro senso illusorio di connessione col mondo, in romanzi di grande forza emotiva” e lui è Kazuo Ishiguro, lo scrittore giapponese (naturalizzato britannico) che quest’anno ha vinto il Nobel per la Letteratura, il celebre premio che tutti gli anni, l’Accademia Svedese, assegna a diversi ambiti disciplinari. Ma precisamente, chi è Kazuo Ishiguro? Ebbene, se siete spinti dalla curiosità e ancora non avete avuto occasione di informarvi a riguardo, continuate a leggere quanto sto scrivendo. Anzitutto, la sua vita: Ishiguro nasce l’8 novembre del 1954 a Nagasaki, la città giapponese che tutti conoscono per i risvolti negativi della Seconda guerra mondiale. Nel 1960, però, insieme alla sua famiglia, decide di lasciare il Giappone e trasferirsi in Inghilterra, non dimenticando però il suo forte legame con le tradizioni e la cultura della sua patria natia. Qui, oltre a cominciare il suo percorso di studi che culminerà con una laurea in “Filosofia e Letteratura” all’università del Kent nel 1978, conosce anche una forte passione per la scrittura che lo porterà a partecipare a dei corsi (con rinomati insegnanti del calibro di M. Bradbury e A. Carter) che gli permetteranno di gestire e raffinare quella che da lì a poco si trasformerà in una vera e propria professione. 

«Con una prosa sorvegliatissima, appresa leggendo Cechov e altri classici europei dell’Ottocento, facendo leva su poeticissime metafore, lo scrittore fissa le speranze e le paure di antieroi quasi sempre incapaci di fare davvero i conti con la realtà, costretti a sopravvivere aggrappandosi a sbiaditi ricordi. (…) Un’apparente cesura si produce nella produzione tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, quando Ishiguro inizia a esplorare nuovi territori. Il narratore si apre, almeno in apparenza, alla dimensione della favola spesso nera dell’utopia negativa di cui furono maestri Huxley e Orwell, affrontando le scomodissime domande poste dagli inarrestabili progressi dall’ingegneria genetica.»

Pur scegliendo di scrivere in inglese, nei suoi primi romanzi (A pale view of hills del 1982 e An artist of the floating world del 1986, tradotti in italiano solamente negli anni ’90 con i titoli Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo fluttuante) Kazuo Ishiguro mantiene ancora un’atmosfera giapponese piuttosto marcata che, in un certo senso, rende la sua scrittura particolarmente evocativa e dai toni quasi tragici. La sua crescita “inglese” comincia a notarsi soprattutto nei testi successivi: ai precedenti, infatti, seguono Gli Inconsolabili (1995), Quando eravamo orfani (2000), la raccolta di racconti intitolata Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2008) e Il gigante sepolto (2015). Tralasciando questi, i suoi romanzi più famosi – e che gli sono valsi un enorme successo su scala mondiale – sono sicuramente Quel che resta del giorno (scritto nel 1989, grazie al quale ha vinto il “Premio Booker” nello stesso anno) e Non lasciarmi (del 2005, vincitore del “Premio letterario Merck Serono”, finalista al “Man Booker Prize” ed inserito dal Time nella classica dei migliori romanzi in lingua inglese pubblicati tra 1923 e il 2005), dei quali sono stati ricavati anche dei film. Detto questo, ecco qui di seguito l’elenco delle pubblicazioni di Kazuo Ishiguro (accompagnate dalla trama e dal link per acquistarle), nel caso vi siate convinti per un appuntamento “a tu per tu” con un autore che io trovo semplicemente delicato e capace di toccare, con una spontanea leggerezza, ogni lato emozionale dell’animo umano.

Un pallido orizzonte di colline (acquistabile qui)

Un pallido orizzonte di colline - K. Ishiguro

Trama: Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko, Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti maturava la sua gravidanza turbata. In questo percorso a ritroso nel tempo, Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai, mentre sua figlia affonda nell’angoscia di ricordi troppo crudi. Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno, che suggerisce più di quanto sveli; tutto resta sospeso e irrisolto.

Un artista del mondo fluttuante (acquistabile qui)

Un artista del mondo fluttuante - K. Ishiguro

Trama: Ono, narratore e protagonista della vicenda, è stato in gioventù un pittore famoso, ma al mondo estetizzante dell’arte per l’arte aveva preferito quello più concreto del dovere verso la patria, legando così la sua sorte a quella del nascente nazionalismo giapponese. Nel dopoguerra, però tutto è cambiato. Ono ripercorre con un senso di incredulità e incertezza le tappe della sua vita, mentre nel romanzo si intrecciano i temi che lo hanno segnato: l’arte, la politica, l’ambizione, l’incomprensione tra generazioni.

Quel che resta del giorno (acquistabile qui)

Quel che resta del giorno - K. Ishiguro

Trama: La prima settimana di libertà dell’irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l’esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, cosi tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge dì aver vissuto come un soldato nell’adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo?

Gli inconsolabili (acquistabile qui)

Gli inconsolabili - K. Ishiguro

Trama: Ryder, un musicista di fama internazionale, arriva nel grande albergo di una città dell’Europa centrale. Sa di dover tenere un concerto, ma mentre Gustav, il facchino, lo accompagna alla stanza, capisce che la sua visita è molto più importante di quanto avesse pensato. Gustav si appresta a chiedergli un grande favore. E Ryder ripensa con una certa ansia al programma del suo soggiorno. Forse in quella città c’è un passato che lo aspetta, forse lo attendono una donna e un bambino. Ma perché Ryder ha dimenticato? Perché tutti vogliono da lui una parola definitiva, un giudizio? In quali congiure cercano di coinvolgerlo? L’assurdo, la comicità e la nostalgia si mescolano nella vita di Ryder. E il mistero è la chiave di volta di questo romanzo.

Quando eravamo orfani (acquistabile qui)

Quando eravamo orfani - K. Ishiguro

Trama: Shangai, inizio del ‘900: un bambino, un padre che lavora nel commercio dell’oppio fra Inghilterra e Cina, una madre che si batte per i diritti civili. Londra, anni Trenta: Christopher Banks il bambino di allora, cresciuto nei colleges inglesi dopo la misteriosa sparizione di entrambi i genitori, è diventato il detective più famoso del Regno Unito. Ma l’enigma sulla sorte dei genitori non gli dà pace: ritorna in Oriente per indagare sul doppio rapimento, prima che il mondo precipiti nel baratro del conflitto mondiale. Però la verità che alla fine giungerà a scoprire è molto più banale, e drammatica, di ogni possibile supposizione.

Non lasciarmi (acquistabile qui)

Non lasciarmi - K. Ishiguro

Trama: Kathy, Tommy e Ruth vivono in un collegio, Hailsham, immerso nella campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori, che si occupano della loro educazione. Fin dalla più tenera età nasce fra i tre bambini una grande amicizia. La loro vita, voluta e programmata da un’autorità superiore nascosta, sarà accompagnata dalla musica dei sentimenti, dall’intimità più calda al distacco più violento. Una delle responsabili del collegio, che i bambini chiamano semplicemente Madame, si comporta in modo strano con i piccoli. Anche gli altri tutori hanno talvolta reazioni eccessive quando i bambini pongono domande apparentemente semplici. Cosa ne sarà di loro in futuro? Che cosa significano le parole “donatore” e “assistente”? E perché i loro disegni e le loro poesie, raccolti da Madame in un luogo misterioso, sono così importanti? Non lasciarmi è prima di tutto una grande storia d’amore. È anche un romanzo politico e visionario, dove viene messa in scena un’utopia al rovescio che non vorremmo mai vedere realizzata. È uno di quei libri che agiscono sul lettore come lenti d’ingrandimento: facendogli percepire in modo intenso la fragilità e la finitezza di qualunque vita.

Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (acquistabile qui)

Notturni - K. Ishiguro

Trama: Il “notturno” in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti, e in senso ampio ispirata alla notte. Nei cinque racconti di questa raccolta prevale l’ambientazione notturna delle scene cardine, la qualità onirica e comunque surreale delle vicende e soprattutto quell’alternanza di toni lievi e toni gravi che contraddistingue anche il genere musicale. Una sinestesia quasi perfetta dunque. Ma con un’importante eccezione: se il rigore della costruzione di parole in Ishiguro assorbe e maschera pressoché del tutto le tempeste della vita, è nel rapporto dei protagonisti di Notturni con la musica che il disagiò si rivela. Il crooner del primo racconto, per esempio, uno di quei vecchi cantanti melodici americani ormai fuori moda, ha alle spalle un passato di successi di cui vorrebbe tanto trattenere qualche brandello. La serenata – ovviamente notturna – che dedica alla moglie a bordo di una gondola, sembrerebbe il romantico pegno d’amore di un gentiluomo d’altri tempi ed è invece il primo atto di una cinica (e un po’ ridicola) operazione di restyling.

Il gigante sepolto (acquistabile qui)

Il gigante sepolto - K. Ishiguro

Trama: Il leggendario re Artù è morto ormai da qualche tempo ma la pace che egli ha imposto sulla futura Inghilterra, dilaniata per decenni dalla guerra intestina fra sassoni e britanni, seppure incerta, perdura. Nella dimora buia e angusta di Axl e Beatrice, tuttavia, non vi è pace possibile. La coppia di anziani coniugi britanni è afflitta da un arcano tormento: una sorta di inspiegabile amnesia che priva i due di una storia condivisa. A causarla pare essere una strana nebbia dilagante che, villaggio dopo villaggio, avvolge indistintamente tutte le popolazioni, ammorbandole con i suoi miasmi. Axl e Beatrice ricordano di aver avuto un figlio, ma non sanno più dove si trovi, né che cosa li abbia separati da lui. Non possono indugiare oltre: a dispetto della vecchiaia e dei pericoli devono mettersi in viaggio e scoprire l’origine della nebbia incantata, prima che la memoria di ciò a cui più tengono sia perduta per sempre. Lungo il cammino si uniscono ad altri viandanti – il giovane Edwin, che porta il marchio di un demone, e il valoroso guerriero sassone Wistan, in missione per conto del suo re – e con essi affrontano ogni genere di prodigio: la violenza cieca degli orchi e le insidie di un antico monastero, lo scrutinio di un oscuro barcaiolo e l’aggressione di maligni folletti, il vetusto cavaliere di Artù Galvano e il potente drago Querig.

Un autunno di libri

L’autunno è sicuramente la mia stagione preferita, non tanto per i suoi colori caldi (che, in un certo senso, sembrano contrastare un po’ con il freddo delle giornate che cominciano ad accorciarsi), ma soprattutto perché ho sempre considerato questo periodo come il momento migliore dell’anno per la lettura. Gli alberi si colorano di arancio, giallo e rosso, le zucche e le castagne fanno la loro comparsa qua e là tra i bancali dei supermercati, la pioggia bagna le giornate ed i pensieri, mentre le bevande calde iniziano ad essere una coccola quotidiana che ci concediamo per colpa del freddo. Ammettetelo: chi di voi non si è mai immaginato al caldo di un plaid mentre con una mano tiene un libro e con l’altra la propria tazza preferita? Vi sembrerà strano, ma in questo momento sto sentendo le vostre teste che vanno su e giù per rispondere in maniera affermativa. Bene, mi fa piacere non essere l’unica. Ecco, allora, un articolo tutto dedicato a delle letture, precisamente dieci, da fare durante l’autunno, ispirata dal pensiero che, secondo me, è il periodo migliore per i Gialli e i “Gotici”, ma anche dal fatto che certe ambientazioni o titoli mi ricordano proprio questa stagione.

1)  Carmilla di J. Le Fanu (acquistabile qui)

Carmilla - J. S. Le Fanu

Trama: Carmilla, la prima vampira della storia della letteratura, e il dottor Hesselius – medico e metafisico tedesco -, il primo detective dell’occulto, sono i due principali protagonisti di questa raccolta di storie “gotiche”. Un testo chiave, la cui influenza sarà fortissima in tutta la letteratura del Novecento sui fantasmi. Tè verde (1869) è il racconto del reverendo Jennings che, dopo la lettura di “certi volumi antichi, edizioni tedesche di testi in latino medievale”, mentre torna a casa con l’omnibus, vede comparire una misteriosa scimmia, che da quel momento in poi, tra improvvise sparizioni e scoraggianti ricomparse, continuerà a seguirlo fissandolo con bramosia maligna. Il giudice Harbottle (1872) è la funesta cronaca della nemesi piombata su Mr Harbottle, uomo malvagio e corrotto. Carmilla (1871-1872), infine, il più famoso dei racconti di Le Fanu, narra le astuzie e i languori della vampira Carmilla. Le storie di questo volume non sono paurose perché fantastiche, bensì paurose perché vere: riflessi del nostro essere, voci della nostra coscienza, proiezioni della nostra angoscia, immagini duplicate del nostro volto inquietante. Le Fanu ci invita a guardare nello specchio del reale con la consapevolezza che quanto vedremo non sarà la verità, ma una sua ombra confusa, il riflesso baluginante di qualcosa che sfugge al controllo della ragione.

2) Paese d’ottobre di R. Bradbury (acquistabile qui)

Paese d'ottobre - R. Bradbury

Trama: Mentre creava le “Cronache marziane”, Bradbury scrisse anche una serie di novelle ambientate nei luoghi della sua infanzia, le piccole cittadine dell’immutabile Middle West agricolo. E a queste ‘cronache terrestri’ diede il titolo di “Paese d’ottobre”, perché in ottobre la luce del sole declina facendo sfumare gli oggetti quotidiani tra le ombre ed è allora che, dietro le apparenze più comuni, ci è dato di vedere il fatto straordinario che spalanca la possibilità di realtà misteriose e di mondi diversi, nascosti dietro la facciata sonnacchiosa della provincia americana.

3) Le notti bianche di F. Dostoevskij (acquistabile qui)

Le notti bianche - F. Dostoevskij

Trama: “Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani.” Passeggiando solitario lungo il fiume in una notte bianca, l’eroe del racconto – un tipico “sognatore romantico” che trascorre i suoi giorni immerso nella dimensione del sogno – incontra una ragazza che risveglia in lui il sentimento dell’amore. Coraggiosamente decide di fuggire dal regno dei sogni e delle fantasticherie e di aprirsi alla vita. Ma quando la ragazza gli rivela di amare un altro, la sua speranza svanisce, annullata dalla vendetta del destino, ricacciata nella dimensione del sogno, a un tempo capace di dare felicità e sofferenza. Un regno delle illusioni che è anche metaforicamente simbolo del male. Con uno scritto di André Gide.

4) Il ritratto di Dorian Gray di O. Wilde (acquistabile qui)

Il ritratto di Dorian Gray - O. Wilde

Trama: Dorian Gray, un giovane di straordinaria bellezza, si è fatto fare un ritratto da un pittore. Ossessionato dalla paura della vecchiaia, ottiene, con un sortilegio, che ogni segno che il tempo dovrebbe lasciare sul suo viso, compaia invece solo sul ritratto. Avido di piacere, si abbandona agli eccessi più sfrenati, mantenendo intatta la freschezza e la perfezione del suo viso. Poiché Hallward, il pittore, gli rimprovera tanta vergogna, lo uccide. A questo punto il ritratto diventa per Dorian un atto d’accusa e in un impeto di disperazione lo squarcia con una pugnalata. Ma è lui a cadere morto: il ritratto torna a raffigurare il giovane bello e puro di un tempo e a terra giace un vecchio segnato dal vizio.

5) Frankenstein di M. Shelley (acquistabile qui)

Frankenstein - M. Shelley

Trama: L’angosciante storia di uno studente che conduce macabri esperimenti nel tentativo di restituire la vita ai cadaveri. Una favola terribile capace di imporsi con la forza delle immagini e la sua autonomia di mito universale. L’opera più celebre della Shelley (1797-1851).

6) Il racconto dell’ancella di M. Atwood (acquistabile qui)

Il racconto dell'ancella - M. Atwood

Trama: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica. Quello che l’ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

7) Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore di E. A. Poe (acquistabile qui)

Tutti i racconti del mistero, dell'incubo e del terrore - E. A. Poe

Trama: “Non c’è racconto degno di questo nome se dalla prima parola non suscita l’interesse del lettore che deve giungere all’ultima riga per comprendere la soluzione finale”, scriveva Baudelaire. Tutte le opere di Poe presenti in questa raccolta possiedono una simile caratteristica. Il lettore che, anche solo per caso, si lasci attirare dalla prima parola, non può più tirarsi indietro ed è costretto a proseguire. In questo volume è raccolta la migliore produzione di Poe, da “Ligeia” a “La mascherata della morte rossa”, da “I delitti della via morgue” a “Lo scarabeo d’oro”. Nei suoi racconti l’analisi e il ragionamento si fondono con l’immaginazione visionaria, creando capolavori indimenticabili nei quali il macabro s’allea col delitto, l’incubo con la follia, l’amore con la morte.

8) Le avventure di Sherlock Holmes di A. C. Doyle (acquistabile qui)

Le avventure di Sherlock Holmes - C. Doyle

Trama: Il più popolare detective di tutta la letteratura mondiale, Sherlock Holmes, creato nel 1887 dalla geniale penna di Arthur Conan Doyle, ha sempre un solo scopo: risolvere con l’arma della sua intelligenza gli enigmi che gli si presentano, anche quando sembrano assolutamente inespugnabili. Fedele alla sua “scienza della deduzione”, che sfrutta ogni minimo indizio, segno o dettaglio per trovare la soluzione, affronta crimini ingarbugliati e appassionanti con freddezza ed estrema razionalità. “Le avventure di Sherlock Holmes” riunisce dodici casi, uno più complesso dell’altro, in cui il celebre investigatore deve salvare la vita di un uomo o il patrimonio di una banca o una donna in pericolo, ricorrendo anche a travestimenti (da prete, da marinaio o da mendicante). Immancabilmente, al suo fianco c’è il dottar Watson, amico e biografo, sbalordito quanto il lettore dalle infallibili capacità deduttive di Holmes.

9) Cime tempestose di E. Brontë (acquistabile qui)

Cime tempestose - E. Brontë

Trama: “Un romanzo in cui domina la violenza sugli uomini, sugli animali, sulle cose, scandito da scatti di crudeltà sia fisica sia, soprattutto, morale. Un romanzo brutale e rozzo – sono gli aggettivi utilizzati dalla critica dell’epoca – che scuoteva gli animi per la sua potenza e la sua tetraggine e che narra il consumarsi di un’inesorabile (sino a un certo punto) vendetta portata avanti con fredda meticolosità dal disumano Heathcliff. ‘Cime tempestose’ è un romanzo selvaggio, originale, possente, si leggeva in una recensione della ‘North American Review’, apparsa nel dicembre del 1848, e se la riuscita di un romanzo dovesse essere misurata unicamente sulla sua capacità evocativa, allora “Wuthering Heights” può essere considerata una delle migliori opere mai scritte in inglese. Tomasi di Lampedusa esprimeva il suo entusiastico e ammirato giudizio su Cime tempestose: “Un romanzo come non ne sono mai stati scritti prima, come non saranno mai più scritti dopo. Lo si è voluto paragonare a Re Lear. Ma, veramente, non a Shakespeare fa pensare Emily, ma a Freud; un Freud che alla propria spregiudicatezza e al proprio tragico disinganno unisse le più alte, le più pure doti artistiche. Si tratta di una fosca vicenda di odi, di sadismo e di represse passioni, narrate con uno stile teso e corrusco spirante, fra i tragici fatti, una selvaggia purezza”.

10) Il grande sonno di R. Chandler (acquistabile qui)

Il grande sonno - R. Chandler

Trama: “Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ce ne si fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora”. Il primo romanzo in cui compare l’investigatore Philip Marlowe.

“Smith & Wesson”: si entra in scena

Smith & Wesson - A. Baricco (foto)

«Guardi che le parole sono piccole macchine molto esatte, mi creda, se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi.»

Smith & Wesson di A. Baricco, a prima vista, può sembrare niente più che un breve e semplice romanzo, ma leggendolo meglio ci si accorge che è decisamente qualcosa di più, ovvero una pièce teatrale in cui i personaggi cercano, con qualsiasi espediente, di rendere memorabili e degne di nota le proprie esistenze, pur non mancando di vivere dei momenti ironici. Questo legame con il teatro, infatti, lo si coglie fin dalle prime pagine: oltre alla evidente struttura in atti che suddivide in capitoli il libro, tutti i dialoghi appaiono come una sorta di copione dove le parole dei personaggi sono scandite da quelle che potremmo definire delle vere e proprie “battute”.

PRIMO MOVIMENTO, Allegro.

Non lontano dalle cascate del Niagara, anno 1902.

Interno di una baracca povera, incasinata ma dignitosa.

Un uomo sdraiato sul letto. Non sta necessariamente dormendo. È lì, tranquillo.

Bussano alla porta.


WESSON
[l’uomo sdraiato sul letto
] Chi è?

SMITH
[da fuori] La signora Higgins, su all’albergo, mi ha parlato di lei. Mi ha detto che potevo venirla a trovare.

WESSON
La signora Higgins è una puttana!

Pausa.

Ci troviamo nel 1902 e il luogo sono le grandi Niagara Falls. I protagonisti di questo “spettacolo scritto” sono Tom Smith e Jerry Wesson, le cui vite si intrecciano nella loro affannosa ricerca di ribellione e adrenalina, a qualsiasi costo. Al lettore non deve affatto sfuggire l’accoppiata ironica dei loro nomi: “Tom e Jerry”, come i più celebri gatto e topo del mondo dei cartoni animati, da una parte, mentre “Smith e Wesson”, in riferimento alla famosa azienda statunitense di armi, dall’altra. Che sia voluto o no, tramite questo espediente, Baricco riesce a trasmettere una leggerezza ironica che si ritrova poi anche nelle loro azioni, come una specie di nomen omen. Wesson, infatti, è un “pescatore”, ma non nel vero senso del termine, perché lui pesca i corpi di quelli che si suicidano buttandosi dalle Cascate del Niagara (ripercorrendo, in un certo senso, il ricordo del padre), mentre Smith, invece, si è scoperto “metereologo” e ha deciso di annotare su un taccuino le previsioni passate sulla base di quanto gli riferisce la gente per riuscire a prevedere, così, quelle future con dei dati statistici di sua invenzione. 

«Abbiamo deciso che il 21 giugno, solstizio d’estate, il primo essere umano nella storia degli esseri umani salterà dalle cascate del Niagara non per farsi fuori, ma per vivere, una volta buona, e vivere davvero. Sarà una ragazzina di ventitré anni e contro ogni aspettativa non morirà in quel salto, e questo perché i signori Smith e Wesson, invece di progettare infallibili fucili a ripetizione, le troveranno il modo di sopravvivere alle cascate, sfidando la natura e le leggi della fisica, e vincendo, se dio lo vorrà e se avremo un culo bestiale.»

Tra i due si inserisce Rachel Green, un’aspirante giornalista che è alla ricerca di scoop memorabile che la faccia riscattare dalla normalità e per farlo è disposta anche a mettersi in gioco lei stessa, diventando una incredibile “notizia vivente”.

«In fondo un bel destino, ma a lei manca qualcosa vero? Manca qualcosa di veramente suo, una storia memorabile, una prodezza, un miracolo tutto suo.»

Il loro desiderio di evasione dall’ordinario, infatti, non è rappresentato solamente dall’attuazione di una impresa epica, ma anche dalla volontà di conquistare un po’ di gloria a discapito di una vita trascorsa costantemente in maniera piatta e senza sfumature. Ecco che, tutti e tre, decidono di sfidare la grandezza incontrastata delle cascate, ma come spesso accade (e come insegna anche lo stesso concetto di “sublime”), sono proprio le cose più grandi di noi a sopprimerci e a farci sentire piccoli e perituri, soprattutto se di mezzo si trova una natura che ci ricorda costantemente quanto è più potente di noi. Da qui al fatto che, raramente, le cose vanno come si spera il passo è veramente breve ed ecco che, per ultimo, è il destino a farla da padrone.

«Riepilogando. Disponiamo di tre strade. Prima: una palla di caucciù, perfettamente sferica, cava all’interno. La spariamo a grande velocità in modo che salti oltre i gorghi e cada direttamente nelle rapide, dove poi Wesson la va a pescare. Seconda: una sorta di cassaforte. La precipitiamo giù dalle cascate, quando tocca il fondo Rachel esce attaccata a un salvagente che la riporta velocemente a galla e poi la trasporta giù per le rapide. Wesson la raccoglie. Terza: una botte piena di aria compressa, perfettamente imbottita e a tenuta stagna. Rotola giù dalle cascate, finisce sott’acqua, torna su, e galleggia giù dalle rapide fino a quando Wesson non la prende al volo. Votazioni!»

Quello che più colpisce di Smith & Wesson, probabilmente, è proprio questo: il tentativo di costruire una vicenda interamente incentrata su una natura che appare ingestibile ed ingovernabile nonostante il desiderio, prettamente umano, di tenerle testa. Tutto questo è descritto da Baricco in una maniera che ho trovato semplice e delicata, quasi come se non ci fossero altre parole per poterlo fare. Complice anche l’originale espediente teatrale, la lettura appare scandita come i colpi delle lancette su un orologio e la storia è tanto precisa quanto dinamica nel suo desiderio di uscire dalle righe di un destino che appare già scritto in tutti quei corpi senza vita che vengono recuperati ai piedi di quell’enorme discesa d’acqua. Rachel, tra tutti, è quella più motivata nell’impresa («Son qui perché se mi arrendo questa volta mi arrenderò tutta la vita») e, con la sua giovane età, sembra la personificazione di una generazione che cerca di fare del rischio e del desiderio di emergere dalla folla, una via di fuga dalla routine e dalla monotonia. Quello che ne esce è uno “spettacolo nello spettacolo”: inscenato prima di tutto nel metodo di scrittura che prende le mosse dal teatro e poi anche nella storia, questo grazie all’accorgimento del grande evento del lancio dalla cima delle cascate. Baricco è uno di quegli scrittori che piace o non piace, senza vie di mezzo, ma con Wesson & Smith è stato in grado di creare una storia (quasi sulla scia di una notizia giornalistica) degna di davvero di essere raccontata.

Parole chiave:

  • Ironia: presente prima di tutto nei nomi dei protagonisti, ma anche come filo conduttore che unisce, dall’inizio alla fine, una trama in cui le battute presenti non sono solamente quelle teatrali, ma anche quelle che vengono dai personaggi stessi.
  • Destino: l’unico che esce vincente dalla scena e che appare, come sempre, incontrastabile. Non ci sono desideri di rivalsa o preparazioni che tengano se, alla fine, certi piani sono già stati scritti.
  • Teatro: Smith & Wesson è una pièce teatrale, ovvero un libro che fa dello “spettacolo” l’ingrediente principale e cardine di tutta la storia inscenata dai tre protagonisti. Questi ultimi, infatti, come dei veri e propri attori, entrano ed escono dalla “scena” in maniera dinamica e sono scanditi non solo dalla battute ma anche dalle pause che sono gli “andamenti” o gli atti.
  • Natura: rappresentata dalle Cascate del Niagara e vista come insormontabile, almeno considerando i corpi che vengono ripescati ai piedi della distesa d’acqua. Smith & Wesson è anche la storia del tentativo del superamento dei limiti, ma già la storia di Ulisse, inserito nell’Inferno di Dante, aveva insegnato che questo non è possibile senza delle conseguenze.

Voto: 4 segnalibri su 5

Smith & Wesson - A. Baricco

Titolo: Smith & Wesson
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli
Lunghezza: 108 pagine
Prezzo: 7 euro
Trama: Tom Smith e Jerry Wesson si incontrano davanti alle cascate del Niagara nel 1902. Nei loro nomi e nei loro cognomi c’è il destino di un’impresa da vivere. E l’impresa arriva insieme a Rachel, una giovanissima giornalista che vuole una storia memorabile, e che, quella storia, sa di poterla scrivere. Ha bisogno di una prodezza da raccontare, e prima di raccontarla è pronta a viverla. Per questo ci vogliono Smith e Wesson, la coppia più sgangherata di truffatori e di falliti che Rachel può legare al suo carro di immaginazione e di avventura. Ci vuole anche una botte, una botte per la birra, in cui entrare e poi farsi trascinare dalla corrente. Nessuno lo ha mai fatto. Nessuno è sceso giù dalle cascate del Niagara dentro una botte di birra. È il 21 giugno 1902. Nessuno potrà mai più dimenticare il nome di Rachel Green? E sarà veramente lei a raccontarla quella storia?
Per acquistarlo: clicca qui